Il «cuore» dell'annuncio cristiano

Card. Giacomo Biffi

Tratto da "Nuova Secondaria"

 

L'ANNUNCIO DI UN FATTO.
Il Cristianesimo non è un'idea, una dottrina. Non vuole fare concorrenza ad ideologie, magari politiche, o a filosofie. Il Cristianesimo è un fatto ed esige un'esperienza.
Capirlo alla luce del Vangelo è già una rivoluzione culturale.


Il cristianesimo prende inizio da un «fatto». È un fatto avvenuto presumibilmente nella notte tra l'8 e il 9 aprile dell'anno 30, e reso pubblico a partire dall'alba del «terzo giorno», dopo cioè il venerdì che ha visto la morte di Gesù e dopo il grande sabato pasquale quando di tutta la vicenda del profeta di Galilea restava soltanto un sepolcro sigillato e muto. Un fatto sorprendente e assolutamente inatteso: le testimonianze a nostra disposizione concordano nel rilevare che i discepoli di Cristo hanno faticato non poco ad accettarlo. Le due giornate precedenti avevano distrutto radicalmente le nuove luci di verità e i palpiti di insolita speranza che erano stati suscitati nelle menti e nei cuori dal Nazareno. L'intera eccezionale esperienza, maturata negli anni di convivenza con lui, davanti alla sua tomba si era come azzerata. Certo, non è che in loro si fosse persa ogni memoria dello straordinario insegnamento ascoltato, dei gesti e delle opere mirabili che avevano potuto vedere, soprattutto della personalità inimitabile di quel singolare Maestro. Ma erano solo ricordi: ricordi bellissimi sì, ma ridotti a scarsi residui di una immensa illusione, come la poca cenere fredda di un gran fuoco, divampato per una breve stagione e ora estinto.

Solo quando quel gruppo di uomini delusi e avviliti si arrende all'evidenza e accoglie il «fatto sorprendente e inatteso», comincia l'avventura cristiana. Comincia dunque con l'annuncio di un avvenimento «incredibile»: Gesù di Nazaret, il crocifisso morto dissanguato sul Golgota, è risorto. Non altro, logicamente, è il contenuto delle primitive formule di fede; e proprio su di esse si fermerà la nostra attenzione.

1° La formula primordiale : la parola eghèrthe.

La prima formula di fede è consistita in una sola parola, eghèrthe: vale a dire, «è stato ridestato» (cioè: «è risorto»). Questo è, per così dire, il minuscolo «seme» di tutta la prodigiosa fioritura che avrebbe colmato di sé i secoli futuri. Come avviene nel seme di un albero, qui è racchiusa e nascosta - e di qui si sarebbe poi sviluppata - la lussureggiante foresta della «realtà cristiana». All'inizio questa terminologia (eghèrthe) - che coglie l'evento in sé, senza ulteriori specificazioni - è preferita all'espressione «si è rialzato» (àvéarri - onèste: che include una qualche attività del soggetto); espressione che pure talvolta compare (cf 1 Ts 4,14). 

Invece nel prosieguo della predicazione apostolica - dopo che avrà avuto modo di intervenire una certa riflessione teologica - il vocabolo che si imporrà per designare il «fatto» sarà proprio anàstasis; (cf ad esempio At 4,33; Fil 3,10; 1 Pt 1,3; 3,21). Questa è, come si vede, la «notizia» che, a partire da quel «terzo giorno», gli apostoli andranno a proclamare «sino ai confini del mondo» (cf Rm 10,18): Gesù di Nazaret, un uomo morto sulla croce al cospetto di tutti fuori delle mura di Gerusalemme, è risorto. Ecco il nucleo primordiale della proposta cristiana.

Oggettività della formula

È da notare l'indole assolutamente «oggettiva» della formula. Non si dice affatto che il primo dato sia una «esperienza» della risurrezione di Cristo compiuta dai discepoli (cioè una «visione» o una «apparizione»): si dice che Cristo è risorto. Si usa talvolta una terminologia soggettiva - «è stato visto», «è apparso» - ma in maniera del tutto secondaria, e di solito ponendola in dipendenza da quella oggettiva che è primaria e causativa:
- Le 24,34: «II Signore è veramente risorto (òn-tos eghèrthe) ed è apparso (òfthe) a Simone»; - 1 Cor 15,4-8: «Cristo è morto... fu sepolto ed è risorto (eghèghertai) il terzo giorno... ed è apparso (òfthe) a Cefa... ai Dodici... a più di cinquecento fratelli... a Giacomo... a me».

«Intrattabilità» e intelligibilità della notizia

Riguardando un «fatto» e non una dottrina, la notizia che costituisce il contenuto primordiale del cristianesimo non è «trattabile»: non può essere accettata «con beneficio d'inventario», non sopporta accoglienze «antologiche», non tollera alterazioni e adattamenti ai gusti dei soggetti e alle cangianti inclinazioni della cultura dominante. O la si accetta o la si rifiuta: non c'è spazio per le posizioni intermedie. Poiché si riferisce al passaggio da una «condizione di morte» a una «condizione di vita» secondo il significato elementare di queste espressioni, la «notizia» è assolutamente semplice e intelligibile a tutti. Ogni uomo, anche il più incolto e sprovveduto, conosce per diretta esperienza che cosa sia «morte» e che cosa sia «vita»; e appunto con questo «contenuto elementare» la «notizia pasquale» viene all'inizio comunicata. L'annuncio cristiano - che assume i concetti di «morte» e di «vita» nel loro significato ovvio e universalmente noto - ha perciò un'indole profondamente «democratica»: non occorrono titoli di studio ne prestigiosi percorsi accademici per mettersi con esso in sintonia e prendere qualche decisione a suo riguardo. Caso mai, inverando un celebre «detto» del Signore, capiterà talvolta (ed è in effetti capitato) che siano gli acculturati e gli intelligenti a complicare le cose anche in questa questione fino a interdirsi di capirle, mentre per i «piccoli» le difficoltà (almeno quelle di ordine intellettuale) qui evidentemente non sussistono (cf Mt 11,25).

2° Gli arricchimentì della formula primordiale

II Nuovo Testamento ci documenta poi che la formula primordiale (eghèrthe) è stata subito arricchita da alcune specificazioni, che un esame superficiale potrebbe essere indotto a ritenere trascurabili, e invece alla considerazione più attenta e approfondita si dimostrano rilevanti e significative.

