"Potete bere il calice che sto per bere?"

Padre Giuseppe Galliano

Settimana di spiritualità - Lozio Casa della sapienza 10-16 agosto 2003

 

Nell’ultima cena Gesù presenta un calice nel quale c’è il suo sangue, la sua vita da bere, affinché coloro i quali vogliono restare fedeli al suo programma, al suo messaggio, bevendo al calice abbiano la stessa vita e la stessa forza di Gesù per stare fedeli al Vangelo fino alla morte. Questa è l’interpretazione biblica, oggi faremo un’interpretazione spirituale, quelle che piacciono un po’ di più perché non incidono tanto nella nostra vita, sono dei consigli ma, che sono belli. Il calice che il Signore ci presenta va preso, innalzato e bevuto, come ha fatto Gesù. "Questo è il mio sangue", lo prende, lo innalza e lo beve. Gesù ha detto "prendetene e bevetene tutti", quindi noi dobbiamo prendere il nostro calice, innalzarlo e berlo. Prendere il calice significa vivere la nostra vita, e sapere quello che c’è in essa. La gioia ed il dolore dipendono da come noi ci rapportiamo a queste emozioni. Dobbiamo sapere quello che c‘è nella nostra vita per viverla intensamente, perché di vita ce n’è una sola; è il discorso sulla consapevolezza, noi dobbiamo consapevolizzare la nostra vita, le nostre emozioni per sapere quale è il nostro progetto e, quindi, prendere il calice vuol dire guardare in modo critico la nostra vita, dobbiamo essere delle persone che entrano sempre in crisi; le persone che non entrano mai in crisi sono quelle oramai finite. 

La persona viva è quella che si mette in discussione ogni giorno, che si lascia invadere dalle sue inquietudini. Quando noi prendiamo la coppa e la guardiamo, vediamo che dentro di essa c’è dolore e gioia. Ci sono i nostri dolori perché il Signore non sempre ci ha accontentato in quello che abbiamo richiesto: abbiamo sperato in un nuovo viaggio, in un nuovo amore, in un nuovo vicino di casa, un nuovo lavoro, ecc, ecc. ed abbiamo visto che la costante della nostra vita è il dolore ed il problema sta nel vedere come noi ci rapportiamo ad esso.

"La mia anima è triste fino alla morte", disse Gesù nel Getsemani e, proprio nel Getsemani, è arrivato un angelo consolatore col quale Gesù attraversò questo dolore. Molte volte per paura di soffrire noi non prendiamo in mano la nostra vita. In psicologia, è di questi tempi il problema dei giovani i quali scelgono di non scegliere, proprio per paura di soffrire. Questo non significa prendere in mano la propria vita. Guardando al dolore c’è anche la gioia perché essa è una costante della nostra vita; ma non si trova mai allo stato puro, è sempre frammista al dolore; è una gioia che noi dobbiamo ricercare e scegliere.

Ad Assisi si trova il crocefisso che parlò a Francesco e gli disse: "Edifica la mia chiesa"; è un crocefisso di gioia, non è l’immagine di un uomo agonizzante sulla croce, è un Gesù che riposa sulla croce, ad occhi aperti e ti guarda e le persone intorno gli sorridono. Questa non era la realtà ma, è un messaggio che ha dato l’autore di quel quadro per esprimere che, anche in mezzo al dolore, ci può essere la gioia e che la gioia va scelta. C’è la gioia ed il dolore, vediamo come ci rapportiamo ad esse e vediamo cosa scegliamo. Andando via da Lozio potremmo raccontare tutte le cose belle che ci sono state ma, potremmo anche raccontare tutti i disagi: dobbiamo scegliere cosa raccontare.

Innalzare. "Cin cin, alla salute"! E’ un’espressione comune a tutte le nazioni della terra. Gli unici che invece dicono: "Alla vita!", sono gli ebrei. Innalzando alla vita significa prendere la coppa della propria vita ed innalzarla, cosa questa difficilissima. Nel calice di vetro trasparente, quando viene innalzato si vede il contenuto, che significa che lascio vedere agli altri quello che c’è nella mia vita, i miei dolori e le mie gioie che, anziché tenerle dentro col rischio che si crei un’implosione, si somatizzi e ci si ammali, lascio vedere la mia vita manifestando i miei bisogni. Dobbiamo imparare a manifestare il nostro bisogno: ho bisogno di te, che tu stia con me, che tu venga alla mia festa, poi tu sarai libero di fare ciò che vorrai. Questo è il significato di innalzare il calice e celebrare la nostra vita.

Dobbiamo imparare a far vedere come siamo, ovviamente cercando di imparare a crescere, correggendoci, educandoci ma, non dobbiamo diventare quello che vogliono gli altri, ma quello che vuole Dio, cioè quello che sentiamo nel cuore, dobbiamo diventare grazia, meraviglia di Dio, indipendentemente da quello che pensano gli altri. 

