Diventato persino uno stereotipo, pronunciato spesso
con una punta di ironia: "porgere l'altra guancia" è,
come si sa, una citazione semplificata del Vangelo di Matteo (5,38-41 )
e, più precisamente, di quel discorso di Gesù detto "della
Montagna", a causa del suo fondale forse più simbolico che
reale.
E' interessante, comunque, risalire al testo
integrale e al suo contesto. Cristo rievoca la cosiddetta "legge
del taglione": "Avete inteso che fu
detto: Occhio per occhio e dente per dente". Su questa
norma, espressa in modo apodittico e icastico, bisognerebbe essere più
cauti di quanto si è soliti fare. Essa, infatti, non è - al di là
della sua formulazione che suona brutale ai nostri orecchi - nient'altro
che una colorata definizione della giustizia distributiva: a un delitto
deve corrispondere una pena del tutto pari e coerente.
Ora, se stiamo alle guerre e alle stesse ritorsioni che vengono
praticate da certi stati (compreso lo stato di Israele), la legge del
taglione è violata e sostituita da quella che porta il nome di un
personaggio biblico, Lamek, il quale dichiarava senza esitazione: "Ho
ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido.
Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette"
( Genesi 4, 23-24 ). Gesù non vuole negare il principio della giustizia
ma - come avviene in tutta la serie di casi che egli propone in quel
discorso - vuole suggerire al suo discepolo di procedere oltre,
imboccando la via dell' amore, del perdono, della non-violenza.
Ecco, allora, il suo insegnamento affidato a un trittico di esempi che
sono simili a mini-parabole: "Io vi dico
di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra,
tu porgigli anche l'altra; a chi ti vuol chiamare in causa per toglierti
la tunica, tu lascia anche il mantello; e se uno ti costringe a fare un
miglio, tu fanne con lui due". Alla stessa legge di
Lamek egli opporrà questa legge antitetica: "Non
perdonerai fino a sette volte sette ma fino a settanta volte sette"
(Matteo 18,22). E Gesù sarà sempre coerente con questo suo principio:
si pensi al suo arresto e all' invito rivolto al suo discepolo che tenta
di difenderlo con una spada ("Rimetti la
spada nel fodero...").
Ora, nello spirito di tutto quel discorso della Montagna - si pensi solo
alla splendida ed emozionante pagina di apertura, le beatitudini - Gesù
non vuole proporre né una legislazione ecclesiale o sociale né
codificare una regola concreta. Egli delinea un atteggiamento radicale,
una vera e propria opzione della coscienza; la sua è una spina messa
nel fianco del buonsenso, dell'ovvio, del luogo comune così da mostrare
una più alta potenzialità di vita, una ben diversa società, una meta,
possibile eppur desueta, aperta all'uomo.
In questa luce si può parlare di utopia ma nel senso più alto del
termine e Gesù incarna in modo forse supremo la missione genuina
delle religioni. Esse non devono ridursi a gestire l'esistente, come
deve fare uno Stato, né ridursi al piccolo cabotaggio ma far tendere
l'umanità verso un Oltre e un Altro.
In questa prospettiva si colloca coerentemente il costante magistero di
Giovanni Paolo II, anche in occasione degli attuali eventi tragici.
Questo, però, non significa che la morale religiosa (e cristiana in
particolare ) debba escludere la giustizia e la storicità con tutto il
suo peso. Gesù stesso polemizza aspramente con la gestione del potere
politico e religiosa di allora, facendo denuncie specifiche ( si legga,
ad esempio, Matteo 23 ) ma anche col suo celebre detto: "Date
a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"
riconosce un' autonomia al potere politico. Paolo nella Lettera ai
Romani affronta la questione fiscale affermando non solo la legittimità
dell'autorità costituita - che nella fattispecie era quella imperiale
di Nerone - e del suo sistema penale perché "non
invano essa porta la spada" ( 13,1-7 ) . L' Apocalisse,
invece, attacca aspramente le repressioni e le ingiustizie di quello
stesso potere romano, raffigurato sotto l' immagine di Babilonia.
Ecco, allora, la costante necessità per i cristiani di non perdere di
vista l'ideale, riducendosi a un partito o a movimento di opinione, ma
anche di non astrarsi dalla realtà racchiudendosi nel bozzolo della
tensione apocalittica o mistica. E' un difficile equilibrio che
comporta, da un lato, la continua affermazioni dei grandi valori, della
moralità alta, di ideali anche supremi, e d'altro lato, la necessità
della loro "incarnazione" e quindi del confronto col groviglio
delle vicende sociali, politiche, economiche. Riguardo a questo secondo
versante vorremmo proporre un esempio che ben s'adatta ai giorni che
stiamo vivendo.
Intendiamo riferirci alla legittima difesa che di per sé eccede
rispetto alla logica del "porgere l'altra guancia" ma
che si colloca nel piano più "basso" della norma di
giustizia. Famosa è la giustificazione etica addotta da Tommaso d'
Aquino: "L'azione di difendersi reca con sé
un duplice effetto: l'uno è la conservazione della propria vita,
l'altro è la morte dell'aggressore. Il primo è quello veramente
voluto, l'altro non lo è" (Summa Theologiae II-III,64,7).
La tradizione cristiana preciserà questa regola del "duplice
effetto" in ambito pubblico elencando le condizioni da rispettare
per ammettere la legittimità di questa autodifesa: che tutti gli altri
mezzi si rivelino impraticabili e inefficaci, che l'uso di armi non crei
mali e disordini più gravi del male da eliminare (proibita sarebbe,
perciò, l'opzione nucleare), che non si colpiscano innocenti, che il
danno inflitto dall' aggressore sia durevole, grave e provato nelle sue
responsabilità.
E' ciò che è affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica del
1992 (nn.2.263e 2.309) ed è ciò che è stato ripetuto dalla lettera
dei vescovi cattolici americani al presidente Bush nei giorni scorsi: "La
nostra nazione ha il diritto morale e il grave obbligo di difendere il
bene comune contro tali attacchi terroristici...Ma ogni risposta
militare dev'essere in accordo con i sani principi morali quali la
probabilità di successo, l'immunità dei civili e la proporzionalità".
Ma lo stesso testo comprende anche una eco del principio evangelico da
cui siamo partiti, formulato attraverso l'invito a impegnarsi per
rimuovere le cause strutturali ingiuste, a ripudiare l'intolleranza
etnica e religiosa, a considerare sempre arabi e musulmani come fratelli
e sorelle, "parte della nostra famiglia nazionale e umana",
e - citando una frase di Giovanni Paolo II - a "non
cedere alla tentazione dell'odio e della violenza, impegnandosi al
servizio della giustizia e della pace". La chiesa,
quindi, pur coinvolta nella giustizia che dovrebbe reggere la città di
Cesare, non deve mai dimenticare la legge ultima del Regno di Dio.