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Dominus Iesus Breve corso di apologetica Gianpaolo Barra Trasmissione n. 35 – Radio Maria -10 luglio 2004 |
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Questa è l’ultima
conversazione prima della pausa estiva e credo sia opportuno dedicare
questo tempo ad una riflessione sulla apologetica, che è la materia della
quale tratta il nostro corso che – come sapete – è un corso di
apologetica elementare. Molte volte abbiamo ricordato agli amici radioascoltatori che l’apologetica è una disciplina antica come la storia della Chiesa, che ha sostanzialmente un duplice compito. Il primo compito consiste nella esposizione, nella presentazione delle ragioni della fede, delle ragioni per credere e della cultura che nasce dalla fede. Si tratta, in parole povere, di spiegare, a chi ha la pazienza di ascoltare, al nostro prossimo, la ragionevolezza della fede cattolica, i motivi di credibilità della stessa Rivelazione, della istituzione divina della Chiesa cattolica romana. E nella esposizione, nella presentazione delle ragioni per credere, tre sono gli argomenti fondamentali di una moderna apologetica che, a mio parere, dovrebbero tornare a far parte di una sana formazione dei cattolici, specialmente dei sacerdoti e degli educatori. Il primo argomento riguarda l’esistenza di Dio. Abbiamo visto, in alcune passate conversazioni, che l’esistenza di Dio è una verità di ragione, non di fede. Cioè, noi sosteniamo che la ragione dell’uomo, di ogni uomo, anche di chi dice di non credere, è in grado di dimostrare l’esistenza di un Essere, un Essere intelligente, creatore, ordinatore e finalizzatore che noi chiamiamo Dio. E la ragione dell’uomo è capace di dimostrare l’esistenza di un Dio persona, uno, creatore e Signore. La Rivelazione ci dice «chi è Dio»: ci dice, per esempio, che Dio è Uno e Trino, che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo: queste verità sono irraggiungibili dalla ragione umana e soltanto grazie al fatto che Dio ce le ha rivelate noi possiamo crederle con assoluta certezza. Il secondo argomento riguarda la credibilità storica dei Vangeli, vale a dire il recupero delle prove che quanto è scritto nei Vangeli corrisponde a verità e dunque che i Vangeli sono documenti storici credibili, attendibili. Questo è un compito
importantissimo dell’apologetica perché la nostra fede si fonda su di
un dato storico, su di un fatto realmente accaduto nella storia, in un
determinato momento, in un determinato luogo geografico: l’Incarnazione
del Verbo. Il terzo argomento riguarda la unicità della Chiesa cattolica, vale a dire le prove che soltanto la Chiesa cattolica, quella che ha per capo invisibile Gesù Cristo e per capo visibile il Vicario di Cristo, cioè il Papa, può vantare per dimostrare di essere la sola Chiesa edificata da Cristo Questi sono i tre
argomenti principali – a mio avviso – che una moderna apologetica deve
offrire ai nostri interlocutori per dimostrare la ragionevolezza della
fede, quindi per portare a compimento il primo compito
dell’apologetica. Il secondo
compito dell’apologetica consiste nella difesa dalle contestazioni,
dagli attacchi, dalle accuse che vengono avanzate alle verità della fede
e che vengono portati alla Chiesa cattolica, che queste verità ha
ricevuto da Dio, ha conservato e ha trasmesso fino ai nostri giorni. In un certo senso,
questa “difesa” consiste anche nel sapere rispondere a quanto avanzano
dubbi, pongono problemi, sul contenuto della nostra fede. Possiamo
dire che in questo caso l’apologetica mette in pratica l’invito di san
Pietro che chiede a noi cristiani di essere sempre pronti a dare ragione a
chiunque chiedere ragione della speranza che è in noi.
