Prima predica di
Quaresima 2004 alla Casa Pontificia
Raniero
Cantalamessa
È esistito in tutta la tradizione cristiana un duplice
modo di leggere le Scritture, riassunto nelle parole lettera e Spirito.
Lettera sta per il senso letterale o per il fatto storico narrato; Spirito
indica il mistero nascosto nel fatto storico che si coglie solo mediante la
fede. All'interno del senso spirituale si sono distinti, a sua volta, tre
livelli di significato: il significato cristologico che mette in luce il
riferimento a Cristo e alla Chiesa, il significato morale riferito all'agire
cristiano e il significato escatologico riferito al compimento finale.
Questo schema quadripartito è stato riassunto in un distico famoso: Littera
gesta docet, quid credas allegoria. / Moralis, quid agas; quo tendas
anagogia. La lettera t'insegna l'accaduto; ciò che devi credere,
l'allegoria. / La morale, cosa fare; dove tendere, l'anagogia.
Un tale modo di accostarsi alla Scrittura rivela tutta la sua pertinenza e
fecondità quando viene applicato alla Pasqua. Un autore medievale lo fa in
questi termini: "Pasqua può avere un significato storico, uno
allegorico, uno morale e uno anagogico. Storicamente, la Pasqua
avvenne quando l'angelo sterminatore passò per l'Egitto; allegoricamente,
quando la Chiesa, nel battesimo, passa dall'infedeltà alla fede; moralmente,
quando l'anima, attraverso la confessione e la contrizione, passa dal vizio
alla virtù; anagogicamente, quando passiamo dalla miseria di questa
vita ai gaudi eterni" .
Nelle meditazioni quaresimali di quest'anno vorrei esplorare il senso della
Pasqua di Cristo seguendo questo metodo che ci viene dalla più costante
tradizione della Chiesa. Avendo a disposizione soltanto tre momenti (il
venerdì 19 Marzo coincide con la festa di S. Giuseppe), dovremo rinunciare
a trattare dell'ultimo senso, quello anagogico che ci invita a tendere alla
Pasqua eterna del cielo. Lo lasceremo alla meditazione personale.
In questa prima meditazione riflettiamo sulla dimensione storica della
Pasqua, cioè sugli eventi da cui essa trae origine. Se trattassimo della
Pasqua in genere la "lettera" da prendere in esame sarebbero i
racconti dell'Esodo che parlano dell'immolazione dell'agnello in Egitto;
volendoci concentrare sulla Pasqua cristiana, la "lettera" sono i
racconti della passione e risurrezione di Cristo.
1.Ma la lettera narra davvero l'accaduto?
A questo riguardo si pone una domanda molto attuale: la lettera riferisce
davvero, in questo caso, "i fatti", come dice il distico antico, o
da invece, di essi, una versione "tendenziosa", rispondente a fini
apologetici? In reazione a un film recente sulla Passione di Cristo, si è
diffusa, a questo riguardo, una opinione che non può essere lasciata senza
una risposta.
La tesi sposata da riviste a diffusione mondiale e divulgata da noi perfino
da un telegiornale della sera, in breve, è la seguente. Il regista,
attenendosi strettamente ai racconti evangelici, della passione ha ignorato
i risultati della scienza esegetica moderna. Questa afferma che, nel
riferire i fatti, Marco e, dietro di lui, gli altri evangelisti hanno
attribuito la responsabilità della morte di Cristo agli ebrei per
ingraziarsi il potere politico romano e tranquillizzarlo sul conto della
nuova religione. In realtà, il motivo principale della condanna di Gesù fu
di natura politica e non religiosa, e cioè la minaccia che egli costituiva
per l'ordine costituito .
Va anzitutto affermato che qualunque sia la spiegazione che si da delle
circostanze esterne e delle motivazioni giuridiche della morte di Cristo,
esse non intaccano minimamente il senso reale della sua morte che dipende da
ciò che pensava lui, non da ciò che pensavano gli altri. E il senso che
egli dava alla sua morte lo ha messo in chiaro in anticipo, al momento di
istituire l'Eucaristia: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo
dato per voi".