Bere: Dobbiamo bere la coppa della nostra vita. Dobbiamo essere noi stessi, domandarci qual è il nostro progetto? Ecco il tentativo, lo sforzo continuo per quel progetto che Dio ha scelto per noi, quindi, identificarci in esso, continuamente. Ad esempio Van Gogh sapeva che la sua vocazione era di disegnare, dipingere e lo ha fatto ed è diventato un grande. Tutti i geni sono coloro che hanno scelto di diventare quello che sentivano nel cuore. Gesù sperimenta la coppa della sua vita, come Osanna e come "crocifige". Non dico che non bisogna fidarsi degli altri, ma gli altri sono volubili. Quando Gesù entrò in Gerusalemme su un asinello tutti gridavano: "Osanna, Osanna figlio di Davide", e dopo cinque giorni gridarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo". Gesù sapeva quale era il suo progetto ed è andato avanti. Anche noi dovremmo fare come Lui. Per quanto concerne noi stessi, a volte, quando ci dicono "Osanna"camminiamo più speditamente, quando invece ci dicono: "Crocifiggi" invertiamo la marcia, tradendo noi stessi e tradendo Dio. Dobbiamo imparare a vivere l’osanna ed il crocifiggi, a conoscere il progetto di Dio e viverlo intensamente. Questo è il peccato! Quello di voler vivere la propria vita, non secondo il progetto di Dio, ma secondo il progetto degli altri. E’ la terza tentazione di Gesù nel deserto, quando il diavolo gli dice di gettarsi dal pinnacolo del tempio per diventare il Messia. Si diceva nel Talmud che il Messia si sarebbe manifestato sul pinnacolo del tempio, quindi il diavolo dice a Gesù di fare quello che voleva la gente ed allora sarebbe divenuto messia. Gesù invece ha detto: "Adora il Signore Dio tuo, a lui solo rendi culto." Non dobbiamo rendere culto al pensiero degli altri, a quello che gli altri vogliono, ma soltanto a quello che Dio vuole per ciascuno di noi. La coppa va bevuta fino in fondo e abbiamo bisogno di una disciplina completa per aiutare ad appropriarci pienamente delle nostre gioie e dolori, ad interiorizzarli. La disciplina si articola in: Silenzio – Parola – Azione.

Silenzio: molte volte per non affrontare situazioni e dolori ci rifugiamo nello svago o in una superattività. Il termine intrattenere deriva dal latino "tenere" qualcuno "tra" (intra). L’intrattenimento mantiene la nostra mente lontana da quello che più preme. Può essere un bene per una serata, una vacanza, ma molte volte lo protraiamo per tutta la vita (se fosse possibile). Il silenzio rompe questo intrattenimento e ci restituisce la parte più profonda di noi e per questo ci spaventa: gelosie, rabbie, lussuria, violenza………. Se resistono queste voci dell’oscurità, a poco a poco verranno assorbite per fare spazio alla voce di Dio che è più flebile. Elia sul monte Oreb "mormorio di vento leggero" (1 Re 19,11-13)

Parola: la condivisione della coppa con una cerchia di amici (mentre la testimonianza è per tutti), amici cari con cui parlare delle profondità del nostro cuore, delle sue verità, ci liberano dalle paralisi del segreto.

Azione: "Fa questo, vieni a questo incontro" l’essere occupati è diventato un segno di importanza e non è facile distinguere quello che siamo chiamati a fare e quello che noi vogliamo fare. Come Gesù dobbiamo dire " tutto è compiuto" (Gv.19,30). Bere la nostra coppa implica la scelta delle azioni che sono la nostra vocazione, che portano alla lode di Dio (qualsiasi sia l’azione). Le azioni che non portano gioia e pace (nel profondo) all’esaurimento non sono in accordo alla nostra chiamata. Gesù ci chiede: "potete bere il calice che sto per bere?" è una domanda che avrà un significato diverso ogni giorno della nostra vita. Possiamo abbracciare ogni giorno dolori e gioie nella nostra vita? Alcuni giorni si, altri no! Giacomo e Giovanni hanno detto sì senza sapere dove quel sì li avrebbe condotti e così Pietro e tutti i Santi. Bere il calice non è un atto eroico che promette una ricompensa, è un atto d’amore, un atto d’immensa fiducia, un atto d’abbandono a Dio, ed è la più grande sfida della vita spirituale. Essa infrange tutti i calcoli umani e demolisce i congegni di sicurezza che ci siamo inventati. Bere il calice che Gesù ha bevuto è vivere una vita nello spirito di Gesù, e con Lui, spirito dell’amore senza condizioni. L’intimità di Gesù e del Padre si basa su una fiducia completa senza nessuna garanzia. È soltanto amore, puro, illimitato, sconfinato.

Quest’intimità, quest’amore ha un nome: Spirito santo. È lui che ogni giorno trasformerà le nostre incertezze nel SI obbediente e la nostra coppa, il nostro sangue, mischiato a quello di Gesù ci trasformerà nell’unico corpo del Cristo vivente, che sempre muore e risorge per la salvezza del mondo.

Amen


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