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Mistero antropologico della sofferenza e fede cristiana Dr.
E. Fraccacreta Tratto da Competenza e Compassione - Ottobre 1999 - Bollettino dell'Associazione Terapisti Cattolici - RnS |
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La
sofferenza umana rimane ancora oggi "un mistero" reso ancora più
attuale
dall'urgenza dei tempi. Tenterò di spiegarne qualche aspetto inquadrandola in
un contesto antropologico piuttosto che secondo categorie
"mitologiche" come ordinariamente avviene. La verità delle cose
risulta molto deformata se non addirittura falsata da questa visione in quanto
tali categorie non possono essere assunte come esatte e veritiere. In proposito
vorrei anche sottolineare come non e' affatto detto che se la maggioranza crede
in una data cosa questa debba per forza essere vera. Spesso, invece, si e'
verificato piuttosto il contrario. La Storia è prodiga di esempi di maggioranze
che credono a verità talmente "manipolate" da diventare
“favole" a fronte di minoranze "profetiche". Come si può
allora avere la certezza di essere nella Verità? Per prima cosa è essenziale
appunto "essere nella Verità" e non pretendere di "essere la
Verità". Altrimenti la si stravolge in un'idea di "soggettività".
E' necessario dunque sfatare il mito che la verità sia un'idea, per quanto
affascinante, da ricercare rincorrendo "filosofie" più o meno
utopistiche, comunque partorite dalla mente dell'uomo. La inseguiremmo
all'infinito. La Verità è invece una Persona che l'ha incarnata e continua a
incarnarla e il suo nome è: Parola di Dio. A questo punto ci ricongiungiamo a
quello che è il compito fondamentale dell'Antropologia cristiana: rivelare
all'uomo non tanto "qual'è", ma "Chi" è quell'unica,
oggettiva Verità universale alla quale devono e possono far riferimento tutti
gli uomini. E questa Verità ha un nome ancora più nascosto e si chiama
"Padre": un Padre di infinito Amore. Funzione e compito principale,
allora, dell'Antropologia cristiana è quello di demistificare, smascherare,
tutti i falsi idoli, le false idee e ideologie, le falsi fedi e credenze, i
falsi miti che da sempre e oggi più che mai, ottenebrano, deviano e confondono
i cuori e le menti portandoli a perdizione con l'impedir loro di vedere la Luce
della più grande Verità che sia mai stata rivelata: quella di Dio fatto uomo
affinché l'uomo si conosca e riconosca Dio come suo Signore e Creatore: unico
degno di lode, onore e gloria. PREMESSE
ANTROPOLOGICHE CRISTIANE L'antropologia
cristiana può essere definita come la "scienza degli spiriti
incarnati", concretamente umani e responsabili delle proprie azioni, in
contrapposizione quindi alle astrazioni filosofiche, ideologiche e teologiche
che perseguono falsi messianismi, utopie irrealizzabili e deresponsabilizzanti,
soltanto sogni, vane chimere che sfociano in incubi quando le stolte pretese
degli uomini vogliono cercare di attuarli. Sono sotto gli occhi di tutti le
tremende tragedie di interi popoli a causa di queste follie volute e messe in
atto da pochi per le loro brame di dominio assoluto. Come non vedere dietro tutto questo il maligno e le sue potenze scatenate? Quando l'uomo decide di fare a meno di Dio, firma la sua condanna a morte. La Parola di Dio è l'unico vaso e veicolo di Vita. Che vita mai può venire dalle sterili parole degli uomini? Ogni uomo è inganno recita il Salmo a meno che non ponga sempre innanzi a sé il Signore quale scudo e baluardo. A questo proposito S.Paolo dice: "Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi molti si allontaneranno dalla Fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall'ipocrisia di impostori" (cfr. Tim 4, 1-2). E ancora : "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma , per il prurito di udire cose nuove gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla Verità per volgersi alle favole"(cfr 2Tim 4,3-4). Bisogna allora tornare a Dio con tutto il cuore, la mente e le forze perché il tempo si è fatto breve. Proprio
