La moltiplicazione dei pani e dei pesci 

Omelia di Padre Giuseppe Galliano MSC  (Lozio -  Sabato 19 Agosto 2000) 

 

dal Vangelo secondo Giovanni 6, 1-15 

Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comperare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’é qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’é questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: “Questi é davvero il profeta che deve venire nel mondo!”. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

 

A conclusione di questa settimana, il nostro grazie al Signore, grazie ai fratelli e alle sorelle che ci hanno aiutato a entrare in comunione con il Signore. Questo passo della moltiplicazione dei pani e dei pesci é la conclusione giusta di un cammino che noi facciamo per ricominciare ancora una volta la strada verso i fratelli nel ministero, nel servizio che ci propone Gesù. 

Molta gente era solita seguirlo costatandone i segni che realizzava con gli infermi e le guarigioni che operava. Il significato del termine usato si riferisce non solo alle guarigioni che Gesù compiva ma anche a tutti quei segni di vita ed a quella speranza che Egli dava ai deboli. Le persone che seguivano Gesù erano delle persone deboli, non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista sociale. Esse vedevano in Gesù una persona capace di aiutarle, di dare loro forza per poter vivere la propria vita, di inserirsi nella società, quella società civile e religiosa che invece le respingeva..

Era prossima la Pasqua, festa dei Giudei e noi sappiamo che a Pasqua la gente era invitata ad andare a Gerusalemme, a celebrarla nel tempio, invece questa gente anziché recarsi li, va presso un altro tempio. Gesù aveva detto che era Lui il nuovo tempio, Lui adoratore del Padre, Lui continuatore dell’opera del Padre. Si recano quindi presso un altro tempio, un altro monte: vanno da Gesù, compiendo un altro pellegrinaggio. Gesù vede tutta questa gente che gli si avvicina e pensa di sfamarla. La gente Lo segue, essendo anche gente debole, economicamente non a posto, cammina presso Gesù non avendo con se’ provviste od altro. Questa gente doveva essere sfamata. Gesù allora mette alla prova Filippo; le prove che il Signore ci manda sono per vedere se noi siamo entrati in una mentalità evangelica oppure accompagniamo Gesù tenendoci sempre la nostra mentalità pagana, seguendo i nostri interessi personali.

 Gesù dunque interroga Filippo su cosa avrebbero potuto fare per sfamare questa gente ed egli risponde: Per tutta questa gente che é presente non basterebbero sei mesi di salario. Un denaro era l’equivalente della paga giornaliera di un operaio; facendo quindi i conti vediamo che sei mesi di stipendio di un operaio non sarebbero bastati per dare a ciascuno un pezzo di pane, sufficiente quindi solo per togliere il languore, ma non certamente per saziarli.

 Andrea, il cui nome significa “uomo virile, maturo” si avvicina a Gesù; Andrea, nei Vangeli, corrisponde sempre a quel discepolo, non a quello perfetto, ma a quello adulto che segue Gesù. Andrea dice: Qui c’è un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci. Ha il pane e il companatico.

 Abbiamo detto “un ragazzo”; non dobbiamo pensare ad un bambino, ad un adolescente; qui col termine ragazzo si intende un “ragazzo di bottega”, cioè una persona che nella scala sociale si trova all’ultimo posto. Quando uno va ad apprendere un lavoro, presso un artista, presso uno studio ad imparare un mestiere egli é il ragazzo di bottega, all’ultimo posto della gerarchia. Sono sempre gli ultimi che vogliono condividere quello che hanno. Questo ragazzo mette a disposizione tutto quello che ha; questa persona, questa comunità, che dovrebbe essere la comunità di Gesù, mette tutto a disposizione delle persone che seguono Gesù, mentre Filippo, con la sua mentalità mondana pensa che hanno fallito, che non bastavano i soldi di sei mesi di lavoro per sfamare le persone, erano anche lontani dalla città, ecc. Ecco che la mentalità mondana porta al fallimento dell’esodo di Gesù. 

Questo ragazzo di bottega invece, mette a disposizione tutto quello che ha: cinque più due fa sette, sette é la totalità. Tutto quello che ha lo mette a sua volta a disposizione delle persone che vanno da Gesù. Poiché abbiamo intenzione di condividere tutto quello che abbiamo Gesù dice: Fate sedere questi uomini. La traduzione letterale é la seguente: fate che questi uomini si adagino per terra, fate che questi uomini diventino signori.

