Malattia e guarigione: antropologia e filosofia

S. Babolin

Tratto da Competenza e Compassione - Bollettino dell'Associazione dei Terapisti Cattolici - Aprile 2001

 

L'argomento viene trattato dal punto di vista antropologico (diverse concezioni culturali e religiose) e dal punto di vista filosofico (problema del male, nel pensiero astratto e nella situazione concreta odierna).

 

A) CONCEZIONI CULTURALI E RELIGIOSE 

Per una chiarezza espositiva utilizzo lo schema dei sei modelli proposti da Flavia Caretta e Massimo Petrini in "Ai confini del dolore" (Città Nuova 1999) presi da un articolo citato di E. M. Tamm "Models of health and disease" in "British Journal Medical Psychology", 66(1993). In tutti i modelli ci sono archetipi mentali che si rincorrono; e una certa visione abbastanza simile dell'uomo e della malattia. L'uomo vivente è in sé un complesso di corporeità, psiche, emotività, valori e stili di vita, che interagisce con un altro complesso di economia, ambiente, cultura, società e servizi; la malattia sarebbe l'effetto di una rottura dirompente di questa armonia: l'uomo che perde questa armonia cade nella malattia; e potrà affrontarla, soltanto se riuscirà a dare un senso a questo fatto, a trovare cioè una nuova modalità di vita. Le diverse concezioni sulla malattia e sulla guarigione corrispondono esattamente alla diversità di senso che viene dato alla malattia. 

Il viaggio del malato comincia sempre con due domande: perché proprio a me? che cosa ho fatto di male? Assai spesso emerge il profondo archetipo della colpa (e punizione) con il quale il malato comincia ad affrontare la malattia. 

1. MODELLO MAGICO-RELIGIOSO

Si vogliono coprire tutte le concezioni olistiche delle culture antiche, nelle quali gli aspetti morali e religiosi prevalgono su quelli biologici, psicologici e sociali. La malattia è la perdita della salute; e la salute c'è quando l'uomo vive in armonia con la natura e con il divino (Dio e dei) e quando il divino è in armonia con lui. Si guarisce (si riacquista la salute) quando si ripristina tale armonia vitale, con la mediazione di un guaritore (sciamano, sacerdote, stregone, medico). 

In questo contesto entra anche l'ebraismo, in quanto considera la malattia conseguenza del peccato ossia della rottura dell'armonia con Dio creatore; l'ebraismo oscilla fra due concezioni: una considera la malattia conseguenza del peccato commesso non solo dal malato, ma anche dalle generazioni precedenti, l'altra considera la malattia un invito a divenire consapevoli dei peccati davanti a Dio (nel ministero dei profeti). Perciò per l'ebraismo il letto del malato diventa un luogo d'incontro con Dio; e tutta la comunità si sente impegnata ad aiutare il malato (perché la sua situazione difficile è imputabile non soltanto a lui ma a tutta la comunità). 

Altro aspetto importante, elaborato dal pensiero ebraico: perché una persona che vive una vita ineccepibile dal punto di vista morale sta male? E il problema posto dal libro di Giobbe. Ora questa domanda trova risposta se la malattia viene considerata anche una prova di fedeltà a Dio (La fede si purifica con la prova come l'oro con il fuoco) oppure l'espiazione dei peccati degli altri: il giusto soffre perché altri hanno peccato e lui deve rimediare a questi peccati. La malattia e la sofferenza acquistano il significato di mezzo per il conseguimento d'un fine buono che è uno stato di migliore salute, di più profonda armonia con Dio. 