questa e' una caratteristica di fondo dell'Antropologia cristiana: richiamarsi
continuamente alla parola di Dio e, attraverso questa, lanciare un potente
messaggio di "conversione. Siamo
invitati a riscoprire la nostra dignità di "figli" amati dal Padre,
senza superbia. Dio Padre, infatti, ci ha pensati e voluti come "creature
d'amore", create a sua immagine e somiglianza, per dare e ricevere amore,
non odio e violenza. Colui che fu "omicida" fin dal primo momento sa
bene tutte queste se e, attraverso i suoi accoliti, da sempre e oggi più che
mai, ci costringe a subire
condizionamenti o imposizioni culturali e sociali che celano l'antico
tentativo di "far fuori" il Padre e quindi tutte le figure che lo
rappresentano direttamente o indirettamente. Il
"parricidio originario", benché mistificato e camuffato dalle
continue rielaborazioni testuali susseguitesi, si è perpetuato attraverso le
varie culture e tradizioni fino ai nostri giorni. Solo le narrazioni
evangeliche riescono a smascherare la cruda realtà che si nasconde dietro i
racconti "mitici". In proposito è emblematica la nota parabola del
Figliol prodigo E' la ribellione ad una autorità che, in un modo o nell'al MISTERO ANTROPOLOGICO DEL DOLORE L'antropologia
è la scienza dell'uomo per eccellenza come dice la stessa parola, infatti, si
occupa dell'uomo in quanto tale, in relazione agli altri e al contesto
ambientale e socioculturale. Definisce l'uomo nella sua totalità, vista come
un'unità tripartita: spirito, anima e corpo formanti un'unica persona
"ad immagine e somiglianza di Colui che ci ha creati. Pertanto, mistero.
Mistero dell'uomo perché inserito profondamente nel mistero di un Dio
creatore che vuole essere "in comunione intima" con la creatura che
diviene così veramente "tempio della sua presenza". Per questo non
vi è nulla di più prezioso e sacro della vita umana. La nostra fede
cristiana ci fa comprendere come, dopo la Rivelazione del "mistero
nascosto nei secoli eterni" per opera di Cristo, luce che viene a
sfolgorare nelle "tenebre dei cuori il suo soffrire sia il soffrire di
ciascun uomo: in ogni sofferente Lui stesso soffre perché Egli è divenuto la
misura di ognuno di noi avendoci amati fino alla fine ed essendosi fatto
"tutto a tutti" (cfr. Gv 13, 1 ). Dio, allora, si prende cura di
tutto l'uomo come pure ebbe a dire S.Tommaso (cfr Summa
Theologica:3,86,5). COMUNIONE NUZIALE La
dimensione antropologica dell'Amore si costruisce sulla "comunione
nuziale" di due momenti che rappresentano, però, un "unicum"
inseparabile: l'oblatività maschile del dare, del donarsi e della capacità,
tutta femminile, del saper accogliere. Nel sublime La
modalità fondamentale della carità è dunque la condivisione della
sofferenza dell'altro, del fratello, vissuta come propria. Raoul Follereau,
l'apostolo dei lebbrosi che, come un novello S.Francesco andava a cercare,
diceva: "Non ti chiedo a che razza appartieni , chi sei o qual'è il
colore della tua pelle, ma ti chiedo qual'è il tuo dolore". La tua
sofferenza, dunque, è anche la mia, voglio condividere il tuo peso "lavandoti i
piedi" (cfr: Gv 13,5). "Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io
partecipo dell'Umanità. Perciò non chiedere mai per chi suona la
campana: essa suona per te" (J. Dos Passos). RICERCA DI UN SIGNIFICATO Le
mie povere parole non vogliono avere alcuna pretesa di spiegazione definitiva, né, tantomeno, vogliono essere Qualcuno
potrebbe obiettarmi che è l'Amore l'evento più importante. E' vero, è
certamente così, ma l'aspetto fondamentale dell'Amore è il Dolore: amare
vuol dire soffrire. Approfondiamone dunque i contenuti e i significati
antropologici a partire dalla Parola di Dio sulla quale ogni cosa dovrebbe
fondarsi. Torniamo
a soffermarci sulle parole che Dio disse ai nostri progenitori dopo che, in
conseguenza della loro disobbedienza, "si sentirono lontani" da Lui.
