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Luoghi e forme della preghiera Francesco Pisano Ed. Rinnovamento nello Spirito santo |
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La
preghiera è dono gratuito di Dio Dio
è Amore (cfr. 1 Gv 4,8.16) e vuole comunicare se stesso; desidera cioè
donarsi in una forma di comunicazione, la più ampia possibile, fino a
condurre l'uomo, l'amato, ad una totale comunione con sé. Dio cerca nell'uomo
un interlocutore con cui conversare, una persona a cui partecipare la sua
stessa vita, senza limiti, e un cuore dove effondere la gioia. La
preghiera cristiana prolunga la comunione trinitaria nel cuore della creatura
e, come dicevano i Padri, la divinizza. Dio
che prende l'iniziativa è una costante biblica, e la preghiera cristiana non
fa eccezione. Dio, creato l'uomo, lo cerca per istruirlo, per conversare con
lui (cfr. Gen 2); lo cerca anche quando egli si allontana da lui con il
peccato: "Adamo, dove sei?" (cfr. Gen 3,9); rapisce
Enoch, che "camminava con lui" (cfr. Gen 5,24); si confida con
Abramo sulle sorti del mondo, rappresentato da Sodoma (cfr. Gen 18,16ss).
Contrariamente ai cattivi pastori d'Israele, che "non hanno
riportato le pecore smarrite, né cercato quelle che si erano
perdute" (cfr. Ez 34,4), il Signore stesso si prenderà cura del
suo gregge perduto: "Come un
pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue
pecore che erano state disperse, cosi io passerò in rassegna le mie pecore e
le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di
caligine... Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile
quella smarrita; fascerò quella
ferita e curerò quella
malata... le pascerò con giustizia" (Ez 34,12-16). Questa
promessa consolante si è realizzata in Gesù Cristo, il Buon Pastore (cfr. Gv
10), oltre ogni aspettativa. Gesù non considera forse sua missione essenziale
la ricerca di ciò che è perduto: "Il
Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era
perduto" (Lc 19,10)? Quando, di cento pecore, se ne perde una,
egli lascia le altre novantanove nella steppa e va a cercare la pecorella
perduta finché non l'ha trovata; e, tornato a casa, è pieno di gioia:
convoca gli amici e i vicini perché si rallegrino con lui (cfr. Lc 15,4-6). E
ancora: Gesù, seduto sul pozzo, attende la Samaritana per rivelarle se stesso
e il nuovo culto in "spirito e verità", secondo cui il Padre
"cerca" adoratori. Un ulteriore esempio: Gesù costituisce i dodici
perché "stessero con lui"
(Mc 3,14); li chiama "amici", "perché
tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv
15,15). La preghiera cristiana è innanzitutto
dono gratuito del Padre: "Tutto
questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha
affidato a noi il ministero della riconciliazione" (2 Cor 5,18); "Dal
Signore la cosa procede" (Gen 24,50); "Se
tu conoscessi il dono di Dio!" Troppe
volte noi confondiamo la preghiera
con le nostre preghiere, con le nostre misere parole, e siamo convinti di
pregare perché parliamo tanto. Ciò è talmente vero che qualora venissero a
mancarci le parole rimaniamo delusi, amareggiati: non riusciamo a
"pregare". Le nostre parole sono soltanto "bronzo
che risuona" (1 Cor 13,1). Molte volte noi riteniamo la nostra
preghiera come un parlare con Dio a livello d'intelligenza... Una
preghiera vissuta come nostra iniziativa è destinata a svanire nel nulla,
perché la preghiera è "grazia". La
preghiera è anzitutto "dono di Dio": "ciò non
viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa
vantarsene" (Ef 2,8b-9). La preghiera non è un atto puramente
umano ma è piuttosto
l'opera dello Spirito Santo in
me e con me secondo la mia cooperazione alla sua azione. Il nostro è solo
l'atto di un credente che può tranquillamente ripetere con San Paolo: "Non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Se la
