La Pasqua della
fede - II Predica di Quaresima 2004
Raniero
cantalamessa
1. La lettura spirituale della Bibbia
Dopo l’approccio storico al mistero pasquale della prima meditazione passiamo
a occuparci del senso spirituale racchiuso nella “lettera” dei racconti
pasquali. Seguiamo l’invito di S. Agostino che diceva: “Factum audivimus,
mysterium requiramus” [1]: abbiamo conosciuto il fatto, ora ricerchiamo il
mistero.
La lettura spirituale della Scrittura è iniziata con Gesù. Cos’altro faceva
Gesù quando spiegava ai due discepoli di Emmaus “tutto ciò che nelle
Scritture si riferiva a lui”? (Lc 24, 27). La stessa è proseguita con gli
apostoli e ha improntato tutta la vita successiva della Chiesa nelle sue varie
espressioni: esegesi, teologia, liturgia, arte, spiritualità. Essa continua ad
alimentare anche oggi la vita cristiana, attraverso il metodo della lectio
divina che è un suo derivato, attraverso la liturgia e l’esperienza dei
santi.
Nella Lettera apostolica con cui Giovanni Paolo II ha dichiarato S. Teresa di
Gesù Bambino Dottore della Chiesa, si legge: “Malgrado la preparazione
inadeguata e la mancanza di strumenti per lo studio e l'interpretazione dei
libri sacri, Teresa si è immersa nella meditazione della Parola di Dio con una
fede ed una immediatezza singolari. Sotto l'influsso dello Spirito ha raggiunto
per sé e per gli altri una profonda conoscenza della rivelazione. Con la sua
concentrazione amorosa sulla Scrittura - avrebbe perfino voluto conoscere
l'ebraico ed il greco per meglio capire lo spirito e la lettera dei libri sacri
-, ha fatto vedere l'importanza che le sorgenti bibliche hanno nella vita
spirituale, ha messo in risalto l'originalità e la freschezza del Vangelo, ha
coltivato con sobrietà l'esegesi spirituale della Parola di Dio, tanto
dell'Antico come del Nuovo Testamento” [2].
S. Teresa non ha avuto mai a disposizione un testo integrale della Bibbia, né
alcuno degli strumenti di consultazione oggi in uso. In fatto di conoscenze
“scientifiche” l’ultimo degli iscritti all’Istituto Biblico ne sa più
di lei; ma chi oserebbe dire che costui conosce la Bibbia meglio di lei?
L’esempio della Santa di Lisieux illustra bene l’atteggiamento con cui
questo modo spirituale di leggere la Bibbia si pone di fronte ai metodi
scientifici: nessuna riserva o disprezzo; al contrario, stima immensa, desiderio
di trarne tutto il profitto possibile e gratitudine verso chi ce li mette a
disposizione, ma sempre come sussidio e mezzo per accedere a una comprensione di
tipo diverso. Non come l’ultima parola sulla Bibbia, ma come la prima. De
Lubac, che ha scritto l’opera classica su questa esegesi patristica e
medievale della Bibbia, mette bene in risalto tutto ciò [3].
Del senso spirituale si può evidenzare ora la dimensione teologica o di fede,
ora la dimensione morale e ora la dimensione escatologica. Ricordiamo il famoso
distico: Littera gesta docet, quid credas allegoria. Moralis quid agas, quo
tendas anagogia: La lettera t'insegna l'accaduto; ciò che devi credere,
l'allegoria. / La morale, cosa fare; dove tendere, l'anagogia. Oggi ci occupiamo
del senso allegorico della Pasqua, cioè delle cose da credere.
Il termine “allegoria” non gode oggi tra gli esegeti molto favore; esso anzi
suscita riserve a non finire a causa dell’uso e dell’abuso che si è fatto
di essa in passato. Ma nella migliore esegesi dei Padri, il concetto di
allegoria ha un significato tutto diverso che negli autori pagani e nell’uso
moderno del termine. Non indica una certa cosa materiale o storica assunta a
simbolo di un’idea spirituale ed eterna; indica piuttosto un fatto reale, o
una verità parziale che tende a un suo compimento futuro.
