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Il giovane ricco e la vita eterna Padre Giuseppe Galliano |
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Matteo 19, 16-22; 27-29 16 Ed ecco un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? 17 Egli rispose: perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. 18 Ed egli gli chiese quali? Gesù rispose: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso. 20 Il giovane gli disse: ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora? 21 Gli disse Gesù: se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi. 22 Udito questo, il giovane se ne andò triste poiché aveva molte ricchezze. 27 Allora Pietro, prendendo la parola disse: ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne otterremo. 28 E Gesù disse loro: in verità vi dico: ( …) 29 chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Il giovane ricco e la vita eterna Ringraziamo ancora una volta il Signore per il dono della sua parola. In questa omelia la nostra riflessione verterà sul vangelo di Matteo e sulla prima lettura. Sono infatti due passi molto importanti per il nostro cammino spirituale. Esamineremo insieme il passo del giovane ricco e vedremo perché si tratta di un "giovane". È un passo che troviamo in tutti e tre i vangeli sinottici: Matteo, Marco e Luca. In uno viene chiamato "un giovane", in un altro viene chiamato "un tale" e in un altro viene chiamato "un notabile". La ricchezza è l’elemento comune a queste tre figure di uomini che vanno a parlare con Gesù per informarsi sulla vita eterna. Da osservare che nel vangelo di Matteo questa è l’unica volta che Gesù parla di vita eterna. Potrà sembrare strano il fatto che Gesù non sia venuto ad indicarci la strada migliore per andare in paradiso, nell’aldilà, ma sia venuto ad indicarci la via e le modalità per far diventare la vita terrena e la terra stessa un paradiso. Se il nostro interesse è solo quello di andare in paradiso, possiamo risparmiarci le lunghe messe che durano ore perché per andare in paradiso basta osservare i comandamenti. Vediamo infatti che questo uomo va da Gesù e gli chiede "Maestro vorrei sapere come fare per entrare nella vita eterna" e Gesù risponde: per andare in paradiso osserva i comandamenti. Questo concetto era stato già espresso dal Concilio di Firenze, secoli fa: il suo messaggio si rivolge a tutte le persone e tende a precisare il fatto che tutti coloro che osservano i comandamenti espressi nel decalogo (i dieci comandamenti) hanno aperte le porte del paradiso al termine della vita terrena. Gesù non era bravo in catechismo! Vedremo ora che Gesù evita di nominare alcuni comandamenti. Gesù non era molto bravo con il catechismo: noi tutti sappiamo infatti che i comandament i sono dieci mentre Lui ne cita soltanto cinque. Abbiamo appena visto che le parole di Gesù dicono che chi non conosce Gesù ma osserva i comandamenti va in paradiso ugualmente, al termine della vita terrena. Perché allora, in questi passi di Matteo, Gesù non cita alcuni comandamenti? Gesù in realtà vuol fare diventare un paradiso la terra in cui abitiamo e vuole indicarci come fare. Alla risposta di Gesù che indica di osservare i comandamenti, il giovane domanda quali? Già quali comandamenti? Sappiamo che i comandamenti sono dieci ma al tempo di Gesù i comandamenti era molti di più. Erano diventati infatti 613 comandamenti. Erano 365 comandamenti negativi (tanti quanti i giorni dell’anno) e 248 comandamenti positivi (tante quante erano le ossa che componevano il corpo, secondo una credenza ebrea). Era quindi molto impegnativo osservarli tutti. Per questo motivo l’uomo chiede a Gesù quali comandamenti avrebbe dovuto osservare. Gesù indica l’osservanza solo di 5 comandamenti originali del decalogo! Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre. E poi Gesù aggiunge un precetto che si trova nel libro del deuteronomio: ama il prossimo tuo come te stesso. Gesù non cita i primi tre comandamenti. I 10 comandamenti si dividono in questo modo: tre comandamenti che riguardano i doveri verso Dio e gli altri sette che riguardano i doveri verso la comunità degli uomini. Gesù non include i primi tre comandamenti che riguardano Dio. Il concetto che Gesù vuole sottolineare è che per andare in paradiso non è tanto importante il modo con il quale noi ci rapportiamo a Dio, ma come noi ci rapportiamo verso gli altri. Non uccidere, quindi significa non togliere la vita; non commettere adulterio, significa non uccidere la vita matrimoniale; non rubare, significa ancora non togliere agli altri la vita; non dire falsa testimonianza, cioè non calunniare gli altri, significa ancora una volta non togliere la vita agli altri; onora il padre e la madre, secondo le abitudini del tempo di Gesù, significava dare sostentamento fisico ed economico e quindi dare la vita al padre e alla madre