preghiera fosse solo questione di tecnica, si avrebbe come conseguenza che vi
sarebbero persone capaci e altre no.E' vero che vi sono persone più portate
di altre a raccogliersi e ad avere bei pensieri. Ma questo non ha alcuna
importanza. Ciascuno secondo la propria personalità, con i suoi doni e le sue
debolezze, è capace, se corrisponde fedelmente alla grazia divina, di una
vita di orazione profonda. Anche se, come vedremo, una certa iniziativa e
attività dell'uomo hanno la loro parte, tutto l'edificio della vita di
preghiera riposa sull'iniziativa di Dio e sulla sua grazia, che non bisogna
mai perdere di vista. La preghiera, prima ancora di essere una tecnica o uno
sforzo dell'uomo, è un dono che il Signore gli offre. Essa è possibile solo
perché il Padre desidera comunicare la sua vita e il suo amore ai figli per
condurli ad una totale e gratificante comunione con lui. "Santa
Giovanna di Chantal diceva: "Il miglior metodo di orazione è di non
averne, poiché l'orazione non si ottiene mediante un artificio [oggi si
direbbe: una tecnica], ma per grazia"(13). La vera preghiera è un
dono che Dio fa gratuitamente, si tratta di comprendere come accoglierlo. I
Padri della Chiesa dicono che
il primo atteggiamento di preghiera è la "statio". La
statío è semplicemente lo stare
quieti, senza preoccuparsi neppure di quello che dobbiamo dire al Signore. Il
nostro atteggiamento non deve essere tanto quello di parlare, quanto quello di
metterci alla presenza di Dio senza tante parole. "L`uomo
è un mendicante di Dio"(14). L'Uomo è un povero che non ha la forza
necessaria di amare Dio se prima non si lascia amare da lui. La
chiamata alla preghiera, a questa unione profonda con Dio, è universale come
la chiamata alla santità, perché l'una non procede senza l'altra. Le
esortazioni di Gesù a questo riguardo, non sono rivolte ad una élite di
persone, ma a tutti senza distinzioni: "Pregate
in ogni momento" (Lc 21,36); e "Tu
invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il
Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà"
(Mt 6,6). Sant'Ambrogio così commenta questa pericope: "Intendi
non una camera delimitata da pareti dove venga chiusa la tua persona, ma la
cella che è dentro di te dove sono racchiusi i tuoi pensieri, dove risiedono
i tuoi sentimenti. Questa camera della tua preghiera è con te dappertutto, è
segreta dovunque ti rechi, e in essa non c'è altro giudice se non Dio
solo"(15). Se
la preghiera è un dono, il colloquio col Padre è aperto a tutti i suoi
figli. Non conta la loro cultura o la loro condizione sociale: anzi i piccoli
e i poveri sono i privilegiati, perché più disponibili e più aperti alla
Parola del Padre (cfr. Lc 10,21). La
preghiera è mettersi alla presenza di Dio Tale
esperienza costituisce uno degli episodi più impressionanti della Sacra
Scrittura: alla vista del roveto che ardeva senza consumarsi, Mosè fu preso
dalla curiosità. Ma Dio gli disse: "Non
avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai
è una terra santa!" (Es 3,5). Come Mosè, anche l'orante deve
avere questa consapevolezza; quella, cioè, di essere alla presenza del
Signore. La mente umana, però, è per sua natura irrequieta come il vento, in
continuo movimento dal passato al futuro, dai ricordi alle immagini, dalle
immagini ai progetti, a volte con logica, ma quasi sempre senza logica. E'
incapace di stare fissa anche per pochi secondi su un oggetto. Invece, tutto
in noi deve tacere. Trovarsi
alla presenza di Dio dovrebbe far nascere nell'orante un grande senso di
stupore: "L'uomo si 'stupisce' quando s'imbatte in un fenomeno che
fino ad allora non gli era mai capitato, che gli risulta inconsueto, strano e
nuovo, di cui non può che chiedersi il significato e la provenienza. Ma di
fronte alla realtà cristiana, lo stupore non è un fatto passeggero.
