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Effusione dello Spirito Santo e vita nuova (Riflessioni
su Rm 8, 1-17) Padre Giuseppe Bentivegna |
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L’intervento
ripercorre, attraverso l'esegesi di un brano della Lettera ai Romani (Rm 8, 1-17),
ricevuto in preghiera, lo stile di vita nuova, che viene introdotto
nell'esistenza di quanti fanno vera esperienza di una rinnovata effusione dello
Spirito di Pentecoste. L’autore, per affrontare questo tema, affascinante e
complesso, riporta l'interpretazione che le espressioni dell'Apostolo ricevono
negli scritti dei Padri più rappresentativi della Chiesa. Prima
di commentare questo brano della Lettera di san Paolo ai Romani (Rm 8,
1-17), vorrei ricordare il testo in cui si afferma testualmente che nelle
lettere di Paolo: «ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti
e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria
rovina» (2 Pt 3, 16). Ebbene,
proprio questo passo della Lettera ai Romani è considerato tra i più difficili
di tutte le lettere di san Paolo: per 5 volte, ricorre la parola "Legge" con
significati differenti; la parola "carne" con sfumature diverse viene
ripetuta 12 volte; la parola "spirito" con significati vari ritorna 13
volte; e il termine "Cristo" viene presentato in un gioco di
prospettive. Da
parte mia, per affrontare questo tema, mi sono rivolto a coloro i quali, lungo
la storia della Chiesa, da buoni padri della nostra fede, ci hanno insegnato
come interpretare queste espressioni così impegnative della parola di Dio.
Intanto, per il fatto che voi rileggete, con un cuore ben disposto, questa
parola, essa, anche se non ben compresa, ottiene il suo effetto. La parola di
Dio, quando è bene accolta, esercita sempre la sua efficacia, allontanando da
noi il malefico influsso di ogni forza avversa che non si concilia con la
presenza del Signore (cf Eb 4, 12). Vorrei ora passare all'interpretazione di
ogni singola espressione, attraverso quindici paragrafi ispirati ai vari
commenti dei Padri della Chiesa. Si tratta di pensieri non strettamente
coordinati e talvolta ripetitivi, come non rigorosamente coordinato e ripetitivo
è lo stile che in questo brano viene usato da san Paolo. Nessuna
condanna per chi accoglie Gesù «Non
c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm
8, 1). Questa
affermazione presuppone che noi ormai "siamo" in Cristo Gesù. Quand'è
che siamo in Cristo? Quando abbiamo ricevuto il battesimo. E cosa succede dopo
che abbiamo ricevuto il battesimo? Se
moriamo senza nuovi peccati andiamo dritti in paradiso (cf concilio di Trento,
DS 1515). Dopo
il battesimo, poi, c'è una sorta di secondo battesimo, attraverso il quale - se abbiamo personalmente offeso il Signore perdendo la grazia con il
peccato mortale o riducendone la forza con il peccato veniale - grazie
all’assoluzione sacramentale, ritorna o si rinnova in noi la presenza dei
Signore. Allora, se siamo sinceramente pentiti per quello che ci ha afflitto
agli occhi del Signore, ritroviamo la nostra buona condizione di non condanna
dinanzi a Cristo. Dopo che una persona ha ricevuto il battesimo o l'assoluzione
sacramentale dei suoi peccati, non c'è più in essa alcuna colpa, nulla che sia
degno di dannazione eterna. Rimane però sempre la concupiscenza o stimolo al
male e la soggezione alla pena da scontare per i peccati commessi e rimessi dopo
il battesimo. Lo
Spirito libera dal peccato «Poiché
la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge
del peccato e della morte» (Rm 8,2). Abbiamo
lo Spirito che, con la sua azione, rinnova la nostra vita e ci dà la grazia di