Detto questo, va però notata anche la serietà della posta in gioco in
queste discussioni. La fede cristiana è una fede basata sulla storia; la
compatibilità con la storia non le è meno necessaria che la compatibilità
con la ragione. Non basta dire che i vangeli "non sono discesi dal
cielo bell'e formati, ma che sono prodotti di mani e cuori umani",
soggetti anch'essi a condizionamenti e pregiudizi. Questo lo ammette oggi
ogni serio cultore di studi biblici. Il problema è sapere se sono racconti
onesti o no; se il pregiudizio è inconscio, o è una tesi consapevolmente
scelta e portata avanti per fini di comodo.
Essendomi occupato di questo problema al tempo in cui insegnavo Storia delle
origini cristiane all'Università Cattolica di Milano, mi sembra mio dovere
portare un piccolo contributo di chiarimento a questa discussione. Quello
che va contestato energicamente è che la ricerca storica moderna sia
giunta, circa la condanna di Cristo, a conclusioni diverse da quelle che si
ricavano dalla lettura dei Vangeli.
La tesi della motivazione essenzialmente politica della condanna di Cristo
è nata, nel cinquantennio trascorso, da due preoccupazioni e ha avuto due
Sitz-im-Leben. Il primo è stato l'epilogo tragico dell'antisemitismo con la
Shoa, il secondo l'affermarsi negli anni 60' e 70' della cosiddetta teologia
della rivoluzione. Se non si voleva che Che Guevara prendesse, nel cuore
delle nuove generazioni, il posto di Cristo, non restava che fare di lui un
suo discepolo.
I due punti di vista, per vie diverse, arrivavano, nella sostanza, a una
conclusione comune: Gesù fu un simpatizzante del movimento zelota che si
prefiggeva di scuotere con la forza il giogo della dominazione romana e
delle classi ricche locali che lo appoggiavano. Prove di ciò erano viste
nel fatto che uno dei suoi discepoli si chiamava Simone lo "Zelota"
(con lo stesso ragionamento si poteva difendere la tesi del Gesù
collaboratore dei romani, avendo chiamato al suo seguito Matteo il
Pubblicano!), che il soprannome di Giuda "Iscariota" poteva essere
una deformazione di "Sicariota", il nome con cui era designata
l'ala più estrema del partito zelota e altri fatti, come la cacciata dei
mercanti dal tempio, l'ingresso trionfale in Gerusalemme, la moltiplicazione
dei pani con il tentativo di farlo re...
Nel giro di pochi anni la tesi del Gesù rivoluzionario è stata abbandonata
come insostenibile. Essa finiva per attribuire a Gesù proprio l'idea di un
Messia che si impone con la forza, contro la quale egli lottò tutta la
vita. È rimasta invece in piedi l'altra istanza, quella suggerita dal
desiderio di togliere ogni pretesto all'antisemitismo.
Questa è una preoccupazione giusta, ma si sa che il torto più grave che si
può fare a una causa giusta è quello di difenderla con argomenti
sbagliati. La lotta all'antisemitismo va posta su un fondamento più sicuro
che una ipotesi discutibile come questa. Il Concilio Vaticano II lo formula
così: "Se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate
per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua
passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei
allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo” .
In questo c'è una certa convergenza con la stessa tradizione ebraica del
passato. Dalle notizie sulla morte di Gesù, presenti nel Talmud e in altre
fonti giudaiche (per quanto tardive e storicamente contraddittorie), emerge
una cosa: la tradizione ebraica non ha mai negato una partecipazione delle
autorità del tempo alla condanna di Cristo. Non ha fondato la propria
difesa negando il fatto, ma semmai negando che il fatto, dal punto di vista
ebraico, costituisse reato e che la sua condanna sia stata una condanna
ingiusta .
Una versione, questa, compatibile con quella delle fonti neotestamentarie
che, mentre, da una parte, mettono in luce la partecipazione delle autorità
ebraiche alla condanna di Cristo, dall'altra la scusano, attribuendola a
ignoranza (cf. Lc 23,34; Atti 3, 17; 1 Cor 2,8). Quanta parte di questa
ignoranza fosse dovuta a obbiettiva difficoltà di riconoscere per vera, la
rivendicazione messianica di Cristo e quanta a motivi meno scusabili (Gv
5,44 mette tra di essi la ricerca di gloria umana), lo sa solo Dio che
scruta i cuori, e su nessuno è dato a noi portare un giudizio definitivo, né
su Giuda, né su Caifa, né su Pilato.