 Quando c’era il pasto, ai tempi di Gesù, nella antichità, esso era servito dai servi che stavano in piedi mentre quelli che mangiavano,che erano i signori, i padroni si distendevano su dei lettucci; successivamente questa abitudine fu abbandonata, anche perché dava luogo ad una cattiva digestione. 

Gesù, riferendosi a queste persone, a questi deboli, a questi malati, a questa gente che é allontanata dalla società civile e religiosa, che sono gli ultimi, chiese che fossero fatti adagiare, che diventassero signori e dunque che fossero serviti. Gesù é il Signore e ciascuno di noi deve diventare il Signore grazie al nostro aiuto. Fateli sedere per terra dunque, fate che si adagino; questo é proprio un invito che Gesù da’ alla sua comunità. Voi dovete servire queste persone, con le quali voi vi rapportate, che seguono Gesù e farle sentire e diventare signori, farle crescere allo stato d’uomo maturo, d’uomo adulto.

 Nel Vangelo vediamo infatti, che quegli uomini adulti, che erano cinquemila, si adagiarono. Bisogna sempre leggere il testo in greco perché prima si parla di “antropos” cioè l’uomo in generale e poi si usa la parola “andres” che significa uomo adulto. Quando la comunità si mette al servizio degli ultimi, dei deboli, dei poveri, dei malati, queste persone anonime diventano “andres”, uomini maturi, adulti, uomini liberi. Quello che deve fare la comunità Questo é quello che deve fare la comunità, quello che dobbiamo fare noi, con tutte le persone che ci manda il Signore. Quelle che vengono a me io non li respingerò, dice Gesù. Noi dobbiamo servire le persone che il Signore ci manda per farle diventare “signori” per aiutarli in questo passaggio, da persone anonime a figli di Dio, per farle diventare “andres”, uomini maturi, adulti.

 Comincia il pranzo il quale é sempre un riferimento all’Antico Testamento, alla manna. Questa é la nuova manna che Gesù da’, questa é la nuova Pasqua, é la nuova liberazione. Quando c’era Mosé, al passaggio della Pasqua, mangiavano la Pasqua, la mangiavano in fretta, da soli, e la potevano mangiare solo in una razione giornaliera, che bastava per se’. Qui invece hanno tutto il tempo che vogliono, tutti insieme. Il pasto, l’Eucarestia, la comunione bisogna farla insieme, é proprio fatta nella comunità, mentre la Pasqua, nell’Antico Testamento, era vissuta in una maniera riduttiva, qui c’è proprio il segno della comunione. Il significato di cinquemila Erano cinquemila uomini. Non li hanno contati, erano molti meno, perché il cinque é il riferimento allo Spirito Santo: cinquanta giorni dopo la Pasqua, la Pentecoste, ecc. Cinquemila significa che questo é il ministero dello Spirito. Il nostro ministero é proprio questo: noi che siamo persone di Spirito, che facciamo l’invocazione dello Spirito, che usiamo i nostri carismi veri o presunti, é proprio questo, al di la’ di quello che noi possiamo fare, é aiutare a traghettare queste persone da uno stato infantile, anche dal punto di vista religioso, ad uno stato di uomini adulti, maturo. Questo é essenzialmente il ministero dello Spirito; ognuno lo potrà fare nella maniera, nel modo che più gli aggrada ma, soprattutto, alla maniera che corrisponde alla propria vocazione, a quello che il Signore gli ha detto di fare, perché ognuno deve essere fedele alla propria vocazione. L’unità nella diversità, ognuno ha un compito che sente nel profondo del proprio cuore ma, questo compito, ministero, vocazione deve essere sempre in rapporto all’amore che noi portiamo al Signore, all’amore che portiamo ai fratelli e far crescere questi fratelli con cui ci rapportiamo e dunque non legarli a noi, non legarli alla comunità, non legarli a qualche nostra idea, ma liberarli. 

