|
|
50 domande e risposte sull'aborto |
|
|
Le conseguenze dell'aborto «Colui che ha sparso il sangue dell'uomo, dall'uomo vedrà sparso il
proprio sangue, perché è a propria immagine che Dio ha creato l'uomo»
(Genesi, 9, 6) Che
cosa è un aborto? L'aborto
è il procedimento volontario che interrompe lo sviluppo del bambino
durante la gravidanza nell'utero materno, fatto con lo scopo di
sopprimerne la vita. «Aborto significa l'espulsione di un feto o
embrione vivo di una donna allo scopo di sopprimerlo» (Legge francese
del 1975 sull'aborto). Benché
la morte involontaria di un nascituro sia definita, in termini medici,
come «aborto spontaneo», questa tragedia, chiamata con maggior
compassione «falso parto», non è l'argomento di questo libro; qui
ci occupiamo solo dell'aborto volontariamente provocato. Quando
il nascituro viene ucciso nell'utero materno, si tratta di un vero e
proprio assassinio, tanto che si può parlare di omicidio prenatale.
Tuttavia, quando il bimbo, essendo nato vivo, viene ucciso dopo il
parto, si tratta di un infanticidio. Quali sono i metodi usati per uccidere il nascituro durante i primi tre
mesi della sua vita uterina? I
metodi per abortire i nascituri entro il termine fissato dalla legge
comprendono gli abortivi, l'espulsione per aspirazione e quella per
raschiamento. Che
cos'è un abortivo? Un
abortivo è ogni prodotto farmaceutico, chimico, od ogni dispositivo
che provoca la morte del nascituro, talvolta intossicandolo
direttamente. In questa categoria sono compresi la «pillola del
giorno dopo», la «spirale» e la pillola RU 486. La pillola RU 486 è una facile soluzione alla
controversia sull'aborto? In
Francia e in Gran Bretagna, un potente steroide sintetico è stato
utilizzato per provocare l'aborto nelle madri incinte da 5 a 7
settimane. Negli Stati Uniti, l'Ufficio per il Controllo Farmaceutico
e Alimentare ha pubblicato una nota di allarme riguardo la pillola RU
486, proibendone l'importazione ad uso personale, poiché essa
comporta un pericolo per la donna. Ancora poco tempo fa, prima di
cedere il brevetto della pillola, la casa farmaceutica che la
produceva (la francese Roussel Uclaf) raccomandava di usarla solo
tenendo pronto l'occorrente per una eventuale rianimazione d'urgenza. «La
RU 486 non è di facile uso», ammetteva Edward Saking, ex P.D.G.
della Roussel Uclaf, «una donna che voglia porre fine alla propria
gravidanza con questo metodo, deve "vivere" col proprio feto
abortito durante almeno una settimana. Si tratta di una spaventosa
prova psicologica» (1). Come viene praticato l'aborto mediante aspirazione? Nel
metodo mediante aspirazione, l'orifizio esterno del collo uterino
viene progressivamente allargato; una cannula vuota viene introdotta
all'interno dell'utero, allo scopo di estrarre il nascituro mediante
aspirazione, espellendolo all'esterno. Questa aspirazione è prodotta
da un apparecchio simile all'aspirapolvere domestico, ma molto più
potente. La
morte del nascituro viene provocata smembrandogli le braccia e le
gambe. I resti fetali vengono trasformati un una marmellata
sanguinolenta. Questo è il metodo più frequentemente usato. Come viene praticato l'aborto mediante raschiamento? Nel
metodo di dilatazione e raschiamento, un lungo strumento, la cui
estremità forma un affilato cucchiaino, viene introdotto nell'utero
per raschiarne le pareti eliminandone così il contenuto. Questo
metodo, a volte aiutato dall'aspirazione, viene utilizzato per curare
chirurgicamente le emorragie delle donne non gravide. Esso quindi non
è di suo abortivo. Quali metodi vengono usati per uccidere i nascituri dal
terzo al nono mese di vita uterina, in alcuni Paesi che lo
autorizzano? I
procuratori di aborti usano vari metodi per uccidere i nascituri
durante il secondo e il terzo trimestre di gravidanza. Essi
comprendono dilatazione ed espulsione, iniezione di una soluzione
ipertonica di sale, uso delle prostaglandine, isterotomia e aborto
mediante nascita parziale. Come funziona il metodo di aborto mediante dilatazione ed espulsione? Nel
caso della dilatazione ed espulsione, il collo uterino viene dilatato
a forza. L'apertura deve qui essere maggiore di quella adoperata nel
metodo per aspirazione usato nel primo trimestre di vita, in quanto la
vittima da smembrare ha già dalle 13 alle 24 settimane e quindi è di
maggiore taglia. Siccome le ossa del nascituro sono più solide, si
usano pinze per smembrarle (dapprima braccia e gambe, poi la schiena).
Infine viene frantumato il cranio, per poter estrarre la testa
mediante aspirazione. I resti fetali possono essere estratti con un
forcipe ad anello. Durante
questa procedura, nessuna anestesia viene praticata sul nascituro,
poiché l'agonia di questa vittima indifesa deve ad ogni costo essere
negata. Come può essere usata, per provocare un aborto, una
soluzione ipertonica di sale? Questo
metodo consiste nell'iniezione di una soluzione ipertonica di sale
(comunemente ma scorrettamente detta salina). Un ago lungo 8
centimetri fora la parete dell'addome e quella dell'utero, estraendo
60 cl. di liquido amniotico e poi iniettando 200 cl. di soluzione
ipertonica di sale nella cavità che racchiude il nascituro. Abituato
al piacere di bere il liquido nel quale è immerso, il nascituro fa
l'esperienza del gusto amaro del fatale veleno. A poco a poco il sale
gli brucia la pelle, la gola e gli intestini; egli cerca invano di
fuggire rivoltandosi da un lato all'altro dell'utero con violente
contorsioni. La sua atroce agonia può durare delle ore. Infine, il
feto viene espulso dalle viscere materne; il suo corpo appare rosso
dalle bruciature, per cui alcuni procuratori di aborto parlano di «effetto
caramello». Che cos'è un aborto mediante prostaglandine? Le
prostaglandine sono ormoni che provocano le contrazioni del parto.
Esse possono essere iniettate nel liquido amniotico o somministrate
sotto forma di compresse vaginali. Di
conseguenza la madre subisce un parto prematuro, generando un feto
nato morto oppure troppo piccolo per poter sopravvivere fuori
dall'utero. A questo punto il bimbo viene semplicemente lasciato senza
cure e quindi muore. Come può una isterotomia diventare una pratica abortiva? Nel
caso di una isterotoma, come per quello del parto cesareo, l'addome e
l'utero materni vengono aperti chirurgicamente. Ma mentre il taglio
cesareo viene praticato per salvare la vita del nascituro, l'isterotomia
viene invece praticata per sopprimerla. Alcuni medici usano la
placenta per soffocare il bimbo. Che cosa s'intende per «aborto mediante nascita parziale»
? L'aborto
mediante nascita parziale comporta l'estrazione di un feto dal collo
dell'utero, prendendolo per i piedi tutto intero tranne la testa. Il
chirurgo poi affonda delle forbici alla base del cranio, le apre al
massimo per dilatare l'orifizio e mediante aspirazione estrae il capo. In
forza della testimonianza di una infermiera che, avendo assistito a
vari aborti di questo tipo, aveva dichiarato che i legislatori
dovrebbero essere costretti ad assistervi prima di legalizzarli, la
Camera dei Deputati statunitense ha votato una legge che vieta questo
tipo di aborto, sotto pena della prigione e di una multa. L'aborto
è un atto chirurgico sicuro? I fautori
dell'aborto mentono alle donne, quando fanno loro credere che l'aborto
legale è per ciò stesso sicuro. Le statistiche dimostrano che la
realtà è ben diversa. Molte donne, che pretendono di ottenere con
l'aborto «la libertà riprodutti
va», possono compromettere o perdere del tutto e definitivamente le
loro facoltà riproduttive, restando sterili a vita. Anche usando le
migliori tecniche chirurgiche, nella fase dell'aspirazione o del
raschiamento, quando la plastica e il metallo degli strumenti vengono
messi a contatto con i tessuti delicati dell'utero, può derivarne una
lesione degli organi interni. Ma anche se non avvengono lesioni,
l'aborto può danneggiare il sistema immunitario. L'aborto è il solo danno che mette in pericolo il
nascituro nel ventre materno? No:
il bimbo può essere vittima di un infanticidio. L'innesto del tessuto
fetale, che necessita l'utilizzazione di un feto vivo per recuperarne
i tessuti viventi, viene talvolta fatto passare per un aborto. Ma
questi tessuti non vengono prelevati da un feto, poiché si tratta in
realtà di un bimbo vivo, per cui qui si tratta di un infanticidio o
di una eutanasia a fine utilitaristico. Non è più rischioso condurre a termine una gravidanza
piuttosto che abortire? Tutt'altro.