Una constatazione fondamentale è questa: nessuna formula di fede del Nuovo
Testamento e della Chiesa dice che Gesù morì "a causa dei peccati
degli ebrei"; tutte dicono che "morì a causa dei nostri
peccati", cioè dei peccati di tutti.
L'estraneità del popolo ebraico, in quanto tale, alla responsabilità della
morte di Cristo riposa su una certezza biblica che i cristiani hanno in
comune con gli ebrei, ma che purtroppo per tanti secoli è stata stranamente
dimenticata: "Colui che ha peccato deve morire. Il figlio non sconta
l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio" (Ez 18,20).
La dottrina della Chiesa conosce un solo peccato che si trasmette per eredità
di padre in figlio, il peccato originale.
Se si ritenevano gli ebrei delle generazioni future responsabili della morte
di Cristo, per lo stesso motivo si sarebbero dovuti ritenere responsabili e
accusare di deicidio i romani delle generazioni future, compresi i papi di
famiglie romane, in quanto è certo che, dal punto di vista giuridico, la
condanna di Cristo e la sua esecuzione (la forma per crocifissione lo
conferma) sono da imputarsi, in ultima analisi, all'autorità romana.
Forse, come credenti, bisogna spingersi oltre l'affermazione della non
colpevolezza del popolo ebraico e vedere nella sofferenza ingiusta da esso
subita nella storia qualcosa che li mette dalla parte del Servo sofferente
di Dio e, dunque, per noi cristiani, dalla parte di Gesù. Edith Stein aveva
compreso in questo senso il dramma che si stava preparando per lei e per il
suo popolo nella Germania di Hitler: "Lì, sotto la croce, capii il
destino del popolo di Dio. Pensai: coloro che sanno che questa è la croce
di Cristo hanno il dovere di prenderla su di sé, in nome di tutti gli
altri".
Più che della responsabilità del popolo ebraico per la morte di Cristo si
dovrebbe parlare della responsabilità del popolo cristiano per la morte
degli ebrei. È quello che Giovanni Paolo II ha fatto nel Marzo dell'anno
Giubilare, deponendo, in una fessura del muro del pianto a Gerusalemme la
richiesta di perdono per le sofferenze causate dai cristiani al popolo
d'Israele.
Un comunicato del Congresso ebraico del Canada dice che il film di Gibson può
divenire, se lo vogliamo, una "opportunità" per ebrei e cristiani
per avanzare sul cammino della riconciliazione e dell'amicizia . In me e,
sono sicuro, in tanti altri cristiani tutto quello che si è scritto intorno
a questo film (non il film stesso che non ho visto) ha solo accresciuto il
sentimento di immensa gratitudine che dobbiamo al popolo ebraico per aver
dato al mondo Gesù di Nazareth e per il prezzo incalcolabile che ha dovuto
pagare per tale dono.
2. Possiamo credere ancora ai racconti della passione?
Messo al sicuro il rifiuto dell'antisemitismo, possiamo tornare a occuparci
dell'attendibilità dei racconti della passione che è la sola cosa che in
questa sede ci interessa. Vorrei fare presenti alcuni fatti che inducono a
prendere con molta cautela la tesi secondo cui essi sono stati scritti con
la preoccupazione di tranquillizzare le autorità dell'impero a proposito
dei cristiani.
Questa tesi finisce per ascrivere gli scritti apostolici allo stesso genere
letterario delle Apologie, indirizzate da autori cristiani del II secolo
agli imperatori romani, per convincerli della bontà della loro religione.
Si dimentica che essi sono testi nati per uso interno della comunità
cristiana, senza pensare a lettori estranei ad essa, che di fatto non ci
furono mai. (Il primo autore pagano che mostra di aver letto delle fonti
cristiane è Celso nel II secolo e non certo per interessi politici).
Sappiamo che i racconti della passione, in unità più brevi e in forma
orale, circolavano nelle comunità ben prima della stesura finale dei
vangeli, compreso quello di Marco. Paolo, nella più antica delle sue
lettere, scritta intorno all'anno 50, da, della morte di Cristo, la stessa
fondamentale versione dei vangeli (cf. 1 Ts 2,15) e sui fatti accaduti a
Gerusalemme poco tempo prima del suo arrivo in città egli doveva essere
informato meglio di noi moderni, avendo, all’inizio, difeso i motivi di
tale condanna.
