ROMA, domenica, 21 novembre 2004 (ZENIT.org).-
Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica
dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
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Negli ultimi trent’anni si è sviluppato un sempre maggiore interesse
dell’assistenza sanitaria nei confronti della cura ai morenti o, come più
frequentemente vengono chiamati, ai “malati terminali”. Tale
assistenza ha progressivamente acquisito nuove possibilità ed ambiti di
intervento, per varie ragioni: l’allungamento della vita che ha generato
un alto numero di persone (per lo più anziani) con problemi di malattia
cronica e/o degenerativa inguaribile; l’affinamento delle competenze nel
trattamento dei sintomi correlati alla fase terminale di malattia,
soprattutto del dolore; la sensibilità delle società occidentali per le
problematiche legate alla cosiddetta “qualità della vita”; la
disponibilità economica dei paesi industrializzati di predisporre
personale, tecnologia e strutture anche per coloro che non hanno più
realistiche possibilità di guarire o di migliorare il quadro clinico
complessivo, laddove questi pazienti , in contesti socio-economici
disagiati sono generalmente lasciati alle cure esclusive della cerchia
familiare.
È così cresciuta notevolmente la cultura delle cure palliative,
ovvero la conoscenza e la diffusione di un tipo di assistenza – non solo
sanitaria – che si occupa non solo di intervenire nel decorso di una
patologia, oramai giunta a gravità estrema, ma di controllare i sintomi
che si accompagnano alla malattia, e che sono causa di disagio e di
sofferenza per il paziente. Parallelamente, tali cure promuovono il
benessere della persona morente e dei suoi familiari prestando
un’attenzione specifica agli aspetti psicologici e spirituali, e
prolungandosi talora nel supporto all’elaborazione del lutto
(successivamente al decesso del malato). La medicina palliativa e le cure
palliative in genere, dunque, non hanno finalità propriamente
terapeutica, ma mirano ad aiutare le persone nel tempo che
contraddistingue l’avvicinarsi della morte e il prepararsi ad essa (cfr.
M. Iceta, Le cure palliative, risposta adeguata alla situazione
terminale o cronica di malattia, in Noriega J., Di Pietro M.L. (eds.),
Né accanimento né eutanasia, Lateran University Press, Roma 2002,
p. 165-171).
È dunque un campo che si occupa eminentemente della qualità della
vita, come sottolinea la più recente definizione di cure palliative
proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002 (cfr. C.
Sepúlveda et al., Palliative Care. The World Health Organization’s
Global Perspective, “Journal of Pain and Symptom managment”, 24,
2, Aug 2002, p. 91-96; cfr. anche in http://www.who.int).
Qui si profila, tuttavia, un bivio cruciale che trae la sua origine
proprio dal dibattito sulla nozione di qualità di vita, oramai
consolidato perché contestuale alla nascita stessa della bioetica.
La linea di pensiero che più frequentemente si è appropriata di tale
nozione pretende di valutare attraverso un “giudizio di qualità” –
potenzialmente arbitrario in quanto soggettivo – la dignità e il valore
della vita umana, ritenendo che, ad esempio, in alcune situazioni di
malattia grave o di compromissione della vita relazionale sia da
preferirsi la morte, da ricercarsi come mezzo per eliminare tali
condizioni di sofferenza. Tali vite “compromesse”, in altre parole, non
varrebbero la pena di essere vissute (cfr. D. Neri, Eutanasia.
Valori, scelte morali, dignità delle persone, Laterza, Bari 1995).
Al contrario, la nozione di “sacralità della vita” riconosce un
valore intrinseco e ineliminabile in qualsiasi vita umana
indipendentemente dalle sue condizioni, in virtù della dignità personale
umana presente in ogni istante dal concepimento alla morte. Tale valore,
dunque, non “viene attribuito” da una volontà finita - dal soggetto o
da altri individui o dalla società - ma viene “trovato” e
“ricevuto” come dato contenuto nella legge naturale accessibile
all’uomo mediante la riflessione intellettiva. In tale prospettiva è
possibile, forse, anche un recupero in positivo del concetto di “qualità
di vita” così come viene veicolato appunto dalle cure palliative
rettamente intese (Jonsen A.R., Siegler M., Winslade W.J., Etica
clinica. Un approccio pratico alle decisioni etiche in medicina clinica,
ed. it. a cura di A.G. Spagnolo, McGraw-Hill, Milano 2003, p. 127-178).
Il bivio in cui si colloca la “qualità della vita”, infatti, trascina
in una duplice interpretazione anche il significato delle cure palliative,
da una parte intendendole come baluardo contro l’eutanasia, dall’altra
come possibile giustificazione dell’eutanasia stessa. Questo punto
essenziale dell’etica di fine-vita si inferiva nel XIX Congresso
Internazionale del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute su
“Le cure palliative” (Città del Vaticano, 11-13 novembre 2004). Come
ha spiegato il Presidente del Pontificio Consiglio organizzatore, il
cardinal Javier Lozano Barragán, una sezione del convegno riguardava la
“realtà” delle cure palliative, e si proponeva esplicitamente di
indagare “che cosa sono” e “che cosa non sono”, ovvero forme –
anche camuffate – di eutanasia.