Dominus Iesus Questa
sera vogliamo parlare dell’apologetica prendendo spunto da un
importantissimo documento pubblicato in occasione del Giubileo, quattro
anni fa, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dal
Cardinale Ratzinger. Documento che si intitola “Dominus Iesus”, “il
Signore Gesù”. In
questo importante pronunciamento troviamo conferma delle tante cose
che abbiamo detto in queste corso elementare di apologetica e, quindi,
troviamo conforto, incoraggiamento, stimolo a proseguire sulla strada che
abbiamo intrapreso. Non
solo. Credo che tutti noi dobbiamo essere grati alla Chiesa e al Papa che,
attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, ci ha donato un
testo così chiaro e di profonda dottrina.
La Congregazione
per la Dottrina della Fede
Prima
di entrare nel merito del tema, sarà opportuno spendere due parole sulla
importante e delicata missione che la Chiesa ha affidato a questa
Congregazione, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale,
fino al Concilio Vaticano II era chiamata “Inquisizione Romana e
universale” o più comunemente “Sant’uffizio”. La
Congregazione per la Dottrina della Fede – lo dice la titolazione stessa
– è lo strumento per mezzo del quale la Santa Sede – diciamo pure: il
Papa - promuove l’approfondimento della fede cattolica e vigila sulla
sua integrità. Promuovere
l’approfondimento della fede e vigilare perché la fede resti
integra, ci sia trasmessa integralmente: capite bene che si tratta di un
compito delicatissimo e della massima importanza. Paolo
VI diceva che questa è la Congregazione “che tratta le cose più
importanti” e noi lo possiamo ben capire perché approfondire i
contenuti della fede e vigilare perché gli articoli della nostra fede,
vale a dire il Credo che noi professiamo, siano conservati integri è
veramente un compito di straordinaria e fondamentale importanza.
Il documento
Dunque,
veniamo ai fatti: la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dal
Cardinale Joseph Ratzinger il 6 agosto dell’anno 2000 ha emanato un
documento intitolato “Dominus Iesus” e in questo documento sono
esposti e chiariti, con le dovute ragioni, temi fondamentali della nostra
fede cattolica. Temi
che riguardano la “unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e
della Chiesa”. Noi
vogliamo riprendere da questo documento alcune considerazioni che si
prestano anche ad una lettura sanamente apologetica. Cercheremo di
cogliere quegli elementi che sono importanti per il discorso apologetico. Questo
documento è importante anche perché ricorda, proprio in apertura, che la
missione della Chiesa, che è quella di annunciare ad ogni uomo Gesù
Cristo, è oggi messa in pericolo dal “relativismo”, cioè da quelle
teorie che vogliono giustificare il pluralismo religioso, cioè
l’esistenza di tante religioni, non solo “de facto”, cioè
nei fatti, ma anche “de iure”, cioè per principio, come se
fosse una cosa buona, voluta da Dio che ci siano tante religioni così
diverse tra loro. E
questo tipo di relativismo – diciamolo apertamente – ha fatto breccia
anche nella mente di tanti cattolici, che non sono più capaci né di
apprezzare la verità e la bontà della fede che professano, né il
carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo. Bisogna
porre rimedio a questo danno, anche a costo di scontentare tanti
interlocutori del cosiddetto “dialogo interreligioso” perché si
tratta di un punto sul quale noi cattolici non possiamo venir meno. Ricordo
che all’epoca della pubblicazione della “Dominus Iesus” si alzarono
grandi proteste. Hanno protestato gli Ebrei, che hanno minacciato di non
partecipare in Vaticano alla giornata giubilare loro dedicata; hanno
protestato i Protestanti (e mi si perdoni il gioco di parole). Ha
protestato anche il mondo laicista. Insomma,
abbiamo visto levarsi una notevole protesta proveniente da mondi e da
realtà molto diverse tra loro, ma che ha usato argomenti e toni
sostanzialmente identici, che possiamo raccogliere in poche affermazioni.
