Ciclo di formazione per il ministero di animazione della preghiera, proposto nel biennio 1998/99

 

La preghiera di Gesù: Gv.17,1-ss 

Nella Bibbia abbiamo un gran numero di testimonianze in base alle quali possiamo affermare che Gesù, nel corso della sua vita terrena ha dedicato molto tempo e molte energie alla preghiera.

La Bibbia ci testimonia che Gesù fin da piccolo si dedicò alle normali attività religiose degli ebrei, con la sua famiglia compiva i pellegrinaggi rituali e leggeva le scritture. Durante il suo ministero lo troviamo spesso intento alla preghiera; di notte, in luoghi appartati, alla vigilia di qualche gesto particolarmente significativo.

La preghiera in Gesù ha molteplici valori che non possono certo essere sviscerati tutti contemporaneamente, tuttavia alcuni elementi del suo modo di pregare ci interessano al fine di comprendere il valore ed il ruolo della preghiera nella vita del cristiano.

Gesù prega perché ha un rapporto profondo che lo lega al Padre celeste, un rapporto che nasce non solo dalla loro relazione assoluta ed unica, ma che si sostanzia della vita medesima del Cristo, delle sue scelte e delle sue opzioni di fondo. La preghiera è per Cristo luogo d’incontro col Padre, momento di crescita spirituale, occasione per dialogare, raccontare le proprie angosce, porre la propria esistenza nella sue mani. Tutto ciò serve a Cristo per portare a termine la sua missione. Ogni gesto della sua esistenza è orientato al compimento del mandato del Padre ed alla realizzazione della sua volontà salvifica. D’altra parte Gesù, nella sua preghiera, così come possiamo vedere nell’episodio dei quaranta giorni nel deserto, accetta un dialogo col Padre, un dialogo che è essenzialmente capacità di silenzio e di ascolto, capacità di non lasciarsi distrarre ma di accogliere i più piccoli suggerimenti che lo Spirito porta al suo cuore.

La preghiera serve dunque a Cristo per non perdere mai di vista la propria vocazione e per ripetere in continuazione al Padre il suo “Eccomi, manda me”.

Ma questi elementi della preghiera di Gesù li esamineremo nel corso degli altri insegnamenti, in quanto sono elementi fondamentali della preghiera della Chiesa e del cristiano. Quello che qui ci interessa maggiormente è la funzione sacerdotale della preghiera di Cristo.

Sappiamo che Cristo è giunto sulla terra per ricoprire un triplice ruolo, così come avevano predetto i profeti: egli è il pastore buono venuto a guidare il popolo, il profeta definitivo venuto a portare la Parola di Verità ultima, il Sacerdote della nuova ed eterna alleanza. Queste tre funzioni sono state trasmesse alla Chiesa e sono proprie di ogni battezzato che, propriamente, può dirsi re, profeta e sacerdote.

A partire da questa consapevolezza cerchiamo ora di esaminare i tratti caratteristici della preghiera di Gesù.

Anzitutto dobbiamo soffermarci proprio sul rapporto diretto ed unico che unisce Cristo al Padre. In molti passi della Bibbia troviamo testimonianza di ciò (cfr. Mt. 9, 28 e par). Cristo vive immerso nella contemplazione e dà manifestazione di ciò proprio su di un monte. Il monte è, per la bibbia, il segno certo della presenza di Dio. Su un monte Mosé ha visto le spalle di Dio, su un monte Elia ha esperimentato la teofania che lo ha portato a comprendere come Dio si serva di fenomeni umili e non di eventi catastrofici e rumorosi. Su un monte, infine, Gesù esperimenta la sua definitiva vocazione ad essere il Messia-redentore, il servo sofferente di JHWH. Con questo episodio diventa chiaro il piano dell’economia trinitaria che, nell’evento salvifico del mistero del Cristo porta a compimento ciò che la legge (Mosé) e i profeti (Elia) avevano solo pallidamente prefigurato. Cristo è la vera luce delle genti, Solo in lui è data salvezza all’uomo.

La gloria della trasfigurazione, che tanto abbaglia da tener svegli gli increduli apostoli, è solo, a sua volta, pallida prefigurazione della luce splendidissima della notte in cui ogni tenebra sarà fugata. In base di tale ottica pasquale è facile leggere in questo passo anche il desiderio della comunità di riflettere e comprendere meglio il contenuto del piano soteriologico del Padre, del rapporto tra antica e nuova alleanza, della rilettura cristologica dell’AT. Ma soprattutto noi possiamo cogliere in questo passo biblico la profondità soprannaturale della preghiera di Cristo che non è semplicemente dialogo, ma è reciproca immersione nella dinamica dell’amore. È, dunque, la preghiera di Cristo modello ed archetipo della preghiera di contemplazione trinitaria cui ogni cristiano deve conformarsi.

Un discorso a parte va fatto per l’esemplare di preghiera di Gv. 17.

Questo è certamente uno dei capitoli più complessi del vangelo di Giovanni, in esso è dato di cogliere il momento culminante del lungo discorso dell’ultima cena e, in definitiva, il suo vero scopo ultimo. Gesù si rivolge al Padre con una triplice richiesta: anzitutto Cristo chiede di essere glorificato dal Padre, poi chiede che i discepoli siano preservati dal male ed infine chiede che gli stessi discepoli siano santificati nella verità. Questa preghiera è stata chiamata, fin dal 1600, preghiera sacerdotale, in vista della intercessione operata da Cristo a favore dei discepoli. Questa denominazione è solo in parte esatta, in quanto in tale preghiera Gesù non funge soltanto da mediatore, ma riassume il significato profondo del suo rapporto con il Padre.

La gloria che Cristo chiede al Padre celeste è quella medesima gloria che egli si è conquistato: “Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare”. Cristo ha glorificato il Padre nell’obbedienza alla sua volontà, ora chiede al Padre che gli sia riconosciuta l’opera fatta e gli sia data la gloria che gli appartiene fin dall’eternità. In preghiera Cristo ribadisce dunque la sua sottomissione al Padre, la sua obbedienza alla missione datagli. E proprio in questa luce egli affida al Padre i suoi. Gli apostoli sono il frutto del suo sacrificio, la visibilizzazione della sua opera. Perciò nel chiedere che sia loro accordata la protezione del Padre egli chiede che la sua opera conosca il successo. È importante cogliere questa totale identificazione di Gesù con la sua missione, perché proprio tale totale identificazione, alla fine, lo porterà ad accogliere con amore il sacrificio estremo. Gesù invoca protezione dal maligno, perché sa che il maligno è pronto a vagliare con la tentazione ogni sua azione, ogni suo opera. Tanto è vero che Gesù, ritiratosi nel deserto in preghiera e digiuno, viene ripetutamente tentato dal diavolo, il quale mette in discussione la fedeltà stessa di Gesù alla missione del Padre.

La preghiera di mediazione è, comunque, un elemento fondamentale della preghiera di Cristo. Egli è dato all’uomo come unico mediatore con il Padre. Per la Chiesa, cogliere l’icona di Cristo in preghiera è fondamentale per comprendere la sua stessa natura. Infatti la Chiesa ha senso solo se inserita nella dinamica della preghiera di intercessione di Cristo verso il Padre, la chiesa è, anzi, oggetto principale della intercessione di Cristo, motivo costante delle sue preghiere e suppliche. Una comunità che non medita sul Cristo orante non potrà mai comprendere il valore della preghiera. Perché infatti pregare se non per congiungersi a questa preghiera originaria ed originante del Cristo?

Cristo, in silenzio, nel deserto, immerso nella preghiera, ci insegna a credere nel valore immenso di questa relazione con Dio apparentemente inutile, perché non ricompensata da una risposta fisicamente apprezzabile; tuttavia proprio nell’icona del Cristo orante e silente ci è dato di cogliere in piena luce la grandezza dell’amore del Padre che si china ad ascoltare le preghiere di ogni suo figlio e a lenirne le ferite.

