Continuiamo
la nostra riflessione sul capitolo 18 di Giovanni meditando l'episodio
dell'arresto
di Gesù. Riprendiamo il discorso dalla domanda che Gesù ha posto alle
guardie venute per
arrestarlo: 600 guardie romane più altre 200 del tempio di Gerusalemme.
La domanda di Gesù
è:" CHI CERCATE?".
Nell'omelia
precedente avevamo concluso con la stessa domanda rivolta a noi
stessi: "Chi
cerchiamo ? Qual è il Gesù che cerchiamo, qual è il Messia che
cerchiamo ? È il Gesù delle
immaginette, è quello che ci è stato insegnato dai catechisti, magari
tanti anni fa? La risposta che
ci siamo dati è che noi cerchiamo il VIVENTE
, cerchiamo un Dio vivo che si comunica
incessantemente.
Alla domanda di Gesù, i soldati rispondono con la frase: "Cerchiamo
Gesù il nazareno" e Gesù
replica: "Vi ho detto che IO SONO, se dunque cercate me
lasciate che questi se ne vadano".
Non
c'è nessuna annotazione nel vangelo che indichi che dopo l'affermazione
di Gesù - IO
SONO - le guardie siano crollate per terra. Si evidenzia allora che non
si tratta di un fatto fisico,
ma di un fatto simbolico che sta a significare che tutto, nel senso di
ogni cosa, crolla dinanzi alla
signoria di Gesù.
Gesù
replica: "Se dunque cercate me lasciate che questi se ne
vadano". Gesù in questo modo
vuole mettere in salvo i suoi amici. Ma l'azione di "andarsene
" indica il movimento contrario a
quello di"seguire
"; Gesù li aveva scelti come apostoli, adesso dà loro la
possibilità di andarsene
perché non sono ancora pronti a dare la loro vita.
Dare
la vita per Gesù deve infatti essere unatto libero perché è un
atto d'amore.
Non deve essere quindi costretto dalle circostanze, né
tantomeno dalla violenza, ma deve essere un atto libero.
Il
significato delle azioni di Pietro
Il
versetto continua: "Perché si adempisse la parola che egli
aveva detto: non ho perduto nessuno
di quelli che mi hai dato". Gesù salva la vita dei suoi
non soltanto in questa circostanza ma, con
la sua morte Gesù darà la vita ad ognuno di noi.
Gesù avrebbe potuto fuggire, come ha sempre fatto per poter portare a
termine la sua missione.
Questa volta però non scappa e si consegna volontariamente.
Gesù
risponde ai soldati "...Sono io. Se dunque cercate me,
lasciate che questi se ne vadano". A
questo punto accade però qualcosa di tragico:
Simon Pietro aveva con sé una spada e non esita
ad estrarla.
Da dove veniva Pietro? Aveva appena fatto la prima comunione. Veniva dal
cenacolo doveaveva partecipato all'ultima cena in cui Gesù aveva detto"vi
lascio un comandamentonuovo: amatevi come io vi ho
amato". Nonostante ciò Pietro aveva portato nel fodero una
spada: " ...con i tempi che corrono non si può mai sapere, una
spada fa sempre comodo". Forse
questo è stato il pensiero di Pietro che fino a quel momento non aveva
ancora capito chi fosse
Gesù, quell'uomo che aveva accompagnato per tre anni. Pietro è
disposto all'aggressione o alla
difesa violenta. Non ha compreso che il
messaggio di Gesù è quello di consegnarsi e donarsiper poter comunicare vita.
Pietro
peraltro aveva già fatto delle resistenze durante l'ultima cena perché
non ha superato la
tentazione di fare di Gesù un re. Pietro considera Gesù un vero
leader, il suo ideale di leader.
Non accetta dunque una figura di Gesù come amico, perché un leader
deve essere al disopra di
tutto, così come non accetta un Gesù come servo, e per questo tenta di
fare diventare un rito la
lavanda dei piedi." Lavami tutto" dirà a Gesù.
Per Pietro Gesù è un leader che ha bisogno di
obbedienza completa e va difeso sempre e comunque. Non ha compreso il
messaggio e il dono di
Gesù anche se Gesù stesso gli aveva detto:" tu darai la
vita per me", ma gli aveva anche detto: "non
canterà il gallo due volte prima che tu non m'abbia rinnegato tre
volte".
Pietro,
noncurante di quanto Gesù gli aveva detto, vuole comunque difenderlo.
Non ha capito il
suo messaggio di non violenza e vuole impedire la morte di Gesù che
rappresenta la massima
manifestazione dell'amore del Padre.