amare con un cuore pieno dei sentimenti di Gesù. Se accettiamo il dominio dello
Spirito di Gesù, rimane lontana da noi ogni tendenza a perdere la pace del
Signore. Se ci capita di perdere la pace dei cuore, si tratta di un impulso che
non viene dallo Spirito Santo ma dallo spirito del diavolo, al quale il Signore
permette di oltraggiare la nostra natura ferita. Questa
è una "Legge" che ci mortifica: ecco cosa vuole dire san Paolo. La legge
del peccato e della morte sono principi insiti nella nostra natura decaduta, che
ci portano ad agire in contrasto con la nostra ragione; ma se pregando ci
mettiamo in comunione con lo Spirito Santo, riusciremo a superare questa
umiliante condizione. Le
convinzioni umane non bastano a salvarci «Infatti
ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio
lo ha reso possibile» (Rm 8,3a). La
legge, di cui qui si parla, cos'è? Si intende l'insieme delle convinzioni
umane, che riempiono di confusione la nostra testa: e quante ne abbiamo! Si
tratta di credenze e atteggiamenti che non hanno la capacità di orientare la
nostra vita verso la salvezza, verso la liberazione da tutto ciò che è
disordine, perché questa liberazione può venire solo dal Signore. Le
semplici convinzioni umane (la "Legge") non ci danno la luce necessaria per
camminare verso il cielo. La nostra natura, lasciata a se stessa, ci impedisce
di compiere opere buone per la vita eterna, non può elevare le nostre
inclinazioni a fare cose degne di Dio (Teofilatto). Quando
ragioniamo solo con la nostra testa, sbagliamo. Perché questo non avvenga,
dovremmo poter dire: quello che sto facendo lo farebbe anche Gesù. Pensiamo
bene a questo. Se non possiamo dirlo, vuol dire che siamo sotto la legge della
carne, dei peccato: quello che sto facendo non è benedetto da Gesù. Quando
Gesù mi benedice, «posso sentire la spinta al male, ma dispongo - dice
sant'Agostino - delle forze sufficienti per non consentire, perché lo Spirito
di Gesù ci ha liberato dalla legge dei peccato e della morte», cioè da tutti
i principi estranei a Dio che svuotano di senso la nostra vita. Lo
Spirito di Gesù «Mandando
il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del
peccato, egli ha condannato il peccato nella carne» (Rm 8,3b). Il
Figlio è stato inviato dal Padre con la missione di caricarsi della nostra
natura con tutte le ferite causate dal peccato. In questo modo il Padre ha
liberato ogni uomo dall'incapacità di compiere azioni degne di salvezza, cioè
dall'incapacità di andare in paradiso. Noi
dobbiamo realizzare alla perfezione il disegno di salvezza che il Signore ha per
noi, in maniera che scompaia tutto ciò che non è accetto ai suoi occhi. Ecco,
allora, come si può salvare il mondo, come si può realizzare la missionarietà,
l'ecclesialità, l'evangelizzazione, la comunione. Quando hai fatto tutto quello
che il Signore si attende da te, fai aumentare la "colata di lava"
piena di grazia, che invade il mondo. Questo è il mistero che dobbiamo
professare e adorare: il mistero della grazia dei Signore nel mondo, grazia che
aumenta anche con un'Ave Maria detta bene. Gesù
si è fatto carne in vista dei sacrificio destinato a espiare il peccato.
Diverse volte san Paolo parla di Cristo in questi termini e afferma che Dio lo
fece peccato per noi e mediante il suo corpo crocifisso prese e abolì il
peccato. Eppure il peccato è rimasto. Allora, Gesù cosa ha abolito? Le
conseguenze eterne dei peccato. Mediante il peccato di coloro che lo hanno
crocifisso cancellò il peccato, si servì persino di quel peccato per fare del bene a noi e, speriamo, anche a coloro che lo hanno crocifisso. E’
difficile, per noi, capire come il Signore operi attorno a noi la salvezza.