 

La preghiera del cristiano 

Per parlare della preghiera del cristiano è indispensabile far riferimento al modello indiscutibile di preghiera che è la preghiera liturgica. La liturgia è, secondo l’insegnamento del concilio Vaticano II, il culmine e la fonte (SC 10) della vita del cristiano: La liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell'eucaristia, «si attua l'opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati. In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio santo nel Signore, un'abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo , nello stesso tempo e in modo mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo. Così a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi, finché ci sia un solo ovile e un solo pastore (SC 2).

La preghiera del cristiano si orienta, secondo la liturgia, in direzione di una meta, tramite un mezzo, in cammino su una strada: a Dio Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo: per il nostro signore Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli.

Altre mete, altri mezzi, altre strade nella vita di preghiera del cristiano non esistono e non possono esistere, una preghiera che perdesse di vista queste fondamentali dimensioni avrebbe tutte le caratteristiche di una preghiera fatta di vuote parole, incapace di giungere all’orecchio di Dio.

Per questo motivo ogni preghiera liturgica ha questo particolare andamento trinitario, per questo motivo ogni preghiera cristiana deve avere la Trinità come suo orizzonte specifico di determinazione e realizzazione.

La preghiera della chiesa è, in tal modo parte integrante del medesimo mistero trinitario che la costituisce. Evidentemente la preghiera liturgica non esaurisce in sé la pienezza del valore della preghiera cristiana, costituendone tuttavia il centro motore. Ma proprio per questo fondamentale riferimento liturgico della preghiera, ogni dialogo orante con Dio deve assumerne le caratteristiche basilari.

La trinitarietà della preghiera cristiana reca con sé, come conseguenza, la pneumaticità, infatti lo Spirito santo è il Paraclito, colui che sta accanto all’uomo per guidarlo nella sua esistenza dopo il ritorno di Gesù al Padre. Non potrebbe darsi alcuna preghiera cristiana avulsa da questa immersione nello Spirito di Pentecoste. Lo Spirito santo stesso prega in ogni orante cristiano “con gemiti inesprimibili”. Una tale preghiera funge in definitiva da legame ultimo tra la creatura e il creatore, è la definitiva possibilità di dialogo che il Signore del cosmo ha lasciata aperta per le sue creature, rinunciare a questa possibilità significa rifiutare il diritto di parlare con Dio “guardandolo negli occhi”.

Di fronte ad una simile responsabilità l’uomo deve corrispondere con alcuni atteggiamenti che ne evidenzino l’assunzione piena nella propria esistenza individuale e comunitaria‑ecclesiale: il primo atteggiamento è quello del silente ascolto. Sarebbe inutile attendere frutto alcuno da una preghiera parolaia e rumorosa, ogni momento, liturgico e non liturgico, di orazione deve caratterizzarsi per lunghi momenti di silenzio, un silenzio però che non sia assenza di parole ma ascolto dell’unica Parola degna di essere pronunciata. Tale Parola deve essere attesa con lo stesso atteggiamento di attesa del Messia da parte del popolo ebraico, atteggiamento culminato in Maria, in cui l’attesa si è fatta capacità di accoglienza, capacità di fede, capacità di oblazione. Tale attesa sarà ricompensata dal Signore nello stesso modo in cui è stata ricompensata l’attesa del popolo ebraico, con una buona misura, pigiata, scossa e traboccante (Lc. 6,38), in quanto Dio non ha mandato l’uomo forte, il liberatore, il re guerriero atteso che nonostante tutto era pur sempre un uomo, ma ha premiato la lunga attesa con il suo proprio Unigenito Figlio, incarnato e fattosi esso stesso uomo. Un ultimo atteggiamento deve pertanto essere quello del fiducioso abbandono all’Amore. Fiducioso perché cosciente della superiorità della divina benevolenza, della assoluta condiscendenza del Signore. Ciò significa che il cristiano, nella preghiera, deve prendere coscienza della sua fondamentale povertà, deve percepirsi come assolutamente relativo rispetto a Dio e dunque deve abbandonare, rispetto a Dio ogni atteggiamento di chiusura, ostilità, difesa, per lasciarsi sommergere dalla sua sovrabbondanza.

Tale preghiera si estrinseca nella prassi individuale ed ecclesiale sotto varie forme, di esse ne enumeriamo tre che caratterizzano particolarmente i gruppi del RnS. La prima forma è la Lode, canto assolutamente gratuito e disinteressato della maestà di Dio, capacità della creatura di rimanere “a bocca aperta” di fronte alla grandezza di Dio, talvolta questo rimanere “a bocca aperta” viene riempito dalle parole stesse del Signore diventando canto in lingue, dove il Signore stesso “suggerisce” le parole che l’uomo non riesce a pronunciare; la lode è il canto della pura carità, dell’amore che diventa vita. Altra forma di preghiera è l’invocazione, la preghiera dell’attesa, la preghiera di chi sa che la propria gioia, la propria vita provengono da un “Altrove”, un Luogo da cui si attende operosamente la venuta di Qualcuno. Invocare è sapere aspettare i tempi di Dio, affermare di non avere fretta, vivere nella dimensione della speranza. Infine l’intercessione che è la preghiera di chi sa di non poter essere autonomo totalmente, la preghiera di chi riconosce che la propria vita è stata donata da un Altro e che verso questo Altro si deve ritornare, la preghiera di chi sa che sia per se stesso che per i fratelli si deve invocare la costante presenza dell’onnipotente; la preghiera di chi crede che Dio non lascia i suoi figli soli ma è, sempre, accanto a loro; il canto della fede nell’invisibile presente.

 

La preghiera della chiesa: At. 4,23-31 

Quello che adesso ci interessa, dopo aver parlato delle prerogative essenziali della preghiera cristiana, è vedere in che modo, concretamente, la chiesa realizza il mandato del suo fondatore di elevare continuamente la preghiera verso il Padre. Cercheremo, quindi, di entrare nella vita di quel primo nucleo di persone che chiamiamo la chiesa primitiva ma che in realtà erano solamente gli amici di Gesù e coloro che avevano creduto alle parole di questi amici (alla Parola).

Assistiamo dunque, grazie alla parola di Dio (At. 4, 23-31), ad uno spaccato di questa vita della chiesa e ne cogliamo alcuni aspetti.

Perché Luca scrive gli atti degli apostoli? Per lo stesso motivo per cui scrive il Vangelo: vuole additare alla chiesa (di allora e di sempre) la via maestra per seguire Gesù, per essere la Chiesa di Gesù.

Luca è attento al tempo della chiesa perché è consapevole che l'avventura cristiana, iniziata con Israele e culminata nella vita di Gesù, non è terminata con la croce: la fede che dalla Pasqua è nata, nutrita dalla forte esperienza dello Spirito Santo presente nella comunità è oggetto non solo del presente ma anche di tutto il futuro.

La comunità, cresciuta alla scuola di Gesù, prega, e vedremo che prega in modo del tutto anomalo, rispetto a quello che si può pensare e rispetto a come tutti gli altri avevano pregato fino ad allora.

E' importante anzitutto capire in che situazione ci troviamo; questo brano è posto quasi all'inizio degli Atti, subito dopo l'ascensione e la pentecoste, quando la parola di Dio comincia appena ad essere predicata dagli apostoli, quando questa parola comincia a sortire i suoi effetti di guarigione e per questo gli apostoli conoscono le prime persecuzioni. Pietro e Giovanni vengono interrogati e viene loro ordinato di non predicare più. La situazione in fondo è questa: di fronte ad una grave minaccia gli apostoli devono fare una scelta: smettere di annunciare la parola di Dio per continuare a vivere in pace o seguire la strada di Cristo, quella stessa strada che aveva portato il maestro alla morte.

E' sorprendente la reazione degli apostoli, noi ci saremmo riuniti, avremmo discusso, valutato pro e contro, avremmo poi votato e in base alla votazione avremmo deciso il da farsi; gli apostoli invece - sorprendentemente - si mettono a pregare. E il loro è un pregare strano e vedremo il perché.

