ROMA, domenica, 4 luglio 2004 (ZENIT.org).-
Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo
Pontificio Regina Apostolorum.
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Le legislazioni che riconoscono il diritto al suicidio medicalmente assistito o
all’eutanasia sono poche: lo stato dell’Oregon (USA), l’Olanda, il Belgio.
Ma nel 2002 lo stato della Florida per soli tre voti non ha seguito la loro
sorte, mentre fra il 1997 e i 1998 ben 26 stati americani hanno tentato invano
di emanare leggi analoghe; il Northern Territory dell’Australia, poi, aveva
approvato nel 1996 una legge sull’eutanasia che è stata revocata l’anno
seguente, mentre vasti movimenti d’opinione supportano le scelte eutanasiche
in molti paesi occidentali, fra cui spiccano Francia e Spagna.
Il fatto che numerosi progetti di legge in questo campo siano stati abortiti non
deve far trascurare un dato fondamentale: i tentativi “falliti” lasciano
comunque un segno profondo nel clima culturale e nell’orizzonte etico. Lo
abbiamo visto in tutte le battaglie legislative sulle questioni bioetiche: si
cerca di presentare i casi estremi al fine di fare accettare quelli normali, si
enfatizzano le aberrazioni più radicali per abbassare la soglia del giudizio
morale negativo, si incita a considerare il “compromesso” come corretta via
di soluzione dei conflitti etici.
Così, le discussioni sul diritto di morire vanno assumendo quasi ovunque toni
drammatici e accorati, legandosi in maniera apparentemente indistricabile ad
altre problematiche etiche di fine-vita, in particolare all’uso di un’adeguata
terapia del dolore e al rifiuto di ogni forma di accanimento terapeutico. Nella
considerazione di questi temi entrano infatti spesso volute ambiguità che
mirano positivamente a confondere le idee, anche attraverso la decisiva
complicità dei mezzi di informazione.
In realtà, tali atteggiamenti non risultano affatto aproblematici, implicando
piuttosto la subdola pratica dell’“eutanasia lenta” (slow eutanasia)
o dell’eutanasia nascosta, eseguite dal personale sanitario sia su richiesta
sia senza il consenso del paziente (cfr. W.J. Eijk, Il
Rapporto 2001/2002 sulla prassi dell'eutanasia nei Paesi Bassi: considerazioni
critiche, Medicina e Morale: rivista internazionale bimestrale di
bioetica, deontologia e morale medica. 2003; 6: 1137-50).
Il rifiuto dell’A/I, infatti, provoca uno stato di deperimento che conduce un
paziente grave alla morte in poche settimane, con disagi fisici la cui entità
dipende dalle condizioni della persona malata. Per questo viene associata
comunemente alla sospensione dell’alimentazione/idratazione la sedazione più
o meno pesante, addirittura “completa” o “terminale”.
La sedazione “terminale” consiste nella somministrazione di sedativi in
misura tale da indurre la perdita di coscienza. Tale stato viene mantenuto
attraverso l’infusione endovenosa fino alla morte, spesso accelerata
ulteriormente dalla sospensione dell’A/I. I fautori di tale metodo annoverano
fra le indicazioni la presenza di sofferenze insopportabili, resistenti agli
analgesici oppioidi, insieme alla volontà del paziente di non “essere
presente a se stesso nel momento della morte”, o alla volontà esplicita di
anticipare la morte in modo indolore. La sedazione conduce alla morte
generalmente in 1-5 giorni.
Un buon controllo del dolore è certamente opportuno nei pazienti in fase
terminale, e tale obiettivo è “potenzialmente sempre perseguibile” con i
mezzi a disposizione della medicina palliativa (cfr. N. Valko, Sedated
to Death? When “comfort care” becomes dangerous Pentecost. 2002;
XVII). Nelle proposte o richieste di sedazione terminale, tuttavia, si riscontra
spesso l’intento prettamente eutanasico o suicidario di voler sopprimere
intenzionalmente la vita (M.B. Blocker, The
Ethics of Terminal Sedation as a Treatment for End-of-Life Pain and Suffering,
Biblical Bioethics Advisor. 2004; 7: 1-3).