Analizziamo pertanto quello che viene definito come il peccato originale per
capire in cosa sia consistito realmente. DALLA
CONDIZIONE EDENICA A QUELLA TERRENA La
"condizione edenica" dell'uomo e della donna non consisteva tanto
nel dimorare in un luogo a parte privilegiato:
era anche questo, ma consisteva, soprattutto, in uno stato interiore di
amicizia e vicinanza con Dio, di comunione con Lui. Questa armonia venne
spezzata dall'invidia dell'avversario che, non potendo nulla contro il Padre,
riuscì a separare l'uomo da quella che per lui era un'insopportabile intimità
con Dio, visto che egli stesso l'aveva persa. Attese allora, da buon
conoscitore della natura femminile, che Eva fosse sola e le insinuò di
trasgredire un divieto che Dio aveva posto non certo per compiacersi di
esercitare un potere, come subdolamente l'altro volle farle credere, ma per
tutelarli e salvaguardarli da un pericolo reale: "Poiché, se ne
mangiate, voi certo morrete" (cfr.:Gn 2,16). Senza stare ad esaminare
adesso la "reale natura" di quel frutto proibito (basti dire soltanto di
una conoscenza che, almeno per il momento, era preclusa all'uomo, pena la
perdita dell'innocenza), soffermiamoci piuttosto su alcuni aspetti della
disobbedienza di Eva e poi di Adamo. Essi innanzitutto si conobbero diversi da
quel che erano prima, non più "in Dio", ma fuori di Lui e, per
questo, si sentirono nudi, ebbero paura e andarono a nascondersi dalla sua
faccia (cfr.Gn 3,10). Quando Egli li interrogò cominciarono ad accusarsi
reciprocamente e ad accusare chi li aveva istigati: erano ormai prigionieri
dello spirito dell'accusatore. Da allora in poi tutte le relazioni umane
sarebbero rimaste inquinate da questo spirito di accusa reciproco: "Perché
guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e non guardi prima la trave
che è nel tuo (cfr Lc 6,41). Dio,
che agisce sempre con misericordia, li rivesti di tuniche di pelle e,
rispettando la scelta che essi avevano fatta di allontanarsi da Lui, li fece
"mettere alla porta" col loro fardello di dolore, malattia, morte,
divenute adesso patrimonio comune dell'umanità di generazione in generazione.
Una situazione nuova, non voluta da Dio e, almeno in apparenza, irrimediabile
e alla quale pose rimedio Egli stesso con la sua incarnazione. Un
rimedio che, però, non prevedeva l'eliminazione del dolore, della malattia e
della morte "come per magia": non è questo l'agire divino anche se
noi vorremmo che fosse così e i nostri comportamenti, basati su di
un'aspettativa di tipo magico-miracolistico lo dimostrano ampiamente.
Per il cristiano non si tratta di inseguire cose straordinarie, IL
SIGNIFICATO DELLA CROCE L'agire
divino, perciò, si esplica e si compie attraverso l'agire dell'uomo. E'
pertanto un agire incarnato che richiede impegno e responsabilità.