L'esistenza del cristiano non è mai dispensata dallo stupore" (16). L'orante
si stupisce proprio come un bimbo dinanzi ad un fiore... e, come questo, non
trova parole di ammirazione. Allora, proprio "nello stupore il cristiano
apre la sua anima a Dio..." (17). Così scrive Isacco di Ninive,
padre della Chiesa del VII secolo, afferma: "Quando nella preghiera
ti metti davanti a Dio, il tuo pensiero diventi semplice come quello di un
bimbo che non sa parlare; non pronunciare davanti a Dio parole sapienti;
avvicinati a lui con pensiero ingenuo..." (18). Possiamo
sentire riecheggiare le parole di Gesù: "Io
ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste
cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché
così a te è piaciuto..." (Lc 10,21). Questo indipendentemente
da tutto ciò che possiamo sentire o non sentire sensibilmente: dai nostri
meriti, dalla nostra preparazione, dalla nostra capacità o meno di formulare
bei pensieri e qualsiasi nostra situazione interiore. Dio è là, proprio
accanto a noi, ci guarda e ci ama. Egli è là, non perché siamo meritevoli
della sua presenza o perché siamo buoni e belli, ma perché l'ha promesso
(cfr. Mt 6,6), ed egli è un Dio fedele. E' implicito che bisogna mettere in
pratica la fede, ricevuta in dono nel battesimo; credere cioè che, ancor
prima di mettersi alla sua presenza, egli è già là, perché è lui che ci
invita ad incontrarlo; egli che è nostro Padre ci attende e, molto più di
quanto noi stessi facciamo, cerca di entrare in comunione con noi. La
preghiera è innanzitutto un lasciarsi permeare dalla divina presenza.
Ricordiamo la risposta di quel contadino a cui il Santo Curato d'Ars,
JeanViannen, gli chiese cosa facesse da solo seduto in chiesa: "lo guardo
lui e lui guarda me". Allora il Santo Curato d'Ars coniugò l'espressione
sintetica, ma profondissima: "Pregare è
un lasciarsi
guardare da Dio". Volendo usare un'immagine, si potrebbe dire
che, come ci si espone al sole per abbronzarsi ,e per raggiungere questo scopo
sappiamo che bisogna stare immobili, fermi e pazienti aspettando che i raggi
ci raggiungano e producano il loro effetto, così nella preghiera dobbiamo
esporci al "sole di giustizia" che è Dio e dargli la possibilità
di raggiungerci. Il passo che dobbiamo fare è semplicemente stare lì,
guardando a Dio con amore e ammirazione. "L'essenziale
della preghiera non sta nel molto pensare, ma nel molto amare"(19).
Charles De Focauld ripete lo stesso concetto quando definisce la preghiera
principalmente come: "Un guardare Dio, amandolo"(20). "Questo
semplice sguardo è il dono di rimanere in Dio in preghiera. E' preghiera di
poche o nessuna parola, è un amare, un desiderare con nostalgia rimanendo in
lui, respirando in Lui" (21). Primo
avvio della preghiera è l'atteggiamento di un cuore che tace. Credo che la
difficoltà prima della preghiera non è quella di non sapere che cosa
chiedere, ma di non riuscire a tacere davvero per poter ascoltare e ricevere.
