La Legge naturale nella nostra vita e nei nostri tribunali  
J. Budziszewski 

 

AUSTIN, mercoledì 21 aprile 2004 (Zenit.org).- Studiosi di legge e di teologia discutono sui dettagli della legge naturale, ma un esperto in materia ritiene che gli elementi fondamentali siano qualcosa che non possiamo non conoscere.

J. Budziszewski è professore di diritto pubblico e filosofia presso l’Università del Texas, nonché autore di diversi libri, fra i quali il più recente dal titolo "What We Can't Not Know: A Guide" (Spence Publishing).

Budziszewski ha condiviso con ZENIT i suoi pensieri sui quattro elementi che danno testimonianza alla legge naturale: la coscienza profonda, il disegno delle cose in generale, le caratteristiche del nostro disegno umano, e il meccanismo naturale causa-effetto.

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I suoi numerosi libri e gli articoli apparsi all’interno di pubblicazioni come “First Things” hanno sottolineato l’importanza del recupero delle verità morali derivanti dalla legge naturale. Brevemente, come ha sviluppato questo pensiero nell’arco della sua carriera accademica?

Budziszewski: All’inizio della mia carriera accademica sarei stato d’accordo con George Gaylord Simpson secondo il quale l’uomo è il risultato di un processo privo di senso e di intenzionalità, che non aveva l’uomo come suo fine.

Quando ho conosciuto Dio ho dovuto riconoscere che il processo non è stato né privo di senso, né privo di intenzionalità: la legge naturale esprime sia la “natura”, il disegno umano, sia la “legge”, il comando del Disegnatore.

Per poterci vedere chiaro nell’ambito di questi argomenti occorre disimparare una serie di errori e vizi intellettuali; a volte sembra che io mi dedichi solo questo. D’altra parte, la cultura nel suo insieme deve fare altrettanto, e quindi non è poi un’idea così malvagia che alcuni degli intellettuali portino avanti pubblicamente il loro processo per disimparare.


Quali aspetti della legge naturale l’attraggono maggiormente? In che modo i suoi studi sulla legge naturale hanno subito l’influenza del suo personale cammino di fede? A quali conclusioni è giunto?

Budziszewski: Nel primo capitolo dell’epistola ai Romani, San Paolo fa un’osservazione interessante sui pagani: il problema non è che essi avrebbero dovuto conoscere il Creatore e non ne ebbero conoscenza; quanto piuttosto che essi avevano cognizione del Creatore ma pretesero di non averne, coltivando invece il culto delle cose create.

In altre parole, essi non ignoravano, ma rifiutavano. A me sembra che questo sia il nostro problema non solo nei confronti di Dio, ma anche dei suoi precetti morali, e che la tradizione sulla legge naturale debba lottare con maggiore tenacia contro questo problema. Su questo verte gran parte del mio lavoro.

Queste cose hanno a che vedere con il mio personale cammino di fede? Certamente. Quando prima negavo l’esistenza di Dio, del bene e del male, esprimevo un mio modo di gettargli fumo negli occhi, perché in realtà, nel profondo, sapevo bene.

L’essere stato redento nonostante me stesso, credo mi abbia procurato una maggiore introspezione su questi processi di rifiuto, e il minimo che posso fare per ringraziare è scrivere su di essi.


In che senso sostiene che la legge naturale sia scritta nel cuore? Non è piuttosto la legge della grazia che è scritta nel cuore? O sono forse la stessa cosa?

Budziszewski: La frase deriva dall’osservazione di San Paolo nel secondo capitolo della lettera ai Romani, in cui dice che quando i gentili, che non hanno ricevuto la legge di Mosè, fanno ciò che la legge prescrive, essi dimostrano che “quanto la legge esige” – i precetti – è scritto nei loro cuori.

Tradizionalmente, questo è stato considerato un riferimento alla legge naturale, ma esso si riferisce anche alla grazia. Come spiega il Catechismo, “la preparazione dell’uomo alla ricezione della grazia è già un effetto della grazia”, e come scrive il mio amico Russell Hittinger, la legge naturale è il primo elemento di questa preparazione; la “prima grazia”.

La metafora dello scrivere nel cuore è fortemente presente nelle Scritture: secondo Geremia 17:1, il peccato della persona è scritto nel suo cuore. Il libro dei Proverbi 3:3 e 7:3 esorta le persone a scrivere la legge nei loro cuori.

In Geremia 31:33, citato in Ebrei 8:10 e 10:16, Dio promette di imprimere ulteriormente la legge nei loro cuori. E nella lettera ai Romani 2:14-15 Paolo afferma che “quanto la legge esige”, ovvero i precetti, senza questa promessa di ulteriore grazia, sono già scritti nei cuori di ciascuno.