Pietro
si oppone al disegno di Dio. Vede la morte comeun fallimento e quando Gesù
verrà consegnato alla morte, se ne andrà, lo tradirà.
E
noi, quando tiriamo fuori la nostra spada che è la nostra lingua per
difendere Gesù, siamo
sicuri di essere nel giusto, siamo sicuri che Gesù voglia questo?
Oppure il Signore ci dice "riponi la tua spada nel fodero, non ho
bisogno di essere difeso da te".
Pietro dal canto suo tira fuori la spada e cosa fa? Tra gli 800 soldati
che ha di fronte ne sceglie
uno, il servo del sommo sacerdote e con una mira infallibile gli taglia
il lobo dell'orecchio
destro.
Questo gesto ha un significato molto importante; tra l'altro nel Vangelo
viene anche citato il
nome dell'uomo ferito da Pietro: il suo nome è Malco che significa
"re".
Il servo del sommo sacerdote non è una persona adibita a funzioni di
poco conto, quella notte è il
rappresentante legale del sommo sacerdote (per fare un riferimento a noi
comprensibile, è come
se fosse il Vicario del Vescovo).
Questo
servo rappresenta il sommo sacerdote che in quel tempo stabiliva anche
la legge civile.
Pietro quindi aggredisce il servo perché vuole colpire il sommo
sacerdote. Ma perché taglia
proprio il lobo destro? Il riferimento è alla cerimonia di nomina dei
sommi sacerdoti: quando si
consacrava un sommo sacerdote lo si faceva seguendo una liturgia,
indicata nel libro del Levitico
al capitolo 8 versetto 23: si squartava un ariete e con il sangue si
bagnava il lobo dell'orecchio
destro del sommo sacerdote. Se il candidato aveva qualche imperfezione,
non poteva essere
ordinato sacerdote.
Pietro
quindi, tagliando il lobo dell'orecchio di questo uomo, stacompiendo una grande azione
simbolica: sta tentando di abolire il sommo sacerdote.
Infatti
il sommo sacerdote in carica al tempo di Gesù era un uomo corrotto ed
era sul libro paga dei
romani.
Gesù non condivide l'atto di Pietro perché non è venuto a sostituire
qualcuno, ma ad abolire tutta
la religione giudaica.
Il sommo sacerdote era il mediatore tra Dio e gli uomini. Con Gesù la storia della
mediazionefra Dio e gli uomini viene
eliminata, non c'è più bisogno di nessun mediatore
.
Ci
dirà San Paolo, nella prima lettera a Timoteo, versetti 2 5: "Uno
solo è Dio e uno solo è il
mediatore tra Dio e gli uomini; l'uomo Cristo Gesù che ha dato se
stesso in riscatto per tutti".
Nella
lettera agli Ebrei 4, 14, si legge: "Abbiamo un grande sommo
sacerdote che ha attraversato
i cieli: Gesù, figlio di Dio".Quindi è finita l'epoca di questi mediatori, di queste persone
che nel nome di Dio mediano un
Dio che è nella loro mente. Adesso si parla di un Dio con noi;"io sono con voi fino alla finedel mondo" dirà Gesù. Non c'è più bisogno del sommo sacerdote.
L'azione violenta di Pietro che taglia l'orecchio riflette la sua
mentalità, il suo desiderio. Gesù si
confronterà con il sommo sacerdote ma non lo farà con la forza.
La spada di Pietro è un parallelo con la spada dei soldati venuti a
catturare Gesù. Pietro è un
partigiano della violenza tanto quanto lo sono i soldati. L'uno e gli
altri rappresentano l'odio e la
morte. Gesù vincerà mostrando la gloria del Padre ma lo farà in
maniera diversa, non con la
violenza.
Pietro:
il "cocciuto" di Dio
Dopo il taglio del lobo dell'orecchio Gesù disse a Pietro: riponi la
spada nel fodero. In questa
occasione Simone viene chiamato per la terza volta Pietro.
Secondo recenti riflessioni degli esegeti, si nota che Simone viene
chiamato Pietro quando si
oppone al disegno di Dio; Pietro è
il soprannome che gli viene dato dagli apostoli perché il
"cocciuto", era Pietro il "testa dura". Difatti
Pietro è l'unico che per tutto il vangelo si opporrà al
disegno del Padre che si manifesta in Gesù. Nel vangelo di Giovanni
vediamo che Pietro non
segue Gesù ma lo accompagna
. Gesù dopo la resurrezione gli dirà infatti seguimi
.