Ricordiamo, ad esempio, tante carneficine descritte come approvate da Dio nel
Vecchio Testamento. In simili descrizioni Dio, che vuole la salvezza di tutti,
si abbassa al nostro linguaggio. Ecco un motivo di riflessione per tutte le
tristezze che accompagnano la cultura umana nella quale viviamo e anche i suoi
progressi. Quando
leggiamo: «ora non c'è più circoncisione, non c'è né giudeo, né greco, né
schiavo» (cf Gal 3, 28), dobbiamo tenere presente che Paolo scrive in un'epoca
in cui ancora esistevano gli schiavi. Eppure, il Signore proclama il principio
di abolizione della schiavitù, anche se poi si adatta al progresso lento della
cultura umana. La stessa cosa fa anche nella vita di ciascuno di noi. «Il
Figlio è stato inviato dal Padre con la missione di caricarsi della nostra
natura con tutte le ferite causate dal peccato. In questo modo ha liberato ogni
uomo dalla incapacità di compiere azioni degne di salvezza, cioè della
beatitudine eterna» (Teofilatto). «Mediante
il sacrificio destinato a espiare il peccato (cf 2 Cor 5, 21), mediante il suo
corpo crocifisso prese e abolì il peccato, cioè le conseguenze eterne del
peccato. Mediante il peccato di coloro che l'hanno crocifisso, cancellò il
peccato» (Agostino). Gesù,
subendo ingiustamente e da innocente la condanna del peccato (la morte per noi)
ci ha liberato da due mali: ha condannato il diavolo, autore della morte di
Cristo (Ilario); ha tolto al diavolo il dominio che, a causa del peccato,
esercitava sugli altri uomini. Questo, secondo san Giovanni Crisostomo, è il
significato della promessa di Gesù: “ Il Consolatore convincerà il mondo
quanto al peccato» (cf Gv 16, 8). Quante
volte Paolo ripete la stessa idea! Questo metodo è educativo. Infatti, anche
Gesù ripete molte volte che dobbiamo amare gli altri come noi stessi. Questa
maniera di educarci viene da Gesù ed è seguita anche da san Paolo. Però,
siccome Paolo non era Gesù, le sue espressioni non sono felici come quelle
usate dal Maestro. Cerchiamo,
allora, di capire cosa Paolo ci vuole dire quando insegna che le convinzioni
umane non sono capaci di elevare le nostre inclinazioni a fare cose degne di
Dio. Vuole insegnarci che dobbiamo ogni giorno guardare al distacco che c'è fra
le iniziative del Signore e quello che facciamo. Questo non ci deve abbattere,
ma ci deve incoraggiare a ricominciare sempre da capo, finché lo Spirito di Gesù
non avrà conseguito in noi la sua ultima vittoria. Lo
Spirito di Gesù «Perché
la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la
carne ma secondo lo Spirito» (Rm 8,4). «Quelli
infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne» (Rm 8,5a). San
Paolo ribadisce che i principi di bontà dettati dalla ragione ("la Legge") non
sono buoni per farci meritare la vita beata. Devono prima essere purificati
dallo Spirito che dà a questi principi un valore e un significato nuovo, cioè
li rende utili per la vita eterna. Questa purificazione avviene non in virtù
delle nostre inclinazioni naturali ("secondo la carne”), ma in virtù
della dignità che la presenza dello Spirito Santo dà a tutte le cose che
facciamo (“secondo lo Spirito"). Tutti i mezzi che usiamo devono essere
assoggettati all'uso voluto dal Signore (G. Crisostomo). Gli
uomini che si regolano secondo dettami suggeriti dai loro istinti umani seguono,
approvano,scelgono, ambiscono e gustano le cose che tengono presente solo la
compiacenza o approvazione degli uomini (“le cose della carne"). Non
hanno alcun riguardo per la legge della carità, cioè per la presenza di quei
sentimenti - i sentimenti dei Signore - che attirano su di noi la
compiacenza di Dio. Abitualmente
sentiamo dire: « Ho fatto tanto del bene e qualcuno, per giunta, mi ha
disprezzato». Chi si mette sinceramente al servizio del Signore, dice sant'Ignazio,
dovrebbe invece rimanere contento o addirittura desiderare obbrobri e disprezzi,
perché da queste due cose procede l'umiltà" (Esercizi spirituali, n.
