Mistero antropologico della sofferenza e fede cristiana

Dr. E. Fraccacreta  

Tratto da Competenza e Compassione - Ottobre 1999 - Bollettino dell'Associazione Terapisti Cattolici - RnS

 

La sofferenza umana rimane ancora oggi "un mistero" reso ancora più attuale dall'urgenza dei tempi. Tenterò di spiegarne qualche aspetto inquadrandola in un contesto antropologico piuttosto che secondo categorie "mitologiche" come ordinariamente avviene. La verità delle cose risulta molto deformata se non addirittura falsata da questa visione in quanto tali categorie non possono essere assunte come esatte e veritiere. In proposito vorrei anche sottolineare come non e' affatto detto che se la maggioranza crede in una data cosa questa debba per forza essere vera. Spesso, invece, si e' verificato piuttosto il contrario. La Storia è prodiga di esempi di maggioranze che credono a verità talmente "manipolate" da diventare “favole" a fronte di minoranze "profetiche". Come si può allora avere la certezza di essere nella Verità? Per prima cosa è essenziale appunto "essere nella Verità" e non pretendere di "essere la Verità". Altrimenti la si stravolge in un'idea di "soggettività". E' necessario dunque sfatare il mito che la verità sia un'idea, per quanto affascinante, da ricercare rincorrendo "filosofie" più o meno utopistiche, comunque partorite dalla mente dell'uomo. La inseguiremmo all'infinito. La Verità è invece una Persona che l'ha incarnata e continua a incarnarla e il suo nome è: Parola di Dio. A questo punto ci ricongiungiamo a quello che è il compito fondamentale dell'Antropologia cristiana: rivelare all'uomo non tanto "qual'è", ma "Chi" è quell'unica, oggettiva Verità universale alla quale devono e possono far riferimento tutti gli uomini. E questa Verità ha un nome ancora più nascosto e si chiama "Padre": un Padre di infinito Amore. Funzione e compito principale, allora, dell'Antropologia cristiana è quello di demistificare, smascherare, tutti i falsi idoli, le false idee e ideologie, le falsi fedi e credenze, i falsi miti che da sempre e oggi più che mai, ottenebrano, deviano e confondono i cuori e le menti portandoli a perdizione con l'impedir loro di vedere la Luce della più grande Verità che sia mai stata rivelata: quella di Dio fatto uomo affinché l'uomo si conosca e riconosca Dio come suo Signore e Creatore: unico degno di lode, onore e gloria. 

PREMESSE ANTROPOLOGICHE CRISTIANE 

L'antropologia cristiana può essere definita come la "scienza degli spiriti incarnati", concretamente umani e responsabili delle proprie azioni, in contrapposizione quindi alle astrazioni filosofiche, ideologiche e teologiche che perseguono falsi messianismi, utopie irrealizzabili e deresponsabilizzanti, soltanto sogni, vane chimere che sfociano in incubi quando le stolte pretese degli uomini vogliono cercare di attuarli. Sono sotto gli occhi di tutti le tremende tragedie di interi popoli a causa di queste follie volute e messe in atto da pochi per le loro brame di dominio assoluto. 

Come non vedere dietro tutto questo il maligno e le sue potenze scatenate? Quando l'uomo decide di fare a meno di Dio, firma la sua condanna a morte. La Parola di Dio è l'unico vaso e veicolo di Vita. Che vita mai può venire dalle sterili parole degli uomini? Ogni uomo è inganno recita il Salmo a meno che non ponga sempre innanzi a sé il Signore quale scudo e baluardo. A questo proposito S.Paolo dice: "Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi molti si allontaneranno dalla Fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall'ipocrisia di impostori" (cfr. Tim 4, 1-2). E ancora : "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma , per il prurito di udire cose nuove gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla Verità per volgersi alle favole"(cfr 2Tim 4,3-4). Bisogna allora tornare a Dio con tutto il cuore, la mente e le forze perché il tempo si è fatto breve.