anziani. Ecco che per andare in paradiso Gesù ci dice che è importante comportarsi bene nei confronti degli altri. Quindi anche se una persona non va a messa ma si comporta bene nei confronti della società degli uomini andrà in paradiso. È un messaggio forte per tante mamme angosciate del fatto che i figli non vanno a messa la domenica: non vanno a messa proprio perché forse queste mamme non comunicano loro una buona testimonianza tuttavia, se i loro figli si comportano bene verso il prossimo, andranno in paradiso, secondo quanto detto da Gesù. Il comandamento nuovo Gesù aggiunge un precetto che, per gli ebrei, rappresenta il massimo della spiritualità: ama il prossimo tuo come te stesso. Dobbiamo fare molta attenzione perché questo è il vertice della spiritualità ebraica ma non il nostro. Noi non dobbiamo diventare l’ago della bilancia con la quale misurare l’amore che dimostriamo al prossimo (come te stesso) perché le persone che non amano se stesse, o si amano molto poco, non sono in grado di amare gli altri o li ameranno in modo molto diverso da quanto insegnato da Gesù. Il comandamento nuovo che Gesù ci ha dato è infatti "amatevi l’un l’altro come Io ho amato voi". È necessario un continuo progresso nel nostro impegno nell’amare gli altri come Gesù ha fatto. Gesù ha inserito questo precetto perché sta parlando a livello di comandamenti a questo ragazzo cui non interessa tanto vivere il paradiso qui sulla terra, poiché essendo ricco già possiede una dimensione agiata che lo soddisfa, ma è più interessato ad assicurarsi una buona vita futura. A questo punto interviene un cambiamento perché, all’inizio della scena, questo personaggio è presentato in modo assolutamente anonimo, è definito come "un tale", pertanto ognuno di noi si può identificare in questo giovane; ora invece viene definito dall’evangelista come un "giovanetto", da cui la definizione di giovane ricco. Perché l’evangelista compie questa trasformazione e passa da "un tale" ad un "giovanetto"? Per gli ebrei il giovanetto era un ragazzo tra i 14 e i 25 anni. Il giovane era colui che aveva un’età compresa tra i 26 e i 39 anni. L’uomo maturo era colui che aveva un’età che va dai 40 anni e oltre. Quindi questo ragazzo poteva avere tra i 14 e i 25 anni. Cosa ci sta dicendo allora l’evangelista con questa indicazione riferita all’età? l’evangelista ci sta dicendo che quest’uomo è cresciuto fisicamente ma dentro è rimasto un immaturo, è rimasto interiormente come un ragazzino di 14 anni. Cosa c’è all’origine dell’immaturità di questo uomo? L’osservanza dei comandamenti! Questo uomo si era acquietato nell’osservanza dei comandamenti, come succede a certi cristiani. Il vangelo ci porta ad andare oltre perché noi uomini siamo esseri imperfetti. L’osservanza dei comandamenti ci induce a soffermarci sempre sugli stessi punti di riferimento che in fondo ci illudono di essere a posto solo perché abbiamo ottemperato ad alcuni obblighi cultuali della religione. Ci sentiamo a posto ma non cresciamo interiormente. Quest’uomo sente che gli manca qualche cosa e dice infatti che i comandamenti li ha sempre osservati ma chiede cosa gli manchi ancora. Sembra voler chiedere a Gesù ma che cosa mi manca, perché mi sento così inquieto, perché sono ancora così bambino, perché non sono cresciuto? Cosa mi manca ancora? Gesù risponde: ti manca una cosa sola, nel senso ebraico dell’espressione cioè "ti manca uno" ossia "ti manca Dio". A volte infatti si possono osservare i comandamenti senza conoscere Dio! Gesù dicendo al giovane che gli manca una cosa, intende fare riferimento al modo di espressione ebraico secondo il quale se al numero 100 si toglie 1 resta 00, zero zero, cioè non resta più niente. Quindi quando ci manca Dio, l’elemento fondamentale, a noi non rimane più niente. Gesù indica al giovane la strada per essere perfetto e maturo. Al giovane manca una cosa sola che gli varrebbe la perfezione: vendere tutto e darlo ai poveri. Dobbiamo osservare che, nel vangelo di Matteo, la perfezione viene citata due volte: in questo riferimento "se vuoi essere perfetto" e l’altro riferimento "siate perfetti come il Padre vostro". Quindi la perfezione cui Gesù invita questo uomo è la perfezione del Padre, che ama sempre e comunque, che comunica sempre e comunque la vita, indipendentemente dalla risposta degli altri. Un comandamento antipatico Al giovane manca ancora una cosa sola: Gesù gli dice "va vendi quello che hai, dallo ai poveri poi vieni e seguimi". I lacci delle nostre ricchezze rappresentano un ostacolo insormontabile. Fino a quando dobbiamo recitare un rosario, una novena, ci può stare bene ma quando dobbiamo rinunciare alla nostra sicurezza economica allora iniziamo i problemi. Il Signore non ci invita a diventare degli indigenti, dei miserabili ma ci invita a condividere le nostre ricchezze con chi ne ha bisogno. Quello che ci