ROMA, domenica, 20 giugno 2004 (ZENIT.org).-
Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica la risposta della
dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica
dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, alla domanda di una
lettrice.
Gentile professoressa Navarini,
è vero che in base alla nuova legge sulla fecondazione assistita, gli
embrioni - sani o malformati - devono essere obbligatoriamente
impiantati nell'utero della madre, anche contro la sua volontà? E se è
così, qual è il Suo parere a riguardo?
Grazie. - Cecilia Borgoni
* * *
Cara Cecilia,
la legge 40/2004 sancisce effettivamente l'obbligo di impiantare tutti
gli embrioni prodotti in vitro (tre al massimo). La normativa potrebbe
invero subire alcune modifiche: l'8 giugno, infatti, sono state
approvate a larga maggioranza le linee-guida applicative da parte di una
commissione ministeriale di 29 esperti nominati dal Ministro della
Salute Girolamo Sirchia.
Nelle linee guida, ora al vaglio del Consiglio Superiore di Sanità per
l'approvazione definitiva, potrebbero essere contenute due novità
rispetto alla formulazione della legge pubblicata il 19 febbraio 2004:
1) Si potrebbe decidere di non impiantare gli embrioni se l'analisi
morfologica (non genetica) rivelerà "gravi anomalie", tenendo
gli embrioni “anomali” in coltura fino alla loro morte naturale; 2)
Si potrebbe scegliere di congelare uno o due embrioni sani per
impiantarli in momenti successivi, ed evitare così la gravidanza
gemellare.
Naturalmente tale dilazione comporterebbe il rischio di
"abbandono" degli embrioni, qualora la coppia - o meglio la
donna - dovesse successivamente cambiare idea riguardo all'impianto.
Dalle linee-guida potrebbe emergere dunque un maggior rilievo per il
consenso della donna rispetto all’originario testo di legge, che
apparirebbe invece più proteso a tutelare i diritti del concepito.
Per gli oppositori della legge il cambiamento resterebbe comunque
"misero", e non scoraggerebbe pertanto l’intenzione di
raccogliere 500 mila firme entro settembre al fine di indire il
referendum abrogativo, con cui si cercherebbe di reintrodurre elementi
come la fecondazione artificiale eterologa, la maternità surrogata, la
diagnosi genetica preimplantatoria, la selezione embrionale.
Staremo a vedere. Intanto, è utile illustrare lo spirito che ha animato
l’attuale formulazione della legge nella questione spinosa della
selezione embrionale. La preoccupazione del legislatore è rivolta ad
evitare la perdita di embrioni, già fisiologica nei processi di
fecondazione assistita per l’alto numero di fallimenti (mancanza di
sviluppo dell’embrione in vitro, difficoltà di trasferimento in utero
e di impianto, frequenza di aborti spontanei).
E’ evidente che effettuare una diagnosi genetica preimplantatoria per
decidere quali embrioni siano “degni” di proseguire il loro sviluppo
e quali no, rappresenta un atto sommamente violento, con cui vite umane
innocenti vengono indebitamente soppresse. Non solo: è un atto che apre
la strada all’eugenismo, cioè alla selezione degli individui in base
a criteri di maggior efficienza e di maggior rispondenza alle
aspettative di chi li richiede.
È estremamente interessante considerare a questo proposito la posizione
del biologo della riproduzione Jacques Testart, che è stato nel 1982 il
“padre” scientifico della prima bimba francese concepita in
provetta, e che per primo ha messo a punto tecniche divenute poi di uso
generale: il congelamento degli embrioni e l’ICSI (l’iniezione di
spermatozoi direttamente nel citoplasma dell’ovulo). In
un’intervista rilasciata al quotidiano “Il Foglio” si dichiara
contrario alle “tecniche identitarie che consentono di prevedere cosa
diventerà ogni ovulo se lo si trasforma in bambino” (cfr. F.
Pierantozzi, Se la fecondazione è artificiale e la legge è
naturale. Per Testart, pioniere della rivetta, l’eugenismo è già
terribile realtà, “Il
Foglio”, 11 giugno 2004, inserto n. 2).