Pertanto. se il primo atteggiamento della preghiera è un porsi dinanzi, una "statio
", dovremmo concludere che la cosa più importante è l'ascolto, come per
Samuele: "Parla,
o Signore, il tuo servo ti ascolta" (1
Sam 3,9). Allora il Signore rivelerà i suoi profondi segreti: "Non
lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole" (1
Sam 3,19). Il
filosofo Sóren Kierkegaard, nel suo
Diario, ha scritto:"Pregare
non vuol dire ascoltarsi mentre si parla; pregare significa invece mettersi e
stare in silenzio, aspettando, finché l'orante non ode Dio"(22). Per
mettersi alla presenza di Dio, l'orante si può aiutare servendosi anche di
oggetti come una croce, una candela oppure un'icona... Noi abbiamo bisogno di
segni sensibili: per questo "il
Verbo si
fece carne" (Gv
1,14), ed avremmo
grandemente torto a disprezzare queste cose e a non utilizzare questi oggetti
se ci aiutano all'incontro con Dio. Quando la preghiera diventa difficile,
infatti, uno sguardo posato su un'icona o sulla fiamma di una candela può
rimetterci alla presenza del Signore. Oggi
più che mai, in Occidente come in Oriente, le icone stanno assumendo una
notevole importanza. Si avverte soprattutto la necessità di riuscire a
mettersi alla presenza di Dio, non importa il mezzo. Questo sarà utile nella
misura in cui riuscirà a farci raggiungere il fine per cui viene utilizzato. La
preghiera è un dialogo con Dio La
persona umana è essenzialmente comunione, relazione, comunicazione. E'
persona nella misura che si comunica, che lascia risuonare (da per-sonare)
Dio in lei; il suo essere è determinato dalla capacità e necessità di
relazione con Dio, con gli altri, con le cose, con se stessa. "Il
momento in cui Dio diventa persona è il momento in cui si avvia l'esperienza
di preghiera". Martin Buber, filosofo e narratore tedesco
(1878-1965), afferma che "Dio diventa persona quando cessa di
essere un 'Egli' per diventare un "Tu"; quando cessa di essere un
'Egli' di cui parliamo, e diventa
un 'Tu' a cui parliamo. Il 'Tu' è
appunto l'espressione del rapporto personale, del mio rapporto con un'altra
persona"(27). "La
preghiera - ha scritto Giovanni Crisostomo - è un dialogo con
Dio ed è un bene sommo"(28). La preghiera-dialogo è quando noi
e Dio parliamo alternativamente: uno parla e l'altro ascolta, poi uno ascolta
e l'altro parla. Dio cerca in noi degli interlocutori sui quali riversare il
suo amore ed effondere lo Spirito Santo per realizzare una comunione di vita
con lui. Nella
Sacra Scrittura troviamo un continuo dialogo tra Dio e il suo popolo:
attraverso i profeti è Dio che parla, e il popolo ascolta. "Ascolta,
Israele!" (Dt 6,4): è la parola d'ordine del pio israelita. La
parola divina non è vana e vuota come quella degli uomini: è parola di vita,
e produce salvezza (cfr. Is 55,11). Nella pienezza dei tempi, Dio "ha
parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,1-3); ha mandato la
Parola eterna dove è racchiusa tutta la verità e il messaggio del Padre: "Dalla
sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia" (Gv
1,16). Gesù,
iniziando la vita pubblica, chiama i Dodici "perché stiano con
lui" (cfr. Mc 3,14) e li chiama amici "perché
- dice Gesù - tutto ciò che ha udito dal Padre, l'ha fatto conoscere a
loro" (cfr. Gv 15,15). E' essenziale il dialogo. La
preghiera ci permette di comunicare con il Signore. Nella preghiera abbiamo la
possibilità di dialogare con lui, attraverso formule precise ma, anche e
soprattutto, attraverso gesti, atteggiamenti e opere che
ci permettono di dimostrargli che lo amiamo e che siamo consapevoli del suo
immenso amore. Nella preghiera, l'uomo parla con Dio, compie cioè l'atto più
grande di cui sia capace. San Giovanni Damasceno afferma: "La
preghiera è l'elevazione del cuore a Dio" (29).E' un'espressione
potente, ma non dice tutto. La migliore definizione della preghiera è quella
di Sant'Agostino: "La tua preghiera è una conversazione con Dio.