In questa prospettiva la guarigione consiste nel rivolgersi a Dio; anzi il medico stesso è ritenuto strumento dell'azione di Dio e deve far vedere nella sua terapia di essere partecipe dell'azione benefica di Dio, che resta l'unica fonte dalla quale può venire anche la guarigione. In prospettiva la malattia scomparirà: nel futuro non ci sarà più malattia. Secondo l'ebraismo si ritornerà alla pace originaria della creazione, tolta dal peccato; e questa posizione sarà comune a tutte le religioni o fedi di derivazione biblica. Su questa posizione si colloca perciò anche l'islam, i figli di Abramo e discepoli di Maometto. Anche per l'islam la malattia è il turbamento della pace originaria della creazione: la malattia è una conseguenza dei peccato, la punizione dei peccatori. Il malato accetta la punizione, assume un'attitudine di purificazione scontando quello che ha fatto, e spera di ricevere una ricompensa. In questo modo il malato si pone in uno stato di santità; e la sua preghiera sarà gradita a Dio; così il malato realizza una maggiore vicinanza con Dio, per cui si chiede al malato di pregare anche per gli altri. 

2. MODELLO BIOMEDICO

Si riferisce a tutte quelle concezioni che considerano la malattia in se stessa, come un evento naturale e neutro dal punto di vista etico e religioso. Tutte presuppongono una concezione dualistica dell'uomo, che sarebbe composto di spirito e materia, di anima e corpo; e la malattia riguarda il corpo. E' la posizione della medicina greca antica, da Ippocrate (460-377) a Galeno (130-199); con la medicina greca si perde ogni significato spirituale della malattia, almeno nel mondo occidentale, fino ad arrivare a considerarla un deterioramento dell'organismo, dovuto a vane cause che l'indagine razionale dell'uomo potrà lentamente scoprire. Si arriva così alla concezione moderna della malattia intesa come perdita della salute e della medicina intesa come arte e scienza della diagnosi e della terapia nonché della prevenzione della malattia favorendo il mantenimento della salute. Con il pensiero cartesiano, questa concezione della malattia e della medicina si evolve in senso meccanicistico. L'uomo è un composto di due entità: mente (res cogitans) e corpo (res extensa). Il corpo dell'uomo è una macchina (cfr. descrizione della macchina del nostro corpo nell'articolo 7 del Trattato delle Passioni del 1649); e la salute è data dal perfetto funzionamento di questa macchina. Come un orologio rotto, una volta riparato, torna a funzionare così è della malattia: il corpo malato si guarisce individuando l'organo che non funziona e facendolo funzionare. In malattia è una disfunzione del corpo, provocata da agenti esterni; e la salute è l'assenza della malattia e la sconfitta della malattia. La medicina si qualifica e si specifica come la cura degli organi malati; e se non si possono guarire, si può tentare di sostituirli (tecnica dei trapianti).... 

I limiti di questo metodo derivano dall'oblio delle dimensioni psicologiche, spirituali e sociali che caratterizzano la persona. Può fare riflettere chi aderisce ad una concezione del genere la recente vicenda di Clint Hallam che non volle più tenersi la mano trapiantata tanto da chiedere e ottenere l'amputazione (ANSA; 3 febbraio 2001): non riusciva a sentirla sua (forse perché era sempre sotto i suoi occhi!).

 

3. MODELLO PSICOSOMATICO

Mette in evidenza le connessioni esistenti tra fattori psicologici, sociali e bioogici nello stato di salute o di malattia. Pertanto supera una concezione riduzionista della malattia e della guarigione, anche se non necessariamente sposa una visione olistica della medicina.

Mi sembra che la posizione buddista, considerata nei suoi principi fondamentali, possa rientrare in questo modello. Il buddismo infatti non fa riferimento a divinità; non è propriamente un teismo; ma fa riferimento a Budda (che significa Illuminato), il quale è vissuto nel sesto secolo a.C. nel nord-est dell'India. Trascurando le complicazioni e le contaminazioni con varie religioni (soprattutto con l'induismo) e tenendo l'essenziale, possiamo dire che il Budda è una persona che prende atto della situazione della vita; e nella vita la sofferenza ha sette cause: quattro fondamentali (nascita, malattia, morte e vecchiaia) e tre secondarie (realtà avverse, separazione da quanto amiamo, non conseguimento di quanto desideriamo). Ora il Budda cercherà di superare la sofferenza con diverse strategie: la prima e fondamentale è quella di prendere atto della realtà e di ricavare dalla realtà stessa il superamento della sofferenza, mediante un processo mentale. Questo processo mentale della persona, che deve capire la sua situazione, ha un valore terapeutico in quanto capire la vera realtà, e gli elementi che la costituiscono, significa prenderne distanza. Per questa ragione mi sembra evidente un forte influsso dei processi psichici su quelli biologici e quindi una concezione psicosomatica della guarigione.