Proprio questa e' una caratteristica di fondo dell'Antropologia cristiana: richiamarsi continuamente alla parola di Dio e, attraverso questa, lanciare un potente messaggio di "conversione. Siamo invitati a riscoprire la nostra dignità di "figli" amati dal Padre, senza superbia. Dio Padre, infatti, ci ha pensati e voluti come "creature d'amore", create a sua immagine e somiglianza, per dare e ricevere amore, non odio e violenza. Colui che fu "omicida" fin dal primo momento sa bene tutte queste se e, attraverso i suoi accoliti, da sempre e oggi più che mai, ci costringe a subire condizionamenti o imposizioni culturali e sociali che celano l'antico tentativo di "far fuori" il Padre e quindi tutte le figure che lo rappresentano direttamente o indirettamente. 

Il "parricidio originario", benché mistificato e camuffato dalle continue rielaborazioni testuali susseguitesi, si è perpetuato attraverso le varie culture e tradizioni fino ai nostri giorni. Solo le narrazioni evangeliche riescono a smascherare la cruda realtà che si nasconde dietro i racconti "mitici". In proposito è emblematica la nota parabola del Figliol prodigo E' la ribellione ad una autorità che, in un modo o nell'altro, ricordi quella paterna. E' il sottile veleno delle culture laiche "ribelli" che hanno sovvertito ogni cosa a cominciare dalla famiglia.    

MISTERO ANTROPOLOGICO DEL DOLORE

L'antropologia è la scienza dell'uomo per eccellenza come dice la stessa parola, infatti, si occupa dell'uomo in quanto tale, in relazione agli altri e al contesto ambientale e socioculturale. Definisce l'uomo nella sua totalità, vista come un'unità tripartita: spirito, anima e corpo formanti un'unica persona "ad immagine e somiglianza di Colui che ci ha creati. Pertanto, mistero. Mistero dell'uomo perché inserito profondamente nel mistero di un Dio creatore che vuole essere "in comunione intima" con la creatura che diviene così veramente "tempio della sua presenza". Per questo non vi è nulla di più prezioso e sacro della vita umana. La nostra fede cristiana ci fa comprendere come, dopo la Rivelazione del "mistero nascosto nei secoli eterni" per opera di Cristo, luce che viene a sfolgorare nelle "tenebre dei cuori il suo soffrire sia il soffrire di ciascun uomo: in ogni sofferente Lui stesso soffre perché Egli è divenuto la misura di ognuno di noi avendoci amati fino alla fine ed essendosi fatto "tutto a tutti" (cfr. Gv 13, 1 ). Dio, allora, si prende cura di tutto l'uomo come pure ebbe a dire S.Tommaso (cfr Summa Theologica:3,86,5).  

COMUNIONE NUZIALE

La dimensione antropologica dell'Amore si costruisce sulla "comunione nuziale" di due momenti che rappresentano, però, un "unicum" inseparabile: l'oblatività maschile del dare, del donarsi e della capacità, tutta femminile, del saper accogliere. Nel sublime mistero divino di questa unione che solo l'egoismo stolto dell'uomo può dividere, abita una presenza tre volte santa. In Genesi Dio dice ad Eva: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli..." e ad Adamo: "Maledetto sia il suolo per causa tua, con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della vita. Col sudore del tuo volto mangerai il pane finché tornerai alla terra dalla quale fosti tratto ......  

La modalità fondamentale della carità è dunque la condivisione della sofferenza dell'altro, del fratello, vissuta come propria. Raoul Follereau, l'apostolo dei lebbrosi che, come un novello S.Francesco andava a cercare, diceva: "Non ti chiedo a che razza appartieni , chi sei o qual'è il colore della tua pelle, ma ti chiedo qual'è il tuo dolore". La tua sofferenza, dunque, è anche la mia, voglio condividere il tuo peso "lavandoti i piedi" (cfr: Gv 13,5). "Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell'Umanità. Perciò non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te" (J. Dos Passos).    

RICERCA DI UN SIGNIFICATO

Le mie povere parole non vogliono avere alcuna pretesa di spiegazione definitiva, né, tantomeno, vogliono essere una "dotta disanima" dell'evento dolore, perché di fronte a certi dolori è preferibile il silenzio, ma vogliono piuttosto essere una "ricerca di significato" per quanto possibile approfondita, ma pure incarnata nel concreto perché alla luce di una "Parola di Vita" che è venuta per liberarci dalla schiavitù del male e del dolore col "rivelarcene" il mistero. Sofferenza e dolore, dunque. La prima io la intenderei più attinente al "vissuto interiore" di una persona e il secondo come qualcosa di più strettamente "fisico" anche se, nel linguaggio comune, i due termini vengono adoperati indifferentemente In ogni caso verosimilmente costituiscono gli aspetti fondamentali della vita umana in ogni tempo e mai come adesso.  

