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L'aborto in cui la donna è sempre più sola Ru486, una pillola che aiuta soprattutto il medico a lavarsene le mani Il Foglio, 27 settembre 2005 Nicoletta Tiliacos |
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Un grande equivoco circonda il dibattito sulla possibile
introduzione,
anche in Italia, della pillola abortiva Ru486. Chiarito una volta per tutte
che la sospensione della sperimentazione all'Ospedale Sant'Anna di Torino,
voluta dal ministero della Salute, riguarda le modalità della
sperimentazione stessa (che, dopo gli annunciati aggiustamenti nelle
procedure, potrà continuare), rimane il fatto che l'aura di facilità e di
"riduzione del danno" legata alla Ru486 sono, da un punto di vista
concreto
(psicologico e fisico) pure astrazioni. Non è vero che il dolore fisico nell
'aborto chimico sia minore rispetto a quello effettuato con l'aspirazione
chirurgica. Spesso accade che sia addirittura più violento e che sia
accompagnato da fortissime nausee (lo documenta la letteratura scientifica,
e anche i sostenitori della Ru486 non osano negarlo). E della maggiore
"sostenibilità" psicologica di un aborto emorragico vissuto in
solitudine a
casa propria (è questo lo scopo della pillola), è poi lecito dubitare. A fare la differenza, quindi, sono altri fattori, assai
poco nominati e
considerati. Fattori squisitamente culturali, che perseguono la
derubricazione dell'aborto a "qualcos'altro", a faccenda facilmente
(ma
quando mai?) gestibile a domicilio dalla donna, e solo da lei. E' evidente,
infatti, che l'unico soggetto a trarre evidenti vantaggi dall'adozione della
Ru486, non è certo la donna che ricorre all'aborto ma il medico. Anzi, l'
operatore sanitario, come è definito nell'orribile gergo burocratico, che
dovrà limitarsi a prescrivere il farmaco abortivo, a controllarne l'
assunzione da parte della donna e a seguire il decorso di quello che, da un
certo punto in poi, egli potrà considerare come un qualsiasi aborto
spontaneo. Non più agente e "facitore" di aborti, ma semplice
supervisore di
un atto che la donna compie completamente da sola, nel momento in cui le
viene messa in mano la pillola abortiva da mandar giù. La legge francese al
riguardo è chiara: la donna assume il farmaco abortivo di fronte al medico.
Tutto qua. E' strano che non si parli mai, nelle polemiche sulla
Ru486, della gran
voglia che i medici hanno (ed è anche umano e più che logico, del resto), di
"lavarsi le mani" dal carico di negatività legato agli aborti. Con
quella
negatività (minimizzata, magari negata dalla "praticità" della
Ru486) la
donna che sceglie di abortire continua invece a confrontarsi, e non potrebbe
essere altrimenti. Scriveva la femminista americana Naomi Wolf, nel 1995,
che "l'aborto deve essere legale e ogni tanto è addirittura necessario. A
volte la madre deve essere in grado di decidere che il feto, in tutta la sua
umanità, deve morire. Ma non è mai giusto o necessario minimizzare il valore
delle vite coinvolte o del sacrificio che avviene nel lasciarle andare
via". Minimizzare e "deumanizzare" il feto, e quindi
la pratica abortiva,
inventare pietose e insieme spietate metafore per non ammettere che di
aborto si tratta, non è un buon servizio che si fa alle donne. Perché le
donne la loro verità comunque la conoscono, e trovarsi nella "comoda"
privacy casalinga alle prese con l'emorragia abortiva significa solo che
quell'atto doloroso non solo è affar loro (in un certo senso lo è sempre
stato e sempre lo sarà) ma lo è di nuovo nella più desolata e fredda delle
accezioni. Chi ha creduto alla necessità di una legge che regolamentasse l'
aborto, e chi nel 1981 ha difeso la 194 non solo dal referendum del
Movimento per la vita ma anche dal contemporaneo (e altrettanto sonoramente
bocciato) referendum radicale che chiedeva la liberalizzazione completa
della scelta delle strutture dove poter praticare l'interruzione di
gravidanza, dovrebbe ricordarsi che, allora, il problema fu proprio quello
di sottrarre la donna alla solitudine nella scelta dell'aborto. Non si sta teorizzando un'impossibile condivisione. La solitudine della donna può essere lenita, non eliminata. Ma la "comoda" pillola Ru486 realizza il ritorno all'isolamento come valore, come bene da ricercare in nome di una facilità che è solo nominale, che suona offensiva e che farà soprattutto piacere a "operatori sanitari" stanchi assai demotivati. Ancora una volta, conviene chiamare le cose con il loro nome, perché tanto le cose si vendicano dei nomi di comodo che proviamo ad affibbiar loro. L'aborto chimico casalingo non è il trionfo dell'autodeterminazione femminile, è la banalizzazione e la negazione di un dolore che continua a esserci.
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