4. MODELLO UMANISTICO

In questo modello la persona è considerata in una prospettiva olistica: entità psicologica e biologica in interazione con l'ambiente sociale. La persona è creativa e capace di libere scelte; la salute e la malattia sono quindi viste in chiave dinamica: una persona in salute è una persona che vive con autenticità mirando sempre alla propria realizzazione, mentre la persona malata è bloccata, inquieta e incapace di relazioni feconde. La malattia stessa o qualche menomazione, da questo punto di vista, non si oppongono alla salute, perché tutto dipende dalla libertà della persona e dalla sua capacità di dare senso alla sua esistenza. 

Il modello umanistico è centrato sulla salute; e la persona non è un oggetto passivo da esaminare e diagnosticare ma piuttosto un'entità pienamente capace di assumersi responsabilità nei confronti della sua salute. Quando sarà malata, la sua terapia non sarà solo fondata su fatti oggettivi e quantificabili, ma anche prestando attenzione al suo mondo interiore, alla sua consapevolezza, ai suoi pensieri (Caretta-Petrini, p. 43). 

5. MODELLO ESISTENZIALE 

E' sottolineata la soggettività, anzi la libertà di scegliere la salute o la malattia, prendendo strade che favoriscono o l'una o l'altra. C'è molta somiglianza con il modello umanistico, però prende connotati più negativi, nel senso che c'è più attenzione verso la sofferenza, l'angoscia, la disperazione, la depressione, il nichilismo: tutti temi cari all'esistenzialismo filosofico. Perciò si cerca la salute fuggendo dalla malattia; e quindi si tratta d'un modello fondamentalmente di malattia.  

Nella scelta il soggetto deve rendersi consapevole delle conseguenze e perciò il medico dovrebbe stimolare la riflessione del paziente seguendo un metodo empatico. Gli argomenti su da tener sott'occhio e su cui riflettere sono: 1) la morte e l'angoscia, 2) la libertà e la responsabilità in relazione al proprio destino, 3) la solitudine esistenziale e il problema relazionale, 4) la sfera motivazionale ossia la capacità di significare le proprie scelte e la propria situazione. 

6. MODELLO TRANSPERSONALE

E' fondamentalmente un ulteriore sviluppo del modello umanistico ed esistenziale, con integrazioni di elementi delle teorie della conoscenza e delle religioni orientali. Punto centrale è il superamento del dualismo di anima e corpo. La persona è in uno stato di benessere quando supera il dualismo e trova la via di una conoscenza di sé, sempre più profonda, fino al punto da accettare anche la morte, nella via di un trascendimento del sé presente e della consapevolezza di una realtà personale svincolata da ogni legame. Attraverso le tecniche meditative, la persona acquista energia psichica e sviluppa poteri di autoguarigione. Sono evidenti gli influssi della meditazione trascendentale, della dottrina e pratica dello yoga. 

B) RIVELAZIONE CRISTIANA 

Secondo la rivelazione cristiana peccato, malattia e morte non vengono da Dio: "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale " (Sap 1, 13-15). Nel mondo c'è la malattia, perché c'è il peccato; e la malattia è legata ai limiti della corporeità. Il peccato, che sta all'origine della malattia, non è il peccato personale ma il peccato originale, una situazione di peccato che domina nel mondo. 