Ordinariamente il Signore agisce attraverso le creature che fanno la sua
volontà. Il miracolo rientra in tutt'altra categoria di interventi
straordinari che avvengono, quando avvengono, secondo i suoi
imperscrutabili fini. Questa generazione incredula chiede un segno, ma il
segno definitivo l'ha già avuto con l'incarnazione del Verbo che, con la sua
obbedienza fino alla morte e alla morte Lo
stesso Sommo Pontefice, infine, anche in conseguenza dell'attentato che subì
nel 1983, scrisse la lettera pastorale "Salvifici Doloris" nella
quale bene si spiega come l'unico senso e l'unica IL
DOLORE UMANO SI RADICA NEL MISTERO DELLA REDENZIONE Il
dolore umano, come riporta il Sommo Pontefice nella sua Lettera, LA
SOFFERENZA INTERIORE Vorrei ora soffermarmi non tanto sul dolore di natura fisica o sulla malattia che, se certamente merita tutte le attenzioni possibili (esemplare in proposito la narrazione evangelica del Buon Samaritano è quella molto più spesso presa in considerazione. Quanto vorrei soffermarmi sulle sofferenze interiori, morali e psico-affettive che, se pur in apparenza meno evidenti, non sono assolutamente da meno delle prime. Nella
maggioranza dei casi si può ragionevolmente affermare che queste sono
cagionate dalla complessa "struttura di peccato" nel cui contesto
ci troviamo a vivere che è l'attuale società dominata dall'idolatria del
denaro e dei potere che condiziona pesantemente i nostri modi di pensare e
di agire e determina in un crescente "degrado" anche i più
elementari rapporti umani. La "delicata" rete di relazioni
familiari e sociali viene così ad essere sovvertita e snaturata con le
drammatiche conseguenze che sono all'ordine dei giorno e sotto gli occhi di
tutti. Catene che generano ulteriori catene di dolori e sofferenze fino a
quando non impareremo definitivamente la lezione. Fino a quando non capiremo
che "soltanto l'Amore" può tornare a guarire e salvare un mondo
che sta morendo perché incapace di credere, di sperare, di amare. Urge
pertanto una forte "presa di coscienza" da parte di coloro che si
dicono cristiani affinché la fede professata non rimanga lettera
morta", ma Vangelo vissuto. Urge tornare ad essere "lievito e
sale" della terra per poter essere in grado di sostenere la sfida di un
mondo il cui principe sta producendo i massimi sforzi per dichiarare
sconfitto o "storicamente superato" il cristianesimo magari
appiattendolo in un "umanitarismo"filantropico"
fasullo, dal quale i nostri Il
mistero della sofferenza interiore, dunque, è strettamente correlato al
peccato: proprio e altrui. Mi sembra chiaro, quindi, che occorra rompere
definitivamente con esso in quanto la trasgressione alla Legge Divina, che è
la Legge d'Amore, essendo in definitiva contro lo stesso Amore è ,
innanzitutto, contro la Vita: poiché salario del Peccato è la morte (cfr
Rm 6, 23). Questo è lo "Spirito di contraddizione" che ci pone in
una situazione conflittuale prima con noi stessi e poi con gli altri: perché
se non abbiamo pace dentro di noi, non potremo neppure donarla agli altri. La
pace, quel dono supremo che ci deriva dall'adesione alla sua volontà e che ci
fa accettare la convivenza col dolore, che ci fa, addirittura, dimorare in
esso. Da quanto detto, allora, si può ben comprendere come una società
strutturata sul peccato non può partorire che ingiustizia e iniquità a
ripetizione rendendo amara la vita di molti a favore di una minoranza di
prevaricatori. "Guai a voi che caricate gli altri di pesi insostenibili e
voi non li toccate nemmeno con un dito" (cfr Mt 23,4). IL MISTERO DELLA
CROCE Il
mistero della sofferenza dell'uomo, però, è intimamente correlato con quello
della Croce sulla quale il Signore si è fatto elevare per rivelarci
"chi" veramente siamo, una contraddizione vivente, espressa
dall'incrocio dei due bracci: verticale e orizzontale. La Croce, generatrice
di ogni possibile dolore e sofferenza, è divenuta, per i soli meriti di
Cristo stesso crocefisso, opzione Credo
che adesso ci sia più
chiaro come il mistero del dolore, se guardato e considerato con occhi
puramente umani, sia insostenibile e disperante e come solo la fede in quel
Figlio dell'uomo che si è lasciato torturare e crocifiggere lo restituisca
alla speranza e rende possibile accoglierlo perché trasfigurato dalla sua
stessa Carità: la speranza infatti non delude (cfr Rm5,5). La Divina