A) «E' risorto dai morti»

La prima specificazione parrebbe un'ovvietà o addirittura una tautologia: «È risorto dai morti» (eghèrthe apò ton nekròn: Mt 28,7) (ek nekròn eghèrthe: Mt 17,9; eghèrthe ek nekròn: Gv 2,22; Rm 6,4). In realtà, l'espressione intende affermare indiscutibilmente la verità della morte di Cristo, sgombrando il campo da tutte le possibili supposizioni di «morte apparente» o di interpretazione «mitica» della risurrezione. Gesù - così si vuoi dire - ha subito esattamente la stessa sorte che conclude l'esistenza terrena di ogni uomo. Perciò la sua nuova vita succede a una reale vittoria della morte su di lui, ed è perciò una «rivincita» sulla grande «nemica» (cf 1 Cor 15,26). Il suo è un inaudito «ritorno» dallo sheòl, il misterioso paese dei trapassati. Segno esteriore (e percepibile a tutti, amici e nemici) di questa «rivincita» è il sepolcro vuoto, col quale il Crocifìsso del Golgota, tornato nuovamente a vivere, non ha più ormai rapporto alcuno: - «è risorto, non è qui» (Mc 16,6: egèrthe, ouk èstin òde), - «non è qui, ma è risorto (Lc 24,6: ouk èstin ode, allà eghèrthe). Se «è stato fatto risalire dai morti» (cf Rm 10,7: ek nekròn anagaghèin), allora vuoi dire che egli è vivo: veramente, realmente, tisicamente vivo. Questa è la ragione prima e più evidente dell'assoluta originalità di Cristo entro la totalità della storia umana; un'originalità che lo rende un caso unico e del tutto inconfrontabile. 

Potremmo dire addirittura che tale «notizia» della decisiva sconfìtta della morte, universale dominatrice del genere umano, è una prima proclamazione del carattere sostanzialmente «rivoluzionario» del cristianesimo. Rivoluzionario e discriminante: la questione che divide senza possibilità di conciliazione o compromessi l'umanità concerne appunto lo «statuto anagrafìco» di Gesù di Nazaret: dobbiamo contarlo tra i vivi o tra i morti? 

A questo proposito è illuminante l'esposizione, rapida ma del tutto pertinente e adeguata, del litigio che opponeva Paolo di Tarso ai suoi accusatori presso il tribunale romano, fatta dal procuratore Festo al rè Erode Agrippa: «Avevano solo con lui alcune questioni relative alla loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita» (At 25,19). Il nocciolo del «problema cristiano» è ancora questo. «È risorto dai morti»: la specificazione, che a prima vista sembra pedantesca e inutile, serve anche a rendere esplicito e chiaro che con l'affermazione eghèrthe è intrinsecamente connesso - anzi è doverosamente incluso nella «notizia» pasquale da cui tutto prende inizio - anche l'annuncio della reale e incontestabile morte di Cristo: essere cristiani e celebrare l'eucaristia, ammonisce l'apostolo, significa «annunziare la morte del Signore finché egli venga» (cf 1 Cor 11,26).

Morte e risurrezione - insisterà poi la predicazione ecclesiale soprattutto nel contesto della catechesi battesimale - sono le due facce dell'identico mistero di salvezza. «Veramente fu crocifisso e morì (alethòs estauròthe kài apèthanen)... veramente è risuscitato dai morti (alethòs eghèrthe apò nekròn)», insisterà sant'Ignazio di Antiochia (Ai Tralliani IX,1-2) nei primi anni del secondo secolo, ormai con preoccupazioni antidocetiste: in polemica cioè con quanti tendevano a negare l'autenticità dell'umanità di Cristo e la consistenza di tutto ciò che in lui era connesso col corpo.

B) «E' risorto come aveva detto»

Un secondo notevolissimo arricchimento della formula di base ci è offerto dal primo vangelo: «È risorto come aveva detto» (Mt 28,6: eghèrthe gàr kathòs èipen). La medesima narrazione di Matteo aveva citato su questo punto addirittura la testimonianza dei sommi sacerdoti e dei farisei, che nella giornata del sabato si sono recati da Filato: «Ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: "Dopo tre giorni risorgerò"» (Mt 27,63). A ben guardare, questa ulteriore recensione della formula eghèrthe ha un'importanza grandissima in quanto stabilisce incontestabilmente che il Risorto (che ne è l'oggetto) non è altri che lo stesso Gesù che ha predicato nelle città e nelle campagne di Palestina; e i testimoni del «fatto» inatteso della domenica di Pasqua possono anche testimoniare a proposito delle parole da loro udite nel tempo precedente la tragedia del Calvario («come aveva detto»). «È risorto come aveva detto»: questa espressione riesce quindi a travalicare la cesura che con la morte di Cristo si è istituita tanto nella sua vicenda oggettiva quanto in quella soggettiva dei discepoli. Essa ci dice che Simon Pietro, Giacomo, i Dodici, Maria di Magdala, nelle giornate di venerdì e sabato hanno sì perso ogni fiducia e ogni speranza, ma non hanno affatto perso la memoria: diventano annunciatori della fede pasquale proprio gli stessi che per tanto tempo sono vissuti accanto a lui e con lui hanno condiviso quotidianamente l'esistenza e la fatica.

Si capisce allora perché nessun cristiano degno di questo nome - prima delle moderne teologie della demitizzazione - si sia mai sognato di separare il «Cristo della fede» dal «Gesù della storia» o peggio di contrapporlo (magari negando al secondo ogni fondata e plausibile conoscibilità). Colui che viene accolto come «risorto» è lo stesso che viene ricordato come il «maestro»; è lo stesso che nei suoi discorsi aveva preannunciato la sua morte, la sua passione, la sua risurrezione: «È risorto come aveva detto». I «garanti» sono i medesimi e sono nei due casi ugualmente attendibili.

Appare allora del tutto naturale e conseguente che nella Chiesa primitiva a quanti hanno accolto l'annuncio pasquale venga poi presentata una protratta catechesi analitica d'indole «storica»: è, nella sostanza, un racconto che - lungi dallo sviluppare una «mitologia postpasquale» - propone, senza fratture, la conoscenza di tutta l'avventura concreta e verificabile di Gesù di Nazaret, «dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato assunto in cielo» (At 1,22). Così sono nati gli evangeli: sono nati quali percorsi diversi di formazione cristiana e di guida alla comprensione della realtà pasquale, appunto attraverso i fatti e i detti che si riferiscono al Risorto, nell'intera sua vicenda terrena.

