Dio soffre?
Padre Pierre Descouvemont

Tratto da "Il est Vivant"

 

"Egli ha sofferto sotto Ponzio Pilato." Questa affermazione centrale del nostro Credo è sempre stata uno scandalo per coloro che non condividono la nostra fede. Come credere che il Figlio di Dio abbia sofferto su una croce? Come ha potuto soffrire Colui che è essenzialmente inaccessibile alla sofferenza? Così si esprimeva verso il 270 il filosofo Porfirio, discepolo di Plotino nel suo trattato "Contro i cristiani".

E' vero, noi rispondiamo, che è veramente Dio in persona che ha sofferto sotto Ponzio Pilato, il Figlio prediletto del Padre. Ma, aggiungiamo, è nella sua natura umana che ha sofferto e non nella sua natura divina.

D'altronde oggi Egli non soffre più: risuscitato dai morti, Egli è entrato per sempre nella gloria del Padre. E' per questo che Charles De Foucauld amava molto la festa dell'Ascensione. Egli amava meditare in quel giorno il mistero della gioia incorruttibile del Cristo: "Quando siamo tristi, scoraggiati di noi stessi, degli altri, delle cose - egli scriveva- pensiamo che Gesù è  glorioso, assiso alla destra del Padre, felice per sempre. Se noi l'amiamo come dobbiamo, la gioia dell'essere infinito deve prevalere infinitamente nelle nostre anime sulla tristezza proveniente dai mali degli esseri finiti." 

Alcuni cristiani si sono domandati in questi ultimi anni se non fosse il caso di rivedere questo modo di pensare: non bisognerebbe dire che Dio "soffre" veramente nel vedere i suoi figli oppressi dal male? Continuare ad affermare che Dio è infinitamente beato, non significa in definitiva restare ancorati ad una concezione puramente pagana della divinità, all'idea di un Giove tranquillamente insediato nel suo olimpo, indifferente alla miseria degli uomini?

Ricordiamo, tuttavia, che i cristiani non hanno mai pensato che Dio fosse insensibile alla sofferenza dei suoi figli. Essi sapevano fin troppo bene che il Dio della Bibbia è un Dio le cui viscere fremono davanti alla miseria dei suoi figli (Gr 31,20; Is 49,14; 54,7), un Padre che non cessa di attendere il ritorno di suo figlio (Lc 15,11).

I cristiani hanno sempre affermato che Dio ha una compassione infinita delle sofferenze degli uomini. Non solo nel senso che le conosce, ma anche nel senso che "in qualche modo ne soffre", diceva già Origene nel III secolo.

"In qualche modo"! E' tutto qui! Non dimentichiamo mai che per parlare di Dio siamo obbligati a servirci di analogie. In Dio, la compassione è infinita, ma essa non comporta una sofferenza paragonabile alla nostra: essa è quella di Dio! Non cediamo alla tentazione che troppo spesso abbiamo di costruirci un Dio a "nostra immagine", a nostra misura!

I santi (e tutti sanno quanto essi credessero alla tenerezza infinita di Dio per gli uomini) hanno sempre affermato che Dio è contemporaneamente un Essere infinitamente beato e Qualcuno di un'infinita compassione.

San Bernardo ci ricorda che in Dio i contrari si uniscono. "Se Dio è impassibile, scrive nel suo commento al Cantico dei cantici, Egli non è privo di compassione, perché niente  gli è più consono che l'avere pietà e perdonare. Allo stesso modo, continua, i beati del cielo liberati da tutta la sofferenza, compatiscono la nostra."

Non abbiamo dunque paura di continuare a proclamare, in conformità con tutta la Tradizione cristiana, che Dio ha gioito da sempre e gioirà fino alla fine dei secoli di una gioia senza macchia: Egli è il Dio santo, il Dio immortale, il Dio beato, proclamato da tutte le liturgie: "O beata Trinità!". Ma Egli è anche il Dio della tenerezza e della pietà che non cessa di chinarsi con amore su ciascuno dei suoi figli, sempre pronto a offrire loro il suo soccorso e il suo perdono.

Come Pascal, tuttavia, non bisognerebbe dire che "il Cristo è in agonia sino alla fine del mondo"? Certamente! E' Gesù stesso che l'afferma! Quando un povero ha fame, è Lui che ha fame; quando un uomo è torturato, è Lui che si sottomette alla tortura. Ma questo non gli impedisce di restare il Re della gloria, il Signore infinitamente beato che ci dirà, nel momento in cui prenderemo posto vicino a Lui: "Entra nella gioia del tuo Maestro!" (Mt 25,14)

Parlando della sua sofferenza, Marthe Robin disse un giorno: "E' Gesù che soffre in me, ma Gesù nella sua gloria!" Quale verità teologica! Possiamo noi sempre adottare il pensiero e il linguaggio dei santi quando ci viene domandato di balbettare qualche parola sul mistero di Dio.


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