E' stato verificato che la gravidanza è più sicura dell'aborto, sia
nella prima che nella seconda metà della fase. Le statistiche spesso
citate per sostenere l'argomento contrario sono ingannevoli. Gli
abortisti paragonano sistematicamente il tasso di mortalità delle
madri (nel caso di aborto provocato nelle prime 12 settimane di
gravidanza) con il tasso di mortalità delle madri durante l'intero
periodo di gestazione, al momento del parto, come pure del periodo che
ne segue; inoltre, per sovrappiù, in quelle statistiche viene
conteggiato anche il tasso di mortalità in caso d'incidenti o di
malattia. Comparare i rischi dell'aborto praticato nelle prime due
settimane di gravidanza con i rischi del parto nei nove mesi, è
ingannevole e anti-scientifico(2). Quali complicazioni possono sorgere in una madre per
causa dell'aborto? Una
donna che si sottopone ad un aborto può sviluppare, fra le altre, le
seguenti patologie: Emorragia. In
un'epoca in cui il sangue può trasmettere il virus dell'AlDS,
l'emorragia uterina può mettere in pericolo la vita della madre; le
donne che abortiscono possono infatti aver bisogno di trasfusioni di
sangue, a causa di serie emorragie. Per questa ragione, anche la
pillola RU 486 richiede una stretta sorveglianza, perché comporta il
rischio di emorragia. Infezione.
Se dopo l'aborto nell'utero rimangono parti del feto, o se gli
strumenti chirurgici usati non erano ben sterilizzati, la madre
rischia la sterilità definitiva per colpa di una infezione delle tube
uterine. Lesione del
collo uterino. Gli
strumenti utilizzati per dilatare il collo uterino possono
danneggiarlo, provocando nelle future gravidanze l'insorgere di aborti
spontanei oppure nascite premature. Anche gli aborti chimici possono
portare a futuri aborti spontanei. Perforazione
dell'utero. Un
aborto mediante raschiamento può perforare la parete uterina
provocando una infiammazione (peritonite); questo può costringere ad
un intervento chirurgico che asporti l'intero utero, rendendo la donna
definitivamente sterile. Perforazione
dell'intestino. Durante
un aborto mediante aspirazione o raschiamento, una manovra errata può
far sì che lo strumento perfori non solo l'utero ma anche il colon,
si rende allora necessaria una operazione chirurgica (resezione) per
asportare la parte dell'intestino rimasta danneggiata. Quali
ulteriori complicanze possono essere provocate da un aborto? Anche
se non viene colpita da complicanze immediate, la madre che abortisce
può subire conseguenze tardive, fra le quali: Nascita di bimbi
morti o handicappati. Le
donne il cui sangue ha il fattore RH negativo e che non ricevono un
anti-siero (RHo (D) immunoglobulina), possono reagire al sangue di
tipo RH positivo del padre, facendo correre ai nascituri il rischio di
una eccessiva distruzione dei loro globuli rossi (malattie
emolitiche), conducendoli a morire prima del parto o a nascere
handicappati. Infiammazione
pelvica. La
malattia infiammatoria del bacino è «una malattia grave, abituale
conseguenza dell'aborto, nel 30% dei casi del quale viene segnalata»(3).
Questa infiammazione può condurre ad aborti spontanei, alla sterilità
e a dolori pelvici cronici. Aborto
spontaneo. Le
donne che hanno abortito sono soggette agli aborti spontanei, con un
tasso più elevato del 3 5 % in rapporto alle donne che non hanno
abortito. Parto difficile.
Le
donne che hanno abortito sono soggette a complicanze nei futuri parti
e/o nelle future gravidanze. Nascita
prematura. Le
nascite premature sono da 2 a 3 volte superiori nelle donne che hanno
abortito, in rapporto a quelle che non hanno mai abortito. Cancro al seno. Vi sono gravi timori che l'aborto possa aumentare il rischio del cancro al seno, in particolare se ad essere abortito è il primo figlio. «Le donne che abortiscono al primo trimestre di gravidanza raddoppiano il rischio di contrarre un cancro al seno, in rapporto alle donne che portano a termine la loro gravidanza» (4) Gravidanza extra-uterina. Nella gravidanza extra-uterina il feto si sviluppa nelle
tube di Falloppio, piuttosto che nell'utero, mettendo quindi la madre
in pericolo di morte in caso di esplosione di una tuba. Un rilevante
tasso di crescita delle gravidanze extra-uterine è stato constatato
nelle donne che hanno abortito(5). Gli studi dimostrano che il rischio
di una gravidanza extra-uterina raddoppia dopo un primo aborto e si
quadruplica dopo un secondo. Il pericolo aumenta con la pillola RU
486, che è inefficace sulle gravidanze extra-uterine, creando una
falsa impressione (inducendo all'emorragia) che la madre non è più
incinta. Un aborto può condurre la madre a problemi di tipo
psicologico? Sì,
l'aborto può produrre gravi problemi di tipo emotivo, psicologico o
psichiatrico: Perdita di autostima. La donna che ha abortito sente di avere violato la propria
missione di madre e di difensore della vita; ne deriva un sentimento
di disistima che può arrivare fino al disprezzo di sè. Sentimento di
colpa. In
molte donne, si constatano profondi sentimenti di colpa ed anche di
amore per il figlio «che avrebbe dovuto nascere». Se poi la donna
cerca di negare o di rimuovere la propria colpevolezza, le conseguenze
diventano più gravi per lo sforzo fatto di soffocare la coscienza
turbata. Rimpianto, ansia
e depressione. In
rapporto alle donne adulte, le giovani sono più portate a soffrire di
postumi psicologici a breve termine. Anche se la prima reazione di una
donna che ha abortito è quella di sollievo, ben presto sopravvengono
sentimenti di rimpianto, di ansia e di depressione. Sindromi post-abortive. Non di rado la donna reagisce all'aborto in modo simile al
turbamento da stress post-traumatico che si riscontra nei reduci di
guerra. Spesso i primi sintomi La madre che ha abortito è la sola a soffrire di turbamenti da stress
post-traumatico dovuti all'aborto? No.