C) «E risorto per lo nostra giustificazione»

Ci domandiamo: l'evento pasquale - il «fatto inatteso e inaudito» della risurrezione di Gesù dai morti - è un «dato» che racchiude ed esaurisce in se stesso ogni conoscibilità e ogni valenza, oppure comporta per l'umanità delle conseguenze decisive e trasformanti? C'entra qualcosa con i nostri enigmi esistenziali, con le nostre inevitabili angosce, con il nostro destino? Un terzo arricchimento della formula primordiale risponde proprio a questi interrogativi: «È stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). (òs paredòthe dia ta paraptòmata emòn kài eghèrthe dia ten dikàiosin emòn). La frase si trova nella lettera ai Romani, ed è perfettamente omogenea a tutto il pensiero di Paolo. È d'altra parte innegabile che essa possiede una sua autonomia strutturale, tale da far pensare a un inserimento ben riuscito di una espressione preesistente. È costruita secondo lo schema del parallelismo ebraico; il che indurrebbe a ipotizzare un'origine entro la primissima comunità giudeo-cristiana. Nelle forme a noi consuete, potrebbe essere rimodellata così: «Si è consegnato "alla morte" (paredòthe) ed è stato risuscitato (eghèrthe) perché noi fossimo giustificati dalle nostre trasgressioni (dia ta paraptòmata emòn)».

Come si vede da questa breve professione di fede, la prima comunità cristiana sa ed è convinta che la morte e la risurrezione del Nazareno ci riguardano da vicino e ci toccano personalmente. Più specificamente, sa ed è convinta che le nostre colpe e la nostra salvezza entrano in qualche modo a motivare la vicenda pasquale di Gesù. D'altronde, l'atto centrale e più caratterizzante del «Nuovo Israele», cioè la liturgia eucaristica, ripresenta continuamente fin dai primi tempi all'amorosa contemplazione dei credenti il sangue di Cristo, come sangue dell'alleanza versato «in remissione dei peccati», e il suo corpo come corpo «dato per voi» (cf Mt 26,28; Lc 22,19).

La consapevolezza, che qui emerge, di essere di fronte a un «evento salvifico» suppone un altro convincimento di eccezionale rilevanza: l'uomo, lasciato a sé solo, è costituito in uno stato d'ingiustizia davanti a Dio, da cui viene riscattato appunto da ciò che si è verificato nel Crocifisso Risorto. Le nostre colpe sono dunque qualcosa di più che non una rottura dei corretti rapporti con gli uomini, un attentato ai diritti altrui o la violazione di una legislazione sociale; sono qualcosa di più serio e di più drammatico. Il loro superamento, che avviene per mezzo di una «nuova alleanza» (vale a dire, una «riconciliazione») con Dio, ci svela anche la loro natura profonda: che è quella di essere una ribellione nei confronti del nostro Creatore e un'assurda rinuncia alla sua amicizia.

3° Riflessioni complementari

Questa prima indagine sull'indole nativa e quindi, come s'è detto, sul «cuore» dell'annuncio cristiano invoca qualche ulteriore considerazione, che possa gettare un supplemento di luce su qualche premessa e su qualche risultanza di ciò che ci è stato offerto dalle antiche testimonianze.

Un «fatto» oltre il fatto del Golgota

A dare il primo impulso alla storia cristiana non c'è dunque qualcosa che possa essere rubricato come «soggettivo»: non c'è un'intuizione perspicace, una teoria geniale, un'esperienza psicologica, una fantasia estetica, un'autosuggestione, una consolante elaborazione di un mito. Non c'è niente di tutto questo. Del resto, dopo la morte in croce - accadimento definitivo, plumbeo, incontestabile nella sua atrocità - niente poteva far «risorgere» il profeta di Nazaret e ridargli un posto sia nell'attenzione personale degli antichi seguaci sia nella storia del mondo: niente, se non una vera, reale, corporale risurrezione. Solo un «fatto» poteva contrapporsi al «fatto» sconvolgente verificatosi sul Calvario; solo un «fatto» consentiva di oltrepassare il blocco di una catastrofe, che era stata percepita senza rimedio, e di ricollocare il Figlio di Maria tanto nei convincimenti e negli affetti dei discepoli quanto nella trama degli eventi umani. Solo la saldezza e l'indeformabilità di «ciò che avviene» - e come tale non può essere poi da nessuno, neppure da Dio, ne revocato ne modificato - poteva supportare un «ritorno» sulla scena (un ritorno riconosciuto e accettato) di colui che al cospetto di tutti era stato sconfitto, umiliato, annientato «fino alla morte e alla morte di croce» (cf Fil 2,8). Anzi, solo un «ritorno» fisico e palpabile del corpo vivo poteva vincere il trauma di quel cadavere che, deposto dalla croce, essi avevano scrutato con occhi inorriditi e avevano raccolto tra le loro mani. Ogni altra forma di «rinvenimento» non avrebbe cambiato niente. Un Gesù che fosse stato ai loro occhi solo un «revenant» (come dicono i francesi) - cioè uno spettro -non avrebbe raggiunto lo scopo.

Il realismo ebraico

Questa riflessione - che ha una validità universale e indiscutibile - si fa particolarmente costringente, se è riferita alla mentalità e alla cultura ebraica del tempo. «Per nessun ebreo - scrive ineccepibilmente Vittorio Messori - una "risurrezione" senza corpo, soltanto spirituale - come sarebbe quella determinata da visioni e allucinazioni - aveva alcun significato. Anzi, era addirittura impensabile. Per eventualmente convincersi di un simile fatto, un ebreo aveva bisogno di "toccare" un corpo: è anche per questo che i vangeli riferiscono al Redivivo la fame e la sete della vita materiale. 

Coloro che - a partire dalla polemica anticristiana dell'antichità pagana, sino alle demitizzazioni dei teologi odierni - pongono all'origine della fede una convinzione inferiore, un equivoco psicologico, una visione, un fantasma, non sanno (o, più probabilmente, vogliono dimenticare) che un ebreo non è un greco, per il quale la sola immortalità è quella dell'anima, liberata finalmente dagli impacci del corpo. Un ebreo autentico è l'apostolo Tommaso: "Gli dissero allora gli altri discepoli: 'Abbiamo visto il Signore!'. Ma egli disse loro: 'Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò'" (Gv 20,25)» (Dicono che è risorto, Torino 2000, pag. 104).