Essi pregano in un modo del tutto particolare, pregano con la Parola di Dio, infatti usano un Salmo, essi nella Bibbia trovano il modo migliore per esprimere i propri sentimenti, trovano un riscontro reale nella loro vita. Per essi la Bibbia non è solo un vecchio libro da studiare, da citare, da sezionare in modo freddo e senza amore. Essi anzitutto nella Bibbia trovano l'incontro con Dio che vuole entrare nella loro vita - e come vedremo sarà così. Lo studio, la lettura scientifica della Bibbia sono cose utilissima, è obbligatorio per il cristiano servirsene, ma prima di ogni cosa viene questa consapevolezza. Pregare con la Parola di Dio significa sostanzialmente ritrovare in essa quel contatto diretto che loro già avevano sperimentato. La Parola alla quale loro si rivolgono è, lo si avverte marcatamente, parola viva, cioè parola pronunciata da una persona viva, reale, presente accanto a loro. Essi si rivolgono a Dio dicendogli: “come tu hai fatto dire al profeta Davide”, la parola è direttamente attribuita a Dio, la parola è atto di rivelazione di Dio, il quale aveva già preannunciato la passione del Cristo e che aveva già detto agli apostoli di non smarrirsi di fronte alla persecuzione, giacché anch’essa fa parte del piano divino. Dalla parola essi trovano occasione per elevare una preghiera che, lungi dall’essere spreco di vane parole è densa dell’insegnamento proveniente dalla scrittura.

Gli apostoli nella preghiera così scaturita chiedono delle cose molto strane, noi avremmo chiesto che il signore ci liberasse dai nostri nemici, avremmo in sostanza chiesto al Signore di toglierci dagli impicci e di fare i nostri comodi. Loro invece chiedono al Signore di metterli nei guai, con l'aiuto della Bibbia hanno capito che la volontà di Dio è che la parola sia annunciata ed è questo che vogliono fare, in piena libertà. La Parola ha fatto loro superare il dubbio su quale fosse la volontà di Dio. Ecco un elemento fondamentale della preghiera cristiana, la stessa preghiera che fa Gesù nell’orto degli ulivi, l’importante, l’elemento centrale è capire quale sia la volontà di Dio in quel particolare momento; una volta compresolo, quello che veramente conta è trovare nella preghiera la forza di accogliere e realizzare la volontà divina.

Sono interessanti anche i mezzi che chiedono, perché ciò si avveri: guarigioni, miracoli, e prodigi; certo, in questo caso non c'è niente di strano, tranne un piccolo particolare, questi segni loro chiedono che si compiano nel nome del Signore Gesù, cioè non chiedono di venire accreditati come profeti dotati di grandi poteri, ma di essere semplici mezzi di cui il Signore si possa servire per essere Lui ad operare. E' la sostanza della vita cristiana: non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me (Gal. 3,20).

L'effetto primario delle loro preghiere è la venuta dello Spirito Santo. La loro preghiera cioè non si è rivolta ad una entità astratta, un essere che vive beatamente nei suoi cieli e che si abbassa a sentire le ciarle degli uomini. No! essi non hanno pregato Dio, hanno pregato in Dio, è Dio stesso la forza della loro preghiera, è Dio stesso che li aiuta a pregare, è Dio stesso che prega in loro. L'effusione finale dello Spirito Santo conferma che la loro preghiera è stata la preghiera di Dio.

L'effetto secondario infine è la conferma coi fatti di quanto è avvenuto, la parola di Dio continua ad essere annunciata con libertà dagli apostoli, la decisione è presa, la paura è superata.

Cerchiamo adesso di applicare questa analisi alla situazione della chiesa, non solo storicamente, ma anche nella chiesa contemporanea. Ciò che salta immediatamente agli occhi, studiando la storia due volte millenaria della chiesa è la progressiva attenuazione dell’elemento carismatico, a favore di un elemento che potremmo definire strutturale o societario. La chiesa, cioè, man mano che progrediva nella propria autocoscienza e superava nuovi traguardi, contemporaneamente perdeva l’iniziale freschezza nella preghiera.

Purtroppo questo tipo di relazione con Dio divenne, nel tempo, appannaggio di pochi “chiamati”, riservata alle comunità monastiche, caratteristica dei cosiddetti santi, dei pochi cioè che avevano l’eroicità e la possibilità di praticare radicalmente le virtù cristiane.

Tuttavia il pregare in questa maniera non è riservato solo a pochi eletti, al contrario è proprio di tutti i cristiani e difatti, da qualche decennio a questa parte, la chiesa sta riscoprendo l’importanza della preghiera come centro e fonte di tutta la sua vita. In pochi anni la chiesa ha riavvicinato i cristiani alla preghiera liturgica, ha sollecitato l’impegno di tutti i laici nella costruzione del Regno, ha accolto tantissimi movimenti che sottolineano l’impossibilità di una vita cristiana non nutrita da tale profonda preghiera.

A tutti noi oggi viene affidato il compito della santificazione del mondo attraverso la preghiera. Ogni cristiano è chiamato, anzitutto, a cercare questa relazione profonda e confidenziale con Dio, poi a riversare la forza proveniente dall’alto acquisita per mezzo di tale relazione nei comportamenti ordinari e quotidiani, nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale, nelle piccole comunità ecclesiali.  

 

La preghiera personale: Mt. 6, 5-8 

Sembrerebbe superflua la raccomandazione di Gesù di chiudersi in un luogo appartato per poter elevare la preghiera al Padre, eppure tutto quello che dice Gesù ha un senso e trova profonde radici nell’animo umano. Gesù viveva in una società teocratica, nella quale il potere era detenuto da un’oligarchia sacerdotale (potere che derivava più dal beneplacito delle autorità romane che da un effettivo mandato divino). In questa società chi mostrava un maggior sentimento religioso era stimato, benvoluto ed acquistava dunque in potenza ed influenza. I maestri, i rabbi, erano considerati le guide morali del popolo, ogni buon giudeo, se voleva godere di stima e considerazione doveva versare le decime, compiere i riti di purificazione, mostrare pietà religiosa e spirito di preghiera (era anche in voga indossare i filatteri, delle strisce metalliche o di altro materiale con incise alcune parole tratte dalla scrittura).

Gesù viene a sconvolgere questo modo di pensare e a portarne un altro, uno diverso e contrario.

Matteo inserisce questi versetti all’interno di un più vasto contesto dedicato alle opere di giustizia, dedicato cioè alle normali attività religiose di ogni pio ebreo. Gesù, in questo lungo discorso si mostra come nemico delle pratiche tradizionali e dei normali sentimenti religiosi. Egli si scaglia in ugual misura contro la esteriorità giudaica e farisaica e contro la religiosità contrattualistica e vuota dei pagani.

Contro i professionisti della preghiera Gesù propone una religiosità vissuta nel nascondimento, nel luogo più recondito della propria abitazione. La proposta di Gesù non nasce ovviamente da vergogna, ma nasce dal desiderio di rifuggire l’esteriorità e di ricercare un rapporto profondo, diretto e personale con il Padre.

Questo rapporto è segno certo della presenza del Signore, in Isaia è scritto: “«Va’ popolo mio, entra nelle tue stanze e chiudi la porta dietro di te. Nasconditi per un momento finché non sia passato lo sdegno…»”(Is. 26, 20). Il Signore passa, adirato, chiudersi in casa è il segno che distingue i giusti dai malvagi: il Signore risparmierà la casa del giusto e colpirà i malvagi. Lo stesso aveva fatto il Signore durante la prima pasqua, in Egitto, allorché aveva ordinato ai suoi fedeli di chiudersi in casa e di marcare gli stipiti delle porte con il sangue dell’agnello pasquale, al suo passaggio quelle porte chiuse sarebbero state risparmiate dall’ira divina. Ecco dunque che il chiudersi in casa è segno di apertura al passaggio di Dio, di accoglienza e non di rifiuto, di ascolto e non di sordità.