La ricerca dimostra che spesso anche il padre subisce gravi reazioni
negative, quando si rende conto che suo figlio è stato ucciso. La
sofferenza del padre è ancor più grave, quando egli è contrario
all'aborto e peggio ancora quando la legge - che stabilisce la madre
come unico arbitro della gravidanza - gli vieta di proteggere la vita
del proprio figlio in arrivo. Un
padre in questa situazione ha espresso il proprio sconvolgimento
emotivo con queste parole: «Probabilmente avete letto una cosa simile
riguardo i sentimenti di colpa irrisolti e le emozioni represse
provati dai reduci della guerra del Vietnam. Questo si chiama
"turbamento da stress post-traumatico". Insomma, è il
risultato dello sforzo fatto per cancellare o reprimere l'intensa
reazione alla morte ed alla violenza che li circondava. Questa
reazione è della stessa natura della mia, in seguito all'aborto
praticato sulla mia donna. Quando siamo usciti dalla clinica dopo
l'aborto, non era tutto finito per me» (7).
La
vittima dell'aborto
«Sei
tu che hai creato le mie viscere e mi hai intessuto nel
In
quale momento inizia la vita? Ecco
una domanda-trappola, se non definiamo i termini usati. Propriamente
parlando, la vita (in astratto) non inizia: essa viene trasmessa da
cellule viventi derivate da altre cellule viventi; questa continuità
della vita è il postulato fondamentale della biologia. Tuttavia, la
vita (in concreto) ha effettivamente un inizio. La questione che
determina la natura dell'aborto è dunque la seguente: «Quando inizia
la vita umana?» Vale a dire: «Quando inizia la vita di un uomo?» La
biologia dimostra che la vita di un nuovo essere umano inizia nel
momento della fecondazione, ossia nella fusione tra lo spermatozoo del
maschio e l'ovulo della femmina. L'unione di 23 cromosomi del gamete
maschile con 23 cromosomi del gamete femminile produce una nuova
cellula di 46 cromosomi. «Questa cellula viene chiamata zigote; essa
contiene un nuovo codice genetico, che produce un individuo differente
dal padre e dalla madre e da ogni altra persona nel mondo»(8). Ciò
avviene dalle 12 alle
18 ore dopo il rapporto sessuale. Volete
dire che una sola cellula costituisce già un essere umano? Sì.
L'embriologo Keith Moore dichiara: «Ognuno di noi ha iniziato la
propria vita in un unico zigote monocellulare»(9). Come
afferma il già citato manuale di ostetricia, il bimbo appena
concepito ha il proprio patrimonio genetico, distinto da quello del
padre e della madre. Sul piano biologico, lo zigote non è affatto un
essere impersonale, ma è lui o lei in miniatura, poiché la sua
monocellula è maschile o femminile. Lui o lei è già un essere umano
nuovo, unico e completo. Unico,
perché non è mai esistito in passato e non esisterà mai più in
futuro un essere identico a lui. Come affermano i medici Landrum
Shittles e David Rorvik, «il concepimento conferisce la vita
rendendola una vita unica nel suo genere» (10). Completo,
perché il codice genetico (genotipo) dello zigote contiene
l'informazione su tutte le caratteristiche del nuovo essere umano:
statura, colore degli occhi, dei capelli e della pelle, eccetera. «Il
genotipo - ossia le caratteristiche ereditarie di un essere umano
unico -
è stabilito al
momento del concepimento e resterà in vigore durante tutta la vita
del nuovo individuo»(11). Se
dunque la cellula fecondata è già un individuo umano, essa è già
anche una persona umana, sebbene le sue facoltà spirituali non siano
ancora sorte, forse per il fatto che l'anima non è ancora giunta a
costituire la spiritualità umana. In una visione corretta della
persona, infatti, l'anima non può essere contrapposta dualisticamente
al corpo, ma i due elementi dell'essere umano devono essere
considerati come indissolubili. Non è quindi possibile distinguere
l'individuo dalla persona, immaginando uno zigote che non sia ancora
essere umano; l'inizio della persona umana deve coincidere con quello
della vita biologica. Lo zigote non è
solo una potenzialità di essere umano? No.
Lo zigote non è una potenzialità di essere umano, ma semmai è un
essere umano in potenza di diventare adulto. Si può dire che lo
sperma e l'ovulo, prima della loro fusione, costituiscono una
potenzialità di essere umano; ma una volta che la loro fusione è
avvenuta, esso costituisce già un vero essere umano, anche se con
molte potenzialità ancora inattuate. Questa nuova
cellula non è solo un abbozzo di uomo? Questo
paragone è diffuso fra gli abortisti ma è evidentemente assurdo. Un
abbozzo è solo un progetto architettonico, fatto su cartone, che da
solo non si trasformerà mai in una casa o in un'altra struttura, per
quanto lo si possa perfezionare. Per contro, il feto si svilupperà
autonomamente fino a nascere e a diventare un uomo adulto, se non
viene abortito. Dunque, distruggere un abbozzo non è la stessa cosa
che distruggere un edificio; invece, distruggere uno zigote equivale
ad uccidere un essere umano già esistente. In quale momento
avviene l'annidamento dello zigote? Dopo
il concepimento, lo zigote inizia a muoversi per raggiungere l'utero e
insediarvisi. Circa 16 giorni dopo la fecondazione, il processo di
divisione cellulare è già cominciato e lo zigote si annida nel nido
nutritivo dell'utero (endometrio). «A partire dal settimo giorno,
comincia un autentico rapporto tra la madre e il figlio», scrive il
dr. E.Blecheshmidt (12). L'annidamento si compie attorno al dodicesimo
giorno dopo la fecondazione. Si può dire che, prima dell'annidamento nell'utero, esiste solo un «pre-embrione»
privo di natura umana per cui si può parlare di essere umano solo
dopo questo annidamento? Niente affatto.
Questa tesi è anti-scientifica e serve solo a giustificare
cinicamente la manipolazione dell'embrione nelle sue prime settimane
di vita, negandogli la dignità umana. In realtà, nulla è cambiato
nell'embrione una volta che si è annidato nell'utero: ha solo
occupato la sua prima casa; potremmo forse dire che un uomo è tale
solo dopo che alloggia in un'abitazione, emarginando così i
senza-tetto in una categoria pre-umana? Si
pretende anche che l'annidamento segni l'inizio della vita umana, in
quanto con esso si stabilisce un rapporto biologico tra l'embrione e
sua madre. Ma non è il rapporto con qualcuno a costituire l'essenza
di un uomo, bensì al contrario è l'esistenza di una vita umana a
rendere possibile un rapporto bilaterale; per avere rapporti con
qualcuno bisogna prima essere qualcuno. Nella
natura dell'embrione nulla è cambiato nel passaggio dalla fase
precedente a quella successiva all'annidamento; dunque si tratta dello
stesso essere umano; e del resto, se così non fosse, quella madre non
avrebbe rapporti con qualcuno ma con qualcosa. Le cellule dei figlio non provengono dalle cellule della
madre? No.