Sarebbe interessante rispondere a questa domanda: nel cristianesimo quali spiegazioni hanno formulato le tradizioni cristiane, le diverse elaborazioni della verità rivelata da parte del popolo? Ci sono atteggiamenti diversi del cristiano di fronte alla malattia: la malattia nasce come forma di espiazione e via di purificazione (nei Padri è molto sottolineato l'aspetto punitivo e di purificazione, che è poi molto presente anche nel Medioevo). Notissimo il pensiero di Paolo: "Completo in me stesso quello che manca alla passione di Cristo, in favore della Chiesa" ( ... ) Da qui viene un certo valore corredentivo della sofferenza accettata come partecipazione alla passione del Signore. oggi come reagisce il cristiano di fronte alla malattia? 

Leggiamo la malattia come fatto essenzialmente neutro, cioè né bene né male. L'atteggiamento del malato dipende dal significato che darà a questa situazione di sofferenza. Il cammino salvifico della malattia dipende dal senso che il malato gli dà.. Questo vorrebbe rappresentare quello che dice la malattia nella cultura d'oggi: per la prima volta la cultura, anche in area cristiana, ha rotto il rapporto medicina e qualche altra cosa (così come ha rotto il rapporto tra pioggia, maltempo, terremoto e il divino: chi prega oggi perché piova? Perché il Signore ci risparmi la grandine, il terremoto ... ). 

La medicina studiava l'organo malato; oggi anche questo atteggiamento è messo in crisi, perché non si accetta più che ci si occupi della malattia senza tener conto del malato; non si dovrebbe separare persona e malattia per occuparsi soltanto della malattia; questo fu un atteggiamento provocato dal razionalismo tecnologico che mise in atto una certa distanza riverenziale tra medico e paziente. Ora anche questo rapporto non regge più, in quanto la persona paziente si è come risvegliata e il medico ha perso il suo alone carismatico. D'altra parte la famiglia nucleare non ha più la possibilità di occuparsi del malato; e il malato abbandonato si sveglia e presenta le sue esigenze. 

Necessità di cambiamento: "da una medicina di organo ad una medicina di relazione". Dobbiamo cambiare idea sulla guarigione. Noi purtroppo lavoriamo e pensiamo troppo alla guarigione fisica (ammesso che sia possibile, anche perché con l'invecchiamento della popolazione si va sempre più verso malattie inguaribili: ospedali geriatrici). Non esiste la guarigione fisica, ma la guarigione di tutta la persona; e si ha questa guarigione, quando la persona ha la capacità di gestire la sua situazione difficile. La vera guarigione c'è, quando una guarigione interiore rende la persona capace di dominare la sua situazione. Ecco perché è importante curare la malattia e la persona, psicologicamente e spiritualmente. 

C) PROBLEMA FILOSOFICO DEL MALE 

Riconosciuta l'esistenza di Dio, come pura presenza attiva di essere, e l'esistenza contingente di tutti gli esseri finiti, si pone il problema della loro origine, in quanto non presentano in se stessi una giustificazione della loro esistenza. Il problema si risolve riconoscendo l'attività creatrice di Dio; e per creazione si deve intendere una productio rei ex nihilo sui et subjecti (produzione di una cosa dal nulla di sé e di una materia soggiacente). 

Questa soluzione incontra delle difficoltà, bene espresse da Sant'Agostino, che considera difficile il passaggio da Dio creatore agli esseri finiti creati: 

- Dio immutabile è principio del mondo mutabile; 

- Il mondo è fatto dal nulla; ma dal nulla non viene qualcosa (Non dunque io sarei, o mio Dio, non sarei in nessun modo, se tu non fossi in me. O piuttosto non sarei, se io non fossi in te (sant'Agostino, Confessioni)]; 

- Problema del tempo (creato con il mondo che ha un inizio) e del male. 

Il vero e unico principio della creazione non è il nulla, ma Dio stesso, in quanto principio assoluto e libero di ogni novità; inoltre non si deve confondere il nostro modo di pensare e di conoscere con il modo reale di esistere delle cose: il dono dell'essere, da parte di Dio, non è puntuale nel tempo, ma è permanente nel suo assoluto presente: Dio non ha creato, ma crea.  

