Come pregare "nello Spirito" nei periodi di aridità?

Padre Raniero Cantalamessa

 

Nella vita di preghiera è normale sperimentare dei periodi in cui non riusciamo più a pregare, proviamo molta fatica o addirittura repulsione per l'orazione, periodi in cui ci sembra di tornare indietro piuttosto che di avanzare. In questi momenti capita di sentire Dio come lontano, assente e abbiamo la sensazione di essere stati da Lui abbandonati.  Questi momenti vengono chiamati con il termine di "aridità" oppure "deserto"...

E' proprio in questo tempo di lontananza di Dio e di aridità che si scopre tutta l'importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Egli, da noi non visto e non sentito, riempie le nostre parole e i nostri gemiti, di desiderio di Dio, di umiltà, di amore, "e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito». Noi non lo sappiamo, ma lui sì! Lo Spirito diviene , allora, la forza della nostra preghiera «debole», la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l'anima della nostra preghiera. Davvero, egli «irriga ciò che è arido», come diciamo nella sequenza in suo onore. Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica o pensi: «Padre, tu mi hai donato lo Spirito di Gesù; formando, perciò, un solo Spirito con Gesù, io recito questo salmo, celebro questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio, qui alla tua presenza. Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti ancora dalla terra». Un profumo sale a Dio da questa preghiera e io amo vedere realizzata qui la figura biblica di Isacco, allorché aspirò l'odore degli abiti del suo figlio ed esclamò: Ecco l'odore del mio figlio, come odore di un campo che il Signore ha benedetto!(Gn 27, 27). Noi siamo, infatti, «il buon odore di Cristo» e lo siamo anzitutto per il Padre, «dinanzi a Dio" come dice l'Apostolo (cf. 2 Cor 2, 15). 

Quando voglio essere certo di pregare proprio con lo Spirito di Gesù, ho scoperto che il modo piú semplice è quello di pregare anche con le parole di Gesù dicendo il Padre nostro». Ho scoperto il «Padre nostro» continuato, che consiste nel ripetere a lungo, anche per ore, le parole del «Padre nostro», ma non come se si trattasse di tanti «Padre nostro» detti uno dopo l'altro, ma come se fosse un unico, ininterrotto «Padre nostro». Il «Padre nostro» diventa, cosi, un modo particolarmente biblico di coltivare quella preghiera del cuore che tanti hanno coltivato servendosi dell'invocazione del nome di Gesù. Anziché pregare Gesù, qui si prega con Gesù. Non si è capaci certamente  di prestare attenzione tutto il tempo a tutte le parole, specie se intanto si fanno anche altre cose; ma si stabilisce ugualmente come un ritmo mentale di preghiera. Ogni tanto l'attenzione si ridesta e allora si valorizza, con semplicità, la parola su cui si è posata la mente, anche mentre la preghiera prosegue: «Venga il tuo regno», o «Sia fatta la tua volontà», o «Rimetti a noi i nostri debiti», o «Liberaci dal male». Non c'è bisogno spirituale e temporale e non c'è stato d'animo che non trovi, nel «Padre nostro», lo spazio e la possibilità di tradursi in preghiera. Apparentemente manca nel «Padre nostro» la cosa più importante di tutte: lo Spirito Santo, tanto che nell'antichità si cercò di colmare, in alcuni codici, questa lacuna, aggiungendo, dopo l'invocazione per il pane quotidiano, le parole: «lo Spirito Santo venga su di noi e ci purifichi», Ma è più semplice pensare che lo Spirito Santo non è tra le cose chieste proprio perché è colui che le chiede. Dio , è scritto , ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida Abbá, Padre!(Gal 4, 6): e lo Spirito Santo, dunque, che intona in noi il «Padre nostro»; senza di lui grida a vuoto "Abbà!" chiunque lo grida. 

Non c'è , dicevo , stato d'animo che non si rifletta nel «Padre nostro» e che non trovi in esso la possibilità di tradursi in preghiera: la gioia, la lode, l'adorazione, il ringraziamento, il pentimento, Ma il «Padre nostro» è soprattutto la preghiera dell'ora della prova. C'è una somiglianza evidente tra la preghiera che Gesù lascio ai suoi discepoli e quella che egli stesso innalzò al Padre nel Getsemani. Egli ci ha lasciato, in realtà, la sua preghiera. Nel Getsemani, egli si rivolge a Dio, chiamandolo «Abbà, Padre» (Mc 14, 36), o «Padre mio» (Mc 26, 39); prega che "sia fatta la sua volontà»; chiede che «passi il calice", come noi chiediamo di essere liberati dal male» e di non essere «indotti in tentazione», cioè nella prova (peirasmos). Quale conforto, nell'ora della prova e dei buio, sapere che lo Spirito Santo continua in noi la preghiera di Gesù nel Getsemani, che i «gemiti inesprimibili» con cui lo Spirito intercede per noi, in quei momenti, giungono al Padre mescolati alle "Preghiere e suppliche con forti grida e lacrime», che il Figlio elevò a lui «nei giorni della sua vita terrena»! (cf. Eb 5, 7). 

«Il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio , dice sant'Agostino , è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce» (Enarr. Ps, 85, 1).

 

Tratto da "La vita nella signoria di Cristo" - R. Cantalamessa  - Editrice Ancora


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