Elio Sgreccia - Vice presidente della Pontificia Accademia per la vita
Osservatore Romano 22 Settembre 2004
1. L'ultimo limite varcato
Non è stato possibile fino a questo momento reperire il testo del protocollo
che descriverebbe l'accordo intervenuto tra la clinica universitaria di
Groningen in Olanda e le autorità giudiziarie olandesi, riguardante
l'estensione della possibilità di eutanasia anche per i bambini sotto i 12
anni, fino all'età neonatale. Tale protocollo - stando alle notizie diffuse
dalle agenzie di stampa e attribuite al Dr. Edward Verhagen, direttore della
suddetta clinica - stabilisce "con estremo rigore, passo dopo passo, le
procedure che i medici debbono seguire" per affrontare il problema di
"liberare dal dolore" i bambini (nell'arco di età menzionato)
gravemente ammalati, sottoponendoli ad eutanasia. La legge varata in Olanda dal
Parlamento il 1 Aprile 2002 già prevedeva l'aiuto a morire ("suicidio
assistito") non soltanto per gli infermi adulti che ne avessero fatto
richiesta "esplicita, ragionata e ripetuta" e per i giovani dai 16 ai
18 anni che ne avessero formulato domanda scritta (art. 3, sez. 2 della legge),
ma anche per gli adolescenti capaci di consenso, dai 12 ai 16 anni, con la
condizione che i genitori stessi, o chi ne avesse la tutela giuridica,
aggiungessero il loro consenso alla richiesta personale dei soggetti colpiti da
malattia inguaribile o da dolore (art. 4, sez. 2). Ora, con questo ultimo
accordo medico-giudiziario, in Olanda si varca un limite finora proibito persino
per la sperimentazione clinica, stando ai Codici di Helsinki: si consente
l'eutanasia - stando sempre alle notizie diffuse, da ritenere purtroppo fondate
- anche per i bambini sotto i 12 anni, compresi quelli in età neonatale, per i
quali non si può certo parlare di valido consenso. Per questa età, come
accennato, rimane proibita in tutto il mondo la stessa sperimentazione clinica a
motivo del fatto che essa può sempre comportare un certo rischio, sia pur
minimo, per il soggetto arruolato, né è possibile derogare tale norma con il
consenso dei genitori o dei tutori, tranne il caso in cui tale sperimentazione
non sia ad utilità della vita o della salute dello stesso soggetto su cui si
compie. Le norme etiche relative alla sperimentazione clinica, ispirate ai
principi proclamati dopo il processo di Norimberga, sono state abbondantemente
oltrepassate negli ultimi accadimenti olandesi. L'accordo medico-giudiziario,
infatti, permette, con il consenso dei genitori, la valutazione del medico
curante e - a quel che si dice - di un eventuale medico
"indipendente", l'accesso all'eutanasia. Non si può parlare qui di
"aiuto a morire" o di "suicidio assistito", bensì di una
morte inflitta per "liberare dal dolore", cioè di eutanasia vera e
propria. Le osservazioni che sorgono spontanee sono molte e profondamente
sconcertanti, soprattutto sul piano morale.
2. Il piano inclinato
È facile notare come abbia funzionato la legge del "piano inclinato"
per cui, una volta ammessa la legittimità della morte inflitta per pietà
sull'adulto cosciente che ne faccia richiesta esplicita, ripetuta e documentata,
poi si passi anche ad allargarne l'applicazione ai giovani, agli adolescenti con
il consenso dei genitori o dei tutori, ed infine ai bambini ed ai neonati,
ovviamente senza il loro consenso. È facile anche prevedere che lo scivolamento
sul piano inclinato dell'eutanasia continuerà nei prossimi anni fino ad
includere i pazienti adulti ritenuti incapaci di chiedere il consenso, come ad
es. i malati mentali o i soggetti in coma persistente o in stato vegetativo. Si
afferma che c'è pur sempre il giudice che può vigilare sugli abusi e punire il
medico che eventualmente trasgredisca le norme, ma a che cosa può fare appello
il giudice quando la norma toglie ogni base per definire l'abuso stesso? Si dice
anche che l'argomento del piano inclinato è debole: a mio avviso, invece, esso
dimostra di funzionare ineluttabilmente nella sua perversa efficacia, perché
sottintende la non assolutezza dei valori da tutelare ed è accompagnato da un
evidente relativismo morale. Esso funziona sul terreno dell'eutanasia così come
in diversi altri campi di etica pubblica, sia che si tratti di aborto (in tal
caso, si comincia dal caso dell'anencefalo per finire al caso del figlio
concepito prima delle vacanze), sia che si tratti della procreatica (qui, si
parte dalla richiesta della legalizzazione dell'inseminazione omologa per finire
alla questione della autorizzazione della clonazione terapeutica). Quando poi
nel piano inclinato non agisce soltanto il dislivello del pendio logico, ma
anche l'interesse economico, allora lo scivolamento diventa fatale ed
inarrestabile.