Dalle riflessioni e dalle testimonianze offerte dai relatori è emerso una
volta di più come le cure palliative possano rappresentare un vero e
proprio antidoto alle richieste eutanasiche, e come per converso
l’introduzione di normative favorevoli all’eutanasia determini una
drastica diminuzione della somministrazione di cure palliative ai morenti,
più rapidamente “gestiti” attraverso la loro eliminazione. È questo
uno dei dati che vengono dall’Olanda, primo paese al mondo ad avere
legalizzato l’eutanasia, nel 2002 (Fenigsen R., Dutch euthanasia: the
new government ordered study, “Issues Law Med.”, 20(1), Summer
2004, p. 73-79).
Gli studiosi che difendono la medicina palliativa sono generalmente
contrari all’eutanasia come “soluzione” ai problemi di fine-vita.
Tuttavia, si scorgono fra coloro che propugnano la diffusione delle cure
palliative in funzione anti-eutanasica alcune posizioni ambigue, che
combattono una eutanasia dalla definizione alquanto ristretta, ottenendo
l’effetto più o meno cosciente di avallare altre forme di “uccisione
pietosa”, e alimentando la confusione terminologica e concettuale che
circonda le questioni etiche di fine-vita.
L’Associazione Europea per le Cure Palliative (EAPC), ad esempio, ha
emanato nel 2003 un documento con cui esprime ufficialmente la sua
posizione sull’eutanasia, definita come “l’azione di uccidere
intenzionalmente una persona, effettuata da un medico, per mezzo della
somministrazione di farmaci, assecondando la richiesta volontaria e
consapevole della persona stessa” (Materstved L.J. et al., Eutanasia
and physician-assisted suicide: a view from an EAPC Ethics Task Force,
“Palliative medicine”, 17, 2003, p. 97-101,; tr. it. su “Rivista
Italiana di Cure Palliative”, 1/2004, p. 42-46).
Con questa definizione viene ammessa la fittizia differenza etica fra
azione ed omissione, laddove dovrebbe apparire ovvio che si compie un atto
analogo per natura ed intenzione quando si provoca la morte attraverso la
somministrazione di un farmaco letale o attraverso la sospensione di (o
l’astensione da) un trattamento dovuto. Lo afferma chiaramente il
Santo Padre nel Discorso ai partecipanti al Congresso:
“l’eventuale decisione di non intraprendere o di interrompere una
terapia sarà ritenuta eticamente corretta quando questa risulti
inefficace o chiaramente sproporzionata ai fini del sostegno alla vita o
del recupero della salute” (Giovanni Paolo II, Evitare ogni forma di
eutanasia, “Osservatore Romano”, 13 novembre 2004, p. 5).
In altri termini, l’unico tipo di astensione o sospensione terapeutica
lecito è il rifiuto dell’accanimento terapeutico, cioè di
trattamenti inutili, gravosi e onerosi per il paziente oramai giunto
inesorabilmente al termine dell’esistenza. Infatti, “il rifiuto
dell’accanimento terapeutico non è un rifiuto del paziente e della sua
vita. […L]’oggetto della deliberazione sull’opportunità di iniziare
o continuare una pratica terapeutica non è il valore della vita del
paziente, ma il valore dell’intervento medico sul paziente” (ibid.).
Di contro, la restrizione dell’eutanasia a quella “attiva
volontaria” renderebbe moralmente accettabile la mancata
somministrazione di terapie necessarie alla vita – ad esempio
l’insulina per un diabetico o la dialisi per una persona affetta da
insufficienza renale – e perfino l’astensione da cure ordinarie che
non rappresentano atti medici, come l’alimentazione e l’idratazione,
anche artificiali.
È comprensibile a questo punto come la medesima duplicità di
atteggiamento di ritrovi nella determinazione di quali siano concretamente
le cure palliative inadeguate o sproporzionate: quelle che non
corrispondono ai reali bisogni del paziente, o perché non si impegnano
efficacemente a rendere sopportabili i disagi del malato (come il dolore
fisico, l’ansia, la solitudine) o perché vanno “oltre” i bisogni
della malattia, risolvendosi in un modo per anticipare volontariamente la
morte dei pazienti.
Precisa infatti il Santo Padre: “mentre non si deve far mancare ai
pazienti che ne hanno necessità il sollievo proveniente dagli analgesici,
la loro somministrazione dovrà essere effettivamente proporzionata
all’intensità e alla cura del dolore, evitando ogni forma di eutanasia
quale si avrebbe somministrando ingenti dosi di analgesici con lo scopo di
provocare la morte” (ibid. ).
Un atteggiamento veramente umano nei confronti dei morenti, e dunque delle
cure palliative, deriva direttamente e necessariamente da una concezione
equilibrata della sofferenza, in particolare dall’acquisizione della capacità
di soffrire per primi. Chi non sa soffrire, infatti, non può amare.
La fuga spasmodica da ogni forma di sofferenza, ovvero la ricerca
parimenti spasmodica del piacere sono incompatibili con l’amore, che per
definizione si esplica nel dono di sé e nella rinuncia a sé, cioè
all’ego-ismo. A questo si riferisce l’Evangelium Vitae
osservando che “[q]uando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo
nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come
uno scacco insopportabile” (n. 64).
Nel Discorso citato, invece, il Papa chiarisce che “[d]i fatto
esiste una relazione direttamente proporzionale tra la capacità di
soffrire e la capacità di aiutare chi soffre. L’esperienza quotidiana
insegna che le persone più sensibili al dolore altrui e più dedite a
lenire i dolori degli altri sono anche più disposte ad accettare, con
l’aiuto di Dio, le proprie sofferenze” (Giovanni Paolo II, Evitare …cit.).