vuole dire Gesù è che non si cresce, non si diventa maturi e perfetti soltanto nell’osservanza dei comandamenti, anzi questo ci mantiene ad un livello infantile. Si diventa maturi, coscienti e responsabili della propria vita, si diventa perfetti come il Padre – cioè capaci di un Amore che nessuna cosa può scalfire, soltanto nell’offerta generosa di se stessi. Naturalmente l’offerta generosa di se stessi è riferita a quello che uno possiede. In questo noi riusciamo a raggiungere la perfezione e riusciamo a far diventare il luogo dove siamo, Regno di Dio, cioè un paradiso. Parlando di povertà si diventa antipatici perché si tocca il nodo vitale della nostra esistenza materiale, però questo è quello che ha detto Gesù al giovane ricco. Solo così però noi riusciremo ad entrare nella vera comunità del Regno, dove il Padre si prende cura dei suoi figli. Noi infatti non abbiamo in realtà altra sicurezza se no n quella che risiede nel Padre. Non abbiamo sicurezze nei soldi, e se impareremo a riporre tutte le nostre sicurezze solo nel Padre, il Padre si prenderà cura di noi. Cosa avremo in cambio? Il brano si conclude con l’intervento di Pietro che chiede a Gesù "noi abbiamo lasciato case, fratelli, padre, madre, che cosa avremo in cambio? Gesù rassicura Pietro dicendo che la ricompensa sarà data secondo il centuplo perché Dio è generoso. Noi spesso ragioniamo in termini inversi: se noi diamo tanto a Dio chissà cosa ci chiederà in cambio, no! Se noi diamo tanto a Dio, Lui in cambio ci darà il centuplo. È Dio e nessuno lo può superare in generosità. Ricordiamo come iniziava questo passo: il giovane ricco chiedeva a Gesù cosa doveva fare per MERITARE la vita eterna. Alla fine Gesù dice: la vita eterna NON SI MERITA, la vita eterna TE LA REGALO. Quando entriamo in possesso dell’eredità? Quando i genitori passeranno a miglior vita. Noi non possiamo aspettare che Dio muoia per avere in eredità la vita eterna! Ricevere qualcosa in eredità da Dio significa pertanto riceverla IN REGALO. Qui, ancora una volta Gesù abbatte la categoria del merito: Dio non ci fa meritare le cose ma ce le dona in modo assolutamente gratuito. Noi dobbiamo solo cercare di far diventare il luogo in cui viviamo un paradiso e avremo in regalo da Dio la vita eterna. Questo schema si riferisce non solo ai beni materiali ma anche a tutti i beni spirituali. Tutti i doni che possediamo, come ad esempio i carismi, i talenti, costituiscono le nostre ricchezze spirituali e rappresentano le benedizioni di Dio. Sono la prova che Dio ci benedice, ci ama e ci approva. Dovremmo allora lasciare perdere tutti i beni, tutti i carismi, tutte le benedizioni di Dio, e fare quello che Gesù ha detto al giovane ricco, ricominciando da zero: "va, vendi tutto quello che hai, tutte le tue benedizioni, e seguimi di nuovo povero, senza niente". Questo significa ricominciare senza appoggiarci alle nostre benedizioni, senza più le nostre certezze spirituali, poveri e seguire Gesù, il maledetto, "maledetto chi pende dal legno". Accenniamo all’altro passo che dobbiamo esaminare. Il contesto è questo: Mosè ha portato il popolo fuori dal deserto, è salito sul monte a parlare con Dio, e in questo tempo il popolo si è fatto come idolo il vitello d’oro. Mosè scende dal monte e vede che si era dimenticato di Dio e Dio si arrabbia e dice di voler distruggere questo popolo mentre di Mosè farà una grande nazione (Esodo 32,7-14). Quante volte abbiamo detto così: questo marito non va, buttiamolo via; questa suocera non va, buttiamola via; questo collega non va, buttiamolo via; questa persona del gruppo non va, buttiamola via; ci riteniamo sempre i più bravi. No, non è questo il modo. Mosè cosa fa? Mosè cominciò a supplicare Dio – la traduzione corretta è: Mosè cominciò ad accarezzare il volto di Dio. Con quali parole Mosè " accarezza il volto del Signore" ? Quali ragioni avremmo presentato noi a Dio per convincerlo a desistere dalla sua collera? Forse gli avremmo detto : " vedi Signore, sono pentiti, non lo faranno più…" Tutti discorsi vani, perché l'uomo - lo sappiamo bene - non smette mai di essere peccatore, ripete sempre gli stessi errori. Mosè capisce che non può fare leva sulla buona volontà dell'uomo e che l'unico modo per ottenere la salvezza è confidare nella bontà di Dio. Egli comincia ricordando al Signore le " promesse incondizionate" da Lui fatte ai patriarchi e conclude : " non vorrai che gli Egiziani possano dire che non sei stato di parola ". Questa è l'unica vera ragione che consente di sperare nella salvezza di ogni uomo: l'amore infinito di Dio, quell'amore che non sarà mai vinto da nessuna infedeltà, per quanto grande essa sia. Se dovessimo confidare nella nostra fede, nella nostra capacità di compiere gesti virtuosi, avremmo tutte le ragioni per disperare. E' molto più sicuro riporre la fiducia nell'amore gratuito di Dio. Amen |