Il racconto evangelico è inequivocabile a questo proposito. Finché «credevano di vedere un fantasma» gli apostoli potevano essere soltanto «stupiti e spaventati»: non certo «credenti» e tanto meno «testimoni». Il Risorto è perciò quasi obbligato a esibire le prove del suo nuovo essere e della sua identità: «Egli disse: "Perché siete turbati è sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24,37-40). E ancora non basta. A fugare ogni perplessità, egli si sottopone a un secondo esame: «Poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualcosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» (Lc 24,41-42).

Un fatto nuovo principio di novità

La «fattualità» della realtà cristiana - che è primaria rispetto ai contenuti ideali e teorici - spiega perché essa investa efficacemente non la mente soltanto e l'emotività, ma l'uomo nella sua interezza. L'evento pasquale di Cristo è proposta e donazione di cambiamento totale; un cambiamento cioè che, oltre i pensieri, i sentimenti e le speranze, tocca la sostanza profonda di chi si apre alla sua provocazione. «E risorto per la nostra giustificazione» (Rm 4,25: eghèrthe dia ten dikàiosin emòn). L'evento pasquale rigenera l'uomo che l'accoglie, infondendogli una «giustizia» che lo rende davvero «ri-creato»: «Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova» (2 Cor 5,17: kainé ktisis).

È interessante che si ritrovi una prospettiva abbastanza vicina e affine alla nostra tra le libere divagazioni di un autore come Ludwig Wittgenstein, il quale nel 1937 annotava: «II cristianesimo, penso, non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell'anima umana, bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell'uomo» (Pensieri diversi, Milano 1980, pag. 61). È quasi l'eco di uno dei pensieri più cari e ripetuti di Kierkegaard: «II cristianesimo - egli scrive - non è una dottrina, ma una comunicazione di esistenza» (Diario, Brescia 1949, II, pagg. 38.364.434). La preoccupazione del pensatore protestante danese - che potremmo ben definire «pastorale» - è di attualità anche per la cattolicità dei nostri giorni. Oggi dentro la comunità ecclesiale non ci si rende conto a sufficienza della natura eminentemente fattuale, storica, attuosa del cristianesimo. Tanto più è urgente ravvivare tale consapevolezza anche mediante l'attenzione, che qui sollecitiamo, alle formule iniziali dell'annuncio.

Imparagonabilità del cristianesimo

Di nessuno al di fuori di Cristo, tra le grandi figure della storia e tra i fondatori di religioni, è mai stato asserito - e proposto come oggetto ineludibile di un'adesione esistenziale totalitaria - che, dopo essere morto, in senso proprio e rigoroso è tornato a vivere. Occorre a questo punto persuadersi che il cristianesimo fin dal suo contenuto primordiale è qualcosa di unico, di decisivo, di imparagonabile. Prima ancora che una religione, una morale, un culto, una filosofia, è un avvenimento: l'avvenimento della risurrezione di Gesù di Nazaret, che si fa principio del rinnovamento degli uomini e delle cose. Perciò è intramontabile: le dottrine nascono, fanno fortuna, incantano per decenni e magari per secoli, poi decadono e muoiono. Il fatto cristiano resta, proprio perché è un fatto; e resta indipendentemente dal numero delle adesioni che riceve. Tutte le religioni - oggi si sente dire sempre più spesso - hanno un loro valore che è giusto riconoscere. E si può anche ammetterlo, purché non ci si dimentichi che la realtà cristiana in questo discorso non c'entra.

Il cristianesimo, primariamente e per sé, non può essere ridotto a un sistema di convincimenti, di precetti, di riti, che interpreta e regola i rapporti tra le creature e il Creatore. Vale a dire, per quanto la frase possa apparire paradossale, primariamente e per sé il cristianesimo non è una religione: collocarlo tra le religioni (anche soltanto per ragioni di sistemazione e di metodo, o per la buona intenzione di favorire il dialogo interreligioso), se non si chiarisce l'intrinseca ambiguità del collegamento o quanto meno il suo significato soltanto analogico, vuoi dire travisarlo e precludersi ogni sua autentica comprensione.

Anche Kierkegaard - negando, come s'è visto, al cristianesimo un suo primario carattere dottrinale - diceva che esso non risiede in alcun modo nella sfera dell'intellettualità. Ovviamente questo non vuoi dire che sia qualcosa di cieco e di irrazionale: al contrario, esso presuppone e conclama delle verità, addita una norma di comportamento, propone energicamente dei valori. Ma prima e più di tutto questo è una «novità» avvenuta: è -in una vicenda umana che nei suoi sbandamenti e nelle sue pazzie è molto monotona e ripetitiva - qualcosa finalmente di inedito e di inconfrontabile.


L'ANNUNCIO DI UNA PERSONA
«lo sono la via, la verità, la vita» sono le parole di Gesù. Essere
cristiani è credere questo: che la morte e resurrezione di Gesù è la strada della nostra salvezza.


«Gli annunziò la buona novella di Gesù» (At 8,35: euenghelìsato auto ton lesoùn). L'icastica espressione degli Atti degli apostoli - che così sintetizzano tutto l'insegnamento impartito da Filippo al ministro della regina Candacé - ci fa capire che il contenuto primordiale e onnicomprensivo dell'annuncio cristiano è, oltre che un «fatto», anche una «persona»; senza che per questo si possa parlare di un'alterità ne tanto meno di un'opposizione tra i due dati. «È stato risvegliato» (eghèrthe), del resto, non è una forma impersonale: ha un soggetto che è Gesù di Nazaret. A lui si riferisce il «fatto»; e quindi nella sostanza è lui il «cuore» e il compendio di quel messaggio pasquale che sta all'origine dell'intera storia cristiana e ne costituisce l'impulso permanente e insostituibile. Non ci meraviglierà allora il vedere che negli scritti neotestamentari molte delle antiche formule - dirette a esprimere l'essenza stessa dell'Evangelo e la sua assoluta novità entro il contesto religioso israelitico - siano eminentemente «cristologiche».

«Gesù è Signore»

Il titolo tipico e più comune che Gesù acquisisce presso i discepoli in conseguenza e in virtù della sua Pasqua - cioè del suo «passaggio» dalla tribolata esistenza terrena alla gloria della vita risorta - è quello di «Signore» (Kyrios). Il termine era già stato usato nei suoi confronti negli anni «prepasquali», come risulta dalle narrazioni evangeliche, a significare semplicemente rispetto e cortesia conformemente alle normali abitudini sociali. Ma dopo l'evento pasquale assume un'altra e ben diversa valenza, riacquistando l'accezione nativa che indicava «potenza», «dominazione», «autorità». Con questo contenuto semantico era già entrato nel linguaggio dei vari culti greci a evocare una prerogativa divina e anzi la stessa Divinità. Nell'ebraismo ellenistico Kyrios è impiegato come traduzione di «Adonài», e quindi come sinonimo di Theòs: Dio.