Una
prima: la Chiesa, con questo Documento, avrebbe rinnegato il Concilio
Vaticano II; una seconda: la Chiesa, sempre con questo Documento, avrebbe
fatto un passo indietro nel dialogo tra cristiani e appartenenti ad altre
religioni; quindi, avrebbe messo in pericolo questo dialogo; una terza: la
Chiesa avrebbe assunto una posizione di chiusura, arroccandosi in difesa
di una verità dogmatica; e, per ultimo, si è persino sentito dire che
questo Documento sarebbe stato voluto dal Cardinale Ratzinger e dai membri
della Congregazione per la Dottrina della Fede all’insaputa, forse in
dissenso, del Santo Padre. Insomma,
si tratta, come possiamo facilmente immaginare, di accuse certamente
pesanti. Cominciamo subito con lo sgomberare il campo dall’ultima. A
questa accusa ha pensato bene di rispondere lo stesso Giovanni Paolo II,
all’Angelus dell’1 ottobre 2000, quando ha invitato tutti noi
cattolici a leggere, comprendere e accettare questo importante Documento
della Congregazione per la Dottrina della Fede. In
verità, a pensarci bene, non era necessario che si scomodasse il Papa in
persona. Sarebbe stato sufficiente leggere la conclusione del Documento
che recita così: “Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II,
nell’udienza concessa il giorno 16 giugno 2000 al sottoscritto cardinale
prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, con certa scienza
e con la sua autorità apostolica ha ratificato e confermato questa
Dichiarazione, decisa nella sessione plenaria, e ne ha ordinato la
pubblicazione”. Firmato cardinale Joseph Ratzinger. Vedete
bene il tono solenne della conclusione. Il Papa, “con certa scienza e
con la sua autorità apostolica”, cioè in virtù del suo essere
Successore di Pietro e Capo visibile della Chiesa Cattolica, ha
“ratificato” e “confermato” il contenuto di questo documento.
Ora
ne consegue che chi lo contesta – e qui vorrei richiamare l’attenzione
di quei nostri fratelli cattolici che hanno espresso qualche dubbio - deve
tener conto che sta contestando ciò che il Sommo Pontefice “con
certa scienza” e con la sua “autorità apostolica” ha
ratificato e confermato. Ora,
detto questo, va fatta anche un’altra precisazione, della quale pochi
sembrano aver tenuto conto. Nella Introduzione al documento si
precisa che non si è inteso “trattare in modo organico” il
tema della unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, ma – e
questo è importante – si è voluto esporre la dottrina della fede
cattolica riguardo questi articoli fondamentali della nostra fede. Ora,
sarebbe stato sufficiente prendere in considerazione questa affermazione
per evitare di accusare la Chiesa di avere cambiato posizione rispetto al
dettato del Concilio Vaticano II. In realtà, questo Documento richiama ciò
che la Chiesa insegna da duemila anni, senza interruzione, riguardo la
salvezza che ogni uomo riceve da Gesù Cristo per mezzo della Chiesa.
Questo
viene detto esplicitamente nella stessa introduzione quando si afferma che
“la Dichiarazione riprende la dottrina insegnata in precedenti
documenti del magistero, con l’intento di ribadire le verità che fanno
parte del patrimonio di fede della Chiesa”. Ma
dobbiamo aggiungere che se questa affermazione fosse stata tenuta in
debito conto da tutti, forse si sarebbero evitate altre accuse. Quelle,
per esempio, di aver creato un ostacolo al dialogo con i membri delle
altre confessioni religiose. Su
questo punto delicato dobbiamo spendere una parola. Tutti
noi sappiamo bene che un dialogo, per essere fecondo e portare frutti,
deve partire da una posizione di chiarezza: bisogna che gli interlocutori,
coloro che dialogano, si conoscano bene per quello che sono, senza
infingimenti, senza trucchi, senza nascondersi, senza mentire. Bisogna
conoscere l’interlocutore, bisogna capire che cosa pensa, aver chiaro in
che cosa crede, sapere che cosa intende fare. Ma bisogna anche che
l’interlocutore sappia bene chi siamo e in che cosa crediamo. Ora,
questo Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede si limita
proprio a questo: espone con chiarezza e semplicità quello che la Chiesa
Cattolica ha sempre creduto e ancora crede, da duemila anni, e sempre
crederà riguardo l’unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa.
