"Dire che l’embrione è
individuo fin dall’inizio non è un’affermazione fideistica, ma
risulta del tutto in linea con la ricerca biologica"
Marina
Corradi - Avvenire 26 gennaio 2005
INTERVISTA
La Chiesa usa due diversi criteri di «natura» per la nascita e per la
morte? C’è contraddizione tra il sì alla macchina che certifica i
decessi e il divieto di usare tecniche di procreazione? Dopo il j’accuse
di Galli della Loggia apriamo il dibattito. Oggi interviene Francesco
D’Agostino
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«Le contraddizioni della Chiesa»,
titolava domenica l'editoriale del Corriere della sera, a firma di Ernesto
Galli della Loggia. A proposito dell'inizio e della fine della vita. Della
tutela dell'embrione, e di quella dell'uomo che muore. «Stupefacente»,
afferma Galli della Loggia, la «disinvoltura» con cui la ortodossia
cattolica accettò a suo tempo che la nozione di morte tradizionale
mutasse: non più la cessazione del battito cardiaco, ma un particolare
andamento dell'elettroencefalogramma. Che la morte, cioè, «dipendesse
dal responso di una macchina». «Come si può affermare la intangibile
naturalità dell'Inizio, quando si è rinunciato a affermare il carattere
naturale della Fine?», è la domanda. Domanda che, in termini magari meno
dotti, non ha smesso di serpeggiare anche fra molti credenti. La morte
cerebrale, la morte dell'uomo che respira, e l'espianto degli organi, non
sono ancora pienamente comprensibili per tutti. Francesco D'Agostino è il
presidente del Comitato nazionale di Bioetica.
Professore, è vero che la Chiesa ha rinunciato a affermare il
carattere naturale della morte, che lo ha consegnato a una macchina?
«La morte è sempre stata accertata con degli strumenti. Strumento sono
anche le dita del medico sul polso del paziente, o lo specchio a
evidenziarne il fiato dalla bocca: tecniche per accertare la permanenza
del battito cardiaco o della funzione respiratoria. Ma le conoscenze
scientifiche acquisite negli ultimi decenni hanno dimostrato che né
l'arresto del cuore né quello dei polmoni sono indizi sufficienti ad
accertare l'evento della morte, perché, in determinate circostanze, sono
fenomeni reversibili e compatibili con la riattivazione della pienezza
delle funzioni vitali. La morte è di principio un evento irreversibile: e
questo evento si verifica solo quando tutte le cellule cerebrali, private
di irrorazione sanguigna, sono morte. Il tracciato
dell'elettroencefalogramma, che attesta (assieme ad altri elementi) la
cosiddetta morte cerebrale, è semplicemente lo strumento più raffinato
che la scienza di oggi ha elaborato per accertare la morte, con
possibilità di errore praticamente inesistenti e comunque molto, ma molto
minori di quelle legate all'accertamento della morte cardiaca. Oggi non
c'è più il rischio di scambiare per morte uno stato di coma, anche se
persistente. Ai fini della donazione degli organi, l'accertamento della
morte cerebrale ha un'importanza immensa».
La Chiesa dunque, passando dall'adozione della diagnosi per arresto
cardiaco a quella per morte cerebrale, si è affidata pienamente alla
scienza...
«La Chiesa non ha mai dato - e giustamente - tanto credito alla scienza
come ha fatto in questi ultimi decenni. E' un'idea superata quella che
oppone il sapere teologico, di cui la Chiesa è legittima custode, al
sapere della scienza. La determinazione di quando sorge biologicamente una
nuova vita e di quando una vita muore spetta alla scienza, non alla
filosofia o alla teologia. Filosofia e teologia hanno piuttosto il compito
di mostrare come la vita umana abbia una dignità, categoria che non
rientra in quelle della scienza».
Attualmente la biologia afferma che, a partire dal concepimento, la
formazione dell'embrione prima, e del feto poi, è un continuum. Ma, se un
domani le conoscenze scientifiche giungessero invece a affermare il
contrario, cosa dovrebbe fare la Chiesa?
«Ritengo che il magistero della Chiesa ne prenderebbe lealmente atto.
Vede, ci sono tanti equivoci da dissipare. Sentiamo comunemente ripetere
che l'affermazione secondo cui l'embrione è un nuovo individuo fin
dall'inizio del concepimento è un'affermazione fideistica. In realtà,
essa è assolutamente in linea con le scoperte della biologia, consolidate
in tutti i manuali comunemente usati nelle università».
Torniamo alla contraddizione segnalata da Galli della Loggia. Il
moribondo, o meglio il defunto in stato di morte cerebrale, sarebbe
ridotto dalla Chiesa a una mera possibile fonte di organi da prelev are a
fini di trapianto. L'embrione è ritenuto invece intangibile, in ogni
caso, e non può mai diventare oggetto di ricerca. Perché?
«Perché il donatore di organi è un cadavere, mentre l'embrione è un
individuo vivente. Perché il donatore di organi, o la sua famiglia, hanno
dato il consenso all'espianto, mentre all'embrione nessuno richiede il
consenso, né esso potrebbe darlo. Per quanto i trapianti siano l'unica
possibile terapia per tante malattie altrimenti mortali, essi non
potrebbero mai essere giustificati se presupponessero l'omicidio o
comunque comportassero la morte del donatore di organi. La sperimentazione
sugli embrioni ne implica di necessità la distruzione o, per usare
un'espressione più diretta, l'uccisione. Non può avere valore etico il
principio secondo il quale si debba uccidere, per realizzare il bene di
qualcuno, anche di un malato terminale».
In conclusione, che dire di questo j'accuse sulla Fine appaltata a una
macchina?
«Che non si appalta proprio nulla. E' sempre assolutamente doveroso
accertare con rigore il decesso di una persona. Quando poi la persona
morta potrebbe diventare donatrice di organi, è doveroso usare il massimo
rigore e questo è quello che avviene quando si utilizzano le procedure -
accuratamente precisate per legge - per accertare la morte cerebrale.
Tutto nella legge sull'accertamento della morte è pensato per garantire i
pazienti e il loro assoluto diritto alla vita. Dobbiamo ripetere fino alla
noia che con la legislazione attuale mai e poi mai si potrà realizzare un
espianto di organi da un soggetto che non sia assolutamente morto. Il
consenso della Chiesa alla legge vigente in Italia è stato ben
meditato».