Secondo la biologia e la genetica, è l'embrione che, con una vera
esplosione di vitalità, intraprende il proprio autonomo sviluppo
nelle viscere della madre. Il dr. Bart Heffernan descrive questa fase
dinamica dello sviluppo: «Fin dal concepimento, il figlio è un
individuo complesso, dinamico, dalla crescita rapida. Mediante un
processo naturale e continuo, un solo ovulo fecondato si sviluppa in
molti miliardi di cellule nel corso dei nove mesi»(13). «Dopo
l'ottava settimana, non rimane più nessun abbozzo (rudimento di
organo embrionale); tutto è al suo posto e lo si ritroverà nel
neonato» Quand'è
che l'embrione è «vitale»? Come
pure molti termini lanciati dagli abortisti, anche quello della «vitalità»
è ambiguo e quindi pericoloso. Se,
per «vitalità», s'intende la capacità del concepito di svilupparsi
indipendentemente dalla madre, il buon senso ci porta a dire che
allora non solo i nascituri, ma anche i neonati, per quanto possano
essere sani e di grandezza giusta, non sono «vitali». Senza la
costante cura da parte della madre o di altre persone che lo
assistono, il neonato non sopravvive e muore ben presto. Ancora
nel XX secolo, i bambini nati prematuramente prima del settimo mese di
gravidanza morivano, perché le tecniche dell'epoca non avevano i
mezzi adeguati per salvarli. Oggi noi siamo in grado di salvare un bebè
nato al termine di sole 20 settimane di gravidanza, e gli scienziati
stanno lavorando per costruire una placenta artificiale che renderebbe
«vitali» gli embrioni di appena dieci settimane. Come
si vede, la categoria di «vitalità» non è in grado di identificare
la natura umana di un essere vivente, ma solo di valutare la sua
capacità di vita indipendente. Applicare questo concetto
discriminatorio agli esseri umani nelle varie fasi della loro vita,
conduce all'assurdo di condannare a morte mediante eutanasia, in
quanto «non vitali», non solo i nascituri, ma anche le persone
incapaci di vita indipendente come gli anencefali, i pazienti in coma,
eccetera. In quale momento il cuore dei nascituro comincia a
battere? Al termine
della terza settimana dopo la fecondazione, il cuore del nascituro
comincia a battere, facendo circolare il proprio sangue, che può essere
di un gruppo sanguigno diverso da quello materno. Quand'è che il nascituro sviluppa il primo abbozzo dei
sistema nervoso? Lo
sviluppo del sistema nervoso centrale ha inizio alla terza settimana dal
concepimento; già alla quarta settimana, il nascituro manifesta attività
riflesse complesse, come le reazioni motorie. Dopo la sesta settimana,
il nascituro è già provvisto del cervello, tanto che
l'elettroencefalogramma (EEG) può registrarne le onde cerebrali. Alcuni dicono che si può parlare di vita umana solo
quando, essendosi formato nel feto un abbozzo di sistema nervoso, il suo
cervello emette le prime onde cerebrali, rilevabili dall' EEG. E' questa
una tesi accettabile? Niente
affatto. L'umanità del feto non consiste nella sua capacità di
emettere onde cerebrali, come l'adulto non è uomo solo se è capace di
pensare; altrimenti dovremmo negare la dignità umana ai cittadini
anencefalici (ossia privi di cervello) o ai pazienti in coma che non
danno segni elettrici all'EEG, condannandoli quindi all'eutanasia. Più
in genere, non bisogna scambiare l'esistenza della vita con la mera
capacità di dar segni di vita, né la razionalità umana con la mera
vitalità cerebrale. Come il feto è uomo anche prima di annidarsi
nell'utero o di palpitare, così lo è anche prima di emettere onde
cerebrali, anche se le sue facoltà vitali possono attuarsi solo
progressivamente, manifestandosi con crescenti segni esterni rilevabili
dagli apparecchi clinici. Potete descrivere la vita intra-uterina del nascituro? La
vita intra-uterina è stata ben descritta dal dr. William Liley, il «padre
della fetologia». Il nascituro, capace di ambientarsi e di tendere al
proprio fine, s'impianta nella cavità spugnosa dell'utero e, imponendo
la propria presenza, interrompe il ciclo mestruale della madre. Nei
successivi 270 giorni, l'utero diviene la casa dell'embrione; per
renderla abitabile, egli si produce una placenta e una capsula
protettrice di fluido (liquido amniotico). Egli
si muove con agilità e grazia nel suo mondo fluttuante. E' sensibile al
tatto, al gusto, alla temperatura, al suono e alla luce. Veglia o dorme;
beve il suo liquido amniotico, con piacere se viene addolcito
artificialmente, con dispiacere se gli si dà un sapore sgradevole; può
avere il singhiozzo. Talvolta gesticola e si succhia il pollice. Si
annoia perfino; ma si può sollecitarlo a rispondere ad un primo segnale
e poi anche ad un secondo diverso. Infine, è lui a determinare il suo
compleanno, perché l'inizio delle contrazioni del parto risulta da una
iniziativa unilaterale del feto. E'
questo stesso feto che, come un paziente qualsiasi, può ammalarsi e
necessitare di diagnosi e cure(15). Il
nascituro avverte il dolore? Certo:
avendo il senso del tatto, il nascituro è sensibile al dolore. La
nostra capacità di avvertire e reagire al dolore non comincia dopo né
durante la nascita. Nel corso degli ultimi decenni, i progressi nella
rilevazione in tempo reale mediante Ha
scritto l'ex presidente americano Ronald Reagan: «Dobbiamo renderci
conto della realtà degli orrori che si verificano. I medici di oggi
sanno che un nascituro, dentro le viscere della madre, può sentire
una carezza, come può reagire al dolore. Ma quanti sono al corrente
delle tecniche abortive che bruciano la pelle del feto con una
soluzione salina, provocandogli una mortale agonia che può durare
ore?» (16) Che
cos'è la nascita? Ha
scritto il dr. Jack WilIke: «La
nascita consiste nell'uscita del bebè dal ventre della madre,
tagliando il cordone ombelicale, e quindi nell'inizio di una vita
fisicamente staccata dalle viscere materne. Alla nascita, la sola cosa
che muta radicalmente è il sistema di supporto della vita del bebè.
Il figlio non è diverso prima o dopo la nascita, eccetto il fatto che
ha cambiato il proprio metodo di respirazione e di nutrizione. Prima
di nascere, l'ossigeno e il nutrimento gli arrivavano dalla madre
mediante il cordone ombelicale; dopo la nascita, l'ossigeno gli arriva
dai propri polmoni e il nutrimento dal proprio stomaco, se è
abbastanza maturo per essere così saziato» (17) La
legge sull'aborto «La vera questione oggi non è: "quando comincia la vita umana?", ma è: "quale valore ha la vita umana?"Il procuratore di aborti, che smembra braccia e gambe di un nascituro per assicurarsi che egli venga del tutto estratto dalle viscere materne, può a stento dubitare che si tratti di un essere umano. Per lui come per tutti noi, la vera questione è quella se questa piccola vita umana ha il diritto, datole da Dio, di essere protetta dalla legge, lo stesso diritto che tutela noi adulti» (Ronald Reagan, ex-presidente degli U.S.A.) Perché mai la
legge dovrebbe intromettersi nel privato dominio della vita sessuale
di una donna? Nella
sentenza del cruciale processo Roe contro Wade, che nel 1973 ha
legalizzato l'aborto negli Stati Uniti, la Corte Suprema americana si
basò sul cosiddetto diritto alla protezione della vita privata,
sancito e tutelato dalla Costituzione. Ma
quello che avviene nell'intimità dell'utero materno non è una
faccenda privata della donna; è la formazione e lo sviluppo di un
essere umano che ha pieno diritto alla protezione legale. Quando
questo viene minacciato di morte, si ha non solo il diritto ma anche
il dovere d'interferire nella vita della madre per evitare l'omicidio
del nascituro. L'intimità
dell'utero non può dare alla madre una licenza di uccidere
all'interno delle sue pareti, così come l'intimità di una casa
non può dare al padrone un diritto di eseguire un omicidio dentro le
sue mura. I pompieri e la polizia violano a pieno diritto la proprietà
privata, per salvare la vita di persone che vi si trovano dentro, ad
esempio abbattendo le porte delle case in fiamme per soccorrere coloro
che vi sono rimasti imprigionati. Se l'aborto
viola le vostre convinzioni morali e religiose, potete rifiutarlo. Ma
non potete impedire ad altri di ricorrervi. Perché mai la legge
dovrebbe imporre una certa moralità pubblica, violando l'autonomia
delle coscienze e facendo decidere altri per loro? Una
decisione resta personale solo nei limiti in cui si riferisce
esclusivamente agli interessi e ai diritti della persona che decide.
