La Ru486 è il metodo abortivo più rischioso, lo dice la più importante rivista medica americana

Il Foglio, 6 dicembre 2005

  

 Roma. E' la più dura bordata alla leggenda diffusa da vecchi e nuovi piazzisti della pillola abortiva Ru486, secondo i quali essa sarebbe il sistema meno invasivo e più sicuro (più dell'aspirazione col metodo Karman, per intendersi) per la salute delle donne che interrompono la gravidanza.

Ad attaccare in modo circostanziato quella versione dei fatti è l' editoriale dell'ultimo numero del New England Journal of Medicine. Per chi non la conoscesse, si tratta della rivista che occupa il vertice assoluto per esperienza (è stata fondata nel 1781 dalla Massachusetts Medical Society) e per prestigio tra i periodici medici internazionali. Il NEJM, che ha cadenza settimanale, è soprattutto molto attento ai problemi di politica sanitaria. E' il professor Michael Greene (professore di ostetricia, ginecologia e medicina riproduttiva alla Harvard Medical School di Boston e firma importante della rivista), a mettere in fila i fatti concreti che, con buona pace dei piazzisti di cui sopra, rovesciano totalmente il giudizio di maggiore sicurezza della Ru486.

L'articolo di Greene prende le mosse dai recenti allarmi della Food and Drug statunitense, costretta a modificare per due volte in otto mesi i foglietti illustrativi della pillola abortiva, dopo che quattro ragazze che l'avevano usata sono morte in California in meno di due anni, tutte per il rarissimo shock tossico da Clostridium Sordellii (un'altra ragazza, canadese, era morta nello stesso modo nel 2001). Si trattava, scrive Greene, di "donne giovani e in buona salute", e questo rende ancora più inspiegabili le circostanze delle loro morti. Che erano state semplicemente precedute da forti crampi addominali, del tutto prevedibili nell'aborto con la Ru486, e senza che nemmeno una linea di febbre segnalasse lo shock settico in atto.

Ma la parte forse più importante del ragionamento del dottor Greene è quella che, con tutto il peso della testata su cui appare, afferma che le percentuali di mortalità legate all'aborto chimico con Ru486 sono dieci volte più alte di quelle connesse all'aborto effettuato con aspirazione o raschiamento. Tutte le statistiche che fino a oggi equiparavano le percentuali di mortalità, scrive Greene, in realtà mettevano a confronto cose inconfrontabili. L'aborto chirurgico si effettua (parliamo dell' America) fino alla ventunesima settimana di gestazione e oltre. L'aborto chimico, invece, è per definizione efficace solo entro l'ottava settimana di gestazione. Ma allora, scrive il New England Journal of Medicine, per avere termini comparabili riguardo i rischi dei due metodi dobbiamo confrontare le morti che intervengono entro le prime otto settimane. E' così facendo che il maggior rischio a carico della Ru486 appare evidente.

Scrive Greene: "Il tasso globale di mortalità da aborto negli Stati Uniti è all'incirca di un caso ogni centomila. Questo tasso globale in realtà 'mescola' tutte le procedure usate negli Stati Uniti a tutte le età gestazionali (le fasi della gravidanza, ndr)", mentre, scorporandole, "il tasso di mortalità aumenta esponenzialmente da 0,1 casi su centomila entro le otto settimane di gestazione a 8,9 su centomila a ventuno o più settimane di gestazione". Il mifepristone (nome scientifico della Ru486) è approvato per l'interruzione di gravidanze arrivate a circa sette settimane. Allora, spiega Greene, è chiaro che "la comparazione appropriata è con il rischio di 0,1 casi su centomila aborti chirurgici eseguiti entro le prime otto settimane". Ed emerge così quel rischio dieci volte superiore che smentisce tutti coloro che fanno della Ru486 una inopinata bandiera di attenzione per la salute della donna.

Le conclusioni del New England Journal of Medicine sono preoccupate. Secondo Greene "le pazienti dovrebbero essere informate del rischio prima di acconsentire alla procedura e dovrebbero vigilare sui sintomi dopo" mentre chi "la somministra deve essere avvertito della potenziale complicazione e non deve sentirsi rassicurato per l'assenza di febbre". Per quanto riguarda il legislatore, che pure "deve tener conto di queste rare complicazioni in prospettiva", la rivista invita a "non reagire esageratamente precludendo prematuramente l'unica opzione medica (non chirurgica, ndr) approvata per interrompere la gravidanza".

 Il dottor Greene, insomma, non è nemmeno contrario alla Ru486, ma ne indica onestamente e chiaramente i rischi, rari ma terribili. Non altrettanto si può dire dei medici alla Silvio Viale, troppo impegnati a promuovere la Ru486 per dar credito agli allarmi della Fda, e che, siamo sicuri, riuscirà ad accusare anche il NEJM di intesa col nemico. Le raccomandazioni della Fda, pur riportate con gran risalto dal liberal New York Times, non hanno del resto trovato alcuno spazio sui giornali italiani, a parte pochissime eccezioni. Buffa contraddizione, per tutte le illuministiche testate che si richiamano a ogni pié sospinto all'autorevolezza della scienza. Chissà come la metteranno con il dottor Greene. (nic.til.)


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