Questo messaggio enunciato da Gesù non si oppone affatto alla necessità della preghiera comunitaria, tanto è vero che Gesù propone subito dopo la preghiera del Padre Nostro  che, lo si vede dall’uso del plurale, presuppone una preghiera comunitaria. Gesù dunque non propone una fede solipsistica, avulsa dal contatto con gli altri, propone al contrario una fede che sappia trovare nella preghiera intima e personale la capacità di vivere apertamente e di testimoniare senza paure il Vangelo. Esempio grandioso, anche se tremendo (nel senso che mette paura) di ciò è la preghiera di Abramo in favore di Sodoma (Gen. 18, 23 e ss.). Conosciamo tutti il lungo “contrattare” di Abramo con Dio. Non deve stupirci tanto la confidenza (anche se molto riverente) con la quale Abramo dialoga con Dio, quanto la capacità di Abramo di dialogare con Dio chiedendo ed intercedendo a favore del popolo di Sodoma, a favore dei pochi innocenti che avrebbero potuto trovarsi in una città piena zeppa di malvagi. La preghiera è questa capacità di mettere insieme se stessi ed il popolo, di parlare da solo a solo con Dio senza mai dimenticare tutti gli altri, senza mai dimenticare di far parte di un popolo; nella bibbia troviamo tantissimi esempi di questo tipo di preghiera.

Gesù si scaglia ugualmente contro la maniera dei pagani di intendere il rapporto con la divinità. I pagani non vengono riprovati per l’eccesso di parole usate nella preghiera, a Gesù non interessa il numero delle parole, né Gesù condanna la ripetitività nella preghiera, quello che invece Gesù intende condannare è il formalismo del rapporto tra l’uomo e Dio. Gesù condanna l’usanza, tipica dei pagani, di costringere le divinità, per mezzo di preghiere lunghe e rumorose, a piegarsi alla loro volontà. La preghiera del pagano è, in sostanza un cercare ad ogni costo di stancare il dio e di stabilire un rapporto di scambio con esso. È uno stile di preghiera che, purtroppo, ha avvelenato anche i cristiani; spesso noi vogliamo piegare Dio a fare la nostra volontà, non facciamo altro che cercare di costringerlo ad accontentarci, con preghiere, lusinghe, promesse di scambio ed anche minacce.  Gesù condanna severamente questa mentalità e (come vedremo) insegna ai suoi discepoli a pregare dicendo “sia fatta la tua volontà…

Ma la preghiera personale è inserita in un contesto più ampio. Sarebbe assurdo il volerla considerare senza accennare al contesto prossimo. Quello che adesso dobbiamo valutare è il rapporto strettissimo che collega preghiera elemosina e digiuno.

Nel vangelo di Matteo questi tre elementi concorrono, inseparabilmente a formare il tema delle opere di giustizia. Gesù li tratta contemporaneamente perché essi fanno parte di un insieme nel quale tutto si tiene e si rende chiaro vicendevolmente: preghiera elemosina e digiuno fanno parte di un unico stile di vita, quello cristiano che è composto di: attenzione privilegiata a Dio, capacità di mortificare le proprie passioni per indirizzare le energie al Padre, capacità di agire, con la stessa forza e lo stesso impegno in favore del prossimo. Per Gesù, dunque, il digiuno e l’elemosina fanno parte, assieme alla preghiera di una triade che è impossibile spezzare senza compromettere le possibilità di concretizzazione dei singoli elementi.

L’elemosina ed il digiuno fanno parte della sfera dei rapporti tra l’uomo e Dio, La preghiera è incontrare Dio, il Digiuno e purificarsi per Dio, l’elemosina è fare qualcosa per Dio.

Così preghiera e digiuno aiutano a comprendere il valore della vita come offerta e donazione al prossimo, preghiera ed elemosina aiutano a rinunciare a se stessi ed a vivere con gioia la rinuncia alla soddisfazione dei propri egoismi.

Digiuno ed elemosina danno anche la forza per superare alcuni degli ostacoli che si frappongono ad una buona preghiera personale (e quindi comunitaria), e proprio degli ostacoli alla preghiera dobbiamo ora parlare.

Distinguiamo ordinariamente due tipi di ostacoli alla preghiera, gli ostacoli interiori e quelli esterni.

Gli ostacoli interiori derivano da noi stessi, e sono la nostra cattiva preparazione alla preghiera, il non rispetto dei tempi e dei luoghi adatti alla preghiera, l’insistenza in forme di preghiera non adatte alla nostra spiritualità, oltre naturalmente a quegli ostacoli che riguardano l’intera vita cristiana, la presenza di vizi o di abitudini peccaminose, la non frequenza dei sacramenti (riconciliazione ed eucaristia), l’amore per il denaro, il potere, la ricerca di soddisfazioni materiali, l’odio o il rancore verso qualcuno, la non accettazione della volontà di Dio, il credere di poter fare da soli, l’indifferenza verso il prossimo…

Tra gli ostacoli esteriori ricordiamo: distrazioni che possono provenire dall’ambiente, la stanchezza fisica o mentale derivante dal troppo lavoro, la non serenità spirituale dovuta a situazioni particolari che ci colpiscono, le tentazioni contro la preghiera, le tentazioni contro la fiducia in Dio, la non accoglienza della ecclesialità della fede.

Per ognuno di tali ostacoli è bene confrontare se stessi con il proprio direttore spirituale ed individuare quelli che sono particolarmente presenti nella nostra vita, oltre al modo migliore per rimuoverli.

A noi interessa adesso un tipo particolare di ostacoli che si riscontrano in coloro che animano la preghiera, o che comunque svolgono ministeri in pubblico. Capita a queste persone, con una certa frequenza di cadere nell’errore di presumere troppo di se stessi o del proprio ministero, in tal modo alcuni si mettono al centro della preghiera e la trasformano in una esibizione del proprio io. Questo tipo di tentazione, oltre ad impedire un corretto rapporto con Dio, corre il rischio di allontanare anche altri fratelli dalla vera preghiera. Chi si mette al centro della preghiera togli il posto a Gesù, in tal modo i fratelli non guardano più a Cristo ma guardano al “santone” di turno. È la tentazione dei supercarismatici, di coloro che si reputano migliori di Dio stesso e chiamano le persone a sé piuttosto che indirizzarle a lui. Una cosa è usare i propri carismi per portare i fratelli ad avere un buon rapporto con Dio, altra cosa è riempire il proprio orgoglio e cercare una soddisfazione ed una realizzazione personali che, magari, non si hanno nella vita. Un altro aspetto di questa stessa tentazione è il non ritenersi degni di essere animatori fino al punto di bloccarsi o, addirittura, di rifiutarsi di animare la preghiera. Se il presumere troppo di sé allontana da Dio, il presumere troppo poco offende Dio, in quanto nasconde e sottovaluta i doni che Dio ci ha fatti  che la comunità ci ha riconosciuti. Anche nel secondo caso i fratelli che attendono il nostro aiuto per poter pregare rimangono privi del nostro contributo.

È bene trattare adesso di questo argomento, anche se ci torneremo anche in seguito, perché il dono di saper animare un incontro di preghiera, è dono che va alimentato e coltivato nella preghiera personale. Sarebbe patetico credere di poter animare un incontro di preghiera senza avere alle spalle una solida preghiera personale. L’animazione presuppone infatti la capacità di dare alla comunità un qualcosa che si deve possedere, tale possesso lo otteniamo esclusivamente nella preghiera personale. Animare un incontro di preghiera non è quindi questione di abilità, retorica, decibel o altro, ma è capacità di attingere dal tesoro della propria quotidiana preghiera per comunicare agli altri un’esperienza che noi abbiamo già fatto e dalla quale siamo stati cambiati.