Qual è la differenza tra la legge morale e la legge fisica della natura come la legge di gravità?

Budziszewski: In senso stretto, la legge è un’ordinanza motivata dal bene comune, promulgata da chi ha la responsabilità della comunità.

Essa si indirizza ad una mente in grado di intendere ciò che essa richiede e di agire di conseguenza. Principi come quello di gravità sono “leggi” solo in senso analogico. Essi derivano certamente dal potere di governo di Dio, ma la mela che cade non allinea il suo movimento liberamente e razionalmente alla regola che sa essere giusta.


Come è possibile conoscere la legge naturale, vista la natura così controversa del suo contenuto?

Budziszewski: Sento molto parlare di questa presunta controversia, ma io non ci credo.

Le persone che parlano della legge naturale, sostanzialmente concordano con i suoi contenuti di fondo: non uccidere, non commettere adulterio, onora il padre e la madre, e così via. Sono gli stessi concetti che si ritrovano nel Decalogo. Inoltre, questi precetti sono riconosciuti – anche se solo quando vengono violati – dalle diverse società di ogni tempo e luogo.

I disaccordi riguardano non tanto le fondamenta, quanto piuttosto i dettagli della legge naturale. Come afferma C.S. Lewis, le persone sulla terra possono non essere d’accordo sul numero delle mogli che si possono avere, ma tutti riconoscono il matrimonio.

Anche il cannibale sa che è sbagliato portar via una vita umana innocente. Egli infatti sostiene che le persone della tribù rivale non sono umane. Ma credo che nel suo intimo, anche il cannibale abbia una consapevolezza più profonda. Altrimenti perché sentirebbe l’esigenza di elaborati rituali espiatori prima di sopprimere una vita umana?


Come possiamo riconoscere la legge naturale?

Budziszewski: Sembra che ci siano almeno quattro mezzi attraverso cui conoscere “ciò che non possiamo sapere”. Nello spirito delle parole di San Paolo, secondo le quali Dio non è rimasto senza testimoni tra le nazioni, i quattro elementi di testimonianza della legge naturale potrebbero essere i seguenti.

Il primo, e in un certo senso il più essenziale, è la testimonianza data dalla coscienza profonda: la consapevolezza delle fondamenta della morale che è stata tradizionalmente denominata “sinderesi”. Sebbene possa essere soppressa e negata, e debba essere distinta dalla morale conscia, essa continua ad agire celatamente.

Il secondo, è la testimonianza data dal disegno delle cose in generale e conseguentemente dallo stesso Disegnatore, che alcuni hanno chiamato il “sensus divinitatis”.

Da un certo punto di vista, questo è ancor più fondamentale della coscienza profonda, perché a meno che si voglia assumere che la coscienza profonda esista per dirci la verità, non vi è alcuna ragione che ci obbliga a prenderla sul serio. Questo, peraltro, è il problema chiave della cosiddetta etica evoluzionista.

Il terzo è la testimonianza data dalle caratteristiche del disegno umano. Un esempio ci viene dalla complementarietà dei sessi: c’è qualcosa che manca nella creazione dell’uomo che può solo essere completato dalla donna, e qualcosa che manca nella formazione della donna che può essere solo completato dall’uomo. Questo in realtà lo sappiamo tutti.

Io non posso essere completato da un’immagine a me identica; sono fatto per l’Altro. Un cristiano è naturalmente portato ad identificare questo come una preparazione all’intimità con Dio, anche per il quale siamo stati creati, e il quale è sommamente “Altro”.

L’ultimo è la testimonianza proveniente dal meccanismo naturale causa-effetto. Chi si taglia sanguina; quelli che abbandonano i propri figli non hanno nessuno a cui appoggiarsi durante la vecchiaia; coloro che sopprimono la loro conoscenza morale diventano ancor più stupidi di quanto pensino. E via discorrendo.

Possiamo considerare questa testimonianza come l’elemento di ultima istanza, quello con cui siamo costretti a confrontarci dopo aver ignorato i primi tre.


So che lei e sua moglie entrerete a far parte della Chiesa cattolica a Pasqua. I suoi studi sulla legge morale hanno contribuito alla sua decisione di diventare cattolico?

Budziszewski: No, ma in qualche modo vi rientrano. Sarò per sempre grato per ciò che ho imparato dal Protestantesimo evangelico, tra le tante cose la sua fiera lealtà alla verità e all’autorità della Bibbia.

Se crediamo che la Bibbia provenga da Dio, allora dobbiamo credere che anche la legge naturale nasca da Lui, perché la Bibbia lo presuppone e lo dimostra.

