ROMA, domenica, 19 settembre 2004 (ZENIT.org).-
Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo
Pontificio Regina Apostolorum.
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Sembrava definitivamente scomparso dalle scene, inequivocabilmente dismesso dal
linguaggio della scienza e dal quello comune. E invece eccolo di nuovo, il
termine “pre-embrione”, spuntare improvviso nelle riviste scientifiche e in
quelle divulgative, nelle notizie dei giornali e nei dibattiti televisivi.
Compare ad esempio una decina di volte in un articolo della rivista scientifica
“Le Scienze” sulla procreazione assistita (N. Frontali e F. Zucco, Sterili
per legge, “Le Scienze”, settembre 2004, pp. 58-63), utilizzato con
noncuranza (così come “ovuli fecondati”), con valore scientifico e “non
etico”. Tutto l’articolo, a dire il vero, punta a rivendicare le ragioni
della scienza, di contro al significato teologico che il concepimento
avrebbe per gli estensori della italiana n. 40 sulla procreazione medicalmente
assistita (PMA), i quali, conclude il testo, “non hanno capito il legame che
esiste fra l’evoluzione delle tecniche di PMA e il progresso della ricerca
scientifica” (p. 63).
Eppure, utilizzando il termine pre-embrione, le autrici toccano un tasto
che fin dal suo sorgere ha avuto poco a che vedere con il rigore scientifico. Il
termine fu coniato nel 1979 dall’embriologo Clifford Grobstein, specializzato
negli studi sulle rane, che ammise di volere in questo modo “ridurre lo status
dell’embrione umano precoce” (cfr. C. Grobstein, External Human
Fertilization, “Scientific American”, 240, 1979, pp. 57-67).
A quel tempo, infatti, la nascita della prima bambina concepita in provetta,
Louise Brown, nel 1978, aveva causato la vertiginosa proliferazione dei centri
di fecondazione in vitro. Di conseguenza, l’allora Ministro della Sanità,
Joseph Califano, nutrendo preoccupazioni etiche relativamente a quella che si
presentava come sperimentazione umana, aveva chiesto pubblicamente indagini
sull’embrione umano precoce. Grobstein cercò di risolvere le preoccupazioni
dichiarando l’embrione umano precoce un “pre-embrione”, cioè una
“non-persona” (cfr. C.W. Kischer, When
Does Human Life Begin? The Final Answer, 7/04/2004).
Successivamente il termine fu utilizzato in due importanti sedi internazionali:
la Commissione Warnock in Gran Bretagna, volta a stabilire gli ambiti di liceità
nella sperimentazione umana e nelle tecniche di riproduzione assistita (Department
of Health and Social Security, Report of the Committee of Inquiry into Human
Fertilization and Embryology , Her Majesty's Stationary Office, London,
1984, pp. 27 e 63), e il Comitato etico della Società Americana per la Fertilità,
di cui lo stesso Grobstein faceva parte (The Ethics Committee of The American
Fertility Society, The biologic characteristics of the preembryo,
“Fertility and sterility”, Supplement 1, 46, 1986, pp.27 ss.).
La letteratura scientifica, sia specialistica che divulgativa, si è poi
appropriata del termine, divenuto ben presto un utilissimo strumento persuasivo
dell’opinione pubblica sull’innocuità etica della manipolazione embrionale.
In tutti i documenti favorevoli alla manipolazione del “pre-embrione”
venivano identificati alcuni criteri che ne giustificavano la distinzione dal vero
embrione, quello che apparirebbe magicamente dal quattordicesimo giorno di vita
in poi o anche oltre. Tali criteri si fondavano sull’osservazione secondo cui
attorno al quattordicesimo giorno avverrebbero alcune sostanziali “novità”
nello sviluppo del piccolo uomo: 1. si completa l’impianto nella parete
dell’utero materno, iniziato verso il V-VI giorno dal concepimento; 2. aumenta
la differenziazione cellulare, così da rendere impossibile la gemellazione
monovulare, cioè il fatto che da un solo ovulo fecondato derivino due individui
gemelli; 3. compare la stria primitiva, ovvero il disco embrionale da cui
si svilupperebbe “direttamente” il corpo dell’embrione (cfr. A: Serra e R.
Colombo, Identità e statuto dell’embrione umano: il contributo della
biologia, in Pontificia Accademia Pro Vita, Identità e statuto
dell’embrione umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998,
pp. 106-158).
In realtà, proprio l’indagine della biologia ha stabilito con certezza che
tali “progressi” nello sviluppo embrionale non rappresentano novità
sostanziali, ma sono parte dell’evoluzione ininterrotta dell’organismo dal
primo istante, la fecondazione, all’ultimo, la morte della persona. Dal
momento della fecondazione in poi, infatti, l’essere umano (ogni essere
vivente), possiede alcune proprietà biologiche fisse: la coordinazione,
cioè il fatto di rappresentare un’unità funzionalmente organizzata secondo
uno scopo stabilito e autonomamente perseguito dal programma genetico
dell’organismo; la continuità, ovvero il fatto che in ogni momento
dell’evoluzione si tratta sempre dello stesso individuo che si va via via
modificando; la gradualità, ossia il progressivo costituirsi attraverso
le varie fasi dello sviluppo della forma finale dell’individuo, secondo la
propria identità, individualità e unicità. La possibilità
della gemellazione non rappresenta un’obiezione valida: non vi è infatti
alcuna ragione per cui, dal fatto che un embrione possa “generarne” un altro
– per una sorta di “clonazione naturale” –, si debba dedurre
l’inesistenza individuale dell’embrione originario (A: Serra e R. Colombo, Identità
e statuto…cit., pp. 143-145).
Le argomentazioni sinteticamente riportate hanno trovato largo consenso nella
comunità scientifica, fino alla quasi totale messa al bando (almeno a livello
internazionale) dell’espressione ambigua (cfr. ad esempio R. O'Rahilly, e F.
Müller,
Human Embryology and Teratology, Wiley-Liss, New York 1992; B.M. Carlson,
Human Embryology and Developmental Biology, Mosby, St. Louis 1994; T.W.
Sadler, Langman's Medical Embryology, 7 ed., Williams and Wilkins,
Baltimore 1996).
Fino ad ora. Negli ultimi anni, i tentativi di diffusione massiva della
“pillola del giorno dopo”, da un lato, e l’interesse a portare avanti la
ricerca con le cellule staminali embrionali, dall’altro, hanno ripristinato il
vecchio dibattito sull’individualità umana dell’embrione precoce, stavolta
non più a livello strettamente scientifico, ma culturale e politico. In altre
parole: siamo di fronte ad una grande e consapevole bugia, che ha trovato in
Italia un terreno particolarmente favorevole a causa del dibattito vivacissimo
sulla fecondazione artificiale, e soprattutto sulla selezione genetica
preimplantatoria degli embrioni.
Come afferma C. Ward Kischer: “il cosiddetto pre-embrione è una falsa fase
dello sviluppo umano, inventata da un embriologo degli anfibi solo per ragioni
politiche. Non ha alcuna giustificazione credibile. Pertanto, la sua inclusione
nel linguaggio dell’embriologia rappresenta un imbroglio di dimensioni
colossali. Adolph Hitler diceva: ‘Le grandi masse saranno più facilmente
vittima di una grande bugia che di una piccola’” (C.W. Kischer, The
Big Lie in Human Embryology. The Case of the Preembryo, 17/9/2004).