Gesù, quando viene arrestato si rivolge a Pietro proprio con questo
nome per indicare che è il
cocciuto, duro a comprendere e a seguire il Signore. Gesù dice a Pietro
"...non devo forse bere il
calice che il Padre mi ha dato?". Cosa ci ricorda il
calice? Nei vangeli di Matteo, Marco e Luca,
Gesù, dinanzi al calice amaro che dovrà bere dirà: "Padre,
se possibile allontana da me questo
calice amaro". Nel vangelo di Giovanni Gesù non pronuncia
questa frase ma dice: "Io non devo
forse bere il calice che il Padre mi ha dato?"in questo vangelo non c'è nessun cedimento da parte di Gesù
mentre negli altri vangeli vediamo
un Gesù triste, angosciato, depresso, piangente, vediamo un uomo che ha
paura di fronte alla
morte violenta che lo aspetta Nel vangelo di Giovanni è come se Gesù
avesse ansia e fretta di
manifestare l'amore del Padre che si manifesta proprio nella morte
violenta della croce. Il Padre
non aveva destinato il figlio alla morte né tantomeno lo aveva
destinato ad una morte violenta,
ma nel mondo vige la tenebra oppressiva, nemica dell'uomo.
La morte era inevitabile e la
morte di Gesù manifesta due cose: da una parte la malvagità del mondo
che non accoglie
l'amore di Dio. Arriva un uomo, mandato dal Padre che manifesta l'amore
e il mondo lo toglie
di mezzo;
ma questa morte manifesta anche l'amore di Dio, manifesta qual è il
loro Dio, un
Dio che non cede, non risponde alla violenza con la violenza, non
risponde all'odio con
l'odio ma dinanzi ad una sopraffazione, alla violenza e all'ingiustizia,
Gesù si consegna pur
di non rispondere con la violenza.
Gesù
mostra che il Padre è puro amore, senza odio né aggressività e non fa
uso delle armi
del potere
. Se l'uomo, se ciascuno di noi vuole rendere Dio presente nel mondo
deve rinunciare
ad ogni violenza per manifestare la qualità del suo amore.
Il dio di questo mondo mette tutto se stesso a servizio dell'odio. Gesù
invece ci ha mostrato un
Dio diverso, un Dio che si mette a servizio dell'uomo e non ricorre né
al dominio né alla
violenza: è un Dio che ti serve, e ti serve nella pace.
L'amore e la misericordia di Gesù sono davvero pericolosi?
"Allora
il distaccamento con il comandante e le guardie dei giudei afferrarono
Gesù e lolegarono".
Attenzione:
è importante questa mossa di legare Gesù, uomo assolutamente indifeso
che ha dimostrato di essere contro la violenza e di non aver mai fatto
male a nessuno. Durante la
notte Gesù viene condotto in vari luoghi per essere sottoposto ai vari
processi-farsa e ad ogni
viaggio
lo legavano sempre più stretto perché Gesù è considerato un uomo
pericoloso come
pericoloso è il suo messaggio. Se solo il suo messaggio venisse capito,
praticato,esportato e
diffuso nel mondo crollerebbero tante cose; ecco che allora bisogna
legarlo. In tal modo viene
rispettata anche la profezia di Isaia 3, 9 10: "Guai a
loro per aver preso una decisione malvagia
contro se stessi dicendo leghiamo il giusto perché ci è insopportabile
ma mangeranno i frutti
delle loro opere".
Gesù
viene legato e portato da Anna, il sommo sacerdote; Anna è il
diminutivo di Anania, uomo
avido e arrogante, un uomo che voleva il potere e vi è rimasto per 10
anni.
Caifa era suo genero, degno del suocero, poiché rimane attaccato al
potere conferitogli per 19
anni, nonostante il governo romano tendesse a cambiare spesso i
rappresentati del potere in
Israele. Ciò significa che Anna e Caifa erano molto abili nel trattare
con l'oppressore romano ed
erano ben disposti a fare morire un uomo pur di evitare ogni problema
alla nazione di Israele,
quindi al loro potere.
Anna e Caifa sono uomini arroganti, ancorati al potere, al denaro e con
queste caratteristiche
giudicano Gesù che, nonostante il processo-farsa, anche per loro ha
avuto parole d'amore.
Chi
è il discepolo anonimo?