La signoria del Risorto

La prima comunità cristiana attribuisce la qualifica di Kyrios a Gesù di Nazaret, con la chiara ed esplicita consapevolezza dell'intima connessione di questo titolo con la nuova condizione di «risorto» del figlio di Maria, cui adesso «è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (cf Mt 28,18). Tale connessione è apertamente dichiarata nella formula di fede, riferita dalla lettera ai Romani, quale era proposta ai neofiti: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è Signore, e crederai col tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9). Proprio l'accoglimento della signoria del Risorto è qui ritenuta condizione indispensabile per accedere a quella «via della salvezza» che entrava a costituire la «buona notizia» annunciata dalla Chiesa apostolica. Se ne ha, conferma anche dall'episodio del carceriere di Filippi, raccontato dagli Atti. A lui, che chiede che cosa debba fare per essere salvato, Paolo e Sila rispondono: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvo» (At 16,31). Come si vede, la parola «Signore» (K'ópux; - Kyrios), che viene di solito riservata al Risorto, diventa nei tempi apostolici quasi comprensiva di tutta la fede cristiana: aprirsi al Kyrios significa aprirsi all'intero piano di redenzione incentrato sulla morte e sulla risurrezione di Cristo.

«Gesù è Signore» è dunque la formula sintetica dell'intero Evangelo, che ogni uomo è chiamato ad accettare cordialmente nel suo mondo inferiore e a proclamare coraggiosamente davanti a tutti.. Come dice l'inno dei Filippesi: «Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore» (Fil 2,11: Kyrios lesoùs Christòs). A questa fede, che trascende le possibilità di una conoscenza puramente naturale, non si arriva se non in grazia di una illuminazione dall'alto: «Nessuno può dire: "Gesù è Signore" (Kyrios lesoùs), se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3).

Il vincitore della morte

Scaturendo dall'evento della risurrezione, la signoria di Cristo è signoria prima di tutto sulla morte: «La morte non ha più potere su di lui» (Rm 6,9). II Crocifisso Risorto è vivo non come chi non ha ancora incontrato la morte (e quindi è ancora un suo suddito potenziale), ma come chi, avendola incontrata, l'ha superata e vinta: egli è quindi il dominatore della morte. In questo concreto ordine di cose in cui ci è toccato di vivere, la morte è la sola potenza invincibile: tutti appaiono a lei sottomessi, predestinati a cadere presto o tardi in suo potere. Dalla trasgressione di Adamo, essa si è imposta quasi come l'antitesi di Dio, che è «vita», e ha fatto del mondo il suo regno: «la morte ha regnato», dice mestamente san Paolo (cf Rm 5,14.17). È dunque la «signora» dell'universo; ma se c'è uno che l'ha sconfitta, allora il «Signore» è lui.

Avendo spodestato la morte, è subentrato a lei in tutta l'ampiezza del suo dominio. Perciò Cristo «è il Signore di tutti» (cf At 10,36). Gli uomini senza eccezioni - non solo quelli che oggi vivono sulla terra, ma anche quelli che sono vissuti prima - trovano in lui il loro unico re. «Per questo Cristo è morto ed è tornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,9). L'Apocalisse - libro conclusivo del Nuovo Testamento - troverà l'espressione per così dire «metafisica» della signoria del Risorto: «Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra l'Ade "cioè il soggiorno dei morti e la sede delle potenze infernali"» (Ap 1,17.18).

Signoria di Cristo e libertà dell'uomo


Ci sia consentita una nostra riflessione, dopo aver ascoltato le testimonianze della Chiesa apostolica. «Gesù è Signore»: questa antica formula è la premessa e il fondamento della nostra autentica libertà. Noi non abbiamo ne possiamo avere alcun padrone, perché abbiamo già il nostro padrone. Di qui è nato e si è sviluppato lentamente ma inesorabilmente il cambiamento di prospettiva nei rapporti sociali che ha portato, entro la civiltà cristiana, all'abolizione irreversibile della schiavitù: appunto dal sapere e riconoscere che per tutti - liberi o sottomessi che siano, entro le strutture mondane - «c'è un solo Signore nei cieli» (Ef 6,9).

Rifiutare la signoria di Cristo è porre le premesse per una ricaduta nell'assoggettamento a qualche rinascente tirannia, che in vari travestimenti voglia ripresentarsi alla ribalta della storia. Chi non accoglie Gesù risorto come l'unico Signore troppo spesso finisce col lasciarsi dominare da eventuali nuovi «padroni di uomini», o dai diversi idoli che sollecitano una indebita adorazione, o dai miti arbitrari che esigono di essere onorati come la verità. Come ripetutamente dice sant'Ambrogio: «Quanti padroni finisce coll'avere, chi rifugge dall'unico Signore!» (cf ad esempio Epistulae extra coiteci. XIV, 96).

Un'ultima annotazione: la signoria di Cristo è la chiave di volta di tutta l'armoniosa costruzione dell'universo, quale appare agli occhi del Creatore, dove non c'è frammento d'essere che sia casuale e senza appartenenza. In essa anche noi siamo «signori del mondo»: desumiamo autorevolezza, «regalità partecipata», dominio legittimo sulle creature proprio dalla vitale connessione con il Kyrios e dal cordiale riconoscimento della sua intramontabile regalità: «Tutte le cose sono vostre, voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,23). Gesù e l'apice dell'Albero di lesse in questa illustrazione tratta dal Salterio Ingeburg, un manoscritto miniato del Duecento, che si trova al Museo Condé di Chantilly.