3. Su quale fondamento etico
Qualora si voglia ricercare una "motivazione etica" a questo
"progressivo declino di umanità", essa risulterà facilmente
rintracciabile nella letteratura contemporanea. Per giustificare l'eutanasia, si
è partiti dal fare riferimento al principio di autonomia, così come è
enunciato dal Manifesto sull'eutanasia del 1974, rafforzato in alcuni Paesi
dalla richiesta di far valere sui medici il cosiddetto "testamento di
vita"; in questa prospettiva, il tutto della moralità si concentrerebbe
nel fatto che il paziente, sapendo di poter disporre della propria vita, intende
anche disporre della propria morte. La legge olandese, al momento
dell'approvazione, per rassicurare l'opinione pubblica ha sottolineato che la
richiesta del paziente deve essere insistente, lucida, possibilmente scritta;
ma, con l'avanzamento ora stabilito, addirittura si prescinde dalla volontà del
soggetto che, per la sua età, è ovviamente incapace di esprimere una propria
scelta e la si sostituisce con la volontà di altri, parenti o tutori, e con il
giudizio interpretativo del medico. Il medico addirittura deve valutare il
dolore e la sofferenza del paziente e stabilire se sono tali da giustificare
l'anticipazione della morte. Ma allora, non è più il principio di autonomia ad
essere in gioco, bensì una decisione "esterna", che dovrebbe essere
considerata etica anche quando viene imposta dall'adulto cosciente e valente su
un soggetto incapace di valutare e di chiedere: in seguito ad essa, il soggetto
beneficiario viene fatto morire intenzionalmente, come un "morto
ammazzato". Altro che autonomia e senso di pietà! Siamo di fronte ad un
tipo di libertà degli adulti considerata legittima anche quando viene
esercitata su chi non ha autonomia. Per giustificare l'eutanasia, poi, si è
anche fatto appello alla liberazione dal dolore "inutile" e dalla
sofferenza, come vorrebbe indicare, in qualche modo, il prefisso bonario ("eu-")
del termine mortifero di eutanasia. Ma di quale sofferenza si tratta? E a chi
appartiene questa sofferenza?
Il soggetto bambino o neonato che, come dicono i pediatri, soffre di meno
dell'adulto, non è in grado di valutare o di definire insopportabile la sua
sofferenza; chi valuta, secondo le norme olandesi, è il medico e quelli che
consentono e decidono sono i parenti. Non si tratta per caso della loro
sofferenza? Si sa, poi, che la nostra età ha reso quasi del tutto
"curabile" il dolore; le cure palliative e quelle antalgiche, promosse
grazie a Dio in tutto il mondo ed invocate dai medici e dalla sanità, riescono
a mantenere e armonizzare l'umanità delle cure e la serenità della morte. A
prescindere dalla dignità che va riconosciuta al dolore del malato e al valore
di solidarietà che suscita la presenza della sofferenza innocente, forse che il
dolore e la sofferenza si curano con la violenza della morte anticipata? C'è da
pensare seriamente alla possibile comparsa di un darwinismo sociale, che intende
facilitare l'eliminazione degli esseri umani gravati da sofferenza e da difetti
per "anestetizzare" la società tutta. È stato precisamente Darwin a
considerare un ostacolo all'evoluzione umana la costruzione degli ospedali per i
pazzi, gli infermi e i malati, così come l'elaborazione di leggi per sostenere
gli indigenti (cfr. C. Darwin, La descendence de l'homme et la sélection
sexuelle, citato in J.C. Guillebaud, Le principe d'humanité, Editions du Seuil,
2001, p. 368), perché questi atteggiamenti della società impedirebbero o
ritarderebbero l'eliminazione naturale dei soggetti difettosi. Non per niente
alcuni commentatori, anche laici, nei giornali di questi giorni hanno parlato di
"eugenismo mascherato", in riferimento a quest'ultima passo avanti
della legge olandese sull'eutanasia.
