Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo
Pontificio Regina Apostolorum
La celebrazione della “Festa della mamma” nel mese di maggio ha nella società
italiana un indubbio significato emotivo e sentimentale che, come altre
“feste” non originariamente religiose (la festa del papà, la festa della
donna, la festa dei lavoratori), si presenta talora come alternativa rispetto ad
una seria riflessione sul senso della maternità e ad un riconoscimento
autentico della categoria delle mamme: diventa cioè un appuntamento
consumistico, frivolo, magari laicista.
Eppure, può rappresentare un’occasione propizia per comprendere più
profondamente la bellezza e il valore dell’essere madre, soprattutto nel mese
che la Chiesa Cattolica dedica alla Madre celeste.
Anche a livello umano, dalla Madonna abbiamo tutto da imparare: innanzitutto
l’umiltà, cioè il dono di avere un’idea di sé effettivamente conforme
alla realtà, poi la virtù tipicamente femminile dell’accoglienza, la capacità
materna di meditare nel proprio cuore gioie e dolori dei figli partecipando
intensamente nell’intimo alle loro vicende, la conoscenza intuitiva
dell’animo umano, la dolcezza e la delicatezza nei modi.
Se il sentimentalismo tende a stravolgere questi esempi riducendoli a “momenti
di spontaneità”, il sentimento invece, ossia l’apporto delle passioni
ordinate all’azione dell’intelletto (intelligenza e volontà), illuminano
l’interiorità dell’uomo e ne rappresentano un aspetto irrinunciabile,
essenziale per una crescita personale equilibrata e fondamentale per lo sviluppo
morale.
La verità di tali affermazioni discende dalla considerazione attenta della
natura umana che viene dall’antropologia filosofica, e trova puntuale
attestazione nei risultati della ricerca scientifica. Una conferma di questo
dato giunge ad esempio da un corposo studio messo a punto dalla Commissione
per i bambini a rischio creata dal Dartmouth Medical School (USA) e dall’Institute
for American Values, che nel settembre del 2003 ha pubblicato un rapporto dal
titolo accattivante e pressoché intraducibile: Hardwired
to Connect. The New Scientific Case for Authoritative Communities.
Attraverso la terminologia informatica, l’espressione “hardwired to connect”
indica che gli esseri umani sono “collegati per stabilire connessioni”, cioè
strutturalmente “legati”, predisposti alla relazione con altri, al fine di
interagire efficacemente con il prossimo, comunicando attraverso tutti i canali
a disposizione. Un canale primario è rappresentato dal contatto fisico tra
madre e bambino.
Nel linguaggio del gruppo di studio, composto da pediatri, psicopedagogisti,
neurologi, sociologi e filosofi di fama internazionale, la “connessione” è
appunto il tipo di capacità di relazione che deriva dalla comunicazione nella
primissima infanzia, e in particolare da alcuni particolari “tratti”
comunicativi tipici del modo in cui le mamme di ogni tempo e di ogni luogo
accudiscono i loro bambini: cullare il bimbo, guardarlo intensamente durante
l’allattamento o il cambio del pannolino, imitarne i suoni, fargli il
solletico (“formichina formichina”), accarezzarlo, coinvolgerlo in piccoli
giochi come quello di nascondersi e riapparire (“cucù” o “bu-bu settete”),
cantare ninne nanne.
Le neuroscienze insegnano che questi momenti di intimità stimolano una parte
del cervello chiamata “limbic brain” (cervello o sistema limbico),
che è la sede dei collegamenti cerebrali responsabili delle emozioni, e il cui
esercizio rende la persona progressivamente in grado di avere reazioni corrette
al contatto, alla vicinanza fisica, ai sentimenti altrui.
La mancanza o la scarsità di tali momenti, come si nota macroscopicamente nei
bambini cresciuti negli orfanotrofi, produce una serie di ritardi nello sviluppo
emotivo dei bambini, disturbi del comportamento, una minore capacità di
interazione sociale anche in futuro, e perfino uno scarso accrescimento
corporeo.
Il bambino privato per lungo tempo del rapporto con la mamma (o di chi ne possa
validamente fare le veci), infatti, passa da una fase di “protesta” in cui
piange e si dispera per la solitudine o la nostalgia, ad una fase di
“depressione” in cui non piange più, non cerca più la mamma, ma si chiude
in se stesso, triste e sconsolato, e rallenta molte delle sue funzioni vitali,
dal battito cardiaco alla respirazione, fino alla produzione di ormone della
crescita.
D’altra parte, già in passato si erano avuti esempi di gravi alterazioni nei
bambini per la mancanza di relazioni famigliari adeguate, in particolare di
quelle materne.
L’imperatore Federico II, all’inizio del 1200, tentò un crudele esperimento
sui neonati, per scoprire quale fosse la lingua primitiva. Racconta Salimbene da
Parma (Cronica, par. 1664-1665) che a tal fine i bambini venivano nutriti
e lavati, senza che nessuno potesse parlare loro, né cullarli, né cantare
nenie, ma l’esperimento fallì miseramente, perché i piccoli, lungi dal
manifestare una “lingua spontanea”, morivano tutti (cfr. L. Cantoni, N. Di
Blas, Teoria e pratiche della comunicazione, Apogeo, Milano 2002, p. 72).
La letteratura scientifica riporta nella storia una settantina di casi di
“wild children” (“bambini ferini”) vissuti per anni in stato di
abbandono parziale o totale. Pur avendo normali capacità fisiche e potenzialità
intellettive, questi bambini mostravano un ritardo notevole nello sviluppo
psico-fisico e non parlavano, mentre i progressi, una volta reinseriti nel
contesto civile, erano strettamente funzionali al grado di “recupero
affettivo” che potevano compiere grazie all’accoglienza di chi li prendeva
in cura (cfr. C. Navarini, Filogenesi e ontogenesi del linguaggio. L’umanità
contesa dei “bambini selvaggi” , in “L’analisi linguistica e
letteraria”, 1/1994, pp. 221-252).
Infine, già dagli anni Ottanta l’indagine psico-pedagogica e socio-pedagogica
ha rilevato che negli Stati Uniti sono in forte crescita le percentuali di
depressioni cliniche e di disturbi del comportamento nei bambini (Hardwired
to Connect, p. 8); fra le cause, si tende ad ammettere oggi la diminuzione
del tempo che le mamme trascorrono con i loro bambini per ragioni professionali,
organizzative, o semplicemente per l’abitudine diffusa a ricorrere agli asili
giornalieri (“day care”), con conseguente senso di colpa, riconosciuto o
negato, nelle mamme stesse e dunque ulteriore rinforzo degli atteggiamenti
distorti nei bambini (cfr. S. Venker, 7
Myths of Working Mothers: Why Children and Most Careers Just Don't Mix,
Spence Pub, 2004).
In definitiva, emerge sempre più chiaramente anche dal dato sperimentale che
l’essere umano è strutturalmente in relazione con gli altri, e che le fonti
primarie della vita di relazione sono per chiunque i propri genitori, e in
particolare la propria mamma, con cui tale relazione inizia già nel grembo.
Mentre rivolgiamo il nostro pensiero riconoscente a chi ci ha messo al mondo e
amorevolmente accudito, cerchiamo anche di avvertire la responsabilità a creare
le condizioni culturali (ed economiche) favorevoli affinché le mamme non
rinuncino, per la carriera o per una male intesa idea di realizzazione
personale, alla loro missione più importante, che è quella di accogliere ed
accompagnare in ogni istante i propri figli nel cammino della vita.