Con ciò Dio creatore risulta essere la Presenza di ogni presenza: il creatore si fa presente, con il suo intervento definitivo, all'interno dell'attività di ogni creatura, come suo principio primo, senza impedirle di essere principio secondo in conformità al suo modo di essere e cioè alla sua natura. Da questo punto di vista trova una giusta impostazione anche il problema dei rapporto tra Dio e l'uomo, sopratutto tra la sua libertà e la nostra libertà (e il nostro destino). 

La durata dell'effetto assicura la continuità dell'azione creatrice. Dio è Presenza creatrice permanente: presenza continuata, non ripetuta né rinnovata, ma sempre nuova creazione. Diciamo che la nostra libertà non è competitiva con quella di Dio; anzi Dio stesso crea l'uomo libero e vuole che resti libero.

1. DIO CREA LIBERAMENTE L'UOMO LIBERO

Creare significa produrre radicalmente: l'uomo è un'invenzione di Dio, che lo ha pensato e voluto del tutto liberamente e come un suo progetto originale che fonde in unità sostanziale e personale materia e spirito. Dire che Dio crea l'uomo liberamente significa "senza esserne costretto, ma anche senza capriccio: l'uomo non è uscito dalla mente e dalle mani di Dio per gioco o per distrazione. L'uomo è il frutto d'una decisione divina che trova unicamente in Dio la sua piena motivazione: Dio lo crea come lo ha pensato e voluto; e il suo progetto dell'uomo non muta; di tale progetto la libertà è una parte essenziale. Perciò Dio vuole la libertà dell'uomo. 

E' un pregiudizio, un presupposto gratuito (che deve quindi essere esaminato), pensare che la nostra libertà sia competitiva con quella di Dio, che tolga spazio a lui; oppure che la sua libertà tolga spazio alla nostra. Il problema prende un colore nuovo, se teniamo presente che la libertà è legata all'amore, è anzi la possibilità di amare: Dio crea l'uomo libero, in quanto lo rende capace di conoscerlo e di amarlo: ossia di realizzare con lui una certa relazione (anche se i termini della relazione non sono sullo stesso piano). 

In altre parole, come Dio nell'atto creativo si dona all'uomo che crea, così rende l'uomo creato capace di donarsi a Lui. Tale capacità di dono è appunto la libertà. Perciò creando l'uomo libero, Dio lo chiama a collaborare con lui nell'opera della creazione, rendendolo partecipe della sua libertà e della sua capacità di donarsi. 

Come? Rendendo l'uomo capace di portare il peso del suo rifiutarsi a Dio. Perciò prima di parlare di un "mistero dell'iniquità" e più esatto parlare di un "mistero della libertà", in quanto sembra che Dio, per creare l'uomo libero, proprio nell'atto di crearlo debba, per così dire, "negare se stesso" affinché la sua presenza non sia costrittiva nel chiedere collaborazione all'uomo per continuare l'opera della creazione.

2. DEFINIZIONE DEL MALE

Ci sono varie forme di male, per le quali sono possibili diverse ipotesi di soluzione, però è necessario sia qualificare il male sia respingere qualsiasi soluzione manichea che lo ipostatizzi. Il manicheismo riconosce che bene e male sono due principi competitivi; in tale visione il male non è un problema (il problema sta nell'affermare i due principi).Noi definiamo il male: una privazione di bene in un soggetto (malem est privatio boni in subjecto); così la cecità non è un male per una pianta, mentre lo è per un animale che dovrebbe vedere. Tale privazione di bene si può realizzare nell'essere o nell'operare di un soggetto; e l'operare può essere un atto volontario e libero (actus humanus) oppure no (actus hominis). Abbiamo così tre tipi di male: fisico o dolore (privazione di un bene particolare nell'essere d'un soggetto), psichico o sofferenza (privazione di un bene particolare nel suo operare non volontario e non libero) e morale o peccato (privazione del bene nel suo operare volontario e libero). Il bene viene quindi dal bene, ed anche il male viene dal bene come sua privazione. 