Nella lettura è Dio che ti parla, nell'orazione sei tu che parli a Dio"(30).
Ed ancora Cipriano ribadisce questo concetto: "Prega o leggi con
assiduità; ora sii tu a parlare con Dio ora Dio a parlare con te" (31).
Girolamo afferma: "Egli ascolta Dio quando legge le divine Scritture,
conversa con lui quando prega il Signore" (32). La
preghiera non è un atto unilaterale, ma bilaterale: Parola di Dio e parola
dell'uomo; è l'incontro di Dio con l'uomo in domanda e risposta, in amore
reciproco, in dono di grazia e cooperazione. La preghiera è un dialogo. Il
dialogo della preghiera viene aperto non dall'uomo, ma da Dio. Ed è proprio
l'amore che spinge Dio a parlare all'uomo. Questa è una vera e propria
rivoluzione. La
ragione umana, incline per sua natura più a essere attiva che passiva, ha
sempre sottolineato il "dover" amare Dio. Ma la rivelazione dà
precedenza all'amore di Dio, non all'amore per
Dio. Aristotele diceva che Dio muove il mondo "in quanto amato",
cioè in quanto è oggetto d'amore e causa finale di tutta le creature(33); ma
la Bibbia dice esattamente il contrario e cioè che Dio crea e muove il mondo
in quanto "ama" il mondo. La cosa più importante, a proposito
dell'amore di Dio, non è dunque che l'uomo ami Dio, ma che Dio ami l'uomo e
lo ami per primo: "In questo
sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato
noi" (1 Gv 4,10). Il
fatto che Dio parli a noi uomini, è l'elemento più caratteristico della
religione rivelata. Dio non si accontenta di lasciarsi cercare dall'uomo, è
lui che rincorre la creatura, anche quando questa ha peccato. Infatti, dopo
che Adamo disobbedì al suo comando, il Signore lo cercò: "Dove
sei?" (Gen 3,9). Come potrebbe l'uomo, di sua iniziativa, osare
presentarsi al Signore, se prima Dio stesso non si chinasse verso di lui e non
gli rivolgesse la parola? E se chi prega non credesse vivamente che il Signore
lo ascolta ed è pronto a rispondergli (accettando benevolmente la sua
adorazione, il suo ringraziamento, esaudendo la sua richiesta) il dialogo con
Dio non potrebbe svolgersi; la preghiera vive scaturendo dalla parola del
Signore e tendendo ad essa. Il
carattere dialogico della preghiera diventa cosciente nel massimo grado della
cosiddetta orazione passiva, nella mistica. Allora nella coscienza si impone
in primo piano l'iniziativa di Dio, il tocco del suo amore, la rivelazione
della sua carità nella contemplazione infusa. Preghiera passiva non vuol dire
che l'uomo vi partecipa soltanto passivamente; al contrario, mai egli si
rivolge al Signore in un modo così attivo come sotto l'impulso delle grazie
dell'orazione mistica. Ma nell'esperienza vissuta, l'azione del divino
"interlocutore", qui è molto più chiara della risposta umana.