Questo
è il modo di presentarsi della Chiesa, è un dire ai nostri interlocutori
che noi crediamo queste verità, che la nostra fede parte da queste verità
e che è bene, quando si dialoga, che anche i nostri interlocutori
conoscano quello che noi professiamo, abbiano ben chiaro quello che la
Chiesa crede, che noi cattolici professiamo.
Naturalmente,
la Chiesa non vuole obbligare nessuno a credere che soltanto Gesù Cristo
è il Salvatore dell’uomo e che soltanto la Chiesa Cattolica è la vera
Chiesa edificata da Gesù Cristo. E’
chiaro che la Chiesa vorrebbe convincere di queste verità tutte le genti,
tutti i popoli, ma non vuole costringere nessuno ad abbracciare la fede
cattolica. Se
si fosse capito bene questo punto, se si fosse letto bene il Documento, io
credo che gli Ebrei, i Protestanti e quanti altri hanno levato la loro
voce contro questo Documento non lo avrebbero fatto. Anzi: avrebbero preso
atto – ma in fondo già lo sapevano – che la Chiesa professa questa
fede e non un’altra.
La
Chiesa Andiamo
avanti. C’è un altro punto che dovrebbe essere ben compreso soprattutto
da noi cattolici, ai quali in primo luogo è rivolto il Documento che
stiamo esaminando, ma anche dai nostri interlocutori. Il
punto è questo: la Chiesa crede di avere una missione evangelizzatrice
universale, cioè crede di avere il compito di presentare e portare il
Vangelo a tutti gli uomini, anche a coloro che non credono, anche a coloro
che professano un’altra religione, che dicono di credere in Dio ma non
conoscono Gesù Cristo, oppure Lo conoscono ma Lo rifiutano. Non
si può onestamente dare colpa alla Chiesa di avere questa pretesa. Questa
convinzione, questa missione universale non è nata per opera di qualche
Papa o di qualche istituzione ecclesiale, ma è stata voluta direttamente
da Gesù Cristo. E’
Gesù Cristo che ha affidato alla Chiesa il compito di battezzare tutte le
genti, tutti i popoli di tutte le nazioni, e di battezzarli nel nome del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Opportunamente,
la Dichiarazione Dominus Iesus riporta, proprio in apertura, alcuni
brani del Vangelo nei quali si trova l’esplicito comando di Cristo e
portare il Vangelo ad ogni creatura. San
Marco scrive: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni
creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà
sarà condannato» (Mc 16,15-16). Come
si vede, come si può facilmente capire, non è possibile chiedere alla
Chiesa Cattolica, che da duemila anni annuncia il Vangelo, di rinunciare
– per amore del dialogo, per amore del quieto vivere, per un presunto
rispetto di tutte le religioni – alla missione universale di
evangelizzare solo perché questo non piace a qualcuno. Oppure,
non si può chiedere alla Chiesa di portare il Vangelo solo in qualche
parte del mondo, e di non evangelizzare quelle terre e quei popoli che
sono soggetti ad altre religioni. Non
solo la Chiesa disobbedirebbe al suo fondatore Gesù Cristo, ma verrebbe
snaturata essa stessa: la Chiesa esiste per portare Gesù Cristo e il
Vangelo a tutto il mondo, a tutti gli uomini. Se eliminiamo questo
compito, non avremmo più la Chiesa, ma un’altra cosa. Ricordiamo
anche quello che scrive san Paolo, e che la Dichiarazione Dominus Iesus
ricorda,: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è
una necessità che mi si impone: guai a me se non predicassi il Vangelo»
(1 Cor 9,16). Ora,
tra coloro che hanno contestato il Documento sembra di poter dire –
questa è una impressione personale – che ci sia qualcuno che desidera
proprio questo: vuole che la Chiesa smetta di credere che Gesù e il
Vangelo sono destinati a tutti gli uomini;
vuole che Gesù Cristo e il Vangelo siano posti sullo stesso piano
di altri uomini e altri libri ritenuti sacri da altre religioni. Questo la
Chiesa non lo può accettare, perché è contrario alla volontà del suo
fondatore e alla verità del Vangelo. Badate
bene, amici ascoltatori: non è una questione di superbia: nessuno –
torno a dire – viene obbligato a credere alla verità del
Vangelo, ma nessuno può chiedere alla Chiesa, o obbligare la
Chiesa, a non insegnare più il Vangelo.