Il rapporto non è verticale come è il rapporto tra la cosa sensibile e la sua
idea eterna nel sistema di Platone; è orizzontale e situato nel tempo, come tra
due eventi di cui uno annuncia e prepara l’altro.
La storia qui non è annullata a vantaggio dello spirito, ma le serve da
supporto. In questo senso, parlando della prima alleanza, rappresentata da Agar,
Paolo dice che ciò era una “allegoria” della nuova alleanza rappresentata
da Sara (cf. Gal 4, 24). Gli abusi del metodo allegorico si sono avuti quando ci
si è dimenticati di questo ben preciso significato biblico per lanciarsi in
ogni sorta di speculazione astrusa sui numeri o sulle parole.
Quando si tratta di testi o fatti dell’Antico Testamento l’allegoria
cristiana consiste nel mettere in luce il loro riferimento a Cristo; quando si
tratta di parole o fatti del Nuovo Testamento, consiste nel mettere in luce il
loro significato misterico per la Chiesa. Questo è chiarissimo nelle formule
del kerygma. “Morì per i nostri peccati; risorse per la nostra
giustificazione”. “Morì”, “risorse” indicano dei fatti, sono delle
affermazioni storiche; “per i nostri peccati”, “per la nostra
giustificazione” non sono delle affermazioni storiche ma di fede, indicano il
senso mistico, o per noi, dei fatti.
A pensarci bene, è proprio questo significato di fede che, in altro senso, fa
della morte e della risurrezione di Cristo degli eventi “storici”, se per
fatto “storico” non intendiamo solo il nudo e crudo fatto di cronaca, ma il
fatto più il significato di esso. Ci sono infiniti fatti realmente accaduti
che, tuttavia, non sono “storici”, perché non hanno lasciato alcuna traccia
nella storia, non hanno destato alcun interesse, né fatto nascere alcunché di
nuovo. “Un evento, ha scritto un illustre studioso del Nuovo Testamento, è
storico quando assomma in sé due requisiti: è ‘accaduto’ e in più ha
assunto un rilievo significativo determinante per le persone che ne furono
coinvolte e ne fissarono la narrazione” [4].
In questo senso la morte di Cristo è il fatto più “storico” della storia
del mondo perché è quello che più ha inciso sul destino dell’umanità.
Stiamo vedendo anche in questi tempi come tutto ciò che riguarda questo evento
abbia il potere di scuotere le coscienze e suscitare reazioni opposte.
2. Ora invece…
Colui che per primo e in modo insuperato ha esplorato il significato per la fede
dell’evento pasquale di Cristo è l’apostolo Paolo. La Lettera ai Romani
rappresenta, da questo punto di vista, l’apice della sua riflessione. Dopo
avere presentato, nei due precedenti capitoli della Lettera, l’umanità nel
suo universale stato di peccato e di perdizione (“Giusei e Greci, tutti sono
sotto il dominio del peccato…Non c’è distinzione tutti hanno peccato e sono
privi della gloria di Dio”) (Rom 3, 9.22 s), l’Apostolo ha l’incredibile
coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per
sempre e per tutti “in virtù della redenzione realizzata da Cristo” (Rom 3,
24). “Ora invece…”, così inizia la sezione che descrive la nuova
situazione. Inizia un’era nuova nella storia dei rapporti tra Dio e l’umanità.
Un cambiamento veramente epocale.
Nella salvezza operata da Cristo Paolo mette in luce due elementi distinti,
anche se inseparabili come due facce di una stessa medaglia: una componente
negativa consistente nella rimozione del peccato, o giustificazione dell’empio
(capp. 3-7) e una componente positiva consistente nel dono dello Spirito e della
vita nuova (cap.8).