Nell'orazione mistica l'anima vive in un modo che porta alla sua massima
consapevolezza l'esperienza di fede, la vita nella grazia e della grazia come
dono dell'amore divino. La
preghiera attiva, nella quale la nostra parola ed il nostro io hanno una parte
più rilevante e l'impulso della grazia non viene sentito in modo immediato,
è tuttavia, in sostanza, suscitata da Dio e si basa sul suo impulso,
sull'appello divino e sull'assicurazione della sua risposta, precisamente come
la preghiera mistica. Quanto più chiaramente è percepito dalla coscienza
l'appello di Dio e la sua volontà di rispondere, quanto più viva è la fede
di chi prega alla presenza di Dio, tanto maggiore è la preghiera. La
preghiera cessa di essere tale nel momento in cui la nostra conversazione
diventa un puro e semplice monologo, tutto centrato sull'io e i suoi
interessi(34). Esempio
emblematico è il fariseo al tempio, descritto dall'evangelista Luca: "Disse
ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e
disprezzavano gli altri: 'Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era
fariseo e l'altro pubblicano. Il faríseo, stando in piedi, pregava così tra
sé: 0 Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti,
adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e
pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano ínvece,jermatosi a distanza,
non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O
Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua
giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e
chi si umilia sarà esaltato"
(18,9-14). Il
fariseo prega dicendo: "Io non sono come gli altri". E' un
capolavoro di preghiera rimasta un monologo. Tutto è falso,
nell'atteggiamento e nelle parole del fariseo: i gesti, anzitutto, che
rivelano un'immagine falsa di Dio e di se stesso. Sembra un rapporto
paritetico, basato sul "do ut
des". Il fariseo ostenta una giustizia che non ha. L'esibizione è il
linguaggio, che denota l'assenza di un valore. La virtù invece, si manifesta
con tratti esteriori ben diversi. Quando un valore cresce nell'esperienza
spirituale di una persona, ama la discrezione, che è il linguaggio del tesoro
nascosto, e comunica attraverso la strada della semplicità, amica del pudore.
Nell'uomo che sta ritto nel tempio appare il compiacimento di sé, che
strumentalizza Dio e condanna drasticamente gli altri. Persino la parola
"grazie" viene a perdere
la sua verità, perché è detta soltanto in funzione di sé: "Ti
ringrazio", non perché mi hai fatto diverso dagli altri, ma perché
"io non sono come gli altri". La parola più sacra e più espressiva
della gratuità dell'amore, il "grazie", viene profanata
dall'arroganza dell`io". Lo stesso nome di Dio è il presunto
interlocutore di un dialogo mancato. In realtà il fariseo è concentrato
soltanto su di sé. La sua preghiera "è un falso dialogo", che
inquina e profana: Dio, il grazie, se stesso, gli altri. Dio è solo
un'occasione per parlare di sé, e l'autolatria, arrogante e presuntuosa,
diventa disprezzo per gli altri. Per questo entro l'orizzonte farisaico Dio
non parla. Il fariseo è rimasto sulla soglia dell'etico, nella palese
illusione del proprio valore: "Digiuno due volte la settimana e pago le
decime". L'esito
di questa preghiera è il buio di una vita rimasta qual era: con il silenzio
di Dio, la distanza ostile degli altri e il ritorno mortificante al proprio
peccato. E una delle tante ipotesi di preghiera non vera. Talora c'è invece
sincerità nell'incontro con Dio, ma essa non anima la vita. Il fare unità
tra incontro con il Signore e incontro con gli uomini richiede un cammino
lungo, paziente, che dura per l'intera esistenza. Assai più dannosa è,
tuttavia, l'altra ipotesi: quando la preghiera viene ridotta a formalità, a
pratica esteriore che lascia solo l'illusione che ci sia stata, per il fatto
di essere saliti al tempio come il fariseo. Niente di più pernicioso, per la
vita dello spirito, del sentirsi facilmente a posto. La preghiera farisaica
non ha in sé neppure
un germe di verità per
cambiare la vita, perché è mancato il dialogo. Dalla
preghiera-dialogo si passa alla preghiera-
duetto; il duetto si ha quando
due persone parlano o cantano insieme, all'unisono. Una preghiera-duetto è,
per esempio, quando, nell'Apocalisse, "Lo Spirito
e la sposa dicono [a Gesù]: 'Vieni!"'