Durante questa fase più antica il cristianesimo si considerava ancora
destinato principalmente a Israele; le comunità nelle quali si erano
formate le prime tradizioni erano costituite in maggioranza da giudei
convertiti; Matteo è preoccupato di mostrare che Gesù è venuto a
compiere, non ad abolire, la legge. Se c'era dunque una preoccupazione
apologetica, questa avrebbe dovuto indurre a presentare la condanna di Gesù
come opera piuttosto dei pagani che delle autorità ebraiche, al fine di
rassicurare i giudei di Palestina e della diaspora.
Molti equivoci nascono dal fatto che noi proiettiamo all'inizio della Chiesa
la situazione posteriore che vede contrapposti tra loro ebrei e cristiani,
mentre, fino all'affermarsi di comunità a maggioranza gentili, la
contrapposizione era un'altra, e cioè: ebrei credenti (in Cristo) ed ebrei
non credenti. La distinzione passava all'interno della comune identità
ebraica. I discepoli di Gesù potevano dire con Paolo: “Sono ebrei?
Anch’io!”. Questo da alla polemica antigiudaica degli autori del Nuovo
Testamento un senso tutto diverso da quello del cristianesimo posteriore,
come sono diverse le invettive contro il popolo d'Israele di Mosè e dei
profeti da quelle di certi Padri della Chiesa o di Lutero.
D'altra parte, quando Marco e gli altri evangelisti scrivono il loro vangelo
c'è stata già la persecuzione di Nerone; ciò avrebbe dovuto spingere a
vedere in Gesù la prima vittima del potere romano e nei martiri cristiani
coloro che avevano subito la stessa sorte del Maestro. Se ne ha una conferma
nell'Apocalisse, scritta dopo la persecuzione di Domiziano, dove Roma è
fatta oggetto di una invettiva feroce ("Babilonia", la
"Bestia", la "prostituta") a causa del sangue dei
martiri (cf. Ap. 13 ss.).
Non si possono leggere i racconti della Passione ignorando tutto ciò che li
precede. Il vangelo attesta, si può dire a ogni pagina, un contrasto
religioso crescente tra Gesù e un gruppo influente di giudei (farisei,
dottori della legge, scribi) sull'osservanza del sabato, sull'atteggiamento
verso i peccatori e i pubblicani, sul puro e sull'impuro. Jeremias ha
dimostrato la motivazione antifarisaica presente in quasi tutte le parabole
di Gesù . Non si può eliminare questo retroterra senza disintegrare
completamente i vangeli e renderli incomprensibili. Ma una volta dimostrato
questo contrasto, come si può pensare che esso non abbia giocato alcun
ruolo al momento della resa finale dei conti e che le autorità ebraiche si
siano decise a denunziare Gesù a Pilato unicamente per paura di un
intervento armato dei romani, quasi a malincuore?
Uno degli argomenti più spesso addotti contro la veridicità dei racconti
evangelici è l'immagine che essi ci danno di un Pilato sensibile a ragioni
di giustizia, che si preoccupa della sorte di un ignoto giudeo, mentre si sa
che era un tipo duro e crudele, pronto a stroncare nel sangue ogni minimo
indizio di rivolta.
Qui c'è però un equivoco. Pilato non tenta di salvare Gesù per
compassione verso la vittima, ma solo per un puntiglio contro i suoi
accusatori con i quali era in atto una guerra sorda fin dal suo arrivo in
Giudea. Se i primi cristiani si sono sbagliati in qualcosa è stato
nell'attribuire l'agire di Pilato a sentimenti di giustizia e di pietà
verso Gesù (per Tertulliano egli era segretamente cristiano e la Chiesa
Copta lo ha canonizzato insieme con sua moglie!). Quello che lo animava era
in realtà solo la volontà di non dare soddisfazione agli odiati capi
giudei. A leggere con un minimo di psicologia il dialogo tra lui e gli
accusatori di Gesù ci si accorge che questa motivazione reale non è
sfuggita neppure agli evangelisti.