 

La preghiera comunitaria: Mt. 18,19-20

«E ancora vi assicuro che se due di voi, in terra, si troveranno d'accordo su quel che devono fare e chiederanno aiuto nella preghiera, il Padre mio che è in cielo glielo concederà. Perché, se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro».

Cosa ci unisce? Cosa tiene assieme tutti coloro che a vario titolo ci diciamo cristiani e che ci riuniamo per pregare assieme?

Paradossalmente noi non abbiamo cose o interessi ad unirci! Se così fosse infatti noi non saremmo altro che un gruppo di persone diverse accomunate da un qualcosa. Saremmo un gruppo, un insieme, una società. Noi non siamo niente di tutto questo! Non abbiamo bisogno di nulla che ci unisca perché noi siamo già indissolubilmente UNO!

Noi siamo la Chiesa “corpo di Cristo”, Cristo stesso che continua a camminare sulla strade dell'umanità; il nostro stare assieme non risponde a nessuna delle logiche che generalmente tengono assieme gli uomini: ognuno di noi ha storie, esperienze, aspirazioni, mentalità diversissime e nessuno di noi è riconducibile all'altro, noi non abbiamo alcun motivo di “stare assieme”: è Cristo che ci fa uno, senza di lui non ci saremmo mai incontrati. Tanto è vero che è Cristo a farci uno, che quando ci troviamo insieme lo facciamo solo per pregare Lui, per stare con lui (venite con me in disparte e riposatevi). Quando capita che i cristiani cominciano a riunirsi per altri motivi, diversi dalla fede in Cristo, iniziano in quel momento i problemi e le divisioni.

Noi preghiamo!

Ma pregare è un semplice rapportarsi con Dio? No! Abbiamo detto che il cristiano non prega Dio ma prega in Dio. Il cristiano non prega Cristo ma prega in Cristo.

E se pregare in Dio significa avere in noi lo Spirito del Padre che prega “con gemiti inesprimibili”, cosa significa pregare in Cristo?

Se la Chiesa è Cristo pregare in Cristo significa pregare nella Chiesa. Quindi riunirci insieme a pregare, ritrovarci a celebrare i sacramenti, riflettere insieme sulla Parola non è una operazione sociologica di un gruppo di persone accomunate da un solo ideale (cosa che di per se è bellissima e serve ad indicare il bisogno dell'uomo di stare assieme); il nostro stare assieme viene da “altrove”, viene da Cristo.

Noi, chiesa, siamo i due o tre riuniti nel suo nome.

Quando si è in cento, in mille, in migliaia riuniti negli stadi, siamo chiesa, siamo sempre quei due o tre!

Ma quale responsabilità comporta essere questi due o tre amici di Gesù? Forse su questo non abbiamo mai riflettuto abbastanza. Parlando della preghiera comunitaria non possiamo non tenere nella dovuta considerazione le conseguenze che comporta l’essere una comunità che prega nel nome del Signore. Innanzitutto abbiamo già detto che nella preghiera dei cristiani c’è, costantemente, la presenza del Signore che prega in essi e con essi. Cosa comporta questa affermazione? Comporta che tra il cristiano che prega ed il Signore deve stabilirsi una sintonia di desideri e di intenzioni senza la quale la preghiera risulta vana. Ogni desiderio avverso alla volontà di Dio è un ostacolo insormontabile per il dialogo della preghiera. La comunità che si riunisce a pregare non solo deve essere, al suo interno, un cuor solo ed un’anima sola, ma deve saperlo essere anche con Dio.

Ecco dunque l’importanza della comunità cristiana nella preghiera. Il cristiano che cerca un rapporto personale con Dio non è un essere isolato, non parte da solo verso un’avventura incognita, egli al contrario è figlio di una comunità che ha già alle sue spalle una lunga esperienza di preghiera. Il cristiano, quando prega, si riconnette a quell’esperienza plurisecolare di incontro con Dio vissuta dalla chiesa. Il cristiano entra in quella che è detta “comunione dei santi”, e che si sostanzia della solidarietà nella comune condizione umana, solidarietà che prende le mosse da Cristo e si allarga a ogni battezzato di ogni epoca sulla faccia della terra, solidarietà che, nell’oggi della fede, tiene indissolubilmente legati tutti i fedeli che si dicono, e sono realmente, figli di Dio e fratelli tra di loro. La comunità ha anche un altro importante valore, essa è stata direttamente voluta da Cristo proprio per continuare la sua opera sulla terra, Cristo ha legato l’esistenza della chiesa all’edificazione del Regno. Sappiamo che il Regno di Dio indica, nel linguaggio biblico, la presenza di Dio, l’affermazione della sua paternità, la realizzazione della sua economia di salvezza, la chiesa è chiamata a essere il germe di questo Regno: il cristiano che, nella preghiera comune, trova un rapporto con il Padre, edifica in modo sostanziale questa realtà.

È in questo modo che si realizza quella che gli Atti degli apostoli chiamano la koinoni/a (koinonia), la comunione, in Gesù dei battezzati. Possiamo leggere a tal proposito i sommari degli Atti (2, 42-47; 4,32-37; 5, 12-16) nei quali la comunità dei primi cristiani viene descritta, secondo un ideale in costante tensione di realizzazione, come un luogo nel quale la preghiera, la frazione del pane, l’amore reciproco, l’uso dei carismi ordinari e straordinari, costituiscono la normale vita quotidiana e discendono tutte dall’unica comunione nello Spirito santo.

Così come la salvezza non giunge all’uomo isolatamente ma all’interno di un popolo, così il vero rapporto con Dio si ha solo dentro tale comunità. Esempio definitivo di ciò è l’icona della chiesa primitiva il giorno di pentecoste (At. 2, 1-41). Gli apostoli riuniti in preghiera altro non fanno che attendere il dono promesso, una attesa che si colma di invocazione, una attesa solo apparentemente inoperosa, tale attesa infatti provoca ed anticipa la volontà di Dio accettandone ed anzi desiderandone la realizzazione. La chiesa primitiva riceve il dono dello Spirito perché ha saputo fedelmente attendere ciò che era stato promesso, senza presumere di poter fare a meno del dono di Dio (tentazione dell’autonomismo per cui non mi interesso di ciò che Dio può fare per me), e senza scoraggiarsi (tentazione della paura, per cui è tutto inutile, tanto vale tornare a casa). La chiesa primitiva attende il dono di Dio, non si disperde, non si lancia nell’evangelizzazione da sola, ma, una volta ricevuto lo Spirito comincia a diffondere la buona novella.

Ecco dunque il modello di preghiera comunitaria che dobbiamo realizzare:

a)    pregare non è una attività come tutte le altre;

b)   pregare significa aver fede in un Dio personale e benefico;

c)    pregare significa accettare la salvezza che mi viene data insieme agli altri;

d)   pregare significa lavorare attendendo ed attendere operando;

e)    pregare significa essere uniti tra noi come il Padre, il Figlio e lo Spirito lo sono.

Per poter concretamente realizzare questa meta nella nostra vita dobbiamo ripartire da un concetto che, purtroppo, non sempre riusciamo a mettere bene in luce, il concetto di esperienza. La preghiera per il cristiano è veramente tale solo quando essa riesce a costituirsi in esperienza, cioè solo nel momento in cui essa esce fuori dalla realtà mentale e si riversa nella vita. Quali ne sono gli elementi costitutivi?

L’esperienza è veramente tale solo se riesce a tenere assieme inscindibilmente legate alcune componenti:

n    La componente intellettuale

n    la componente religiosa;

n    la componente volitiva;

n    la componente affettiva;

n    la componente attiva;

n    la componente comunitaria.