4. La deriva utilitarista
Penso che non sarebbe comunque incongruo porre l'attenzione ad una mentalità
utilitarista che sta progressivamente penetrando nella società occidentale, con
l'ideologia della massimizzazione del piacere e la minimizzazione del dolore,
cui non manca il supporto di quell'utilitarismo legato al bilancio e
all'assegnazione delle risorse nel campo della medicina definita
"impossibile", proprio perché troppo onerosa per la comunità. Questo
utilitarismo, legato al bilancio, considera prevalenti i programmi relativi
all'incremento della ricchezza e della produttività o della competitività
industriale, rispetto ai doveri del sollievo della sofferenza e al sostegno del
malato, sempre più consegnato alla precarietà delle proprie risorse economiche
e sempre meno sostenuto dallo Stato. Dunque, saremmo lontani non soltanto
dall'etica della libertà, ma anche dall'etica della solidarietà, saremmo sotto
il dominio della società dei forti e sani e dentro la logica del primato
dell'economia. Ma siamo ancora dentro "l'umanità"?
5. Il principio di umanità
Alcuni studiosi hanno rilevato l'esistenza di una grande contraddizione nella
nostra società contemporanea, una sorta di schizofrenia tra due elementi; da
una parte, la proclamazione dei "diritti dell'uomo" e la ricerca della
definizione di "delitti contro l'umanità", dall'altra, l'incapacità
di definire chi è l'uomo e, di conseguenza, quale azione sia da ritenersi umana
o non umana (cfr. J.C. Guillebaud, Le principe d'humanité, cap I). Quello che
sembra si stia smarrendo nella nostra cultura è il "principio di umanità".
È umano curare il dolore e predisporre hospices per i malati di tumore, oppure
è più umano predisporre il farmaco letale per le persone che sono affette da
mali inguaribili, sia che queste lo chiedano in prima persona, sia che siano i
medici a supporre che lo chiederebbero se potessero? A chi è passato il governo
del concetto di "umano/non umano", dopo che è stata negata la natura
umana, l'ontologia della persona e l'adeguata concezione della dignità umana?
La dignità umana sussiste nel morente, in modo tale che nessuno possa avanzare
un dispotismo di vita e di morte su colui che soffre e sta per morire? Questo è
il punto: ritrovare la dignità dell'uomo, di ogni uomo in quanto portatore del
valore di persona, valore trascendente sulla realtà terrena, fonte e fine della
vita sociale, bene su cui converge l'universo (S. Tommaso d'Aquino qualifica la
persona "quod est perfectissimum in rerum natura"), bene che non può
essere strumentalizzato per alcun altro interesse da chicchessia (come ricorda
anche la migliore tradizione della morale laica a partire da Kant). In questa
dignità di persona la tradizione biblica vede "l'immagine e
somiglianza" con il Creatore e, nel Cristianesimo in particolare, trova la
identificazione con il Cristo stesso ("Ero malato e mi avete
assistito" – cfr. Mt. 25). Si tratta di salvare ad un tempo il concetto
di umanità e il fondamento della moralità, rispettando la vita e la dignità
della persona umana.
6. L'apporto della Chiesa
La posizione della Chiesa sul tema dell'eutanasia è ben conosciuta,
costantemente ribadita e confermata; essa va letta con lo sguardo rivolto alla
tutela della dignità e della vita di ogni uomo: "Ora, è necessario
ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione
di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto,
vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere
questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua
responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna
autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di
una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona
umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità."
(CDF, Iura et Bona, p. II). La enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II,
che ribadisce la condanna morale dell'eutanasia come "grave violazione
della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di
una persona umana" (n. 64), insiste nel suggerire "una via ben
diversa… la via dell'amore e della vera pietà, che la nostra comune umanità
impone e che la fede in Cristo Redentore, morto e risorto, illumina con nuove
ragioni. La domanda che sgorga dal cuore dell'uomo nel confronto supremo con la
sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella
disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di
compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova" (n. 67). Con
l'insegnamento, le attività e le strutture proprie, la Chiesa si pone
costantemente in questa prospettiva. L'Europa, che sta proponendosi al mondo
come un'unità di popoli solidali in nome dei "diritti dell'uomo",
tuttora capace di conservare un plurimillenario patrimonio di civiltà
umanistica, improntata al rispetto della persona e alla pratica della solidarietà,
dovrebbe respingere da sé ogni infiltrazione culturale ispirata al cinismo
utilitarista o al primato dell'economia sull'uomo, per continuare a proporre
modelli legislativi a sostegno dell'uomo e della sua dignità, in una società
solidale.