«Gesù è il Cristo»

A Corinto - raccontano gli Atti - «Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo» (At 18,5). Era naturale che, dovendo far conoscere e accettare la realtà trascendente e salvifica di Gesù di Nazaret a quanti erano di religione e di cultura ebraica, si facesse ricorso alla categoria della «messianicità», ben presente e diffusa tra gli Israeliti. Senza dubbio, a facilitare l'approccio al protagonista dell'evento pasquale giovava additarlo come la risposta e l'esaudimento di un'attesa nota e condivisa: quella di un discendente di Davide, designato dalla tradizione come il «consacrato» per eccellenza; consacrato in modo eminente e singolare con una «unzione», così come con una unzione era stata segnata e santificata, lungo la vicenda della nazione, la missione dei re, dei sacerdoti e dei profeti. «Cristo» - appellativo che subito viene assegnato al Risorto - è la traduzione greca della parola «messia», che appunto vuoi dire «unto». «Gesù è il Cristo»: questa formula si affianca quindi nella predicazione apostolica alla formula «Gesù è Signore».

Gesù e il titolo messianico

La prima comunità aveva memoria che la qualifica messianica era già stata attribuita al Nazareno nei giorni della sua vita terrena. L'episodio più rilevante e meno obliabile a questo proposito era stata la dichiarazione di Simon Pietro a Cesarea di Filippo: «"Voi chi dite che io sia?". Pietro rispose: "Tu sei il Cristo"» (Mc 8,29: sy èi o Christòs). Ma non ci si dimenticava neppure che il Maestro, su questo punto, a lungo si era dimostrato guardingo e anzi aveva intimato addirittura una rigorosa reticenza: dopo la professione messianica di Pietro, annota lo stesso evangelista Marco, «impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno» (Me 8,30); e più esplicitamente Matteo nel passo parallelo; «Ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo» (Mt 16,20).

La ragione di questo atteggiamento è facilmente intuibile: nel giudaismo dell'epoca l'attesa messianica era divenuta più che altro desiderio e sogno di un'azione di liberazione e di rinascita d'indole sociale, politica, nazionalistica. In concreto si aspirava a un «Consacrato» inviato dal Dio d'Israele, che spezzasse l'oppressione straniera e restaurasse l'antico regno davidico. L'eventualità di un «messia» di questa natura era paventato anche dai dominatori romani; e proprio di questi timori si servono abilmente le autorità del sinedrio per spingere all'intervento il riluttante procuratore Pilato. Gesù viene condannato appunto con l'accusa di essersi presentato come «il Cristo/il re d'Israele» (cf Mc 15,32), il «re dei Giudei» (cf Mc 15,26) «detto Cristo» (cf Mt 27,17.22).

Però negli ultimi giorni della sua permanenza terrena -quando ormai avvertiva prossima la «catastrofe» del Golgota, che avrebbe reso improponibile ogni sviante interpretazione «mondana» - Gesù aveva sciolto ogni risèrva e oltrepassato tutte le precedenti cautele. Due occasioni erano state particolarmente significative ed eloquenti. C'era stato l'ingresso in Gerusalemme, voluto e personalmente organizzato da lui, nel quale egli si lascia acclamare coi titoli messianici di «Re» (cf Lc 19,38), di «Figlio di Davide» (cf Mt 21,9), di apportatore del «Regno» sperato (cf Mc 11/10). E c'era stata l'ora fatidica e decisiva del suo processo davanti al sinedrio, quando risponde affermativamente alla domanda se egli sia «il Cristo, il Figlio del Benedetto»: «Io lo sono» (cf Mc 14,61-62). Perciò la comunità dei discepoli, che si ricostituisce dopo la Pentecoste, non ha dubbi nell'accogliere e predicare la dignità messianica come parte integrante della identità stessa del suo Maestro. Come testimoniano gli Atti, «ogni giorno nel tempio e a casa non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5,42: euanghelizòmenoi ton Christòn Iesoùn).

Un messianismo «pasquale»

Questa nuova e ormai irrinunciabile «coscienza messianica» nasce nei discepoli ed è sorretta dalla vittoria gloriosa del Nazareno e dalla conseguente certezza - come essi affermano con franchezza davanti alle autorità e ai maggiorenti del loro popolo - che «Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati» (At 5,31); conversione e perdono che sono visti ormai come i veri beni che ci si deve attendere dal Messia. «Signore» e «Messia» («Cristo») appaiono ambedue nella catechesi «appellativi pasquali», illuminati e giustificati dalla novità della risurrezione. Si spiega quindi come da Pietro, nel discorso del giorno di Pentecoste, siano citati insieme e in connessione: «Sappia con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Messia (Kyrion kài Christòn) quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36).

Nella predicazione alle «genti»

Si potrebbe supporre «a priori» che il titolo messianico («Cristo») - legato com'era ai convincimenti e alle speranze degli Israeliti - non aveva motivo di essere tenuto in onore presso le Chiese di stirpe, di lingua, di cultura greca. E invece non avviene così: proprio nelle comunità che sorgono dai «gentili» il suo uso si dilata e sempre più si rinsalda, al punto che l'appellativo sembra quasi entrare a far parte del nome stesso del Risorto, che viene detto sempre più frequentemente «Gesù Cristo»; o, più estesamente, «il Signore nostro Gesù Cristo». Non a caso, proprio in una comunità prevalentemente ellenistica, come quella antiochena, «per la prima volta i discepoli furono chiamati "cristiani"» (At 11,26); cioè «seguaci di Cristo». Tali verosimilmente apparivano anche agli «altri», vale a dire, all'intera città. Naturalmente, trasferendosi in un contesto diverso da quello della sua origine, «Messia» («Cristo») assume una valenza semantica più generale e più ampia: è colui che Dio ha mandato come risposta ed esaudimento per tutte le fondamentali richieste degli uomini, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e dalla loro condizione politica e sociale: richieste, intrinseche a ogni mente e a ogni cuore, di verità assoluta, di senso dell'esistere, di perdono, di consolazione, di gioia. È stato giustamente notato che in san Paolo - che non sa addurre nessuna argomentazione senza ripetere quasi ossessivamente «in Cristo» - il termine è impiegato praticamente come sinonimo di «salvatore di tutti»: «Gesù Cristo» o «Cristo Gesù» - come egli spesso dice - è colui che ci riscatta da ogni guaio e ci solleva da ogni nostra miseria.