Sapienza della Croce ha il potere di ribaltare tutti i rapporti e le
prospettive riportandole nell'ottica di Dio. Ha l'incredibile potere di
restituirci dalla morte del peccato alla gratuità della vita a patto,
tuttavia, di accettarci o meglio accoglierci profondamente per quel che
realmente siamo con tutte le nostre miserie sapendo che Lui per primo ci ha
accolto e ci accoglie così. Chi siamo noi per non fare altrettanto? Questo
significa voler abbracciare la croce di se stessi e della propria vita. Non si
può avere la pretesa di sostenere le croci degli altri se prima non si
ha l'umiltà di accettare la propria. Che piaccia o meno, lo si voglia o no,
ad essa non possiamo sottrarci: dall'evento del Golgotha rimane piantata
nel Cuore del mondo e di ogni uomo quale metro di giudizio poiché alla fine
ci presenterà il conto. Al tramonto della vita, infatti, saremo
interrogati sulla carità. Questo è il vincolo della perfezione che
copre una moltitudine di peccati, (cfr Pt 4,8). Il suo giogo sarà soave e
il suo carico leggero, secondo le parole del maestro, nella misura in cui,
accogliendo noi stessi, sapremo farci cirenei delle sofferenze dei fratelli,
perché allora, sarà Lui stesso a sostenere la nostra. "Qualunque cosa
avrete fatto ad uno di questi piccoli, l'avrete fatta a me" (cfr Mt
25,40). L'icona del Figlio d'uomo crocifisso, nell'esprimere l'essenzialità
di ogni dolore, ci addita pure l'unica possibile via di salvezza in quanto ci
rivela la nostra più profonda verità di uomini. I tentativi che ci si
ostiniamo a fare in altre direzioni non possono non essere, nella migliore
delle ipotesi, che vani e patetici Chi Si illude
di scorciatoie "Chi
non è con me è, contro di me e chi non raccoglie con me disperde" (cfr
Mt 12,30) E' urgente decidersi una
buona
volta per Lui. La chiave di lettura antropologica dell'umana sofferenza ce
ne svela anche il significato ontologico, anzi questi coincidono. Chiarisco
meglio il concetto. Duemila anni fa, in una remota contrada della Palestina,
accadde l'incredibile: l'irruzione del Divino nell'umano per il semplice
"si" di una donna. L'incarnazione nel tempo di Colui che è l'Eterno
delimita uno "spartiacque" nella Storia e quindi nella storia di
ognuno di noi. Perché si è incarnato? Per salvarci, rispondono genericamente
e con poca convinzione i più, ma delle modalità e dei contenuti di questa
salvezza si ha spesso un concetto piuttosto "vago". E' venuto
a salvarci attraverso una radicale liberazione interiore: quella che i figli
delle tenebre non possono capire. Una liberazione dalle catene di quel frutto
velenoso che causò la nostra rovinosa caduta e che si chiama "io",
ovvero quel principio di identità che, nella misura in cui vuole autodeterm
in arsi, non riconoscendo alcun Signore sopra di Lui, è falso, menzognero e
strumento del maligno. Il pilastro fondamentale della Fede cristiana consiste
infatti nel non essere più per se stessi, ma per gli altri, consiste dunque
nell'uscire dalle circolarità viziose dell'ego attraverso continui atti di
donazione di se. In questo abbandono dell'io, non solo si incontra Dio, ma
pure ci si ritrova nell'altro: ci si riconosce in lui. Questa è la meravigliosa opera creativa di Dio alla quale ci chiama ad essere
"partecipi". Ecco come Lui si rivela a noi: rivelandoci chi siamo
attraverso gli altri e mettendo così a nudo la nostra più vera identità.
Questa rivelazione del Dio d'Amore, Una
volta conosciuto Cristo bisogna L'uomo dovrà capire a sue spese che la
sua
crescita interiore è direttamente proporzionale al grado di abbandono di
comportamenti individuali e sociali legati alla violenza e all'agire per fini di
potenza, comportamenti che rientrano nelle categorie del "magico". La
grande forza della Rivelazione cristiana, rivelazione di giustizia, di verità,
d'amore, di pace sta appunto nell'aver portato alla luce la gigantesca truffa
culturale che, confondendo le menti e i cuori degli
uomini,
consente ai dominatori di questo mondo di perpetuarsi come tali. Non a caso Gesù
fu riprovato e condannato proprio da coloro che detenevano il potere,
accomunati, unanimemente, su un unico capro espiatorio. Chi ha però compreso
veramente il significato profondo di tutto ciò? Chi ha veramente compreso che
soprattutto il sacro e il religioso hanno bisogno di un'urgente revisione
in senso antropologico abbando |