Questa è una costante che si osserva ogni volta che si descrive sinteticamente
la salvezza, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. “Io vi purificherò
da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli…; toglierò da voi il
cuore di pietra” (elemento negativo). “Vi darò un cuore nuovo, metterò
dentro di voi uno spirito nuovo” (elemento positivo) (Ez 36, 25-26). Si parla
di un togliere e di un mettere.
Nel presentare Gesù al mondo Giovanni Battista dice: “Ecco l’agnello di Dio
che toglie il peccato del mondo” (elemento negativo), ma aggiunge subito: ecco
colui “che battezza in Spirito Santo” (Gv 2.29.33). Lo stesso fa Pietro
giorno di Pentecoste: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel
nome di Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Dopo riceverete il dono
dello Spirito Santo” (At 2, 38).
In seguito alla Rigorma, le polemiche teologiche hanno fatto sì che, di questi
due elementi, nel commentare la Lettera ai Romani, in passato si sia messo in
rilievo quasi esclusivamente quello negativo della rimozione del peccato. Ma in
realtà, dei due aspetti della salvezza - la giustificazione dell’empio e il
dono dello Spirito - è il secondo, per Paolo, il più rilevante. Di esso parla
in tutte le sue lettere, mentre della giustificazione per fede parla solo nelle
lettere in cui deve difendere la propria missione ai gentili. È interessante
che a dire questo sia uno dei più qualificati esegeti protestanti del momento
[5].
Quando, dopo aver trattato della liberazione dal peccato e dalla legge,
all’inizio del capitolo ottavo della Lettera ai Romani Paolo arriva a parlare
del dono dello Spirito da l’impressione di uno che è giunto finalmente là
dove desiderava e può abbandonarsi a un libero canto. Viene da pensare alle
parole con cui Beethoven introduce la seconda parte della Nona sinfonia, la
parte corale con l’inno alla gioia: “O amici, basta con queste note.
Intoniamo un canto più allegro e più pieno di gioia" [6]. Seguono le
frasi note:
“La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla
legge del peccato e della morte...Voi non siete sotto il dominio della carne, ma
dello Spirito…Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene…Lo
Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio…Lo Spirito
viene in aiuto alla nostra debolezza…!
La giustificazione dell’empio e la remissione dei peccati non è, per Paolo,
che la condizione per ricevere il dono più bello e più completo della Pasqua
di Cristo, e cioè il suo Spirito. Molti sono convinti che la nascita e il
travolgente sviluppo del movimento pentecostale e carismatico all’interno
delle varie Chiese cristiane si spieghi anche come reazione a un’insistenza
troppo unilaterale sul problema della giustificazione per fede che ha lasciato
nell’ombra la dottrina e l’esperienza dello Spirito. Questa “terza
forza”, come viene chiamata, ha assunto in poco più di un secolo proporzioni
imprevedibili e costituisce oggi, secondo le statistiche, la componente in più
rapida crescita all’interno del cristianesimo” (“the fastest growing
segment of Christianity”).
Essa potrebbe aiutare a trovare finalmente la soluzione a problemi che si
trascinano da secoli e sui quali neppure il documento congiunto della Chiesa
cattolica e della federazione luterana delle Chiese è arrivata a trovare un
pieno accordo. Nella teologia e spiritualità del movimento pentecostale la
giustificazione per fede non è vista solo come una imputazione esterna di
giustizia che lascia il credente come era prima (simul iustus et peccator); si
è convinti, come da parte cattolica, che lo Spirito Santo trasforma davvero la
persona, dandogli un cuore nuovo e dimorando in essa.
Quando Paolo parla dello Spirito Santo -anche gli esegeti più rigorosi sono su
ciò d’accordo- ne parla come di una esperienza che tutti fanno nella Chiesa,
non semplicemente come di una dottrina: esperienza di unzione nell’annuncio,
di figliolanza divina nella preghiera, di forza carismatica nell’esercizio del
proprio ministero, di conforto nelle persecuzioni. È su questo che si misura se
lo Spirito Santo ha ritrovato il suo vero posto nella vita della Chiesa, oltre
che nella sua teologia.