In particolare, la Bibbia conferma tutti e quattro gli elementi di testimonianza. Considerate per esempio la riaffermazione dell’elemento della coscienza profonda nella lettera ai Romani 2:14-15, che ho già menzionato, e la conferma della testimonianza derivante dal meccanismo naturale causa-effetto nella lettera ai Galati 6:7.

Da ciò deriva la mia profonda perplessità relativa al fatto che il Protestantesimo non insegni la legge naturale, e che alcuni influenti autori protestanti abbiano addirittura condannato il credere nella legge naturale come qualcosa di antibiblico e di pagano.

Naturalmente non ho potuto fare a meno di chiedermi perché questa dottrina profondamente biblica si fosse conservata nella sua purezza unicamente all’interno della Chiesa cattolica. Questa constatazione è stata per me particolarmente inquietante perché, secondo il pregiudizio protestante, la Chiesa cattolica non prende sul serio la Sacra Scrittura.


Sembra che dopo un lungo periodo di scetticismo, negli anni recenti i protestanti abbiano iniziato ad accogliere la tradizione sulla legge naturale. Cosa ha portato a questo cambiamento?

Budziszewski: Questo gradito cambiamento è un ritorno, piuttosto che un ripensamento, perché i primi riformatori credevano fortemente nella legge naturale.

Calvino affermava: “Ora, essendo evidente che la legge di Dio che noi chiamiamo morale, non è altro che la conferma della legge naturale, e di quella coscienza che Dio ha impresso nelle menti degli uomini, l’insieme della giustizia di cui noi ora parliamo è in essa prescritta. Dunque essa sola dovrebbe essere lo scopo, la regola e il fine di ogni legge”.

Martin Lutero espresse concetti simili. Questo è uno dei tanti aspetti del credo cattolico che i protestanti accolsero in un primo tempo, ma che si è poi perso nel corso degli anni.

Ciò che negli ultimi anni ha portato i protestanti conservatori ad un ritorno alla legge naturale è il fatto che la cultura è divenuta biblicamente analfabeta. Nelle scorse generazioni, i protestanti erano in grado dialogare con i propri vicini sui dubbi relativi al linguaggio della Sacra Scrittura, perché anche i loro vicini conoscevano e rispettavano la Bibbia.

Oggi è impossibile. La nuova situazione impone di citare di meno la Bibbia, ma al contempo di seguirne più da vicino l’esempio apologetico.

San Paolo, ad esempio, quando affrontava argomenti cristiani con i pagani, non tirava fuori dalle tasche i brani delle Scritture. Piuttosto faceva leva su cose che già conosceva ad un certo livello.

Sempre di più i protestanti scoprono di dover fare come Paolo. In senso lato, ciò che Paolo seguiva era il metodo della legge naturale.


Qual è il significato morale della legge naturale e come può essa contribuire a migliorare le leggi statali?

Budziszewski: La legge naturale è semplicemente la legge morale. Potremmo dire che tutto ciò che Dio ha fatto ha una sua natura; tuttavia, non tutto ciò che egli ha fatto è a lui soggetto nel particolare modo definito come legge naturale.

La legge naturale è un privilegio delle creature razionali – tra cui noi – in quanto è un riflesso finito della saggezza infinita nelle loro menti finite. Questo è ciò che Tommaso d'Aquino intende quando definisce la legge naturale come "la partecipazione della creatura razionale alla legge eterna".

E siccome la legge naturale esprime gli elementi universali essenziali al bene comune degli esseri umani, essa si pone come fondamento delle leggi umane degli Stati.

Le leggi umane ordinarie possono collegarsi alla legge naturale in due modi. Questi modi venivano chiamati via "conclusiva" e via "determinativa", ma oggi sarebbe più opportuno chiamarli "deduzione dai principi generali" e "filling in the blanks".

Un esempio del primo tipo di collegamento è: siccome è sbagliato fare del male al proprio prossimo, la legge umana dovrebbe vietare l'avvelenamento.

Un esempio del secondo è: siccome dobbiamo curarci della sicurezza del nostro prossimo, il legislatore deve regolamentare ambiti come quello di determinare se le automobili debbano circolare sul lato destro o quello sinistro della strada. A volte questa regolamentazione avviene mediante leggi non scritte; e questo uno dei modi in cui si costruisce una cultura.


I tribunali americani hanno spesso fatto riferimento alla legge naturale e alle nozioni tradizionali di "libertà ordinata" nelle loro decisioni del secolo scorso, ma queste appaiono spesso in contrasto con la verità della morale cristiana. Come spiega questo fenomeno?