146). Meglio subire insuccessi che raggiungere successi collegati alla legge
della .carne. Questo non significa che bisogna provocare gli insuccessi, ma se
arrivano dobbiamo essere in grado di accettarli e benedirli, in forza dello
Spirito di preghiera. Lo
Spirito di Gesù «Quelli
che vivono secondo lo Spirito pensano alle cose dello Spirito» (Rm 8,5b). Dobbiamo
abituarci a vivere in continua comunione con lo Spirito. Il fatto che san Paolo
parlava dell'essere "morti", ha questo significato: dobbiamo smetterla
di sistemarci la vita su due strade parallele. L'unica strada è quella di Gesù,
dobbiamo camminare stretti a Gesù che si fa porta e via della nostra vera vita. Le
persone spirituali pensano alle cose dello Spirito, assecondano le emozioni, gli
istinti suscitati in loro dallo Spirito Santo, istinti insoliti, imprevedibili,
bellissimi. Vivono per una sola cosa: seguire le vie dettate dalla carità in
tutte le loro affezioni, in tutti i loro interessi, in tutte le loro iniziative.
Assecondano le mozioni e gli impulsi suscitati in loro dallo Spirito Santo (cf
Gal 5, 22: i frutti dello Spirito"). Adeguano a queste mozioni la loro vita
e i loro comportamenti; amano i beni che hanno soprattutto un valore eterno. Quando
capiamo "troppo" quello che facciamo, spesso vuol dire che le cose
vanno più secondo i nostri criteri umani, che secondo i criteri di Dio. Il
dolore, ad esempio, chi può capirlo? Di fronte a tante sofferenze
incomprensibili viene da dire: «Ma perché così, Signore?». Non si può
capire nulla, ma è bello così, perché, anche allora, si adora il mistero di
Dio. Lo
Spirito di Gesù «Ma
i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito
portano alla vita e alla pace» (Rm 8,6). «Infatti
i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono
alla sua legge e neanche lo potrebbero» (Rm 8, 7). «Quelli
che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio» (Rm 8,8). C'è
un modo di pensare che, ”per compiacere noi stessi e gli altri”
riempie la nostra esistenza di sentimenti di morte. Quali sono questi
sentimenti? Vanagloria, ricerca di successi, presunzioni, gelosie, invidie,
prudenza dettata dalla superbia, arroganza e chi più ne ha più ne metta. Chissà
quanti di questi difetti possiamo notare nei nostri gruppi. Infatti, i gruppi e
gli stessi pastorali di servizio sono formati da persone che ogni giorno
confessano dì essere peccatori. Ecco cosa deve fare il Signore per noi: farci
accogliere questa miseria, liberarci da tutto ciò che viene dettato dai modi
esclusivamente umani, che non appartengono a Gesù. Quando
compiamo delle azioni che, anziché fare prevalere la compiacenza di Dio,
cercano la compiacenza del nostro egoismo e degli altri, la nostra vita si pone
in uno stato che la distacca da Dio, oppone un rifiuto alle benedizioni dei
Signore. Cerchiamo
solo di piacere a noi stessi e agli altri uomini, ci fermiamo a gustare, a
sentire e a ragionare secondo principi non indicati da Dio, ma solo dalla nostra
intelligenza ferita, determinando in noi uno stato di avversione a Dio. Si prova
una specie di ripugnanza per tutto ciò che appare come un ordine che
contraddice a quello che ci suggerisce la convenienza umana. Si vive nella
incapacità di trovare la nostra gioia e pace nell'esecuzione pronta e fedele
degli ordini di Dio, anche quando questi ordini sono in contrasto con il modo di
ragionare prevalente tra gli uomini. Finché si vive in uno stato di contrasto
con la guida dello Spirito di Dio, rimaniamo nella incapacità di gioire
nell'eseguire i comandi dei Signore. Quando
ci riuniamo in assemblea dobbiamo prefiggerci di “imparare" Gesù. Noi
siamo discepoli di Gesù non se impariamo le cose dì Gesù, ma se impariamo
Gesù. Le
verità collegate alla sua presenza nel nostro cuore devono diventare
testimonianza. Se non diventano operanti, potremmo rimanere atei, pur conoscendo
tutta la dottrina di Gesù: non saremmo gli amanti dei Signore. Lo
Spirito Santo «Voi
però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che
lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli
appartiene» (Rm 8,9). Dire
che lo Spirito abita in noi è lo stesso che dire che lo Spirito "si
accasa" in noi. Quindi, la scelta dello Spirito, come nostra unica guida,
non si manifesta attraverso una qualche specie di esperienza. Si può parlare di
vera guida dello Spirito solo quando la nostra anima e il nostro cuore diventano
una dimora fissa di Dio trino, una sorta di casa, una vera e propria abitazione
di Dio: «accasamento» dello Spirito del Signore, come amava dire san Basilio;
una proprietà di Cristo. Dobbiamo
metterci il Signore in casa, dobbiamo prenderci in casa Gesù: è l'unico nostro
amore. Tutte le altre cose sono aggiunte non indispensabili. Con Gesù si è
soli, ma completi in tutto, perché si partecipa al benessere di Dio trino che
è «solo, ma completo in tutto» (Ippolito). La
preghiera per l'effusione non è un fatto episodico, l'effusione dello Spirito
Santo è un fatto permanente e non può ridursi al momento in cui gli altri
hanno pregato per noi. L'effusione è un fatto permanente: così come tu sei
figlio o figlia di tua madre, non perché sei nata vent'anni fa, ma perché
continui a rapportarti a lei. Ecco:
nella Trinità, il Padre ha generato il Figlio e questo fatto è permanente, si
manifesta ìn continuità. Similmente si dica dello Spirito Santo che si è
effuso: il participio passato indica che è in permanente attività. Se ogni
giorno non si rinnova, questa effusione dello Spirito Santo non si produce: si
tratta di una realtà che, se la meditiamo, ci può riuscire facile comprendere. Possiamo
dire di appartenere a Cristo, se lasciamo che lo Spirito di Gesù agisca nella
sua potenza, in ogni momento della nostra vita; perché nessun momento della
nostra vita può sfuggire alla realizzazione dei disegno dei Signore su di noi,
nella maniera più potente. Se questo non si verifica, non possiamo dire di
appartenere come si deve al Signore. Lo
Spirito Santo «E
se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito
è vita a causa della giustificazione» (Rm 8, 10). «E
se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui
che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8, 11). Cristo
è in noi se, nei nostro modo di vivere, non c'è nessun'altra realtà che
prevalga, sia nei nostri pensieri, sia nei nostri sentimenti, sia nelle nostre
azioni. E’ questa la vita nuova che Gesù introduce nell'esistenza di coloro
che veramente lo seguono. Il
battesimo ci ha liberati dal peccato che ci teneva in uno stato di inimicizia
con Dio. Ma, anche in questo nuovo stato di amicizia con Dio, ci tocca lottare
con le conseguenze del peccato. Le consolazioni prodotte dalla presenza dello
Spirito Santo non annientano le afflizioni causate in noi dallo stato mortale
dei corpo che dobbiamo usare per servire e lodare il Signore. Anche dopo che
crediamo, rimane in noi una strana convivenza tra lo Spirito di vita e un corpo
di morte (Agostino). Ma
il Signore non smette mai di arricchirci con la sua presenza. Lo Spirito Santo,
il vivente per natura, infonde in noi la grazia che ci rende giusti davanti a
Dio e ci assicura, per via dei meriti, che per concessione di Dio ci è dato di
acquistare, un diritto crescente al premio della partecipazione alla vita
eterna. Dio
ha effuso, nella natura umana di Gesù, lo Spirito che lo ha fatto risorgere. Il
medesimo Dio fa abitare nella natura umana posseduta da ognuno di noi credenti
lo stesso Spirito che ha fatto risorgere Cristo dai morti. E’ un gesto di
misericordia che ci deve stupire e consolare e rendere fieri del futuro che è
riservato al nostro corpo mortale che per il momento si unisce a Gesù nella
prova. Lo
Spirito Santo ci fa suoi debitori «Così
dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la
carne; [aggiungi: ma siamo debitori allo Spirito per vivere secondo lo Spirito»
(Rm 8,12). In
questo versetto san Paolo inizia la conclusione di tutto l'insegnamento
precedente. Noi