(Ap 22,17). Si pratica questa preghiera-duetto quando, animati dallo
Spirito che "è stato
riversato nei nostri cuori"
(Rm 5,5), ripetiamo a lungo, con amore, la semplice invocazione del
nome di Gesù... E' la preghiera che la spiritualità monastica della Chiesa
Ortodossa conosce come la "preghiera del cuore". Ma
c'è una preghiera ancora più spirituale che possiamo chiamare preghiera-monologo;
questa si ha quando noi, facendo l'esperienza di non sapere, in verità,
cosa ci convenga chiedere in una data situazione, lasciamo che sia lo Spirito
a pregare per noi. Egli è il solo che intercede per i credenti, secondo i
disegni di Dio (cfr. Rm 8,27), essendo il solo che li conosce. La
preghiera è giungere a incontrare Dio `"La
liturgia ci dà l'occasione di esprimere calorosamente la nostra fede e di
offrire a Dio, in sacrificio di lode, la propria vita e l'intera
creazione"(36). Per
ben pregare e giungere all'unione con Dio è necessario fare come il viandante
che strappa le sterpaglie e i rami secchi nel bosco, per aprirsi una via
migliore. Questa via, che normalmente è la cosa più
difficile quando si prega,
è fare l'assoluto silenzio, nel quale Dio parla e noi possiamo ascoltarlo.
Chi ama il frastuono non saprà mai pregare e, di conseguenza, non saprà mai
costruire la sua vita in una dimensione di autentica relazione con Dio. In
realtà l'uomo che non ama il silenzio, è un uomo sempre fuori di sé e
lontano da Dio. E'
un fatto questo, che si manifesta nella vita di tutti i giorni: le persone che
hanno sempre voglia di parlare, che vogliono sapere tutto di tutti, non sanno
nemmeno dove abiti la preghiera, perché essa esige raccoglimento, cioè
silenzio. Un uomo veramente di preghiera ascolta mille parole e ne dice una
sola. Il
dramma della nostra preghiera è quello di essere sostenuta da troppe parole e
da poco silenzio. Il silenzio è difficile, certo. Ma è proprio il primo
stadio per poter pregare veramente. Il silenzio dà vita alla preghiera, in
esso il Signore irrompe nella nostra vita. "Quante
cose superflue diciamo in un giorno! Quante sciocchezze pronunciamo! Dobbiamo
convincerci che il silenzio è bello, che non è una cosa vuota, ma vita piena
e autentica... Ma il silenzio esteriore non basta"(37). Occorre
imparare a far silenzio, perché è il punto di partenza per poter giungere a
incontrare Dio. Esistono
due forme di silenzio: c'è quello che nasce dalla povertà dell'amore: è il
mutismo di chi non vuole più bene. E c'è quello che nasce dalla pienezza
dell'amore: ed è l'incapacità di dire parole a chi si vuole immensamente
bene. C'è
un momento dell'amore, in cui le parole tacciono, perché solo il silenzio
riesce a trasmettere la verità dell'amore. Il silenzio che noi intendiamo,
alla presenza di Dio, è proprio questa incapacità di esprimere, con gesti e
parole adeguate, tutto il nostro amore per "Colui che ci ha amato per
primo" (cfr. 1 Gv 4,10). Il silenzio, ricco d'amore, è il luogo nel
quale Dio viene, perché coincide con la massima eloquenza; esso esprime
l'invocazione: "Vieni,
Signore Gesù" (Ap 22,20). Ed è proprio nel silenzio che noi
riusciamo ad incontrare e a farci sempre più incontrare dal Signore che