Gesù
Cristo Andiamo
avanti. C’è un altro punto di questa Dichiarazione che ha suscitato
polemiche molto accese. Ed è forse il punto più importante di tutta la
Dichiarazione. Il
punto contestato riguarda proprio l’unicità e l’universalità
salvifica di Gesù Cristo. Come
possiamo tradurre in parole povere questi termini? Direi così: la Chiesa
cattolica dichiara a tutti i suoi interlocutori che essa crede che
soltanto Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è il Salvatore
dell’uomo e che non esiste altro nome per mezzo del quale è possibile
salvarsi. Il
Documento sente il bisogno di chiarire questo punto. E’ un punto
contestato, ma il Documento risponde: “..deve essere fermamente
creduta, come dato perenne della fede della Chiesa, la verità di
Gesù Cristo, Figlio di Dio, Signore e unico salvatore, che nel suo evento
di incarnazione, morte e risurrezione ha portato a compimento la storia
della salvezza, che ha in lui la sua pienezza e il suo centro”. Ora,
vogliamo sottolineare una espressione che forse è sfuggita: “come
dato perenne della fede della Chiesa”. Cioè,
questo dato di fede (la fede in Gesù Cristo unico Salvatore) è sempre
stato creduto ed insegnato dalla Chiesa, lo è oggi e lo sarà sempre. La
Chiesa ha creduto, crede e sempre crederà che Gesù Cristo ha portato
definitivamente a compimento la storia della salvezza e che non ci sarà
un altro salvatore dopo di lui”. La
Chiesa crede questo perché questo è stato insegnato da Gesù Cristo e
questo è scritto nei Libri del Nuovo Testamento. Nel Documento sono
riportati molti esempi tratti dalla Sacra Scrittura e chi vuole può
leggerli. Resta il fatto che non la Chiesa, ma Gesù Cristo stesso ha
disposto le cose in questo modo. E la Chiesa deve restare fedele a Gesù
Cristo; è importante che questo venga ben spiegato agli interlocutori del
dialogo interreligioso. Proseguiamo
nella riflessione. Dire che solo Gesù Cristo è Salvatore dell’uomo non
vuol dire – attenti bene – che chi non è cristiano, non per colpa
sua, viene escluso dalla salvezza, viene escluso dal Paradiso ed è
destinato all’inferno. La Chiesa non ha mai insegnato questo. Ma ha
sempre creduto, ed insegnato, che se un non cristiano si salva, il suo
Salvatore è sempre Gesù Cristo, anche se lui non lo sa. E
aggiungo: noi crediamo che Gesù Cristo, con l’invio dello Spirito
Santo, ha compiuto e completato la Rivelazione di Dio. L’ha “compiuta
e completata” vuol dire che non ci sarà alcuna rivelazione pubblica che
vada ad aggiungersi alla Rivelazione (n. 5). Questo
vuol dire che è sbagliato pensare, come succede talvolta di sentire anche
in casa nostra, che la rivelazione di Gesù Cristo sarebbe complementare a
quella presente nelle altre religioni (n. 6). Quasi che dobbiamo
aspettarci qualcosa di nuovo dalle altre religioni che si aggiunga alla
nostra vera religione. Chiarissima
poi la distinzione che troviamo nella Dominus Iesus tra “vera fede” e
“credenza nelle altre religioni”. E’
un discorso complesso, di carattere teologico, nel quale non voglio
entrare. Ma almeno un richiamo mi è proprio d’obbligo. Naturalmente,
la risposta che ogni uomo deve alla rivelazione di Gesù Cristo è la
fede, l’«obbedienza della fede», cioè il «pieno ossequio
dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela» (n. 6). La