Ma se coinvolge gli interessi e i diritti esclusivi di altri, tale
decisione non è più personale ma delegata. Tuttavia nessuno può
delegare un diritto che non gli appartiene, tanto più se è primario
come quello alla vita. La vita infatti appartiene esclusivamente al
suo Creatore e spetta a Lui, come il darla, così il riprendersela;
per cui nessuno può sopprimere un essere umano innocente, nemmeno la
madre. Sopprimere
qualcuno in nome della libertà di gestire la propria vita privata,
significa annientare la stessa ragion d'essere di ogni vita privata:
ossia la dignità dell'uomo creato ad immagine di Dio. L'aborto, il
massacro dei nascituri, non è una scelta privata ma un crimine
privato che grida vendetta davanti a Dio e agli uomini, reclamando
giustizia. Come
sarebbe assurdo tollerare che certi genitori commettano abusi sessuali
sui loro figli, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che
avviene all'interno della famiglia, così è assurdo tollerare che una
donna sopprima il figlio che porta in seno, col pretesto che si tratta
di una faccenda privata che avviene all'interno del suo utero. Dopo
tutto, l'aborto è l'abuso per eccellenza che una madre possa
commettere verso suo figlio. Perché i
diritti di un feto in gestazione dovrebbero prevalere su quelli di una
donna adulta? Vi
sono diverse categorie di diritti, che sono disuguali moralmente e
giuridicamente; i diritti primari o originari devono prevalere su
quelli secondari o derivati. Quello alla vita è il diritto primario e
originario per eccellenza, senza il quale non è possibile esercitare
tutti gli altri; esso va dunque difeso più e prima degli altri, che
possono essergli sacrificati, se necessario, anche se teoricamente
legittimi. Una
madre che vuole abortire pretende di esercitare un proprio diritto
secondario e derivato - quello di «gestire il proprio corpo» o di
liberarsi da un «problema» - sacrificandogli il diritto primario e
originario - quello di vivere - non proprio, ma altrui: cioè del
figlio. Dunque ella pretende di ottenere un proprio (discutibile)
vantaggio facendolo però pagare al figlio, e al carissimo prezzo
della vita, realizzando così l'esatto rovescio del sacrificio
materno. Per questo la legge ha il dovere di vietare l'aborto: perché
rovescia la gerarchia dei diritti/doveri. Ma la legge non
dovrebbe almeno autorizzare una eccezione: quella dell'aborto
terapeutico, nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo? Un
medico che cura una donna incinta non ha un solo paziente ma ne ha
due: la madre e il figlio. Non c'è nulla di «terapeutico» nel
sopprimere volontariamente il secondo col
pretesto di
salvare la prima; uccidere non può costituire una terapia. Il prof
Charles Rice, docente alla facoltà di Diritto dell'Università di
Notre-Dame, sostiene che «non esiste situazione in cui l'aborto sia
medicalmente necessario per salvare la vita
della madre»(19). Il dr. Roy Hefferman, della Tufts University, ha
dichiarato al Congresso dei Chirurghi Americani: «Chiunque pratichi
un aborto "terapeutico" o ignora i moderni metodi di
trattamento nei casi di complicanze nella gravidanza, oppure non ha
volontà di usarsene»(20). Del
resto, il fine buono non giustifica l'uso di un mezzo cattivo: il
sacrificio diretto del nascituro non è mai giustificato, anche se
viene fatto nella presunzione di ottenerne un buon risultato. Non si
può parlare invece di omicidio quando, pur tentando il medico di
salvare sia la madre che il figlio, quest'ultimo muore per il semplice
fatto di essere il più debole. Perché mai la legge dovrebbe favorire la vita del
nascituro discriminando quella della madre già nata? La
legge non può fare favoritismi discriminando una vita innocente
rispetto ad un'altra ugualmente innocente. Ma proprio per questo essa
deve proibire l'aborto, riflettendo il principio così saggiamente
espresso da Papa Pio XII: «La
vita umana innocente, quale che sia la sua situazione, dev'essere
tutelata, fin dal primo momento della sua nascita, da ogni attacco
volontariamente diretto. Questo principio si applica alla vita del
nascituro come a quella della madre. La Chiesa non ha mai insegnato
che la vita di un figlio dev'essere preferita a quella di sua madre.
E' un errore formulare la questione in questa alternativa: "o la
vita del figlio o quella della madre". No: né la vita del figlio
né quella della madre possono essere sottoposti all'atto di
soppressione. Per l'uno come per l'altra, la sola esigenza necessaria
può essere la seguente: mettere in opera tutti gli sforzi per salvare
le due vite, tanto quella della madre che quella del figlio»(21).
La legge non dovrebbe permettere l'aborto almeno in caso
di violenza sessuale o d'incesto? Una
donna che è vittima di violenza sessuale ha diritto di resistere al
suo aggressore. Ma il figlio che nascerà non è un aggressore, bensì
la seconda vittima innocente; egli quindi non può essere ucciso per
rimediare alla colpa commessa da suo padre (22). «Punire
l'aggressore, non suo figlio!», osserva giustamente Miriam Cain. «Lo
Stato dovrebbe semmai imporre la pena di morte ad ogni violentatore
che ha commesso quel crimine, ma non all'innocente bebè che ne è la
conseguenza. Aggiungere un secondo male al primo non produce un bene.
Il figlio non deve pagare per il crimine commesso dal padre»(23). La legge non dovrebbe permettere l'aborto almeno nel caso
di un feto minorato, per evitargli l'infelicità di nascere
handicappato e per risparmiare alla madre il problema di un figlio
privo della «qualità della vita»? Come abbiamo detto, la dignità dell'uomo non dipende dalla perfezione delle funzioni vitali; ne deriva che la «qualità della vita» non dipende dalla sanità o integrità delle funzioni fisiche o psicologiche della persona. Un handicappato, anche se grave, non cessa per questo di essere uomo e quindi di avere diritto alla vita; egli merita - sia prima che dopo la nascita - la stessa protezione legale garantita a tutti gli altri cittadini. Chi gli nega questa protezione fomenta una odiosa discriminazione che mina le basi della convivenza civile. Non esiste alcuna distinzione ragionevole tra il massacro dei nascituri e quello dei nati handicappati. Sopprimere un nascituro per via dei suoi handicap costituisce un autentico caso di eutanasia prenatale (25). Giustamente
Papa Giovanni Paolo II denuncia quella «guerra dei potenti contro i
deboli nella quale una vita, che dovrebbe richiedere una maggiore
accoglienza, viene considerata come inutile, attribuendole un peso
insopportabile, e pertanto viene rifiutata»(24) . Il dr. Eugene
Diamond dichiara: «La constatazione di anomalie genetiche durante la
vita prenatale ha prodotto lo stesso effetto della creazione di una
zona franca in cui si può liberamente tirare al bersaglio" (26) L'argomento
che pretende giustificare l'aborto per garantire la «qualità della
vita» non è caritatevole bensì criminale: in nome della qualità,
esso pretende di sopprimere la vita per garantirne la «qualità».
Inoltre esso costituisce una grave illusione sulla possibilità di
garantirsi tale «qualità». Il prof. Jerome Lejeune, noto genetista
francese, riferisce questa significativa confidenza fattagli da un suo
collega americano: «Tanti
anni fa, mio padre era un medico ebreo che esercitava la professione a
Brenau, in Austria. Un giorno nacquero nella sua clinica due bebè.