viene, innamorato di noi. Chi prega veramente persevera nel silenzio; davanti all'azione, alla presenza di Dio, si lascia raggiungere, consumare, bruciare dal fuoco dello Spirito. Chi prega veramente, lascia agire Dio: "Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso" (Ger 20,7). Solo se riusciremo a farci sedurre, incontreremo Dio, solo se ci arrendiamo a Dio, avremo veramente pregato(38). La
grandezza della preghiera, la sua intrinseca realtà, non è la semplice
elevazione della mente a Dio, non è il distacco del pensiero e della volontà
da tutte le creature, il considerare il creato alla luce divina; ma la sua più
mirabile verità consiste nell'essere un reale incontro con Dio; così che non solo il
nostro pensiero è presso di
lui, ma noi
siamo realmente con lui:
perché il Signore si abbassa in realtà fino a noi, ci rivolge la parola e
risponde ancora alla nostra invocazione. Se volessimo verificare se siamo giunti
ad incontrare Dio, dobbiamo vedere se siamo capaci di tessere rapporti di pace,
di gioia, di amore... (cfr. Gal 5,22). (12) MoL~NN J., Il "Dio crocifisso". Il problema moderno di Dio e la storia trinitaria di Dio, in "ConciIium" 6 (1972), 36. (13) PHILIPPE J., Un tempo per Dio, RnS, Roma 1993, 3. (14)
AGOSTINO, Sermone 56, 6, 9, in Opera di
S. Agostino. Discorsi, Città Nuova, Rorna 1976,
vol. XXX/1, 149‑151. (15) AMBROGIO, De Cain et Abel, 1, 9: CSEL 32,1,372. (16)
BORIs L.,
I presupposti della preghiera cristiana, in
"Conciflum‑ 9 (1972),73. (17) Ibid., 74. (18) ISACCO Di NINIVE, Lafilocalia, 267,117, in MONTANARI M., Il cuore della preghiera, RnS, Roma 1992, 64. (19)
TERESA
D'AvILA, Castello
interiore, 1,7. (20)
DE FOUCAULD C.,
Lettera a M. me de Bondy, 7 aprile
1890, in CONGAR Y.,
Credo nello Spirito Santo, Queriniana,
Brescia 1982, Vol. 11, 127. (21) FARicy R., Colui che prega, Ancora, Milano 19802 223. (22) KIERKEGAARD S., Diario, VII, A 50. Cfr. STEMMETZ J., Preghiera, in "Dizionario di Pastorale", a cura di Rahner‑Coffi, Queriniana, Brescia, 234. (23)
Per un maggiore approfondimento cfr. FALCONE
M., La
preghiera come dialogo, in
"La Scala" 33(1979), 269‑278; 300‑309. Articolo che
l'autore sviluppa in due parti: a) Dio Parla; b) La nostra risposta. (24)
PIETROBON E.,
Pregare è arrendersi a Dio, in
"Rinnovamento nello Spirito Santo" 3(1986), 12. (25)
Ibid. (26)
Cfr. MORETTI R.,
La preghiera amicizia con Dio, in E. ANCILLI
(a cura di) La
preghiera. Bibbia, teologia, esperienze storiche, Città Nuova, Roma
1988,15. (27) MAGRASSI M., Che cos'è la preghiera, in "La Scala" 30(1976), 324. (29)
GIOVANNI
DAMASCENo, Defide
orthodoxa, 3,24, PG
94,10891). (30)
AgOSTINO, Sermone
85 in Opera
di S. Agostino, Esposizione sui salmi, Città Nuova, 1976,
vol. XXVI, 1255. Cfr. ADALGERo, Admon
ad Nonsuindam reclus., c. 13; PL
1343, 931 C. (31)
CIPRIANo, Ad
Donatium, 15, in CIPRIANO,
Opuscoli, Corona
Patrum Salesianum Series Latina, SEI, Torino 1935,
vol. X1, 34. (32) GIROLAmo, Ep. 3,4, PL 22, 334. (33) ARISTOTELE, Metafisica XII, 7, 1072b. (34) Cfr. HERINc, B., La legge di Cristo, Morcelliana, Brescia 1972, vol. 11, 279. (35) FORTE B., 'A terra d"o cielo, M. D'Auria, Napoli 1986,4. (36) PISANo F., La gestualità nella preghiera, RnS, Roma 1992, 25. (37) BoRis L., I presupposti, 82. (38) Cfr. PIETROBON, Pregare, 12.
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