Un esperto neonatologo commenta il caso della piccola Charlotte Wyatt in Gran Bretagna
E invita i medici ad essere “tramite per i genitori nell’incontrare il bambino”

 

ROMA, lunedì, 18 ottobre 2004 (ZENIT.org).- Ha destato molto scalpore in Italia il caso della piccola Charlotte Wyatt, una bambina inglese nata fortemente prematura a 26 mesi di gestazione, e le cui complicazioni hanno visto contrapporsi i medici contro i genitori.

I medici si sono detti poco disposti a intraprendere manovre rianimatorie, mentre i genitori vorrebbero la continuazione di ogni intervento medico che possa mantenere in vita la piccola Charlotte.

Il problema è finito all’Alta Corte londinese che ha dato ragione ai medici, con la motivazione che prolungare artificialmente la vita di Charlotte, “non è nel suo migliore interesse”.

Per cercare di comprendere i limiti etici e medici della vicenda, ZENIT ha intervistato il dott. Carlo Bellini, Docente di Terapia Neonatale nella Scuola di Specializzazione di Pediatria dell’Università di Siena e Dirigente del reparto di Terapia Intensiva Neonatale di Siena.

Dottor Bellieni, cosa pensa del caso della bambina inglese, su cui l’Alta Corte Inglese si è di recente pronunciata, negando ai genitori di opporsi alla decisione dei medici di non rianimarla, in caso di “crisi grave”?

Carlo Bellieni: Nessuno può pronunciarsi su un caso di cui non è dato di conoscere i dettagli. Tuttavia c’è qualcosa di inquietante.

Cosa?

Carlo Bellieni: Il modo con cui è stato trattato dai giornali! Troppo superficiale e fuorviante. Un conto è “non accanirsi”, altro è pensare che esista una “vita ingiusta”. Quest’ultimo termine (wrongful life) appare più volte nella corrente letteratura bioetica, per parlare di persone, soprattutto bambini, che si sostiene non sarebbero dovuti nascere. E per questo si sostiene che possano chiedere un indennizzo: per non esser stati eliminati.

Negli ultimi anni i progressi tecnici ci permettono di far vivere bambini che 15 anni fa erano destinati a morire di sicuro. Questo, però, si accompagna al rischio di un serio handicap per questi piccolissimi sopravvissuti, spesso incurabile. Al neonatologo questo genera sempre grande tristezza, ma mai rimorso. Invece l’idea che serpeggia è che rianimare questi piccolissimi sia sbagliato.

Non lo è?

Carlo Bellieni: Sicuramente no, per due motivi: in primo luogo perché non si può avere certezza sulla prognosi nei primi giorni di vita. In secondo, perché, se si fosse fatto così venti anni fa, non si avrebbe oggi nessun progresso. E quante famiglie non avrebbero avuto la gioia di avere un bambino, seppur prematuro! Infine, perché nessuno è depositario del diritto a vivere di un altro… neanche i suoi stessi genitori.

Sa che un recente studio (e altri USA) ha dimostrato che nelle rianimazioni neonatali Svedesi che non rianimano i piccolissimi prematuri, si rischia di “perdere” un buon numero di neonati che non hanno né avranno gravissime patologie?

Dunque non è solo un problema morale?

Carlo Bellieni: E’ sia morale che clinico. Ed è anche un problema per gli operatori. Un’inchiesta in due ospedali francesi che praticano le sospensioni delle cure (“arret des soins”) riporta frasi del tipo “E’ pesante”, “quando siamo di fronte al campo neurologico non si è mai certi di niente”. “Nei giorni di arresto delle cure siamo tristi, così non va”.

Ma, tornando al caso della bambina inglese, non è giusto che si possa “morire in pace”?

Carlo Bellieni: Certo che lo è! Il problema è saper distinguere. Bisogna sapere che esistono casi certamente letali e casi di morte cerebrale, pur con attività cardiaca presente: qui ogni insistenza è fuori luogo.

Ma esistono anche i casi di bambini “davvero gravi”, con prognosi infausta dal punto di vista neurologico. Esiste infine, come dicevo, il caso di bambini che hanno fattori di rischio gravissimi, come l’estrema prematurità o un’asfissia gravissima, ma sui quali non si può essere sicuri di niente.

E’ in questi ultimi due gruppi che intravedo il rischio.

Quale?

Carlo Bellieni: Che, partendo dalla giusta non-insistenza dovuta ai bambini del primo e del secondo gruppo, si smetta di insistere con gli altri due. C’è già chi non considera “persone” i bambini con ritardo neurologico grave, e discute se lo siano quelli con grave patologia debilitante come la spina bifida… e lo scrivono sulle riviste di pediatria.

Esiste una raccomandazione inglese per sospendere le cure ai bambini del primo e secondo gruppo, ma anche a quelli che “non sopportano”, così come “i loro genitori” la grave malattia che li affligge! Michael Gross in un libro spiega che c’è un consenso a subordinare fra l’altro questa sospensione delle cure a interessi economici e psicologici “di terzi”, talora in modo attivo. Fortunatamente questo non avviene in Italia!

Quali sono le prospettive?

Carlo Bellieni: Esistono delle prospettive positive: l’uso di analgesici deve essere incrementato senza false remore o pregiudizi: non si deve permettere che qualcuno, soprattutto i piccoli soffrano se si può evitare. Deve essere il medico capace di non limitarsi ad essere un fornitore di servizio, ma essere il tramite per i genitori nell’incontrare il bambino, nel momento del dare la diagnosi di patologia pre- e post natale.

L’accettazione o meno del bambino dipende in buona parte da come viene detta questa notizia, e soprattutto se il medico lascia o meno soli e senza prospettive i genitori. La tendenza attuale è di evitare proprio questo. Infine sembra che qualcosa si stia muovendo nel senso di aiuti alle famiglie di bambini con handicap, troppo spesso lasciate senza il doveroso aiuto socio-economico dalla società.


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