Sarebbe ben triste se tutto questo rimanesse confinato all’interno di un solo
movimento ecclesiale e non contagiasse, di riflesso, nella sostanza se non nelle
forme, tutta la Chiesa, come una benefica “corrente di grazia” che si
disperde in essa. Non sono alcuni soltanto che hanno bisogno di una novella
Pentecoste nella Chiesa, ma tutti i battezzati.
3. Un risveglio di fede
L’allegoria, dice il distico antico, indica “cosa credere”, quid credas.
Ma non basta aver determinato l’oggetto della fede pasquale, la “fede
creduta”, o fides quae, e cioè la liberazione dal peccato e il dono dello
Spirito; occorre preoccuparsi anche dell’intensità con cui si crede, della
“fede credente” o fides qua, come si dice in teologia. Anche in questo ci è
di modello l’apostolo Paolo. Dalle sue parole si capisce come il mistero
pasquale può diventare la ragione stessa del vivere del cristiano: “Questa
vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha
dato se stesso per me” (Gal 2,20).
Parliamo ormai di questa fede esistenziale. Che possiamo fare per ridestarla,
accrescerla, se essa è fondamentalmente un dono di Dio e non frutto del nostro
volere? Dobbiamo cominciare col ridestare lo stupore di fronte ad essa. In un
canto negro spiritual c’è uno che dice: “Ma io sto pregando, io posso
pregare!”, come chi si accorge con stupore che sta facendo una cosa che
credeva impossibile, come dicesse: “Io sto volando”. Dobbiamo fare lo stesso
con la fede: prendere coscienza del dono immenso, del privilegio incredibile che
è il poter credere, meravigliarcene e non smettere di ringraziare Dio Padre per
esso. Esclamare, pieni di meraviglia, come il cieco nato guarito da Gesù: “Ci
vedo, ci vedo!”.
Quello che avviene nel mondo esteriore, al mattino, al levarsi del sole dovrebbe
avvenire ogni giorno dentro di noi, al levarsi del Sole che è Cristo.
“Ridesta in noi la fede, la speranza e l’amore”, ci fa dire un inno delle
Lodi mattutine. Guai a dare per scontato il dono della fede, quasi che avendo
creduto una volta si stia a posto per sempre. Bisogna custodire il dono “con
timore e tremore”. La parabola delle dieci vergini ci ricorda che si può
continuare a reggere in mano la lampada per tutta la vita, senza accorgersi che
è spenta.
Riflettendo sulla fede dicevo tra me: “Peccato che non esista un inno alla
fede, paragonabile a quello di Paolo alla carità!”, ma subito mi è venuto in
mente che un tale inno esiste già, e scritto da uno più grande ancora di
Paolo:
“Se aveste fede quanto un granello di senape…”
“Se puoi? Tu è possibile a chi crede!”
“Ti sia fatto secondo la tua fede”
“Se credi tu vedrai la gloria di Dio”
“Chi crede in me anche se muore vivrà”.
“Convertitevi e credete al Vangelo”
“Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo”.
Tutto il Vangelo è un inno alla fede. Voglio condividere con voi, Venerabili
Padri, fratelli e sorelle, un momento di questa fede “esplosiva” da me
vissuto, dal momento che non c’è nulla in esso di mio di cui possa vantarmi.
Nel Natale del 2002 assistevo alla Messa di Mezzanotte presieduta dal Papa in S.
Pietro. Arrivò il momento del canto della Kalenda:
“Molti secoli dalla creazione del mondo…
Tredici secoli dopo l’uscita dall’Egitto…
Nell’anno 752 dalla fondazione di Roma…
Nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Augusto, Gesù Cristo, Dio
eterno e Figlio dell’eterno Padre, essendo stato concepito per opera dello
Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce a Betlemme di Giudea dalla Vergine
Maria, fatto uomo”.