“vera fede” è adesione di tutto l’uomo a Dio e a tutta la verità
che Dio ha rivelato. La “credenza” nelle altre religioni è un insieme
di idee e di esperienze che nascono dall’uomo che si è messo a cercare
la verità. E’
importante capire bene questa distinzione. Perché, si legge nella Dominus
Iesus, c’è il rischio di ridurre, addirittura di annullare, le
differenze tra il cristianesimo e le altre religioni. E questo è un
rischio molto grosso, che dobbiamo evitare.
Unicità
della Chiesa Andiamo
avanti. Strettamente
collegato – e consequenziale – a questo dato di fede il Documento
spiega bene un altro dato, quello relativo alla unicità e unità della
Chiesa. Il
Documento che stiamo esaminando invita innanzitutto i cattolici a credere
fermamente che: “Così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo
Corpo, una sola su Sposa: una sola Chiesa cattolica e apostolica”
(n.16). E
il documento precisa anche che noi cattolici siamo «tenuti a credere»
che esiste una continuità storica “tra la Chiesa fondata da Cristo e la
Chiesa cattolica”, continuità storica che è possibile spiegare anche
dal punto di vista apologetico, documenti storici alla mano, prove alla
mano. Proprio
questa sera, possiamo riassumerle in modo sintetico. Un
primo punto: stando al Vangelo, Gesù ha edificato una sola Chiesa: “Tu
sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”, narra Matteo al
cap. 16. Questa
Chiesa doveva possedere alcune caratteristiche, due delle quali sono
storicamente verificabili. La prima: doveva durare per sempre (“E le
porte degli inferi non prevarranno contro di essa”). La seconda:
doveva avere per fondamento visibile Simon Pietro (“Tu sei Pietro e
su di te edificherò la mia Chiesa”). E’
chiaro che, dovendo durare per sempre, anche il fondamento “Pietro”
doveva durare per sempre, quindi passare ai suoi successori. Ora,
dal punto di vista storico, solo la Chiesa cattolica ha conservato intatte
queste due caratteristiche. Solo la Chiesa cattolica ha duemila anni di età
e conserva intatto il Primato di Pietro che, da Pietro e attraverso altri
263 pontefici, è giunto fino a Papa Giovanni Paolo II. Tutte
le comunità ecclesiali che fanno capo alla variegata famiglia
protestante, le comunità ecclesiali anglicane, i valdesi, i Testimoni di
Geova (che per la verità, non credendo nella divinità di Cristo, non
sarebbero da considerare cristiani in senso stretto), non hanno duemila
anni di età e non hanno il fondamento Pietro. Le
Chiese ortodosse, dell’Oriente cristiano, possono bensì vantare la
successione apostolica, risalire fino a Gesù, ma non hanno conservato il
Primato di Pietro. Dunque, solo la Chiesa cattolica è quella edificata da
Gesù Cristo. Chiedo
scusa per la breve e superficiale sintesi apologetica, ma riprendo quanto
scrive il Documento della congregazione per la Dottrina della Fede:
“Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa
cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione
con lui” (n. 17). il
documento invita soprattutto noi cattolici ad avere le idee ben chiare in
questa materia. C’è in giro la vaga idea che la vera Chiesa di Cristo
sia ancora da costituire, sia da ricercare, sia da trovare e costruire
grazie all’esperienza, alla storia, alla dottrina delle varie Chiese o
comunità ecclesiali che si stanno impegnando nel dialogo ecumenico.