Qualcuno potrebbe obiettarmi che è l'Amore l'evento più importante. E' vero, è certamente così, ma l'aspetto fondamentale dell'Amore è il Dolore: amare vuol dire soffrire. Approfondiamone dunque i contenuti e i significati antropologici a partire dalla Parola di Dio sulla quale ogni cosa dovrebbe fondarsi.  

Torniamo a soffermarci sulle parole che Dio disse ai nostri progenitori dopo che, in conseguenza della loro disobbedienza, "si sentirono lontani" da Lui. Analizziamo pertanto quello che viene definito come il peccato originale per capire in cosa sia consistito realmente.  

DALLA CONDIZIONE EDENICA A QUELLA TERRENA  

La "condizione edenica" dell'uomo e della donna non consisteva tanto nel dimorare in un luogo a parte privilegiato: era anche questo, ma consisteva, soprattutto, in uno stato interiore di amicizia e vicinanza con Dio, di comunione con Lui. Questa armonia venne spezzata dall'invidia dell'avversario che, non potendo nulla contro il Padre, riuscì a separare l'uomo da quella che per lui era un'insopportabile intimità con Dio, visto che egli stesso l'aveva persa. Attese allora, da buon conoscitore della natura femminile, che Eva fosse sola e le insinuò di trasgredire un divieto che Dio aveva posto non certo per compiacersi di esercitare un potere, come subdolamente l'altro volle farle credere, ma per tutelarli e salvaguardarli da un pericolo reale: "Poiché, se ne mangiate, voi certo morrete" (cfr.:Gn 2,16). Senza stare ad esaminare adesso la "reale natura" di quel frutto proibito (basti dire soltanto di una conoscenza che, almeno per il momento, era preclusa all'uomo, pena la perdita dell'innocenza), soffermiamoci piuttosto su alcuni aspetti della disobbedienza di Eva e poi di Adamo. Essi innanzitutto si conobbero diversi da quel che erano prima, non più "in Dio", ma fuori di Lui e, per questo, si sentirono nudi, ebbero paura e andarono a nascondersi dalla sua faccia (cfr.Gn 3,10). Quando Egli li interrogò cominciarono ad accusarsi reciprocamente e ad accusare chi li aveva istigati: erano ormai prigionieri dello spirito dell'accusatore. Da allora in poi tutte le relazioni umane sarebbero rimaste inquinate da questo spirito di accusa reciproco: "Perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e non guardi prima la trave che è nel tuo (cfr Lc 6,41).  

Dio, che agisce sempre con misericordia, li rivesti di tuniche di pelle e, rispettando la scelta che essi avevano fatta di allontanarsi da Lui, li fece "mettere alla porta" col loro fardello di dolore, malattia, morte, divenute adesso patrimonio comune dell'umanità di generazione in generazione. Una situazione nuova, non voluta da Dio e, almeno in apparenza, irrimediabile e alla quale pose rimedio Egli stesso con la sua incarnazione.  

Un rimedio che, però, non prevedeva l'eliminazione del dolore, della malattia e della morte "come per magia": non è questo l'agire divino anche se noi vorremmo che fosse così e i nostri comportamenti, basati su di un'aspettativa di tipo magico-miracolistico lo dimostrano ampiamente. Per il cristiano non si tratta di inseguire cose straordinarie, ma di fare in maniera straordinaria cose ordinarie.  