Giunti a queste ultime parole ho provato quella che viene chiamata
“l’unzione della fede”: una improvvisa chiarezza interiore per cui dici a
te stesso: “È vero! È tutto vero! Non sono parole. Le parole anzi non dicono
che una minima parte della realtà. Dio è venuto veramente tra noi”. Una
commozione improvvisa mi attraversò tutta la persona, mentre potevo solo dire:
“Grazie, Padre! Grazie, Gesù! Grazie anche a te, Madre di Dio!”.
Io credo che un’esperienza del genere possiamo farla tutti nella notte di
Pasqua, ascoltando le parole dell’Exultet: “Questa è la notte in cui
Cristo, spezzando i vincoli della morte risorge vincitore dal sepolcro…”. Il
primo passo è aprire bene gli orecchi, ascoltare quelle parole come se le
udissimo per la prima volta. Ricordiamoci: “Fides ex auditu”, la fede
sboccia dall’ascolto (cf. Rom 10,17).
Vale a un titolo speciale, per i ministri della Chiesa, il detto della
Scrittura: “Il mio giusto vivrà di fede” (cf Ab 2, 4; Rm 1, 17). Il peso
specifico di un ministro di Dio è dato dalla sua fede. Ciò che i fedeli
colgono immediatamente in lui, o in lei, è se “ci crede”: se crede in ciò
che dice e in ciò che celebra. La fede è contagiosa. Come non si contrae
contagio, sentendo solo parlare di un virus o studiandolo, ma venendone a
contatto, così è con la fede.
Un tema molto caro ai Padri della Chiesa era quello della Pasqua come risveglio
di tutte le cose. Essi vedevano un’analogia tra ciò che avviene in natura a
primavera e ciò che avviene nell’anima a Pasqua. S. Zeno di Verona esclama:
“In questo giorno, allontanata la melanconia del passato inverno, sotto il
soffiare mite del carezzevole vento Favonio, i prati germogliano ovunque,
profumando di fiori…Chi non capisce che tutto questo è un simbolo dei misteri
celesti?” [7]. A primavera, gli fa eco il poeta Venanzio Fortunato, un
misterioso risveglio attraversa la natura; un fremito di vita è in ogni cosa
vivente, tornano a cantare gli uccelli rimasti muti durante l’inverno e la
“gemma turgida prepara il seno al parto” [8].
Come sarebbe bello se un analogo movimento di risveglio attraversasse la Chiesa
a Pasqua; se nella veglia pasquale, alle domande del celebrante: “Credete in
Dio Padre onnipotente? Credete in Gesù Cristo? Credete nello Spirito Santo?”,
potessimo rispondere con gioioso trasporto e con l’unzione della fede:
“Credo!”.
“Tramite la passione, scrive S. Agostino, il Signore passò dalla morte alla
vita, aprendo la via a noi, se crediamo nella sua risurrezione, per passare
anche noi dalla morte alla vita” [9]. La fede, come si vede, è il segreto per
fare una vera Pasqua, per passare dalla morte alla vita. È il mezzo per fare
nostra la Pasqua di Cristo. Con l’uomo del Vangelo diciamo anche noi:
“Signore, aumenta la nostra fede”.
[1] S. Agostino, In Ioh. 50, 6 (PL 35, 1760).
[2] Lettera apostolica “Divini amoris scientia” (19 ottobre 1997).
[3] H. de Lubac, Exégèse médiévale. Les quatre sens de l’Ecriture, I/1,
Parigi 1959, p. 127 s.
[4] D.H. Dodd, Storia ed Evangelo, Brescia 1976, p.23.
[5] Cfr. J. D.G. Dunn, La teologia dell’Apostolo Paolo, Brescia 1999, p. 421.
[6] “O Freunde, nicht diese Töne! Sondern laßt uns angenehmere anstimmen und
freudenvollere!“
[7] S. Zeno di Verona, Tractatus I, 33 (CCL, 22, p.84).
[8] Venanzio Fortunato, Carmina, III, 9 (PL 88, 131).
[9] S. Agostino., De cat. rud., 23, 41, 3 (PL 40, 340).