Il «Veniente»

Come oggetto della loro attesa e dei loro desideri, nella concezione degli ebrei il Messia includeva anche l'implicita affermazione di una futura venuta. Egli era per Israele (o erchòmenos), cioè il «veniente», «colui che deve venire». «Sei colui che deve venire "cioè il Messia", o dobbiamo attenderne un altro?»: così dal carcere Giovanni il Battezzatore manda a dire a Gesù «per mezzo dei suoi discepoli» (cf Mt 11,2-3). Identificato come Messia, il Nazareno nella cosciènza della prima comunità è sì, naturalmente, «colui che finalmente è venuto». Ma egli mantiene anche la precedente connotazione di «colui che verrà». La catechesi giovannea ha tramandato memoria di una sua parola, entro i discorsi dell'ultima cena: «Verrò di nuovo» (Gv 14,3: pàlin èrchomai). Soprattutto nessuno aveva potuto dimenticare la dichiarazione del Maestro durante il processo istruito dal sommo sacerdote Caifa. Alla precisa domanda sulla sua messianicità («sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?»), Gesù risponde rivendicando a sé come Messia quanto era detto dalle profezie di Daniele e particolarmente la caratteristica di «veniente dall'alto» (erchòmenon): «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (cf Mc 14,61-62). E quasi ad alludere alla connotazione di «veniente» (di «colui che è sempre in atto di venire»), il quarto vangelo introduce il racconto delle apparizioni del Risorto con la parola «venne» (20,19.24: èlthen) o con la parola «viene» (20,26: èrchetai).

Con la promessa di una nuova venuta si concludono, con l'ascensione del quarantesimo giorno, le manifestazioni pasquali: «Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in ielo» (At ,11). Questo particolare aspetto della messianicità di Cristo aveva una eco nella liturgia giudeo-cristiana dei primi tempi, che acclamava: «Maranà tha» («Signore, vieni»); oppure «Maranathà» («il Signore viene»). L'espressione aramaica, che ritroviamo anche presso i cristiani di lingua greca (cf 1 Cor 16,22; Didaké 10,6), ci da la certezza che con essa si risale agli usi della Chiesa palestinese, e quindi ai primi giorni del cristianesimo. «Sì, verrò presto!» (Ap 22,20): è la risposta e la promessa del Messia, con cui si conclude l'Apocalisse, l'ultimo libro della Sacra Scrittura.

Riflessioni sulla messianicità di Gesù

Professando che «Gesù è il Cristo» - cioè colui che è da tutti aspettato almeno inconsciamente e implicitamente, e ci è stato inviato dal Padre - noi per ciò stesso ci precludiamo di confidare in altri personaggi risolutivi della storia: gli uomini non devono aspettare da nessun altro uomo la vera e radicale soluzione dei loro problemi e la loro autentica liberazione. Ogni «grandezza» umana qui si ridimensiona, ogni fanatismo nei confronti di qualsivoglia «eroe» qui necessariamente si spegne. Sotto questo profilo, il cristiano è il più disincantato degli uomini e il più refrattario a ogni culto della personalità.

La iniziale diffidenza manifestata da Gesù nei confronti del titolo messianico, al fine di non lasciarsi impigliare nei suoi eventuali contenuti «politici», ci mette poi in guardia da una lettura esclusivamente o anche solo prevalentemente sociale e «terrestre» della missione del «Cristo totale», che è la Chiesa: sarebbe una «mondanizzazione» del fatto cristiano, dalla quale Gesù ci ha salvato con la morte in croce e nella quale i suoi tardi discepoli devono sforzarsi di non cadere.

Le professioni cristologiche

Oltre alle due rapidissime formule, che in ultima analisi constano rispettivamente di un solo vocabolo («Signore» e «Cristo»), negli scritti apostolici e subapostolici compaiono anche alcuni brevi elenchi di certezze, quasi delle piccole e iniziali professioni di fede. Anch'esse sono assolutamente cristologiche: hanno come oggetto la persona di Gesù di Nazaret e gli avvenimenti salvifici di cui egli è protagonista.

Una primordiale «regula fidei»

È tipica a questo proposito una specie di «regula fidei», che san Paolo richiama ai Corinzi, attribuendola esplicitamente a una «tradizione» antecedente alla sua stessa vocazione e al suo ministero: «Io vi ho trasmesso - egli scrive - quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli» (1 Cor 15,3-7). È, come si vede, un'amplificazione della formula eghèrthe, corredata dall'elenco ufficiale dei «testimoni prescelti da Dio» (cf At 10,41): il sorprendente «evento pasquale» resta in primo piano e viene proposto quasi come onnicomprensivo dell'intera «novità cristiana».

La «regula fidei» di Ignazio d'Antiochia


Il «nucleo pasquale» è andato progressivamente arricchendosi di altri «dati», rimanendo però rigorosamente centrato su Cristo. Un esempio di questo sviluppo è offerto all'inizio del secondo secolo (con evidenti preoccupazioni antidocetiste, come già abbiamo notato) da una lettera di Ignazio d'Antiochia: «Fatevi sordi, quando qualcuno vi propone un discorso senza Gesù Cristo, il quale è della stirpe di Davide, è nato da Maria; veramente nacque, mangiò e bevve, veramente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato veramente fu crocifisso e morì al cospetto del cielo, della terra e degli inferi; veramente è risuscitato dai morti, avendolo risuscitato il Padre suo; a sua somiglianza ci risusciterà il Padre; suo, noi che abbiamo creduto in lui: in Cristo Gesù, senza del quale non possediamo la vera vita» (Ai Tralliani IX).

Gli inni cristologici

È interessante rilevare - ed è indubbiamente un segno di genialità pastorale - che le professioni di fede assumono talvolta la veste letteraria di inni, che verosimilmente trovavano posto nelle consuete assemblee liturgiche. Tre esempi sono degli di nota. Il primo - una composizione del tutto originale e dal linguaggio singolarmente succinto e concettoso - ci è stato trasmesso dalla prima lettera di san Paolo a Timoteo: «Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria» (1 Tm.,3,16).

Nelle due strofe simmetriche del secondo - che è il celebre inno della lettera ai Colossesi - possiamo ravvisare quasi un intelligente ampliamento del concetto di Kyrios, svolto con sapienza teologica e con perizia di composizione: «Egli è l'immagine del Dio invisibile, primogenito dell'intera creazione, poiché in lui sono state create tutte le cose quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. E lui è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. E lui è il capo del corpo (della Chiesa). Egli è il principio, primogenito di tra i morti, perché sia in tutti lui il primeggiante, poiché in lui piacque "a Dio" di far abitare ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare tutte le cose in vista di lui, rappacificando per mezzo del sangue della sua croce per mezzo di lui le cose che sono sulla terra e quelle che sono nei cieli» (Col 1,15-20).