credenti non siamo «debitori verso la carne per vivere secondo la carne», ma
siamo debitori allo Spirito per vivere secondo lo Spirito. Questa espressione la
aggiungono i Padri, perché san Paolo aveva presumibilmente dimenticato di
dirla. Come
credenti siamo esseri umani che, a partire dal loro incontro con Cristo, sono
stati trasferiti dalla vita secondo la carne alla vita secondo lo Spirito. Gesù
in persona ha operato questo trasferimento. Il battesimo ci ha uniti in maniera
strettissima a Cristo. Siamo sue membra; egli è il nostro grande capo. La
conseguenza è che noi siamo per così dire costretti a essere debitori, non
verso la carne per vivere in maniera carnale, ma verso io Spirito per vivere in
maniera spirituale. Il Cristo, dei quale ci siamo rivestiti, esiste e vive non
nella carne, ma nello Spirito. Solo conducendo un'esistenza guidata dallo
Spirito, come la sua, potremo aspirare al raggiungimento della vita eterna. Lo
Spirito ci fa uomini liberi «Poiché
se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito
voi fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,13). La
via che ci libera dalla morte della colpa su questa terra e dalla dannazione
eterna nell’altra vita si basa sulla morte di quelle che Paolo chiama
"opere del corpo". Diamo la morte alle opere del corpo quando,
ricorrendo all'aiuto dello Spirito, non consentiamo, anzi, resistiamo alle
inclinazioni malvagie suscitate in noi dalla concupiscenza che ci spinge al
peccato, concupiscenza che, neppure con il battesimo, è stata annientata. li
Signore ci vuole uomini liberi, che gioiscono nell'ubbidire alle mozioni dello
Spirito (san Tommaso). Lo
Spirito ci fa agire da figli di Dio «Tutti
quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio» (Rm
8,14). Anche
dopo che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, se non siamo fedeli alla sua guida,
non meritiamo di essere chiamati figli di Dio. Non meritiamo il nome di figli di
Dio, se la nostra vita non è deiforme, se la Quando
i comandi dello Spirito sono così accolti, abbiamo ragione di chiamarci figli
di Dio. L'iniziativa però spetta sempre ai Signore. Agimur, non agimus - siamo mossi, non ci muoviamo da noi (Agostino). Lo
Spirito ci fa invocare Dio «E
voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete
ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà,
Padre!"» (Rm 8,15). Ogni
vero credente è spronato a invocare Dio come Padre con il linguaggio a lui
proprio. Lo Spirito ci concede di gridare a Dio e invocarlo: «Abbà, Padre!»
come veri figli nel Figlio. Molti
cristiani rimangono estranei allo Spirito dei Nuovo Testamento, vivono con
sentimenti che si addicono meglio a chi è schiavo anziché a un vero figlio di
Dio. Sono oppressi dalla paura di chi non sa a chi fare appello per ricevere le
sicurezze di cui ha bisogno in mezzo alle tante tribolazioni di questa terra. Questi
credenti non hanno ancora ricevuto lo Spirito della nuova vita. Si rivolgono a
Dio, come coloro che non hanno veramente conosciuto Gesù.Chi porta nel cuore lo
Spirito di Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Padre nel modo più adatto al suo
pensiero, con i termini più adatti al suo linguaggio: come alla persona che,
meglio di qualsiasi altra persona nell'universo, si prende cura di ciascuno di
noi. San Paolo usa le due voci: "Abbà" e “Padre", per indicare
che chi ha lo Spirito Santo possiede il titolo per rivolgersi a Dio in una
maniera tutta personale. Gridi a Dio nella sua propria lingua, sia civile sia
psicologica; ricordi che parla a quel Dio che lo ama con lo stesso cuore con il
quale ama il proprio Figlio, Gesù (Agostino). Lo
Spirito ci dà «Lo
Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,16). Bisogna
confidare e pregare perché si affermi sempre più la nostra sicurezza di essere
amati da Dio come figli. La certezza assoluta di essere figli di Dio non
l'avremo mai su questa terra. Questa certezza può essere data soltanto dal
Signore e non dalla nostra intelligenza. La