Cosa significa tenere insieme tutte queste componenti? Significa riuscire a trovare un equilibrio tra le varie dimensioni della nostra esistenza. L’uomo, infatti non vive un’esistenza appiattita su un solo elemento, l’uomo vive, contemporaneamente più dimensioni del suo essere, in tal modo una scelta dell’uomo non è mai dettata da un solo lato del suo essere. Non esistono decisioni che si prendono solo con l’emotività o solo con la razionalità o solo per puro egoismo o per puro altruismo… l’uomo è composto da moltissimi elementi e tutti questi cooperano nella costruzione della sua personalità e delle sue scelte. Allo stesso modo la vita religiosa dell’uomo è composta da svariati elementi. Alcuni di questi li abbiamo elencati prima, sono gli elementi che afferiscono direttamente alla componente esperienziale della religiosità umana. Pertanto quando l’uomo compie una esperienza religiosa (che sia veramente tale) egli mette insieme: un contenuto della propria fede (contenuto intellettuale); la scelta di Dio e per Dio (comp. volitiva); la capacità di amare Dio e di farsi amare da lui (comp. affettiva); la capacità di agire concretamente per realizzare l’ideale creduto e desiderato (comp. attiva); la consapevolezza di esser parte di una famiglia, di un popolo, e la capacità di vivere pienamente questa appartenenza (comp. comunitaria). Una religiosità, e dunque un’esperienza di preghiera che pretendessero di prescindere da ciascuna di queste dimensioni sarebbero destinate a sicuro fallimento. Inoltre a partire proprio dalla dimensione comunitaria della preghiera è possibile discernere l’autenticità di tale esperienza. Difatti solo un’esperienza religiosa che diviene fattiva all’interno di una comunità è credibile. L’uomo che non riesce ad uscire fuori dal guscio del suo egoismo e del suo solipsismo e che non riesce a trasformare, all’interno di una comunità, il suo sentimento religioso in scelte concrete e coerenti di vita, non compie altro che un viaggio all’interno del proprio io, un viaggio certamente rispettabile, ma distante dalla fede nel Dio che ha scelto un popolo per manifestare la sua volontà. Il cristianesimo non è una tecnica di meditazione o di riscoperta dell’universo religioso della coscienza umana, ma la capacità di accogliere nella propria vita concreta di membro di un popolo la vita e l’amore di Dio in Cristo Gesù.

 

Il Padre Nostro  Mt. 6, 7-15 

La preghiera del Signore, la preghiera cioè che il Signore Gesù ha insegnato ai suoi discepoli, rappresenta, sotto diversi punti di vista l’ideale ultimo e definitivo della preghiera cristiana. Il raggiungere la piena identificazione della propria preghiera con questa insegnamento del Signore comporta, per il cristiano, aver compiuto ogni passo verso la sua piena cristificazione, la totale rassomiglianza con il Signore.

Proprio per questa caratteristica basilare della preghiera del Signore è necessario comprendere quanto questa identificazione sia difficile e sia un obiettivo da perseguire lungo tutto il corso della vita.

Cercheremo adesso di comprendere appieno il significato delle parole contenute nel Padre Nostro per poi tentare di applicarle ad un modello di preghiera che ci serva da orientamento definitivo nel nostro cammino di progressiva comprensione del valore e del significato del pregare cristiano.

Il Padre Nostro, in Matteo, si trova al centro del Discorso della montagna, una lunga raccolta di detti di Gesù, di discorsi e di insegnamenti che per Matteo rappresenta una sintesi dell’insegnamento di Gesù ed una sorta di compendio programmatico dell’intera vicenda evangelica. Nel Discorso, il Padre Nostro  si trova al centro dell’insegnamento sulla preghiera e si basa sulla logica dell’insegnamento dello stile di preghiera, logica allora molto diffusa tra i maestri ebrei, tanto che nel vangelo di Luca, l’insegnamento del Padre Nostro  corrisponde ad una precisa richiesta dei discepoli (11, 1-4) che portano come esempio Giovanni Battista il quale insegnava ai suoi discepoli come pregare. Gesù insegna ai discepoli una preghiera che, da allora in poi, è considerata il vertice e l’esempio massimo della preghiera cristiana.

Ma l’intento di Gesù non è affatto quello di insegnare una formula, né quello di sottoporre un testo da mandare a tutti i costi a memoria. La preghiera insegnata da Gesù non ha particolari poteri né corrisponde a particolari ritualità religiose. Gesù insegna uno stile da adottare nella preghiera, insegna cioè non come pregare, ma i contenuti da inserire in ogni preghiera. Valga a questo proposito l’introduzione che Gesù premette al Padre Nostro  nella versione matteana: “Quando pregate non sprecate parole come fanno i pagani…”, Gesù deplora una preghiera parolaia che cerca di stancare Dio a furia di parole, insegna invece una preghiera scarna nell’espressione e densa di significato. Gesù non desidera preghiere lunghe e complesse ma preghiere significative e sincere.

La preghiera si compone, strutturalmente, di due parti distinte formate da un totale di 7 richieste. Le prime tre richieste formano la prima parte le rimanenti quattro la seconda. Nella prima serie di richieste viene posto al centro il progetto di Dio sull’umanità, Le esigenze dell’economia della salvezza ed i rapporti diretti tra l’uomo e Dio; nella seconda serie di richieste l’accento si sposta sulle esigenze dell’uomo, sulle necessità quotidiane e sulla continua lotta che l’uomo stabilisce con il male che incombe su di lui.

Nel Padre Nostro le richieste sono poste in forma estremamente semplificata, quasi come fatte a chi ne conosce già il contenuto. Inoltre le richieste, pur essendo estremamente delimitate come campo d’applicazione, sono estensibili fino a comprendere in esse tutti i desideri e le speranze di ogni singolo uomo che fa sua tale preghiera.

Noi esamineremo il Padre Nostro da due punti di vista: innanzitutto la esamineremo come preghiera/formula, nella collocazione che essa ha avuto all’interno della spiritualità cristiana, poi la esamineremo come preghiera/archetipo cogliendo come in essa si risolvano tutte le autentiche espressioni cristiane di preghiera.

Indubbiamente il fatto che il Padre Nostro  sia stata l’unica preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli ne ha fatto un elemento unico ed insostituibile nella primitiva comunità. I cristiani compresero fin dall’inizio che essa costituiva un unicum nella storia religiosa dell’uomo, per questo essa è stata riportata dai vangeli e tramandata come uno dei più preziosi insegnamenti del maestro.

Il Padre Nostro, come formula imparata a memoria e ripetuta è entrata nella storia della spiritualità cristiana. Fin dai primissimi tempi della chiesa tale preghiera è stata vissuta e considerata centrale rispetto al pregare cristiano. Tanti padri della chiesa (san Girolamo, san Cirillo da Gerusalemme, Origene, Tertulliano, san Gregorio da Nissa, sant’Agostino…) la hanno studiata, commentata e ne hanno fatto punto di partenza per le loro riflessioni sulla preghiera. La letteratura patristica vede nel Padre Nostro  fondamento della mistica cristiana e chiave per aprire la porta della preghiera di contemplazione.

La Preghiera del Signore (Oratio Dominica) entrò immediatamente a far parte della liturgia cristiana, ne abbiamo esempi di collocazione liturgica fin dai Padri Apostolici. Il Padre Nostro diviene così familiare a tutti i cristiani, viene consegnata al neobattezzato come elemento caratterizzante della sua nuova condizione di figlio di Dio, Viene inserita nella liturgia eucaristica e fa parte delle preghiere orarie che diventeranno poi la liturgia delle ore. Diviene col tempo anche elemento centrale della devozione di tutti i cristiani, unendo le diverse confessioni nate dalle divisioni.