Cosa fa il maestro a scuola? Egli ci insegna a scrivere ed a leggere e poi ci manda via; più tardi, nella vita, tu potrai leggere e scrivere quello che vorrai. Questo é il nostro ministero, se ci riusciamo. Queste persone che vengono per una guarigione, una consolazione, per diversi problemi della loro famiglia dobbiamo aiutarle, dare loro gli strumenti del leggere e dello scrivere, affinché poi possano vivere la propria vita autonomamente, indipendentemente da noi. Per scrivere o leggere noi non andiamo più dal nostro maestro o dai nostri professori che avevamo avuto durante la scuola. Loro ci hanno insegnato, ed é quanto anche noi dovremmo fare.

 Gesù prende questo pane e rende grazie. Rendere grazie: la lode, la benedizione che noi facciamo del pane o del resto; rendere grazie significa che tu mi dai questo e siccome é un dono, io ti dico grazie. Il rendere grazie, entrare in una preghiera di lode, entrare in una lode del Padre significa soprattutto rendere grazie per tutto quello che noi abbiamo ricevuto e ci fa entrare veramente in quella preghiera libera, spontanea, dello Spirito che parte dal fatto che tutto ci é stato dato in dono ed é da questo rendimento di grazie che il tutto è moltiplicato per gli altri.

 Nella casa di Dio c’è abbondanza. E ne mangiarono quanto ne vollero: nella casa di Dio c’è abbondanza. Abbiamo visto anche che l’acqua che si era trasformata in vino e ce n’era in abbondanza per tutti, così anche per il cibo. Il Signore da’ lo Spirito senza misura. Gesù nel capitolo 30 ci dirà, che siamo noi la misura. Tutto ci viene dato in abbondanza da Gesù, siamo noi nel prendere, soprattutto dal punto di vista interiore, lo Spirito, se veramente siamo aperti alla grazia, alla ricezione di questo Spirito. La manna non si poteva prendere di più, perché quello in più imputridiva. Nella casa del Signore si può prendere tutto in abbondanza e quello che rimane, non è gettato via ma, è raccolto perché divenga distribuzione futura. Ne raccolgono dodici ceste, che sono le dodici tribù di Israele. Quello che avanza nella nostra casa, nella nostra vita, nella nostra anima é quello che noi dobbiamo dare agli altri, condividere perché il cibo, come il bene, c’è per tutti ma, non dobbiamo tenerlo per noi, ma condividerlo..

La gente mangia, vive questa atmosfera di gioia, di pace e di benedizione e per questo vogliono fare Gesù re. Perché dunque Egli scappa? Perché vogliono farlo re alla maniera umana. Gesù é il Signore, é il Signore della nostra vita, il Signore della nostra storia, però Egli vuole che anche noi diventiamo signori. Gesù ci ha creati liberi, con questa vita che noi dobbiamo gestire e Lui non vuole che noi prendiamo come signore della nostra vita nessuno, a parte Lui. Ma se noi veramente ci rapportiamo a Lui in sincerità, in verità, vedremo che Lui ci lascia liberi, altrimenti non ci lascerebbe liberi di peccare, o di perderci. La dannazione eterna c’è, é una realtà. Perché il Signore dunque non ci impedisce di dannarci? La risposta va cercata nella libertà, poiché noi siamo proprio liberi ed il Signore vuole che noi non dipendiamo da nessuno. Gesù é il Signore ma noi dobbiamo essere signori della nostra vita ma, noi siamo sempre li’ a cercare di scaricare la responsabilità su qualcuno.

 Dicevo, quando ho fatto quest’omelia ad Oleggio, che noi siamo come dei Peter Pan che non vogliono crescere e quindi diamo la responsabilità prima ai genitori, poi alle autorità civili, religiose, ci de-responsabilizziamo perché vogliamo sempre un re. Questa del re é stata sempre un’idea fissa di Israele. Israele ha sempre voluto un re. Nell’Antico Testamento Jahvé diceva: Lasciati guidare dai profeti, mente invece la posizione di Israele era sempre quella di volere un re. Ebbene ti darò un re ma, sappi che questo re sarà la tua rovina.... e infatti così é stato sia nella storia di David, nella storia di Saul e di Salomone. E così anche noi, vogliamo avere sempre un punto di riferimento, qualcuno che assuma le nostre responsabilità, qualcuno a cui dare la colpa, e noi essere sottomessi e fare quello che ci dice un altro. Per questo Gesù é scappato ed é forse per questo che Gesù continua a scappare dalla nostra vita e non lo sentiamo più, quando noi cerchiamo di farne un qualcuno su cui scaricarne la nostra responsabilità ed evitare di crescere. Amen


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