Essendo poi l'uomo per natura un essere sociale, mi sembra che anche il male possa assumere una connotazione sociale, nel campo fisico (un'epidemia), psichico (uso della droga, alcoolismo)e morale (scadimento dei costumi). In concreto poi l'aspetto individuale e sociale si congiungono; diventa perciò difficile stabilire dove si debba porre la linea di demarcazione tra l'individuale e il sociale. Così, per il male fisico e psichico e morale. Però possiamo tenere che il male morale è imputabile ad unum come atto, mentre è imputabile ad plures come situazione d'ingiustizia o di provocazione alla trasgressione). 

3. DIO DI FRONTE AL DOLORE E AL PECCATO

Da una parte si deve escludere che Dio sia indifferente, di fronte al male; e d'altra parte bisogna scoprire il cuore del problema che è dentro il mistero della nostra libertà. Dio non è impassibile di fronte alla sofferenza e allo smarrimento dell'uomo: il suo atto creativo, sempre attuale nel suo eterno presente, non ci consente di sostenere una simile posizione. Si direbbe che anche Dio porta il peso della libertà dell'uomo, quasi "negandosi" affinché l'uomo possa affermarsi. 

Alcuni ritengono che l'uomo è necessitato dal bene assoluto e che la sua libertà deriverebbe dal fatto che l'uomo non trova mai questo bene, ossia non lo conosce e non lo vuole come tale. Ne seguirebbe che l'uomo perde la libertà nel momento in cui incontrerà tale bene assoluto e potrà averlo. Mi sembra che sia più comprensibile la libertà intesa come capacità di amare, di donarsi e di accogliere un dono. Evidentemente tale capacità implica anche la reale possibilità di non amare, di rifiutare un dono o di rifiutarsi al dono; e tale capacità implica la conseguente capacità di portare il peso del rifiuto. E l'uomo, creato libero da Dio, ha ricevuto proprio da Dio tale capacità: e di donarsi e di rifiutarsi al dono. Distinti il male in fisico e morale, e il volere per se (volere qualcosa come fine), volere per accidens (volere qualcosa come mezzo) e permettere (non impedire efficacemente potendolo fare), possiamo affermare: 

- Dio non vuole per se nessun male, né fisico, né psichico, né morale; 

- Dio può volere per accidens il male fisico e psichico, ma non il male morale; 

- Dio può permettere il male morale, sia perché rispetta la libertà dell'uomo sia perché il suo amore e la sua inventività possono ricavare il bene (ad es. un insegnamento che può diventare sapienza di vita) anche dal male. 

D) ZONE MALATE DELLA CULTURA ODIERNA

I mezzi multimediali di comunicazione e le società multietniche stanno creando una sovrastruttura culturale, nella quale gli individui accusano, più o meno coscientemente, molti disagi

1)Mi sembra che il sapere scientifico tecnologico (e informatico) esalta il sapere univoco e trascina con sé anche il dualismo di sempre: il corpo è chiaramente un oggetto, se non una macchina. La tecnica dei trapianti, la manipolazione genetica (alimenti transgenici, donazione, inseminazione artificiale, ecc.) favoriscono una concezione meccanicistica del corpo.  

2) Altro problema enorme: il rapporto tra ragione e sentimento, tra ragione e affettività, tra logos e eros. E evidente che l'eros si è ridotto ad una "tensione corporea a riempirsi e a svuotarsi" (cfr. discorso di Erissimaco nel Simposio di Platone): anche l'eros è meccanizzato (basti pensare ai negozi del sesso). 

3) Il crollo del rispetto della dignità della persona: mercato di organi di trapianto, schiavitù, mercato del sesso (pornografia, pedofilia, ecc.).


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