Gli
apostoli erano scappati tutti e quando inizia il processo a Gesù
soltanto due erano rimasti
appresso al Signore: uno si chiama Simon Pietro e l'altro è il
discepolo. La tradizione ci dice
che questo discepolo è Giovanni, ma in tutto il vangelo rimane anonimo
e sappiamo che quando
incontriamo nel vangelo un personaggio anonimo in realtà si tratta
della chiamata rivolta adognuno di noi;
ognuno di noi si deve identificare con il discepolo anonimo. Vediamo
ancora
questo discepolo anonimo che nell'ultima cena reclina il capo nel seno
di Gesù. Essere nel seno
di qualcuno non significa fare le coccole, ma significa essere in piena
intimità. Questo discepolo
è l'ombra di Gesù, è in sintonia completa con Gesù e sarà presente
alla passione, sarà presente ai
piedi della croce e alla resurrezione di Gesù mentre Pietro, cocciuto,
testa dura, ancora guarderà
e non comprenderà nulla.
Questo
discepolo che è in intimità con Gesù
e Pietro vanno appresso a Gesù, ma solo Gesù e il
discepolo anonimo entrano nell'atrio della casa del sommo sacerdote; il
discepolo anonimo può
accedere liberamente alla casa perché era conosciuto dal sommo
sacerdote, conosciuto nel senso
che aveva il distintivo del discepolo di Gesù. Questo discepolo è
oltretutto sprezzante del
pericolo perché entra dapprima con Gesù poi, accorgendosi che Pietro
non è entrato esce a
cercarlo. Pietro non è potuto entrare perché non aveva il distintivo
di Gesù, non era riconosciuto
come discepolo di Gesù. Il distintivo, cioè quello che rende
riconoscibile il discepolo come
seguace di Gesù, è il suo aspetto interiore. Pietro, l'unico armato,
l'unico violento, l'unico che
non vuole dare la vita con Gesù e come Gesù, non è conosciuto e non
può entrare, rimane fuori,
dice il Vangelo: "vicino alla porta", non passa la porta.
Chi andrà a Roma per il giubileo sappia che per varcare la porta santa
deve essere come il
discepolo anonimo capace di dare la vita altrimenti si fermi, come
Pietro, nell'atrio.
Per
entrare attraverso la porta (Io sono la porta delle pecore) bisogna
avere il distintivo.. Il
discepolo anonimo è entrato e uscito perché come Gesù, vuole dare la
vita. Pietro rimane fuori
nell'atrio, mentre questo discepolo che è libero perché non gli
importa di morire esce e va da
Pietro che come capo della comunità deve entrare ad assistere al
processo che si sta svolgendo
contro il Signore.
Allora Pietro si convince e si muove verso la porta dove c'è una
giovane portinaia che gli chiede:
forse sei anche tu discepolo di quest'uomo? La domanda colloca Pietro
davanti all'opzione: o si
dichiara discepolo di Gesù ed entra disposto a seguirlo oppure lo
rinnega rompendo apertamente
con Lui. Tutta la sua arroganza è sparita, si spaventa di fronte ad una
ragazza. Teme la
conseguenza di professarsi simpatizzante del prigioniero.
Gesù aveva detto a Pietro (Giovanni 8, 31):
per essere veramente miei discepoli non basta
ascoltare le belle prediche che faccio, ma dovete attenervi al mio
messaggio, conoscerete la
verità e la verità vi farà liberi.
Pietro
non accetta il messaggio di Gesù che parla del dono di sé e rimane
prigioniero del suo
falso ideale e risponde alla portinaia NON SONO. Nell'altro vangelo
risponderà di non avere
compreso la domanda. Qui dice invece NON SONO. Mentre Gesù dinanzi alle
guardie, dinanzi
al potere e alla morte, aveva detto IO SONO e tutti erano crollati a
terra, Pietro dice NON SONO
e gli crolla il mondo addosso.
Noi,
dinanzi alla violenza, dinanzi al dono che possiamo fare di noi stessi,
cosa
rispondiamo? IO SONO?
Ogni volta che noi accettiamo l'amore, ogni volta che accettiamo la
guarigione faremo come quel cieco nato che dopo essere stato guarito si
trasforma e nessuno più
lo riconosce e gli domandano ma tu chi sei? E il cieco guarito risponde
IO SONO, e può
rispondere così perché ha accettato l'amore di Dio.Anche noi abbiamo accettato
l'amore di Dio, SIAMO o NON SIAMO?
Pietro
dicendo NON SONO rimane fuori dalla porta.
Varcare la porta della speranza, la porta del Giubileo non è soltanto
fare un passo fisicamente,
ma significa entrare in un'altra dimensione. Pietro non è entrato, è
rimasto fuori al freddo, è
rimasto fuori con le guardie, è rimasto fuori nella notte. Non ha
accettato Gesù, sente freddo, ha
paura perché NON E'.