IL SIGNIFICATO DELLA CROCE  

L'agire divino, perciò, si esplica e si compie attraverso l'agire dell'uomo. E' pertanto un agire incarnato che richiede impegno e responsabilità. Ordinariamente il Signore agisce attraverso le creature che fanno la sua volontà. Il miracolo rientra in tutt'altra categoria di interventi straordinari che avvengono, quando avvengono, secondo i suoi imperscrutabili fini. Questa generazione incredula chiede un segno, ma il segno definitivo l'ha già avuto con l'incarnazione del Verbo che, con la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di Croce, ci ha emendati da quella originaria disobbedienza senza tuttavia privarcene degli effetti, anzi attraverso di essi. Altrimenti, che meriti avremmo avuto? Qui, a mio avviso, va individuato il reale significato antropologico della Croce che si esprime come segno rivelatore di quello "stato di contraddizione" che caratterizza la condizione umana decaduta. E il fatto stesso che un "legno di morte" potesse essere cambiato in "legno di vita" (lignum vitae) è prova della divinità di quel Figlio d'Uomo che, dalla sua incredibile Gloria si è abbassato fino alla nostra altrettanto incredibile miseria (cfr Fil 2,7-8). Sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento abbiamo esempi emblematici di sofferenza: Giobbe, il profeta Geremia, il Servo Sofferente di Isaia, prefigurazione di Colui che fu prototipo di tutti i sofferenti di tutti i tempi. Non voglio neppure dimenticare la tremenda sofferenza interiore di Maria, per certi versi assimilabile a quella del Figlio nel Getsemani.  

Lo stesso Sommo Pontefice, infine, anche in conseguenza dell'attentato che subì nel 1983, scrisse la lettera pastorale "Salvifici Doloris" nella quale bene si spiega come l'unico senso e l'unica risposta da dare all'umano soffrire, sia inserirlo in un contesto di Fede, il solo capace di riaprirlo alla Speranza. Non è qualcosa di umanamente comprensibile perché va oltre le nostre povere capacità raziocinanti che, anzi, per se stesse, lo reputano inaccettabile perché contro natura. Se è allora in contraddizione con la Volontà di Dio, perché di esso incolpiamo Dio? Forse perché ci vuol liberare attraverso di esso ? Ma questo mi sembra di averlo già chiarito prima.  

IL DOLORE UMANO SI RADICA NEL MISTERO DELLA REDENZIONE  

Il dolore umano, come riporta il Sommo Pontefice nella sua Lettera, si radica nel divino mistero della redenzione del mondo. Il suo significato è pertanto soprannaturale. Possiamo considerarlo, pur nei suoi molteplici aspetti, come un "Amore inchiodato", inchiodato in ciascuno di noi e che a ciascuno di noi chiede che Gli vengano tolti i chiodi con l'accoglierlo nella nostra vita. Perché venne tra i suoi, ma i suoi non l'hanno accolto (cfr Gv 1,11). Direi che bisogna meditare molto su questo. La sofferenza dell'uomo, pertanto, che se ne comprenda questo senso profondo o che non lo si comprenda, si innesta nel mistero di un Amore Crocefisso perché "non accolto" dalla nostra situazione di peccatori incalliti. Occorre dunque aprirsi alle infinite modalità attraverso le quali l'Amore Crocifisso si presenta a noi quotidianamente e, per ripetere le parole del Papa, spalanchiamo le porte a Cristo presente in modo particolare nei fratelli più sofferenti e abbandonati perché senz'altro poco o, addirittura per niente, amati.  

LA SOFFERENZA INTERIORE  

Vorrei ora soffermarmi non tanto sul dolore di natura fisica o sulla malattia che, se certamente merita tutte le attenzioni possibili (esemplare in proposito la narrazione evangelica del Buon Samaritano è quella molto più spesso presa in considerazione. Quanto vorrei soffermarmi sulle sofferenze interiori, morali e psico-affettive che, se pur in apparenza meno evidenti, non sono assolutamente da meno delle prime.