Il
documento è chiaro ed esprime la dottrina di sempre: la vera Chiesa di
Cristo esiste già, vive ed opera da duemila anni, ed essa è la Chiesa
cattolica. Ora,
a dimostrazione che non si tratta di una novità, ma che si tratta di
dottrina perennemente insegnata dalla Chiesa, nel Documento si
cita, tra parentesi o in nota, sia alcuni passi del Vangelo, sia la fede
professata dai primi cristiani, come il grande vescovo s. Ireneo, vissuto
nel II secolo, sia il grande sant’Agostino, per salire su su fino al
Concilio Vaticano II che insegna esattamente – e non poteva fare
altrimenti – la stessa cosa. A
questo punto, potrebbe sorgere una domanda: che cosa dobbiamo pensare
delle altre Chiese e confessioni cristiane non cattoliche? Che cosa ci
dice in merito la nostra dottrina? La
dichiarazione Dominus Iesus risponde in questo modo: «Le Chiese
che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa cattolica,
restano unite a essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la
successione apostolica e la valida eucaristia, sono vere Chiese
particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la
Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa
cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del primato che,
secondo il volere di Dio, il vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita
su tutta la Chiesa» (n. 17). Chi
ricorderà le nostre conversazioni sul Primato di Pietro sa che qui si sta
parlando delle Chiese cosiddette “ortodosse”, che vantano al pari
della Chiesa cattolica la successione apostolica, ma non obbediscono al
Papa. E’
importante notare come il Primato di Pietro, ribadisce la Dominus iesus,
è stato voluto da Dio, non creato dalla Chiesa, magari nel secondo
millennio, dopo la separazione da parte dell’Oriente dalla Chiesa di
Roma, come qualche volta si legge o si sente dire anche in casa nostra.
Invece,
si legge nella Dominus Iesus, le «comunità ecclesiali che non
hanno conservato l’episcopato valido e la genuina e integra sostanza del
mistero eucaristico, non sono Chiese in senso proprio». E
qui si sta parlando di tutta la famiglia protestante, alle cui comunità
noi non possiamo riconoscere il titolo di “chiese”. E
tuttavia, aggiunge la Dominus Iesus, poiché i membri di queste
comunità sono battezzati, proprio in virtù del battesimo sono in qualche
modo in una certa comunione con la Chiesa, comunione naturalmente
imperfetta. Non
voglio entrare nell’analisi teologica di queste considerazioni proprio
perché questo è il compito dei teologi e io voglio rispettare il
carattere delle nostre conversazioni, che sono conversazioni di
apologetica e non di teologia. Ma
mi sembrava opportuno almeno ricordare queste verità così come sono
espresse nella Dichiarazione Dominus Iesus, perché sono importanti per la
nostra fede.
Conclusione In
conclusione, voglio ricordare a tutti noi cattolici che, se da un lato
dobbiamo essere grati a Dio del dono immeritato di appartenere, con il
battesimo, alla sola vera Chiesa edificata da Gesù Cristo, dall’altro
lato stiamo bene attenti alla responsabilità che deriva dal saper usare
bene di questo dono. Non
crediamoci già salvi solo perché siamo cattolici. E non pensiamo che chi
non è cattolico, solo perché non è cattolico, si perde. Spero
di aver offerto qualche argomento per aiutare gli amici radioascoltatori a
rispondere alle osservazioni e alle contestazioni che si sono sollevate in
occasione della pubblicazione di questo importante Documento “Dominus
Iesus” preparato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede,
guidata dal cardinale Ratzinger. Grazie
e a risentirci, a Dio piacendo, nel prossimo mese di settembre. |