Budziszewski: Io porrei la questione diversamente: Nonostante i tribunali americani abbiano a volte fatto riferimento alla legge naturale nel corso della storia, nel secolo scorso essi sono stati sempre più riluttanti a farlo.

Nello stesso periodo, i loro riferimenti alla "libertà ordinata" - una frase che un tempo presupponeva la legge naturale - sono diventati sempre più incoerenti.

Si è toccato il fondo nel 1992 quando la Corte Suprema ha ritenuto che, "al centro della libertà vi è il diritto di definire la propria concezione dell'esistenza e del significato dell'universo e del mistero della vita umana".

Ciò che la corte sembra propugnare in questa affermazione è una teoria degenerata della legge naturale: un diritto morale universale a non riconoscere le leggi morali universali dalle quali dipende ogni diritto. Tale libertà ha una lunghezza infinita ma una profondità nulla.

Il diritto consiste nel potere di fare una rivendicazione morale su me stesso. Se io potessi "definire" le rivendicazioni altrui come inesistenti - così come la corte ha affermato di poter fare nei confronti del bambino non nato - questo potere verrebbe annullato.

Ho scritto altrove che in un siffatto sistema, nessuno può più essere sicuro. La cosa sorprendente è vedere come una posizione porta a quella successiva. Avendo chiarito che la Costituzione in qualche modo riconosce il diritto di definire la realtà, i giudici devono mettersi al suo posto. Se un re che dice "tutto è permesso" vuole sopravvivere, deve aggiungere: "ma decido io che cosa è compreso nel tutto".

Da una prospettiva più radicale potremmo dire che, per giustificare la violazione della legge naturale che vieta l'omicidio, la corte ha da ultimo ritenuto di dover sconfessare il principio presente nel nostro sistema repubblicano e proprio di ogni sistema repubblicano - l'equilibrio tra i poteri - secondo il quale i deboli hanno gli stessi diritti dei forti; nonché il principio proprio di uno Stato di diritto, secondo il quale la legge è preordinata a proteggere e non a distruggere.


Perché gli studiosi moderni e la cultura moderna ignorano così facilmente anche gli elementi più essenziali della legge naturale, quando - come lei dice - si tratta di cose che "non possiamo non sapere"?

Budziszewski: Una prima spiegazione è la latenza: è possibile sapere qualcosa senza esserne consapevoli. La complementarietà dei sessi ne è un esempio: non ci hai mai fatto caso finché qualcuno non ha richiamato la tua attenzione su di essa, e allora ne riconosci l'ovvia evidenza.

Un'altra spiegazione è il rifiuto: è possibile sapere qualcosa e al contempo convincere se stessi del contrario.

Solitamente inganniamo noi stessi quando sappiamo che una determinata cosa che vogliamo ardentemente è sbagliata, oppure quando avendola già ottenuta non vogliamo soffrire nell'ascoltare la voce della nostra coscienza. Il rifiuto è un problema assai più serio della latenza, perché in tal caso la persona o la cultura oppone un rifiuto ad imparare.

Una terza spiegazione è la razionalizzazione: troviamo scuse per compiere il male non perché non sappiamo che è sbagliato, ma proprio perché lo sappiamo. Infatti è la conoscenza del bene e del male che produce la sostanza delle nostre scuse.

Ad esempio, la femminista Eileen McDonagh ammette che è sbagliato togliere deliberatamente la vita a una persona innocente, tanto che essa sostiene che il feto non è innocente: dice che è un estraneo aggressivo nel grembo della donna. Lo paragona perfino ad uno stupratore. Certamente non credo che ci siano molte donne capaci di pensare che il bambino nel grembo sia un delinquente, ma molti giudici potrebbero.


Che prospettive vede per un rinnovato accoglimento della legge naturale nei tribunali, nelle facoltà di giurisprudenza e in altri luoghi di alta cultura?

Budziszewski: Alla sua domanda è alquanto difficile dare una risposta. I principi fondamentali della legge naturale non solo soltanto buoni per tutti, ma sono in qualche misura conosciuti da tutti.

Questo non significa che non possiamo negarli. Significa invece che se li neghiamo, il problema si sposta dall'intelletto alla volontà. La domanda diventa quindi: "che probabilità hanno le élite di pentirsi?" La risposta è nascosta nella provvidenza di Dio.

Comunque non credo che abbiamo bisogno di alcuna risposta. Conosciamo il nostro dovere a sufficienza. Uno dei vantaggi del male è la tentazione della disperazione. Questo è un fardello.

Ma abbiamo un vantaggio nella virtù che San Paolo chiama speranza, in quanto non riponiamo la nostra fiducia nella presunzione propria dei nostri avversari; non la riponiamo nella nostra piccola forza, ma nella forza di Colui che serviamo.


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