Uno era un maschio forte e di buona salute, che emetteva potenti
vagiti. L'altra era una femmina mongoloide, e i suoi genitori erano
tristi. Ho seguito la vita di questi due bebè per quasi 50 anni. La
bambina handicappata crebbe nella casa paterna e da adulta fu in grado
di prendersi cura della madre, colpita da un attacco cardiaco, durante
la sua lunga malattia. Non mi ricordo il nome di quella bambina.
Invece mi ricordo bene il nome del bambino sano, perché egli da
grande fece massacrare milioni di persone e morì in un bunker a
Berlino. Il suo nome era Adolf Hitler»(27). L'embrione
sembra mancare di tutto quello che si attribuisce ad una persona
umana: ragione. sentimenti, libertà, indipendenza. Dato che la
personalità si sviluppa progressivamente la legge non dovrebbe
considerare il nascituro come una persona solo in potenza? Come
l'esistenza della natura umana non dipende dallo sviluppo delle
proprie potenzialità fisiche, così essa non dipende dallo sviluppo
delle proprie potenzialità psicologiche (come la «personalità»);
tutte queste potenzialità presuppongono l'esistenza della natura
umana, ma non la costituiscono. Un uomo è persona ben prima di
svilupparsi una propria «personalità». Dunque non possiamo
discriminare i nati o i nascituri in base al loro grado di sviluppo
personale. Se così non fosse, dato che la personalità viene conseguita solo gradualmente, in un processo che continua anche dopo il parto e arriva fino all'adolescenza, allora sarebbe lecito sopprimere non solo i nascituri ma anche i bambini e i fanciulli che risultassero «immaturi». La gravità dell'omicidio dipenderebbe dall'età della vittima: uccidere un bimbo di 3 anni, che non ha ancora raggiunto l'uso della ragione, non sarebbe un crimine paragonabile a quello di uccidere un fanciullo di 13 anni. Oppure la gravità dell'omicidio dipenderebbe dalla maturità e consapevolezza della vittima: i nascituri, le persone mentalmente o psicologicamente handicappate, i malati in coma e tutte le altre categorie di persone in qualche modo minorate, verrebbero arbitrariamente private del riconoscimento di personalità e quindi del diritto a vivere; diventerebbe allora lecito ucciderle, non appena risultassero di peso per i parenti o per la comunità. L'iniziale sofisma sulla «personalità» finirebbe così col giustificare non solo l'aborto ma anche l'infanticidio e l'eutanasia. Del
resto, si potrebbe anche dire che la formazione della personalità non
termina mai, per cui nessun essere umano riuscirà a sviluppare
completamente la propria personalità, diventando perfetto. Resterà
sempre una persona incompiuta, mancando sempre di qualche elemento
necessario per raggiungere questa pienezza. In ogni fase della vita
l'uomo ha bisogno di svilupparsi, che si tratti dello sviluppo
intellettuale, di quello educativo, di quello affettivo, di quello
comunicativo, eccetera. Se la personalità dipendesse dalla
perfezione, si tratterebbe di un risultato mai conseguibile, di
un'autentica utopia. Perché mai una legge «proibizionista» dovrebbe
obbligare la donna ad una maternità che non accetta? Una legge
che proibisce l'aborto non pretende certo di costringere la madre ad
«accettare» un figlio indesiderato, ma vuole solo impedire che
questo rifiuto si traduca in un omicidio. Una volta partorito, la
donna può rifiutare il figlio facendolo adottare da qualcuno. Comunque,
una donna incinta è già madre; il suo figlio già esiste. Come il
corpo materno provvede organicamente al bambino che ha in seno, così
la psicologia della donna deve adeguarsi alla realtà della maternità,
accettando la responsabilità della nuova vita che ha fatto sorgere. Ma se la legge non permettesse l'aborto, le donne non verrebbero
costrette ad abortire clandestinamente, rischiando così la vita? Le
statistiche provano in maniera certa che, nei Paesi in cui l'aborto è
stato legalizzato con l'illusione di prevenire gli aborti clandestini,
non solo il numero di aborti ottenuti legalmente è aumentato in modo
progressivo, ma il numero di quelli clandestini non è diminuito. Il
dr. Christophe Tieze, un abortista, ammette: «Benché lo scopo
principale delle leggi sull'aborto sia stato quello di ridurre
l'incidenza degli aborti clandestini, questo risultato non è stato
raggiunto. Al contrario, apprendiamo da varie fonti che gli aborti,
sia legali che illegali, sono aumentati»(28). Questo
non deve meravigliare. Le donne che desiderano nascondere la loro
gravidanza, ad esempio quando è frutto di un adulterio, preferiscono
ricorrere alla clandestinità, perché né un pubblico ospedale né
una clinica privata garantiscono quell'anonimato necessario per
nascondere la loro colpa. Inoltre le donne che desiderano abortire
dopo il termine massimo concesso dalla legge, per quanto permissiva,
non possono farlo apertamente e quindi ricorrono anch'esse alla
clandestinità. I
ricchi potranno
sempre permettersi di abortire illegalmente senza rischi, mentre i
poveri restano costretti a ricorrere ad una pericolosa e umiliante
clandestinità. Non bisognerebbe quindi evitare questa
discriminazione, concedendo ai poveri la «pari opportunità» di
abortire con l'assistenza dello Stato, sia medica che economica? Permettere
ai poveri di sopprimere i loro figli non significa concedere loro una
«pari opportunità», ma semmai una «parità di crimine». Inoltre,
il pubblico denaro dovrebbe favorire la vita, non la morte; dovrebbe
essere speso per aiutare i figli dei poveri, non per sopprimerli. Come
raccomanda il prof. Rice, «le sovvenzioni pubbliche dovrebbero
cessare non solo per gli aborti, ma anche per ogni attività
organizzativa: che propaganda e favorisce l'aborto. Nessuna di queste
organizzazioni dovrebbe beneficiare di vantaggi fiscali»(29). Voi ammettete che certi aborti verrebbero praticati anche se la legge
tornasse a proibirli. Ma allora lo Stato non dovrebbe rinunciare a
promulgare divieti che non vengono rispettati? Da
quando è possibile eliminare un male legalizzandolo? Vi sono leggi
che proibiscono di saccheggiare le banche, eppure queste non cessano
di essere prese di mira da bande armate. La rapina a una banca è
un'attività traumatica e pericolosa: clienti, personale e rapinatori
possono morire durante l'assalto. Allora lo Stato dovrebbe forse
legalizzare il saccheggio delle banche, assicurando una pacifica e
incruenta «distribuzione» dei risparmi bancari a beneficio dei
rapinatori, illudendosi che costoro, accontentandosene, rientrino
nella «legalità»? L'aborto
è un crimine ben più grave dell'assalto alle banche, perché quello
che ruba - la vita - è un bene ben più prezioso del denaro e inoltre
non potrà mai più essere restituito né compensato. Dovremmo allora
legalizzare questo crimine atroce? La società e l'aborto «Il
bene comune, scopo essenziale di una società
organizzata, non può essere conseguito, se il bene di ogni essere
umano non viene promosso e difeso con forza. Ogni persona va
rispettata in tutti i suoi diritti, a cominciare
da
quello fondamentale, che è il diritto alla vita». Papa Giovanni
Paolo II (30) E'
vero che ogni figlio
ha diritto a nascere accettato ed amato dai genitori? Ogni
figlio ha innanzitutto diritto a nascere, altrimenti non verrà
