Nel vangelo di oggi c’è una frase giustamente celebre, ma della quale forse
non abbiamo colto tutta la profondità. Quando Gesù afferma che non possiamo
servire a Dio e a mammona, da quale pericolo ci vuole mettere in guardia? Gesù
indica qui l’insidia mortale che la ricchezza rivolge al cuore dell’uomo.
Essa lo illude di aver trovato quella sicurezza che gli garantisce il futuro
della vita. L’uomo che confida nei suoi averi pensa di non avere più bisogno
di Dio. Non solo, ma la fame di cose materiali si dilata talmente nel cuore fino
a impadronirsene completamente. L’accumulo dei beni diventa il fine stesso
della vita. Gesù ha dimostrato una profonda conoscenza del cuore dell’uomo.
Riscontriamo la verità di quanto ha affermato soprattutto nella nostra società.
Mai una generazione è stata così ricca e così atea. Il profitto fine a se
stesso è la divinità davanti alla quale tutti ormai si prostrano. Il denaro
tende a occupare il posto di Dio. In questo consiste la sua perenne pericolosità.
Per quale motivo la ricchezza è iniqua?
Vi è un’altra affermazione di Gesù sulla quale non si medita
abbastanza. Egli chiama la ricchezza «disonesta»: «Procuratevi amici con
la disonesta ricchezza, affinché quando essa verrà a mancare, vi accolgano
nelle dimore eterne». Che cosa significa questa espressione? Quale
insegnamento Gesù ci vuole dare con un’ affermazione che a prima vista sembra
squalificare ogni forma di ricchezza? Certamente Gesù non vuole bollare di
disonestà tutti i ricchi. Egli stesso ne frequentava alcuni, di cui non
rifiutava la carità anche nei suoi confronti. Egli però ci vuole ricordare che
i beni della terra hanno una destinazione comunitaria. L’umanità è come una
famiglia, dove ognuno ha il diritto di partecipare alla ricchezza di tutti. La
ricchezza è «disonesta», perché la sua produzione e distribuzione
privilegiano alcuni e discriminano altri. Tu che sei ricco, puoi certamente
essere una persona onesta sul piano personale. Ma puoi dire che i meccanismi
attraverso i quali tu hai accumulato il denaro siano giusti? Non esistono forse
tante persone che hanno lavorato come te o più dite e che invece non hanno
neppure il necessario? È tuo dovere dunque provvedere perché il superfluo
contribuisca a compensare dove manca anche il necessario. In questo modo, con le
persone che hai beneficato, ti farai degli amici che in cielo intercederanno per
te.
Per salvarsi è necessaria la carità
Per salvarsi non basta dire di aver guadagnato onestamente il denaro.
L’integrità personale è certo un grande valore, ma essa non basta, perché i
meccanismi di accumulo e distribuzione del denaro sono fortemente inquinati dal
peccato originale. Chi è ricco e ha beni che superano la misura per assicurare
a se stesso e ai suoi familiari una vita dignitosa, non può mettersi la
coscienza a posto dicendo che ha lavorato onestamente e che non ha rubato nulla
a nessuno. Se vuole salvarsi, deve fare il passo della carità. Noi cristiani
dobbiamo comprendere che l’aiuto del prossimo in difficoltà non è qualcosa
di facoltativo, ma di necessario per la nostra salvezza. Guai a noi se
dimenticassimo le severe parole di Gesù: «Avevo fame e non mi deste da
mangiare... Via da me maledetti nel fuoco eterno». La carità è dunque
necessaria per conseguire la salvezza eterna dell’anima. Non deve per forza
trattarsi di opere di misericordia corporale. Esistono, infatti, oggi dei mali
spirituali così grandi nella nostra società da rendere ancora più urgenti le
opere di misericordia spirituale. L’essenziale però è avere un cuore aperto,
che è attento ai bisogni dei fratelli e fa il possibile per aiutarli.
La vera ricchezza è spirituale
Alla ricchezza disonesta Gesù oppone la ricchezza vera. Si tratta di
un punto da evidenziare, per non cadere nella facile demagogia quando si tratta
di queste tematiche. Da un punto di vista prettamente evangelico i ricchi
possono e debbono essere considerati dei «poveri» da aiutare. Infatti, illusi
dai beni materiali, spesso si chiudono a quelli spirituali che sono di gran
lunga più importanti, anche in questa vita. Nessuno, ad esempio, che abbia
sperimentato la pace del cuore, la cambierebbe con tutte le ricchezze di questo
mondo. Va quindi esercitata la carità cristiana anche nei confronti del mondo
ricco e pieno di sé. In particolare noi cristiani dobbiamo aiutare tanti nostri
fratelli a capire che chi ha Dio ha tutto, e che i beni di questo mondo non
rendono la vita né protetta, né felice. Quante persone che abbondano di
sicurezze umane sono infelici e vuote! Prese dall’illusione satanica, stanno
portando la loro vita alla rovina. Aiutarli ad aprire il loro cuore alle
ricchezze autentiche è il nostro preciso dovere di carità. Nello stesso tempo
dobbiamo mettere in guardia i poveri che aspirano a diventare ricchi a non farsi
prendere da questo perverso ingranaggio, che non di rado porta lontano da Dio.
La povertà non è una vergogna. Cerchiamo in primo luogo Dio e tutto il resto,
compresi la casa e il lavoro, ci sarà dato da colui che sfama gli uccelli del
cielo e veste i gigli dei campo.
«Rendi conto della tua amministrazione»
C’è una frase della parabola dell’amministratore infedele che ci
fa riflettere per il tono severo e perentorio. Alla fine della vita il Signore
ci domanderà come l’avremo amministrata: «Rendi conto della tua
amministrazione» è l’invito che non ammette repliche o dilazioni.La vita
è una ricchezza che Dio ci ha dato da amministrare. Nel suo corso noi riceviamo
innumerevoli grazie, soprattutto di carattere spirituale. A tutti sono dati
talenti in abbondanza. Sul piano delle qualità personali, dei beni materiali,
ma in modo particolare dei doni soprannaturali, ognuno riceve la sua parte, che
deve far fruttificare per il bene comune. È necessario che ciascuno si renda
conto del valore della vita e della missione che in essa deve compiere. Ognuno
è importante e nessuno inutile. Alla fine dovremo rendere conto di come avremo
impiegato i doni ricevuti, sia quelli dell’iniqua ricchezza, sia quelli della
ricchezza vera.