Nella maggioranza dei casi si può ragionevolmente affermare che queste sono cagionate dalla complessa "struttura di peccato" nel cui contesto ci troviamo a vivere che è l'attuale società dominata dall'idolatria del denaro e dei potere che condiziona pesantemente i nostri modi di pensare e di agire e determina in un crescente "degrado" anche i più elementari rapporti umani. La "delicata" rete di relazioni familiari e sociali viene così ad essere sovvertita e snaturata con le drammatiche conseguenze che sono all'ordine dei giorno e sotto gli occhi di tutti. Catene che generano ulteriori catene di dolori e sofferenze fino a quando non impareremo definitivamente la lezione. Fino a quando non capiremo che "soltanto l'Amore" può tornare a guarire e salvare un mondo che sta morendo perché incapace di credere, di sperare, di amare. Urge pertanto una forte "presa di coscienza" da parte di coloro che si dicono cristiani affinché la fede professata non rimanga lettera morta", ma Vangelo vissuto. Urge tornare ad essere "lievito e sale" della terra per poter essere in grado di sostenere la sfida di un mondo il cui principe sta producendo i massimi sforzi per dichiarare sconfitto o "storicamente superato" il cristianesimo magari appiattendolo in un "umanitarismo"filantropico" fasullo, dal quale i nostri movimenti di Volontariato faranno bene a guardarsi. E' utile ricordare che con le nostre sole forze nulla potremo fare che vada al di là di una semplice "organizzazione di uomini a dimensione solamente orizzontale, come ve ne sono tante anche in un certo laicato non propriamente cattolico. Quel che dovrebbe caratterizzare il Volontariato cristiano, il suo specifico, è la consapevolezza che è lo Spirito ad operare tutto in tutti: da qui l'esigenza viva della preghiera che dia "slancio verticale" a sostegno dei nostro quotidiano operare. Il volontario deve innanzitutto essere uomo di preghiera altrimenti la sua opera difficilmente porterà frutto e si ridurrà a uno sterile sforzo umano. Gesù del resto lo aveva detto: senza di Lui non possiamo far nulla e anche quando avremo fatto tutto quello che c'era da fare dovremo riconoscere di essere solo servi inutili (cfr Lc 17,10). Urge svegliarsi, uscire dai propri comodi gusci, indossare le armi della luce, come dice S.Paolo, e andare a combattere la buona battaglia", ciascuno lì dove il Signore lo ha posto. Urgono testimoni coerenti e profeti coraggiosi in una società che, sedotta dal male rischia seriamente di perdersi. Egli ha incaricato proprio noi. Ci dice infatti: Se non lo fate voi, chi lo farà al posto vostro? "Chi manderò e chi andrà per me? Allora io risposi : Eccomi, manda me" (cfr Is 6,8). "La messe è molta e gli operai sono pochi. Pregate il Padrone della messe che mandi operai per la sua messe." (cfr Lc 10,2) Vivere da spettatori e dirsi cristiani è, nel migliore dei casi, una pia illusione.  

Il mistero della sofferenza interiore, dunque, è strettamente correlato al peccato: proprio e altrui. Mi sembra chiaro, quindi, che occorra rompere definitivamente con esso in quanto la trasgressione alla Legge Divina, che è la Legge d'Amore, essendo in definitiva contro lo stesso Amore è , innanzitutto, contro la Vita: poiché salario del Peccato è la morte (cfr Rm 6, 23). Questo è lo "Spirito di contraddizione" che ci pone in una situazione conflittuale prima con noi stessi e poi con gli altri: perché se non abbiamo pace dentro di noi, non potremo neppure donarla agli altri. La pace, quel dono supremo che ci deriva dall'adesione alla sua volontà e che ci fa accettare la convivenza col dolore, che ci fa, addirittura, dimorare in esso. Da quanto detto, allora, si può ben comprendere come una società strutturata sul peccato non può partorire che ingiustizia e iniquità a ripetizione rendendo amara la vita di molti a favore di una minoranza di prevaricatori. "Guai a voi che caricate gli altri di pesi insostenibili e voi non li toccate nemmeno con un dito" (cfr Mt 23,4).  

IL MISTERO DELLA CROCE  

Il mistero della sofferenza dell'uomo, però, è intimamente correlato con quello della Croce sulla quale il Signore si è fatto elevare per rivelarci "chi" veramente siamo, una contraddizione vivente, espressa dall'incrocio dei due bracci: verticale e orizzontale. La Croce, generatrice di ogni possibile dolore e sofferenza, è divenuta, per i soli meriti di Cristo stesso crocefisso, opzione fondamentale del nostro vivere come segno di discriminazione e metro di giudizio per ciascuno di noi. Se si avrà l'umiltà, allora, di accoglierla con il rinnegare i nostri egoismi, Essa sarà realmente strumento di salvezza. Se al contrario la superbia dell'io la vorrà rigettare, anch'essa ci rigetterà perché: "Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua Croce ogni giorno e mi segua" (cfr Mt16,24).  