accettato o amato da nessuno. Dovrebbe anche nascere in una famiglia
in cui sia accettato ed amato; ma a questo ideale non si giunge
permettendo di sopprimere i figli indesiderati, ma togliendo le cause
che contribuiscono al loro rifiuto. Il
dr. Diamond, noto pediatra della Scuola Medica Stricht dell'Università
di Loyola (USA), osserva: «Molto viene fatto allo scopo di prevenire
la nascita dei figli indesiderati. Ma mi sembra che qui c'è una
confusione. Essa consiste nel non riuscire a distinguere tra il figlio
indesiderato e la gravidanza indesiderata. In 15 anni di esperienza
nel campo del rapporto genitori-figli, ho solo rarissimamente
incontrato una madre che domandasse di sbarazzarla del figlio una
volta che l'aveva condotto dalla clinica a casa»(31). Se
una madre non desidera o non è capace di allevare il figlio che ha
messo al mondo, l'alternativa moralmente accettabile non è quella
dell'aborto bensì quella dell'adozione. Lo slogan «ogni figlio è un
figlio desiderato» è uno slogan che significa che «ogni figlio non
desiderato è un figlio soppresso». Una società civile deve
rifiutare un tale barbaro slogan. Ma che fare
della povera donna dei «terzo mondo» che ha già tanti figli? Non ha
forse ella un gran bisogno di ricorrere all'aborto? Questa
domanda nasconde il sofisma materialistico che possiamo chiamare «aborto
socio-economico». Proteggere le cosiddette «donne del terzo mondo»,
i poveri, gli emarginati, i discriminati, spingendoli o (peggio
ancora) costringendoli all'aborto, come pretende di fare l'ONU,
costituisce una flagrante contraddizione. Non è possibile migliorare
le condizioni di vita puntando sulla promozione della morte. Incitare
le povere donne del «terzo mondo» ad uccidere i loro figli non è un
esempio di filantropia bensì promozione del genocidio. La
stessa scienza economica ci assicura che non sono i nascituri i
responsabili della fame, dell'emarginazione, della discriminazione. Al
contrario, la fertilità di un popolo può costituire uno dei fattori
della sua ricchezza. E' quindi del tutto ingiusto punire con la morte
un bebè accampando pretesti socio-economici. Piuttosto, la società
internazionale è obbligata a trovare una vera soluzione ai reali
problemi del «terzo mondo». Essa deve proteggere la vita nascente,
senza ricorrere all'ipocrita espediente di lavarsene le mani
proponendo la falsa soluzione dell'aborto. Perché i
difensori della vita non promuovono quella «educazione sessuale»
che, puntando sulla contraccezione, permetterebbe di evitare il
ricorso all'aborto? Spesso
si sente dire che la contraccezione porrebbe fine al dramma
dell'aborto, e che quindi lo Stato dovrebbe promuovere la
pianificazione delle nascite; una «educazione sessuale» dovrebbe
insegnare agli adolescenti ad usare in modo efficace i vari tipi di
contraccezione, risolvendo così il problema delle gravidanze
indesiderate o eccedenti. In
realtà, la contraccezione non costituisce un'alternativa all'aborto
ma anzi ne promuove l'accettazione e la diffusione. Essa infatti
favorisce una mentalità che ricerca il piacere e rifiuta il
sacrificio, a qualunque costo; il figlio viene visto come un peso, un
problema, un ostacolo alla propria «libertà» ed «autorealizzazione».
La contraccezione estingue nelle coppie il desiderio di avere figli e
la volontà di accoglierli. Pertanto, quando la contraccezione
fallisce od ostacola il piacere, le donne abortiscono senza scrupoli.
La mentalità contraccettista spinge dunque a moltiplicare gli aborti
invece di eliminarli. Al contrario, le coppie che rifiutano la
contraccezione sono molto meno facili a ricorrere all'aborto. Ha
scritto Pedro Juan Viladrich: «La vita umana e le sue origini sono
naturalmente legate al comportamento sessuale della coppia umana.
Quando la coppia, per una qualunque ragione, disprezza la vita, essa
banalizza il rapporto sessuale; e quando questo è banalizzato, esso
colpisce la vita umana»(32). Uno Stato può
legalizzare l'aborto, almeno a precise condizioni? Lo
Stato non ha diritto di legalizzare l'aborto, con nessun pretesto e a
nessuna condizione; non essendo padrone della vita umana innocente,
esso non può sacrificarla a beneficio di pretesi interessi sociali o
politici. Se legalizza l'aborto, lo Stato legalizza l'omicidio e
commette un peccato sociale, minando quelle stesse basi della
convivenza civile che dovrebbe tutelare. Il cittadino deve valutare
una legge abortista come moralmente illecita e legalmente invalida,
alla quale ha tutto il diritto di obiettare in coscienza, di opporsi
civilmente e di chiederne l'abrogazione. Non
cambia nulla il fatto che uno Stato legalizzi l'aborto per decisione
democratica di una qualche maggioranza, sia parlamentare che
elettorale. La volontà popolare, anche se autentica, non ha diritto
di stabilire ciò che è buono e giusto, né può trasformare il male
in bene; essa può solo tollerare un male inevitabile ma non può
legalizzare un male, nemmeno col pretesto di evitarne uno maggiore. Afferma
Giovanni Paolo II: «Il valore della democrazia sta o cade con i
valori ch'essa incarna e promuove. Alla base di questi valori non
possono esservi provvisorie e mutevoli maggioranze di opinione, ma
solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto
legge naturale, è iscritta nel cuore dell'uomo ed è punto di
riferimento normativo della stessa legge civile. ( ... ) Quando una
maggioranza parlamentare o elettorale decreta la legittimità della
soppressione della vita umana non ancora nata, non assume forse una
decisione tirannica nei confronti dell'essere umano più debole e
indifeso? ( ... ) Leggi
di questo tipo non solo non creano nessun obbligo di coscienza, ma
sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse».
(Enciclica Evangelium
vitae, nn. 70 e 73). Ma se l'aborto è davvero un omicidio, come può la
società tollerare un tale genocidio di milioni di persone all'anno? L'aborto
esiste fin dai primordi della storia umana. Come il peccato, esso ha
radice nella ribellione dell'uomo a Dio: dal Peccato originale
commesso nell'Eden fino alle miriadi di peccati commessi oggi in tutto
il mondo. Ma se i nostri antenati praticavano l'aborto o addirittura
sacrificavano i loro figli a Moloch, le società civili cristiane dei
secoli passati hanno condannato l'aborto come un crimine commesso
contro Dio e contro l'uomo. La
nostra epoca atea e materialistica abbassa il nostro livello di civiltà
al di sotto di quello dei pagani, quando rifiuta l'eredità cristiana
per inebriarsi nella ricerca assoluta del piacere. L'idolo del
piacere, come il Moloch dei tempi antichi, reclama sacrifici umani; e
l'aborto è un tipico esempio di come l'eros disordinato conduce a
tanathos, alla morte e a quella forma di schiavitù che è il peccato. Afferma
Papa Giovanni Paolo li: «Reclamare il diritto all'aborto,
all'infanticidio, all'eutanasia, e inscrivere questi diritti nella
legge, significa attribuire alla libertà umana un significato
malvagio e perverso: quello del potere assoluto sugli altri e contro
gli altri. Ma questo è la morte della vera libertà: 'In verità, in
verità vi dico: chiunque commette peccato ne diventa schiavo" (Gv.