In questo senso, non si tratta semplicememente di alleviare il dolore, causando
indirettamente l’incoscienza o l’anticipazione della morte – secondo il
principio etico del duplice effetto – ma di volere precisamente tali effetti
come mezzi per eliminare le sofferenze. Jansen e Sulmasy distinguono
infatti correttamente fra sedation of the imminently dying e sedation toward
death (L.A. Jansen, D.P. Sulmasy, Sedation,
Alimentation, Hydration, and Equivocation: Careful Conversation about Care at
the End of Life, Annals of Internal Medicine. 2002; 136: 845-9).
Nel primo caso si verificano le seguenti condizioni: “1. Il paziente è
prossimo alla morte (ore, giorni o al massimo poche settimane); 2. Ha uno o più
sintomi refrattari alle cure palliative standard; 3. Il medico ha tratta in modo
vigoroso i sintomi con una terapia di nota efficacia; 4. Tale terapia ha un
effetto collaterale sedativo dipendente dal dosaggio, che è previsto ma non
voluto come conseguenza del tentativo di alleviare i sintomi del paziente; 5.
Questa terapia può essere accompagnata dalla sospensione dei mezzi di sostegno
vitale che risultano inutili o sproporzionatamente gravosi”.
Nel secondo caso, al contrario, “1. il paziente non è necessariamente
nell’imminenza della morte; 2. il sintomo refrattario ai trattamenti è
semplicemente la coscienza di non essere ancora morto; 3. il medico seleziona
una terapia che renda il paziente incosciente come mezzo per trattare i sintomi
refrattari; 4. i trattamenti di sostegno vitale sono sospesi al fine di
accelerare la morte”.
Sulla generale opportunità di somministrare cibo e fluidi nei pazienti in stato
vegetativo persistente e in fase terminale si è espresso ancora di recente il
Santo Padre nel discorsoAl Congresso Internazionale su “Life-Sustaining Treatments and
Vegetative State: Scientific Advances and Ethical Dilemmas (Roma, 17-20
marzo 2004), annoverando inequivocabilmente tali trattamenti fra le “cure
normali” da dispensare ad ogni paziente, almeno fino a che non appaia evidente
che egli, trovandosi nell’imminenza della morte, non è più in grado di
trarne beneficio e/o ne trae ulteriori sofferenze.
La liceità dell’induzione di incoscienza nei malati in fase terminale era già
stata affrontata da papa Pio XII nel 1957, nel discorso Ai partecipanti al IX
Congresso della Società Italiana di Anestesiologia. Tale insegnamento viene
ribadito dalla Carta
degli operatori sanitaridel Pontificio Consiglio della Pastorale per
gli Operatori Sanitari (1995), al n. 124: “A volte il ricorso sistematico a
narcotici che riducono all’incoscienza il malato cela il desiderio, spesso
inconscio, degli operatori sanitari di non mantenere una relazione col morente.
Così non si cerca tanto di alleviare la sofferenza del malato, ma piuttosto il
disagio dei circostanti. Si priva il morente della possibilità di ‘vivere la
propria morte’, sprofondandolo in una incoscienza indegna di un essere umano.
È per questo che la somministrazione di narcotici al solo scopo di evitare la
morente una fine cosciente è ‘una pratica veramente deplorevole’”.
Come in ogni richiesta di eutanasia, le ragioni fondamentali sono il vuoto di
senso riguardo alla propria esistenza, il timore di “perdere il controllo”
della propria vita, il timore di divenire un peso per gli altri, il timore di
soffrire (cfr. G. Miranda, The meaning of life and the acceptance of death,
in J. Vial Correa, E. Sgreccia, The Dignity of the Dying Person. Proceedings
of the Fifth Assembly of the Pontifical Academy for Life (24-27 February
1999, Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana; 2000: 297-312). Per
nessuno di questi problemi esistenziali la risposta è una “morte
anestetizzata”.
La serena accettazione della propria finitezza e della propria fine passano
piuttosto attraverso la vicinanza e l’accompagnamento riverente a cui sono
chiamati coloro che assistono la persona che muore, i quali possono validamente
rassicurarla sul valore pieno e intero della sua vita anche, forse soprattutto,
negli ultimi istanti, quando i pensieri e le scelte interiori stanno per essere
consegnati all’eternità.