Credo che adesso ci sia più chiaro come il mistero del dolore, se guardato e considerato con occhi puramente umani, sia insostenibile e disperante e come solo la fede in quel Figlio dell'uomo che si è lasciato torturare e crocifiggere lo restituisca alla speranza e rende possibile accoglierlo perché trasfigurato dalla sua stessa Carità: la speranza infatti non delude (cfr Rm5,5). La Divina Sapienza della Croce ha il potere di ribaltare tutti i rapporti e le prospettive riportandole nell'ottica di Dio. Ha l'incredibile potere di restituirci dalla morte del peccato alla gratuità della vita a patto, tuttavia, di accettarci o meglio accoglierci profondamente per quel che realmente siamo con tutte le nostre miserie sapendo che Lui per primo ci ha accolto e ci accoglie così. Chi siamo noi per non fare altrettanto? Questo significa voler abbracciare la croce di se stessi e della propria vita. Non si può avere la pretesa di sostenere le croci degli altri se prima non si ha l'umiltà di accettare la propria. Che piaccia o meno, lo si voglia o no, ad essa non possiamo sottrarci: dall'evento del Golgotha rimane piantata nel Cuore del mondo e di ogni uomo quale metro di giudizio poiché alla fine ci presenterà il conto. Al tramonto della vita, infatti, saremo interrogati sulla carità. Questo è il vincolo della perfezione che copre una moltitudine di peccati, (cfr Pt 4,8). Il suo giogo sarà soave e il suo carico leggero, secondo le parole del maestro, nella misura in cui, accogliendo noi stessi, sapremo farci cirenei delle sofferenze dei fratelli, perché allora, sarà Lui stesso a sostenere la nostra. "Qualunque cosa avrete fatto ad uno di questi piccoli, l'avrete fatta a me" (cfr Mt 25,40). L'icona del Figlio d'uomo crocifisso, nell'esprimere l'essenzialità di ogni dolore, ci addita pure l'unica possibile via di salvezza in quanto ci rivela la nostra più profonda verità di uomini. I tentativi che ci si ostiniamo a fare in altre direzioni non possono non essere, nella migliore delle ipotesi, che vani e patetici Chi Si illude di scorciatoie "magiche" di qualsivoglia tipo, è un ladro e un brigante e riceverà la punizione riservata ai ladri e ai briganti che, per mezzo di sortilegio, rubano la Gloria di Dio. Tutti costoro sono in abominio al Signore (cfr Dt 18,10). La pedagogia della Croce, al contrario, prevede tempi che non sono i nostri, ma di Dio. Le soluzioni di tipo "magico" pretendono di attuarsi "qui e adesso" e l'impazienza e' "figlia dei diavolo". Dio ci educa all'attesa paziente che è scuola di umiltà, perché sa benissimo che la nostra purificazione richiede tempi lunghi per far maturare frutti di vita eterna.

"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore, porta molto frutto" (cfr Gv 12,24). Si tratta infatti di sradicare da noi vizi e abitudini inveterate. E questo può essere anche molto doloroso, ma è necessario morire a se stessi, giorno dopo giorno, per poter rinascere a vita. Purtroppo, però, si riscontra nelle nostre popolazioni un ritorno molto preoccupante a "pratiche magiche" che denuncia un pauroso calo di fede in atto. Si diviene così fin troppo facili prede di colui che, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare: "Resistetegli saldi nella fede." raccomanda l'Apostolo, ma questa fede, al giorno d'oggi, quanti sono ancora ad averla? Non mi si accusi di esagerare, ma io vedo una grande apostasia pratica in atto in mezzo a un popolo che continua a definirsi cristiano. Che piaccia o meno comportamenti individuali e sociali incentrati su una cieca volontà di potenza e su una egoistica, ottenebrata e violenta brama di possesso sono caratteristici del mal vivere attuale e rispondono appieno alle perverse logiche e agli occulti scopi dell'"alta magia luciferina". Sta a noi scegliere e il Signore ci lascia liberi nella tremenda responsabilità di questa scelta che, in realtà, non conosce i compromessi con cui la nostra fiacca natura vorrebbe mistificarla. 