Analoga considerazione può essere fatta per il terzo inno (riportato nella lettera ai Filippesi), che con grande efficacia evoca il dramma cosmico della salvezza operata dal sacrificio di «Cristo Gesù», immolato nell'obbedienza fino all'annientamento e proprio per questo assurto alla signoria sull'universo. «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina (en morfè Theoù), non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (morfèn doùlou labòn) e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre» (Fil 2,6-11).

In questi testi il protagonista dell'evento pasquale viene, per così dire, «esplorato anagogicamente» fino ad arrivare al suo segreto più intimo, che è rinvenuto in una collocazione al «principio», quasi una preesistenza eterna che lo congiunge e l'assimila ontologicamente al Dio d'Israele.

La trascendente realtà del Risorto

Alla luce della Pasqua, la comunità dei discepoli ha ripensato a diversi sconcertanti loghia (detti) di Gesù di Nazaret, e li ha finalmente compresi nel loro autentico significato. Per esempio, il suo intervento su una legislazione che aveva avuto un'origine divina (cf Mt 5-7: «Io invece vi dico...»); il suo perdonare i peccati (cf Mt 9,2; Lc 7,36-50); il suo ritenersi giudice degli uomini e della storia; il suo proclamarsi «padrone del sabato» e «più grande del tempio» (cf Mt 12,6-8); eccetera. Insomma il suo rivendicare per sé le prerogative che erano sempre state ritenute esclusive di Jahvè. Soprattutto, il suo assegnarsi un'origine filiale dal Creatore, unica e assolutamente imparagonabile: Dio è il «Padre suo». Sicché appare ineccepibile l'attribuzione a lui, fatta dalla catechesi giovannea, della qualifica di «Unigenito» (monoghenès) (cf Gv 1,14; 3/16.18; 1 Gv 4,9). Tutto questo è divenuto chiaro dopo la Pasqua: è il Kyrios a essere pienamente capito e accolto come il «Figlio proprio» di Dio (cf Rm 8,32: tou idìou yioù). Perciò san Paolo può scrivere che «mediante la risurrezione dai morti» colui che è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne è stato «costituito Figlio di Dio» (cf Rm 1,4). Restava solo da trovare il coraggio e la forza spirituale di assegnare al Messia risorto la natura divina: «consostanziale» al Padre (omooùsios), come dirà il concilio di Nicea nel 325. La comunità apostolica questo coraggio e questa forza li trova, sia pure con un travaglio non piccolo. La lettera a Tito parla del «nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13: toù megàlou Theoù kai sotèros emòn lesoù Christoù). Il quarto vangelo pone còme traguardò dell'itinerario del credente, attraverso l'accoglimento della realtà della risurrezione di Cristo, l'inaudito atto di fede di Tommaso: «Tu sei il mio Signore e il mio Dio» (Gv 20,28).

Il cristianesimo è Cristo

Dopo questa seconda indagine appare ancor più evidente la singolarità del cristianesimo: è un fenomeno anomalo nel panorama dei vari culti e delle varie credenze, è qualcosa di unico e inconfrontabile in tutta la storia religiosa dell'umanità, è un caso inedito nell'avvicendamento delle scuole di pensiero e nel susseguirsi delle dottrine. La singolarità è questa: Gesù di Nazaret non è tanto il. fondatore, il promotore, il teorico del cristianesimo, quanto il suo contenuto.Senza dubbio la Chiesa, già nell'epoca apostolica, possiede un suo patrimonio di principi, di convinzioni, di idee. Ma tale patrimonio non è percepito come adeguatamente distinto da colui che ha detto di sé: «Io sono la verità» (Gv 14,6); frase che è tra le più stupefacenti e provocatorie che siano mai state proferite da labbra umane. Senza dubbio la comunità dei credenti è animata dallo spirito di solidarietà e dall'amore verso i fratelli. Ma è motivata in questo dalla consapevolezza che il destinatario ultimo delle sue generose attenzioni è Cristo: «L'avete fatto a me» (cf Mt 25,40). Senza dubbio c'è in essa l'intensa autocoscienza di essere una «comunione» di gente che cerca di avere «un cuor solo e un'anima sola» (cf At 4,32). Ma questo intimo nesso tra i battezzati è prezioso e caro perché non è altra cosa dal «Cristo totale», la Chiesa «è il suo corpo e la sua pienezza» (cf Ef 1,22-23). Senza dubbio il Nuovo Israele ha una sua prassi rituale. Ma è una liturgia che, soprattutto nel suo vertice eucaristico, si identifica con la presenza sacerdotale e sacrificale del Salvatore. Insomma, come dice sant'Ambrogio: «Cristo è tutto per noi» (De virginitate 99: «Omnia Christus est nobis»).

La «pazzia» cristiana

Questa adorazione totalizzante nei confronti di un uomo sarebbe scandalosa e intollerabile (e particolarmente lo sarebbe stata per gente educata nel più rigoroso ebraismo monoteistico), se a quest'uomo non si dovessero riconoscere i segni inequivocabili della divinità. La prima comunità - illuminata dall'effusione pentecostale -ha ripensato e accolto con docilità i molti loghia di Gesù su questo argomento, e in special modo quelli conservati nella catechesi giovannea: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9); «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,11); «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). E così ha potuto conoscere chi sia nella sua piena verità il suo Signore.

Chi non arriva ad accogliere questo segreto della personalità di Gesù non può che ritenere assurdo il fatto cristiano e del tutto irragionevole la nostra fede. Per usare una ruvida parola di Paolo: «Noi siamo pazzi a causa di Cristo» (1 Cor 4,10; efnèis mòrbi dia Christòn). Ed è ovvio: «l'uomo naturale "cioè lasciato alle sole sue forze conoscitive" non comprende le cose dello Spirito; esse sono follia per lui» (1 Cor 2,14). A quanti invece condividono la prospettiva apostolica Gesù si impone come la chiave interpretativa dell'universo: della creazione e del mondo increato. Come si esprime quasi ossessivamente Pascal: «Non soltanto non conosciamo Dio, se non per mezzo di Cristo, ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Cristo. All'infuori di Cristo, noi non sappiamo ne che cos'è la nostra vita ne che cos'è la nostra morte ne .che cos'è Dio ne che cosa siamo noi stessi» (Pensées, Edition Plèiade, n. 729).

I rapporti del Kyrios con il Dio d'Israele

Andranno a questo punto delucidati meglio e approfonditi i rapporti del Kyrios con il Dio d'Israele. Il che comporterà anche una più nitida intelligenza di come si colloca la «novità» dell'Evangelo e della Pasqua entro la religione del popolo ebraico.


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