8, 34)»(33). Tuttavia, «cercando le radici più profonde della lotta
tra la cultura della vita e la cultura della morte, non possiamo
restringerle all'idea perversa di libertà. Dobbiamo giungere al cuore
della tragedia che l'uomo moderno sta vivendo: la perdita del senso di
Dio e quindi dell'uomo, tipica di un clima sociale e culturale
dominato dal secolarismo che, con i suoi tentacoli onnipresenti,
riesce talvolta a mettere alla prova le comunità cristiane. ( ... )
Quando il senso di Dio è perso, si tende a perdere anche il senso
dell'uomo, della sua dignità e della sua vita»(34). Conclusione E sia, io
condanno e rifiuto l'aborto; preserverò la mia famiglia da questo
inganno e da questa piaga. Avrò così fatto tutto quanto è
in
mio dovere? No:
preservare la propria famiglia non basta. Barricarsi nelle mura di
casa non servirà a nulla, se non forse a ritardare un poco la nostra
rovina, perché la cultura di morte penetra nelle nostre case, seduce
le nostre anime e manipola le nostre coscienze, specie quelle dei
giovani, con le arti sopraffine impiegate dai mass-media e dalla loro
propaganda. L'offensiva
della cultura di morte è sociale e quindi richiede una controffensiva
sociale; è il bene comune della società, ed anche quello della
Chiesa, che sono minacciati, per cui abbiamo il dovere d'impegnarci
nel campo civile e religioso in difesa della famiglia, della patria e
della Chiesa. Bisogna affrontare il problema alla radice e svellerne
le cause. Queste cause sono innanzitutto culturali, morali e
spirituali. Bisogna innanzitutto denunciare la «cultura di morte»
nei suoi slogan, nei suoi sofismi, nelle sue seduzioni; poi bisogna
lottare contro i suoi promotori, i propagandisti, i complici. Bisogna
anche promuovere come alternativa la cultura della vita, che è in
realtà la cultura della verità, quella che si basa sul dogma
cristiano e che si esprime nei più nobili sentimenti morali e che si
nutre delle virtù religiose e civili, specie quelle che rendono
possibile e amabile il sacrificio. Ad eros bisogna sostituire
l'autentico amore cristiano, a tanathos lo spirito di sacrificio. Così
facendo, potremo restaurare, con l'aiuto di Dio, le basi della società
cristiana, sconfiggendo i mostri del XX secolo che vorrebbero dominare
anche il XXI. L'ora
della nostra prova è giunta. Nell'opporci all'aborto e difendere la
vita, dobbiamo usare l'eterno rimedio: ora et labora, prega e lotta.
Noi dobbiamo pregare perché in definitiva tutto dipende da Dio, ma
anche lottare come se tutto dipendesse da noi. Note l.
Cfr. «Guardian Weekly», 19 agosto
1990 2.
Per una precisa comprensione, cfr. Thomas W. Hilgers e 3. «Family
planning perspectives» (Prospettive
di pianificazione familiare), marzo-aprile 1983,
pp. 85 e 86. 4.
Myriam Cain, «Fight for life» (Lotta
per la vita), African Christian Action, Città del Capo (Sudafrica) 1995, p. 6; 5.
Ann Aschengrau Levin, «Ectopic
pregnancy and prior induced abortion» (Gravidanza ectopica e
aborto indotto medicalmente), 15
settembre 1987, p. 7. 6.
Vincent Rue & a., «A report
on the psychological aftermath of abortion» (Un rapporto sui
postumi dell'aborto), 15 settembre
1987, p. 7. 7. «A man's viewpoint on abortion» (Il punto di vista di un uomo sull'aborto), su «Great
Expectatives», autunno 1988,
pp. 1 e 4. 8.
Sally B. Olds & a., «Obstetric
Nursing», Addison-Wesley Publishing, MenIo Park 1980; 9.
Keith L. Moore, «The
developping human: clinically oriented embriology» (L'essere
umano nel suo sviluppo: embriologia clinica), Saunders, Philadelphia 1977. 10.
Landrum B. Shuttles e David Rorvik, «Human
life begins at conception» (La vita umana comincia dal
concepimento), su «Rites ofLife»,
Zondervan Grand Rapids 1983. 11
Ibidem. 12.
E. Blecheshmidt, «Human being
from the very first» (Essere umano fin dall'autentico inizio), in:
T. W. Hilgers, «New perspectives ... », cit., p. 10. 13.
Bart T. Heffernan, «The early
biography of every man» (La primordiale biografia di ogni uomo),
in: Thomas W. Hilgers e Dennis J. Horan, «Abortion
and social justice» (L'aborto e la giustizia sociale), Sheed &
Ward, New York 1972, p. 4. 14.
Bart T. Heffernan, op. cit., p. 7. 15.
A. William Liley, «A case against
abortion» (Una considerazione contro l'aborto), su «Liberal
Studies», 1971; cfr. anche Id., «Thef
oetus in control of his environment»
(Il feto padrone
del suo ambiente), in: Hilger & Hogan, «Abortion
and social justice»,
cit., pp. 27-33. 16.
Ronald Reagan, «Abortion and the
conscience of a nation», (L'aborto e la coscienza di una nazione),
su «Human Life Review», a.
XII, n. 2, primavera 1983, p. 13. 17.
Jack e Barbara Willke, «Handbook
on abortion», Hayes Publishing, Cincinnati 1975, pp. 22-24. 18.
Ronald Reagan, art. cit;, p. 9. Cfr. anche John T. Noonan jr: «The experience of pain by the unborn» (L'esperienza del dolore
nel nascituro), cit. da T. W. Hilgers, «Newperspectives
... », cit., pp. 205-216. 19.
Charles E. Rice, «50 questions on
abortion, euthanasia and related issues» (50 domande su aborto,
eutanasia e questioni annesse), Cashel Institute, Notre-Dame 1986, p.
37. 20.
Cfr. John L. Grady, «Abortion yes
or no» (L'aborto sì o no), American Opinion, Belmont s. d., p. 11. 2
l. Papa Pio XII, Allocuzione al congresso del «Fronte per la famiglia»,
del 27 novembre 1951. Cfr. la spiegazione medica in John Marshall,
Medecine and morals (Medicina e morale), Hawthorne, New York 1960, pp.
83-85. 22.
Charles E. Rice, «No exception: a
pro~life imperative» (Nessuna eccezione: l'imperativo pro-vita),
Tyholland Press, Notre-Dame 1990, p. 76. 21,
M. Cain, «Fight for life»,
cit., p. 10. 24.
Papa Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium
vitae, n. 12. 25.
Cfr. Earl E. Appleby jr: «Prenatal
euthanasia: extermination of persons» (L'eutanasia prenatale:
sterminio di persone), su «The
Eternal Call», a. 1 (199 1), n. 4, p. 12. 26.
Eugene F. Diamond, «This curette
for hire» (Questo raschiatoio è da lodare), ATCA Foundation,
Chicago 1977, p. 68. 27.
Jack e Barbara Willke, «A genetique
choice» (Una scelta genetica), su «Right
to Life of G. Cincinnati Newsletter», gennaio 1996, p. 3. 28.
Christhopher Tietze, «Abortion in
Europe» (L'aborto in Europa), cfr. E. Diamond, This curette for
hire, cit., p. 102. 29.
Charles E. Rice, «50 question on
abortion ... », cit., p. 43. 30.
Papa Giovanni Paolo II, discorso del 16 aprile 1989. 31.
Eugene Diamond, «This curette of
hire», cit;, p. 83. 32. Pedro
Juan Viladrich, «Aborto e
sociedade permissiva», Quadrante, Sào Paulo 1987, p. 73. 33. Papa
Giovanni Paolo 11, enciclica Evangelium
vitae, n. 20. 34.. Ibidem,
n. 21. Fonte: VOGLIO VIVERE - Anno II, n° 8 -
Agosto 2003
|