grazia infatti è una realtà che supera totalmente la nostra natura e pertanto
non può in nessun modo cadere sotto la nostra esperienza diretta. E’ questo
un dogma definito dal concilio di Trento contro coloro che ammettevano il
contrario: «Come nessuna persona pia deve dubitare della misericordia di Dio,
del merito di Cristo e della forza ed efficacia dei sacramenti, così ciascuno,
quando considera se stesso e la sua debolezza e imperfezione, può spaventarsi e
temere riguardo ai proprio stato di grazia; poiché nessuno può sapere con una
certezza di fede, che non sia suscettibile di falso, di aver conseguito la
grazia di Dio» (Sess. VI cap. 9, DS 1534). Questo dogma è fermamente basato
sulla Scrittura (cf Fl 12, 12; 1 Cor 4, 4; 9, 27; 10, 11‑12). Esso non
impedisce però che l'uomo possa avere una certezza pratica della presenza in se
stesso di quell’amore di Dio in Cristo, dal quale nessuna creatura può
separarlo (cf Rm 8, 31-39; Gal 5, 23). Di
questa certezza pratica troviamo tante conferme nella vita dei grandi mistici della Chiesa. «Tanto ferma fede pone Dio nell'interno di quell'anima che,
quando torna in sé, le è impossibile dubitare d'essere stata in Dio e Dio in
lei. Le rimane questa verità così profondamente impressa, che, quando
passassero molti anni senza che Dio tornasse a farle tal grazia, non se la può
dimenticare né dubitare di essere stata in Dio» (santa Teresa d'Avila,
Castello interiore). Viviamo
di congetture basate sulla certezza morale che in questo determinato momento ci
fanno giudicare che siamo in buoni rapporti con Dio. Giudice immediato rimane
sempre la coscienza (Gaudium et spes, n. 16), iI cui stato è in continuo
processo di purificazione.Non si può però neanche escludere che, in questo
giudizio, potrebbe anche introdursi uno spirito malvagio che si trasfigura in
angelo di luce (cf 2 Cor 11, 14) (G. Crisostomo). Lo
Spirito «E
se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se
veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria»
(Rm 8,17). Ai
figli è dovuta l'eredità del Padre. Non si tratta della appropriazione dei
beni di un defunto. Dio nostro Padre è immortale. Si tratta dei possesso fermo,
eterno e inalienabile dello stesso Dio. Dio stesso è la nostra eredità: «Il
Signore è mia parte di eredità» (Sai 16, 5). 1 figli adottivi sono ammessi al
possesso di Dio mediante la visone beatifica. Come
"eredi di Dio", parteciperemo ai suoi beni, vivremo con lui da
immortali, regneremo felicemente con lui. Non si tratta di una successione ma di
una accessione o ammissione al possesso. Un possesso che non diminuisce a causa
della moltitudine dei figli, non si accorcia a causa dei numero degli eredi. Per
raggiungere in cielo il possesso dell'eredità dei Dio vivo, dobbiamo vivere
secondo lo Spirito di Dio, dobbiamo mortificare la nostra carne per mezzo dello
Spirito, dobbiamo lasciarci manovrare dallo Spirito, dobbiamo impegnarci a
ubbidire allo Spirito (cf Rm 8, 13-14). Come
"coeredi di Cristo", dobbiamo condividere l'eredità dei Dio morto in
croce per noi, dobbiamo con Cristo e per Cristo morire sulla nostra croce. La
nostra attesa della beatitudine promessa è tanto certa e sicura, quanto certa e
sicura è la nostra partecipazione alla passione e morte di Gesù risorto. Siamo
coeredi di Cristo come fratelli di lui, Figlio naturale di Dio, «primogenito
tra molti fratelli» (Rm 8, 29). Siamo
eredi dei Dio vivo; coeredi dei Dio morto in croce. Eredi di Dio come Padre,
coeredi di Cristo come nostro fratello. Se partecipiamo alle sofferenze di Gesù
crocifisso, sperimenteremo anche su questa terra manifestazioni certe e sicure
della sua potenza, cioè un anticipo della sua gloria in ciascuno di noi e in
mezzo a noi (G. Crisostomo). Siamo
eredi di Dio, in quanto Padre, e coeredi di Cristo, in quanto nostro fratello.
Come afferma Paolo: «siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo se veramente
partecipiamo al le sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria». |