"Chi non è con me è, contro di me e chi non raccoglie con me disperde" (cfr Mt 12,30) E' urgente decidersi una buona volta per Lui. La chiave di lettura antropologica dell'umana sofferenza ce ne svela anche il significato ontologico, anzi questi coincidono. Chiarisco meglio il concetto. Duemila anni fa, in una remota contrada della Palestina, accadde l'incredibile: l'irruzione del Divino nell'umano per il semplice "si" di una donna. L'incarnazione nel tempo di Colui che è l'Eterno delimita uno "spartiacque" nella Storia e quindi nella storia di ognuno di noi. Perché si è incarnato? Per salvarci, rispondono genericamente e con poca convinzione i più, ma delle modalità e dei contenuti di questa salvezza si ha spesso un concetto piuttosto "vago". E' venuto a salvarci attraverso una radicale liberazione interiore: quella che i figli delle tenebre non possono capire. Una liberazione dalle catene di quel frutto velenoso che causò la nostra rovinosa caduta e che si chiama "io", ovvero quel principio di identità che, nella misura in cui vuole autodeterm in arsi, non riconoscendo alcun Signore sopra di Lui, è falso, menzognero e strumento del maligno. Il pilastro fondamentale della Fede cristiana consiste infatti nel non essere più per se stessi, ma per gli altri, consiste dunque nell'uscire dalle circolarità viziose dell'ego attraverso continui atti di donazione di se. In questo abbandono dell'io, non solo si incontra Dio, ma pure ci si ritrova nell'altro: ci si riconosce in lui. Questa è la meravigliosa opera creativa di Dio alla quale ci chiama ad essere "partecipi". Ecco come Lui si rivela a noi: rivelandoci chi siamo attraverso gli altri e mettendo così a nudo la nostra più vera identità. Questa rivelazione del Dio d'Amore, in greco Apocalisse, non riguarda, come comunemente si crede, soltanto la storia dell'umanità in generale, ma la vita di ogni uomo in particolare e sarà più o meno sconvolgente nella misura della nostra adesione in Cristo, qui intesa nel suo significato escatologico.  

Una volta conosciuto Cristo bisogna attenersi ai propri doveri personali presi con Lui, senza più compromessi con lo spirito dei mondo . In caso contrario la potenza di questa rivelazione potrebbe manifestarsi in maniera distruttiva anziché costruttiva. "Chi mette mano all'aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno dei cieli" (cfr Lc 9, 62). "Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di               contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori" (cfr Lc 2,34). "Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo Grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile". (cfr Mt 13,12). Dio tuttavia non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (cfr       Gv 3,17). Il giudizio toccherà a coloro che fino alla fine avranno perseverato nei loro peccati. E il giudizio è questo: La luce è venuta nel mondo , ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla Luce perché le loro opere erano malvage" (cfr  Gv 3,19). La Parola ci insegna che la sofferenza e la morte entrarono nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono,"(cfr Sap 2,24). Perché "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi" (cfr Sap 1, 13).

L'uomo dovrà capire a sue spese che la sua crescita interiore è direttamente proporzionale al grado di abbandono di comportamenti individuali e sociali legati alla violenza e all'agire per fini di potenza, comportamenti che rientrano nelle categorie del "magico". La grande forza della Rivelazione cristiana, rivelazione di giustizia, di verità, d'amore, di pace sta appunto nell'aver portato alla luce la gigantesca truffa culturale che, confondendo le menti e i cuori degli uomini, consente ai dominatori di questo mondo di perpetuarsi come tali. Non a caso Gesù fu riprovato e condannato proprio da coloro che detenevano il potere, accomunati, unanimemente, su un unico capro espiatorio. Chi ha però compreso veramente il significato profondo di tutto ciò? Chi ha veramente compreso che soprattutto il sacro e il religioso hanno bisogno di un'urgente revisione in senso antropologico abbandonando le visioni mitologico-magiche che per troppo tempo lo hanno snaturato? La Lettera agli Ebrei è abbastanza significativa in proposito se letta con attenzione. Se questo tipo di visione era giustificato in epoca pagana e veterotestamentaria, non lo può più essere dopo l'avvento di Cristo. Lo stesso Pontefice, nell'enciclica "Evangelium vitae", parla apertamente di una "cultura di morte" pianificata e portata pervicacemente avanti da un vero e proprio "complotto" contro la Vita sin dal suo nascere. Lo stesso S.Paolo parlava di un "mistero di iniquità" in atto nella storia: una sorta di contro-progetto satanico in opposizione al piano divino. Tuttavia non può e non deve essere questo a scoraggiarci e lasciare che le cose vadano come vadano. Le redini della storia, al di là di qualsiasi piano diabolico, sono saldamente nelle mani del Risorto che chiede il nostro impegno per farci partecipi della sua Vittoria.


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