Tale atteggiamento deformato nei riguardi della procreazione riceverà
una drammatica spinta, afferma lo scienziato, con le nuove tecniche di
produzione massiccia di ovuli, che costituirà, secondo Testart, “la
prossima rivoluzione” in questo campo. Infatti, oggi la selezione
embrionale rappresenta ancora una pratica limitata per l’esiguo numero
di embrioni a disposizione, dovuto principalmente allo “scarso”
numero di ovuli prelevati attraverso le attuali modalità di
stimolazione ovarica. “Ma proviamo a immaginare”, continua lo
studioso, “che si abbiano a disposizione cinquanta o sessanta embrioni
di una coppia, una vera e propria popolazione. Allora sì, che la
selezione del ‘migliore’ avrà una validità. Credo purtroppo che il
compito futuro della procreazione medicalmente assistita non sarà
quello di dare bambini a coppie sterili, ma dare bambini ‘normali’ a
chiunque, visto che chiunque rischia, potenzialmente, di avere un figlio
con patologie genetiche”.
In uno scenario non troppo lontano, osserva Testart, potremmo essere
bombardati da spot televisivi studiati appositamente “per
colpevolizzare i genitori che vogliono fare il ‘bambino del caso’”,
facendoli sentire dei selvaggi, responsabili di aver trascurato le
tecniche attuate dalla ricerca per avere bimbi sani e felici. I genitori
“normali”, insomma, diventerebbero un po’ come quei cattivi
pazienti che non prendono le medicine prescritte e per questo stanno
male.
In tale prospettiva è del tutto assente il riconoscimento della vita
come un dono da accogliere, come un mistero da accettare, e come una
realtà che trascende il dato puramente biologico. Il bambino (quasi)
perfetto sarebbe infatti unicamente un prodotto da valutare secondo
criteri di qualità, non sarebbe più l’ospite “che viene da
lontano”, da ricevere e servire con umile e appassionata dedizione
(Giuseppe Angelini, Il figlio. Una benedizione, un compito, Vita
e Pensiero, Milano 1991, p. 161). La visione eugenetico-selettiva,
infine, sradica totalmente dalla pratica biomedica il principio di
tutela della vita fisica dell’uomo e il principio di giustizia, sui
quali si regge gran parte dell’etica medica, per lasciare il posto ad
un atteggiamento aggressivo e discriminatorio nei confronti di soggetti
inequivocabilmente deboli.
Sono pertanto assolutamente favorevole al divieto di diagnosi genetica
preimplantatoria e di selezione embrionale. Non è una novità che il
coro di chi vorrebbe giustificarle si vada amplificando. Eppure, ogni
motivazione legata ai disagi psicologici della donna che rischia di
mettere al mondo bambini deformi o “infelici”, alle difficoltà che
incontrerà nella vita un bambino disabile, alle paure che assalgono
tutta la società di fronte alla realtà della sofferenza, non vale a
confronto con il fondamentale diritto alla vita di questi “figli allo
stadio embrionale” (Adriano Pessina, Un figlio non può essere
ridotto soltanto a oggetto del desiderio, “Il
Foglio”, 11 giugno 2004, inserto n. 3).
Se l’obbligo di impianto di tutti gli embrioni concepiti in vitro
appare come un’imposizione per la donna, è perché il punto di
partenza è distorto: il figlio germogliato dalla fecondazione
artificiale si rivela una volta di più come “atto di volontà”
della coppia, che può essere posto ma anche successivamente revocato o
modificato. L’embrione faticosamente ottenuto dai suoi
“proprietari” deve ripagarli degli oneri che ha causato, cioè non
deve deludere. Altrimenti, con un atto di volontà simile a quello che
lo ha preteso, i suoi genitori lo potranno rifiutare.
Resta così in ombra il fatto che, nel fenomeno della generazione umana,
l’atto di volontà fondamentale è quello con cui l’uomo e la donna
si rendono disponibili alla procreazione. Dopo, si è già genitori.