La preghiera che Gesù insegna è diretta e semplice fin dal suo inizio, nelle parole iniziali è contenuto già tutto quello che la preghiera vuol insegnare. Anzitutto dio è chiamato col nome di Padre, compiendo così già una scelta di campo fondamentale. Dio non è un mio avversario, non è nemmeno una controparte diversa da me, egli è mio Padre, con un Padre non posso né devo avere rapporti conflittuali, non posso né devo cercare di imbrogliarlo, non devo né posso chiedere nulla che egli già non abbia in mente di darmi, perché egli vuol darmi tutto. Poi Dio è Padre NOSTRO, la preghiera compie così una scelta di vita comunitaria, Dio non è padre esclusivamente mio, ma è Padre nostro, egli non è schierato da una parte contro l’altra, non ama un figlio più dell’altro, ma ama tutti singolarmente ma inseriti in una comunità. Il fatto che il Padre sia Nostro, mi obbliga a pensare, ad agire e ad amare al plurale, non posso più coniugare i verbi al singolare (né, parlando a delle coppie potremmo dire, al duale), c’è sempre un NOI che si rapporta a Dio, è sempre una comunità, una Chiesa, una pluralità, con storie, interessi, sentimenti diversi, una pluralità accomunata dalla fraternità in Dio. A tal proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica (2793) dice: “I battezzati non possono pregare il Padre «nostro» senza portare davanti a lui tutti coloro per i quali egli ha dato il Figlio suo diletto. L'amore di Dio è senza frontiere, anche la nostra preghiera deve esserlo. Pregare il Padre «nostro» ci apre alle dimensioni del suo amore, manifestato in Cristo: pregare con e per tutti gli uomini che ancora non Lo conoscono, affinché siano riuniti in unità. Questa sollecitudine divina per tutti gli uomini e per l'intera creazione ha animato tutti i grandi oranti: deve dilatare la nostra preghiera agli spazi immensi dell'amore, quando osiamo dire: Padre «nostro»”.

Passiamo ora ad esaminare il contenuto materiale della preghiera: nella prima serie di richieste è importante notare il contrasto tra la terza persona plurale dell’inizio e la seconda persona singolare che è protagonista delle richieste medesime, al Padre nostro si chiede: sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà.  Vi si nota un profondo rapporto tra un noi ed un tu, tra una comunità ed una persona, il Padre, che di quella comunità è il termine ultimo di preghiera e speranza. Del Padre si prende anzitutto in esame la sua stessa persona, come è noto, infatti, per la mentalità ebraica il nome corrisponde alla persona, anzi, alla parte più intima della persona, il chiedere la santificazione del nome di Dio non equivale tanto ad una manifestazione esteriore della conoscenza di una nome quanto piuttosto alla sottolineatura della centralità, per la vita umana, di un Nome che è promessa e realizzazione di vita, di amore, di felicità. Non importa quindi conoscere quale sia esattamente il nome di Dio (Dio non ha nome, o meglio ne ha infiniti) ma comprendere che questo Dio ci dà la possibilità di nominarlo, cioè letteralmente di dargli un nome, nel momento stesso in cui lo invochiamo Padre. Allo stesso modo nella terza domanda si chiede che sia realizzata la volontà dal Padre, non nel senso di un piano più o meno misterioso che dio debba realizzare, quanto nel senso più pregnante del Piano di salvezza che Gesù è venuto a rivelare e che deve compiersi attraverso la partecipazione di ogni cristiano all’amore benedicente del Padre. Non ha diritto di elevare questa preghiera chi non fa della sua vita una lode a Dio, chi non fa si che il nome di Dio che è stato impresso a lettere di fuoco nella sua carne il giorno del battesimo non venga glorificato dalla sua intera esistenza. Non ha diritto di elevare questa preghiera chi non è capace di rendersi docile alla volontà di Dio, di accettare sé stesso, i fratelli, Dio con cuore umile e gioioso, capace di accogliere la novità che Dio offre. Il chiedere che sia santificato il nome di Dio e che se ne compia la volontà corrisponde dunque alla piena realizzazione di una promessa che Dio ha fatto e che vede l’uomo coinvolto in prima persona: l’avvento del Regno di Dio.

Che cosa sia il Regno di Dio è questione molto complessa che non si può affrontare in poche righe, il Regno come sappiamo “non è questione di cibo o di bevanda”, cioè non è un qualcosa che dipende dalla capacità dell’uomo di conformarsi ad una legge che impone e vieta comportamenti, piuttosto il Regno di Dio è la terra della libertà, dove non esiste altra legge che quella dell’amore. Tanto che ogni volta che l’uomo necessita di una qualsiasi legge o norma che gli imponga di rispettare se stesso o gli altri, in quello stesso momento il Regno di Dio è distante da lui. Come vedremo il Regno non corrisponde al mondo presente, né corrisponde alla Chiesa che ne è, tuttalpiù un germe di preparazione. Per comprendere meglio il Regno è opportuno leggere le sette parabole di Mt. 13, 1-52, Quello che a noi interessa, nel contesto del Padre Nostro, è che il Regno è, nell’annuncio di Cristo il mondo nuovo, basato su una nuova legge, l’amore; su nuove scale di valori, le beatitudini; su nuovi modi di intendere il potere, il servizio, l’umiltà, la povertà; su un nuovo annuncio, la liberazione dei poveri e degli oppressi. La grande novità del Regno è la sua universalità, esso non è esclusiva proprietà di nessuno, niente può racchiuderlo o limitarlo, esso ha le stesse prerogative di libertà dello Spirito che soffia ovunque, senza barriere. L’annuncio del Regno è la grande novità della predicazione di Gesù, con tale annuncio le vecchie barriere sono abbattute: non ha più alcuna importanza l'essere Ebreo o pagano, schiavo o libero, uomo o donna, perché uniti a Gesù Cristo siete diventati un sol uomo (Gal. 3, 28). Con il Regno l’egoismo, l’etnocentrismo, l’esclusivismo religioso non hanno più diritto di cittadinanza. Ecco dunque perché la richiesta del Regno è al centro della prima parte del Padre Nostro, con tale richiesta l’uomo che prega prende un solenne impegno di rinunciare a qualsiasi potestà e cittadinanza in nome della cittadinanza del Regno, Questo impegno solenne, cui corrisponderà nella seconda parte l’impegno della rinuncia all’odio e del perdono, stabilisce una volta per tutte il principio della preghiera cristiana, l’accoglienza amorevole verso ogni uomo, verso ogni creatura di Dio. Non ha diritto di chiedere ciò chi non lotta fino in fondo per la liberazione di ogni uomo dalle catene che lo imprigionano, catene materiali e spirituali. Non ha diritto di pregare così chi non lavora per edificare questo Regno, chi, con le sue scelte, va contro questa costruzione, distrugge, porta in rovina.

I temi che nella prima parte della preghiera si presentano in forma di rapporto uomo/Dio ritornano nella seconda parte sotto la forma dei rapporti uomo/uomo. Dio è garante del bene e della felicità dell’uomo, una felicità che è legata, nonostante quello che dicono alcuni spiritualisti, alla irrinunciabile condizione materiale dell’uomo. L’uomo non è uno spirito disincarnato, ma un essere che è contemporaneamente materia e spirito, e che partecipa pienamente di entrambe le condizioni, senza potersi disfare dell’una a beneficio dell’altra (il cristianesimo non propone un’escatologia di anime “pure” e felici nell’oblio ma una concreta e scandalosamente materiale risurrezione del corpo, con l’ingresso in una nuova dimensione nella quale anche la materialità dell’uomo sarà oggetto dell’amore salvifico di Dio. Per questo motivo non è lecito al cristiano disprezzare il proprio corpo, contaminarlo con l’impurità o mortificarlo con punizioni, ascesi o pratiche di straniamento, perché il cristiano non invoca la salvezza dal corpo ma attende la salvezza anche del corpo). Così la richiesta del pane quotidiano è richiesta anch’essa scandalosamente materiale, perché il figlio deve chiedere al Padre il proprio sostentamento. Tale richiesta, ovviamente è anche, in senso traslato una richiesta spirituale, ma non inganniamoci con false spiritualizzazioni, il pane quotidiano è, anzitutto pane! Proprio questa materialità del pane quotidiano ci fa comprendere come il pregare non ha senso finché non si realizza veramente nella propria vita il senso della preghiera. Ritornano qui i temi dell’elemosina e del digiuno. Finché un solo uomo sulla faccia della terra patirà la fame e la sete, finché un solo uomo soffrirà la mancanza di beni materiali indispensabili per un vivere dignitoso il cristiano deve provare un moto di vergogna nel pronunciare queste parole. Che senso ha, specie per i cristiani dell’occidente, sazi e soddisfatti (anche quelli che nell’occidente vengono definiti poveri!), pregare Dio di dar loro il pane quotidiano se il mondo muore di fame, se miliardi di esseri umani non hanno il pane quotidiano che Dio ha dato all’umanità intera, e dunque anche a loro?  Si pone qui con drammaticità il tema della solidarietà, della comune proprietà dei beni della terra che, insegna la dottrina sociale della chiesa, non possono essere posseduti impunemente a scapito di chi soffre la fame. Non ha diritto di innalzare questa preghiera chi non opera con tutte le proprie forze perché queste parole si realizzino pienamente.

La preghiera continua con la richiesta di perdono, condizionata alla capacità di dare perdono. È inutile, nella visione proposta da Cristo invocare perdono dal Padre se non si è capaci di perdonare coloro che ci hanno fatto del male. Il pane del perdono, così come quello materiale deve essere alla portata di tutti o non è pane, è soltanto manifestazione d’egoismo. Il perdono è condizione indispensabile per l’avvento del Regno. Gesù inizia la sua missione proprio con il duplice annuncio dell’avvento del Regno e dell’invito alla conversione. Il primo atto del Regno di Dio che viene è la remissione dei peccati, il grande giubileo di misericordi più volte ricordato da Cristo che significa remissione del debito, cancellazione della colpa, nuova creazione per l’umanità. Affermare che il Regno di Dio deve passare attraverso il cuore dell’uomo significa attribuire all’uomo la possibilità di dare il perdono e di riceverlo, solo così si afferma il Regno. Ancora, non ha diritto di elevare questa preghiera chi non è capace di perdonare, chi non vuol farlo, chi non si sforza di iniziare un cammino di perdono, chi non è disposto a stringere la mano e a sorridere a chiunque!

Una volta affermatosi il Regno tra gli uomini (non significa che il Regno si sia compiuto, ma soltanto che esso ha cominciato a diffondersi), l’ultima esigenza è quella di evitare che il male si diffonda all’interno di questo, come la zizzania della parabola. Il cristiano che prega Dio di non farlo cadere nella tentazione e di liberarlo dal Maligno, sta pronunciando la sua scelta definitiva di stare da una parte contro l’altra. Dalla parte di Dio contro il demonio, dalla parte del bene contro il male. Ciò significa in concreto un impegno coerente ad allontanare il male dalla propria vita e a conformarsi all’immagine di Gesù Cristo che combatte il male con l’arma della parola di Dio. Il cristiano sa che il Maligno ha ingaggiato una battaglia violentissima contro il Regno di Dio e che in questa battaglia nessuno è neutrale. La preghiera si conclude con una invocazione di forza per resistere alle lusinghe del male e per realizzare ciò che nella preghiera si è affermato. Infine, non ha diritto di elevare questa preghiera chi è ancora prigioniero volontario del male, chi non si sforza di liberarsi dal peso del peccato, chi non lotta con tutte le sue forze contro la tentazione!

L’espressione “non ci indurre in tentazione”, che alle nostre orecchie suona molto dura e, in una visione paterna di Dio, quasi blasfema, deve essere ben compresa e collocata all’interno del contesto largo della cultura ebraica e del contesto stretto del Padre Nostro. Dobbiamo anzitutto considerare il contesto diretto del Padre Nostro, nel quale ogni azione, contenuta nelle sette richieste è direttamente attribuita a Dio (ciò corrisponde all’uso della cultura ebraica che, per rispetto, quando si citava Dio non lo si faceva che come soggetto attivo dell’azione e mai come semplice assistente o soggetto passivo). In parallelismo con il resto della preghiera anche l’ultima frase presenta Dio come sorgente dell’azione. In secondo luogo si deve considerare che nel testo greco le parole usate sono esattamente: “kai\ mh\ ei)sene/gkvj h(ma=j ei)j peirasmo/n, r(u=sai h(ma=j a)po\ tou= ponhrou=”. In tale espressione la parola peirasmo/n che noi traduciamo tentazione può essere interpretata genericamente come prova, cioè come difficoltà quotidiana, con ciò il verso potrebbe significare una richiesta di essere soccorsi nelle difficoltà della vita. Tuttavia poiché sempre il termine peirasmo/n viene inteso come legato al mondo del male, sono state proposte, nel corso dei secoli, altre interpretazioni. Alcuni (Tertulliano) hanno sostenuto che la frase significhi semplicemente che Dio permette la tentazione e quindi la richiesta sarebbe: “non permettere che cadiamo in…”; mentre per altri (Agostino), derivando la tentazione dalla concupiscenza umana, la richiesta è di essere preservati dall’acuirsi di tale concupiscenza. È probabile che, rifacendosi al contesto prossimo, la prima parte della frase non possa essere interpretata senza la seconda (che anzi ne costituisce proprio un primitivo tentativo di interpretazione) e che dunque non possa essere scisso il problema della tentazione dall’esistenza e dall’azione del Maligno, dal quale si chiede di essere liberati. In questo modo il fatto che Dio non induca in tentazione è strettamente collegato al fatto che Dio liberi dal Maligno e che quindi, nel liberare l’uomo dall’influsso del Male Dio interrompa anche il rapporto stretto tra il Male e la tentazione che alligna nella concupiscenza umana.

Il Padre Nostro ha anche un valore di archetipo rispetto al pregare comune di ogni cristiano, nel senso che ogni preghiera cristiana deve modellarsi su di esso e deve accoglierne i contenuti essenziali. Ciò significa che il pregare cristiano non può non rivolgersi a Dio invocandolo come Padre, cioè che il cristiano quando prega deve rendersi sempre conto di trovarsi di fronte al Padre misericordioso della parabola del figlio prodigo, il Padre che dà al figlio, come supremo dono, la libertà e che accoglie sempre il figlio quando questi decide di tornare a lui. La preghiera del cristiano è sempre una preghiera comunitaria, anche quando prega da solo; perché Dio ha creato dei fratelli non degli individui isolati, perciò chi prega, prega sempre a nome e per conto della comunità, della chiesa e non a proprio nome. Il Padre Nostro ci insegna a pregare con Dio, secondo la sua volontà, secondo il suo progetto. Spesso la preghiera dei cristiani tende a far violenza a Dio, al contrario Gesù ci insegna ad accogliere con gioia il piano e la volontà del Padre. Gesù ci insegna a costruire il Regno sulla terra, a farci ambasciatori dei valori del Regno e cioè: “amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé” (Gal. 5, 22-23).

La preghiera cristiana è preghiera di condivisione e di perdono. Troppo spesso le comunità si chiudono egoisticamente in sé stesse autocompiacendosi e trascurando ciò che le circonda, il Padre Nostro insegna a caricare sopra si sé le angosce e i dolori del mondo; la vera preghiera deve essere carica di slancio missionario e solidale, per far giungere a tutte le orecchie il messaggio di liberazione di Gesù. La vera preghiera deve essere piena di forza per perdonare e farsi perdonare, per servire ed accettare il servizio di tutti, per non escludere nessuno dal banchetto della propria gioia. Non perdonare un fratello significa averlo ucciso nel nostro cuore, avergli tolto tutto, anche la speranza del ritorno, non può pregare il Padre colui che toglie la grazia del perdono ad uno dei figli del medesimo Padre. La vera preghiera cristiana deve essere aliena dalla compromissione col male e deve saper trovare la forza per sfuggire alle tentazioni di abbandonarsi all’egoismo ed alla sopraffazione.

Il Padre Nostro  è scuola di vita e di preghiera. Saper pregare facendone proprie le parole è il passo definitivo verso la perfezione della preghiera in Cristo.


Torna a Catechesi