In conclusione si deve dire che la discussione sui motivi della condanna di
Cristo negli anni del dopoguerra ha prodotto una valanga di ipotesi
critiche, spesso in contrasto tra di loro, ma non ha ottenuto il consenso
della maggioranza degli storici su nessun punto di rilievo. Ogni volta si è
visto che per una difficoltà che si voleva rimuovere, ne spuntavano a
grappoli di nuove. Qualcuno, per esempio, ha tentato di eliminare come non
storico il processo davanti al Sinedrio, ma ci si è accorti subito che così
non si spiegava più l'episodio sicuramente storico del rinnegamento di
Pietro, inestricabilmente legato al momento e al luogo di tale processo.
I racconti evangelici presentano senza dubbio numerose discrepanze di
dettaglio e punti oscuri, ma a ben considerare questo conferma la loro
"ingenuità" di racconti, nati dalla vita e dai ricordi di persone
diverse, non per dimostrare una tesi. Indice di onestà dei racconti della
Passione è anche la figura che vi fanno i loro stessi autori, di cui uno
rinnega, uno tradisce e tutti al momento cruciale fuggono ignominiosamente.
Non aveva tutti i torti il biblista Lucien Cerfaux quando diceva: "Non
siamo affatto persuasi che il modo più semplice di leggere il Vangelo non
sia anche il più scientifico" .
Questo lascia aperto il discorso sull'uso che si fa del materiale
evangelico. Che in passato esso sia stato usato in maniera impropria, con
forzature antigiudaiche, è cosa da tutti oggi riconosciuta e dalla Chiesa
fermamente riprovata in appositi documenti. Se questo sia il caso del film
in questione i pareri sembrano molto discordi e lascio a chi lo ha visto di
deciderlo. Alla luce delle osservazioni fatte, si può dire che esso è da
riprovare se induce a credere che tutti gli ebrei del tempo e quelli venuti
dopo siano responsabili dell'accaduto; non è contrario alla verità storica
se si limita a mostrare che un gruppo influente di essi vi ebbe una parte
determinante.
3. Gesù taceva
Se c'è ancora disparità di opinioni sul ruolo e la condotta dei vari
personaggi e poteri coinvolti nella passione di Cristo, per fortuna c'è
unanimità su di lui e sulla sua condotta. Sovrumana dignità, calma, libertà
assoluta. Non un solo gesto o una parola che smentisca quello che egli aveva
predicato nel suo vangelo, specialmente nelle Beatitudini.
E tuttavia nulla in lui che somigli all'orgoglioso disprezzo del dolore
dello stoico. La sua reazione alla sofferenza e alla crudeltà è
umanissima: trema e suda sangue nel Getsemani, vorrebbe che il calice
passasse da lui, cerca sostegno nei suoi discepoli, grida la sua desolazione
sulla croce.
Un film di qualche anno fa - L'ultima tentazione di Gesù - lo
mostrava sulla croce alle prese con tentazioni della carne. È stata notata
giustamente l'assurdità psicologica di una tale rappresentazione. Se Gesù
poté essere tentato mentre pendeva dalla croce, la carne a brandelli e i
nemici che lo insultavano, questo non era certo dai richiami della carne, ma
semmai dallo sdegno, dall'ira e da sentimenti di vendetta.
Il Salterio gli offriva parole di fuoco per farlo: "Sorgi, Signore,
distruggili, abbattili...", ma egli non cita nessuno di questi salmi di
imprecazione, ma solo il salmo 22 che è un accorata invocazione al Padre:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" "Oltraggiato
non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta", dice
di lui la Prima lettera di Pietro (2, 23). Quale contrasto anche rispetto al
modello di martirio proposto nel libro dei Maccabei! (cf. 2 Macc 7).
Si potrebbe passare la vita a immergersi in questa perfezione della santità
di Cristo e non si toccherebbe mai il fondo. Siamo davanti all'infinito
nell'ordine etico. Non c'è memoria di morti simili a questa nella storia
del mondo. È sulla santità del protagonista che bisognerebbe soffermarsi
nel meditare la Passione, più che sulla cattiveria e la viltà di chi gli
sta intorno.
Vorrei evidenziare un tratto di questa sovrumana grandezza di Cristo nella
Passione: il suo silenzio. "Jesus autem tacebat" (Mt 26, 63). Tace
davanti a Caifa, tace davanti a Pilato che si irrita del suo silenzio, tace
davanti ad Erode che sperava vederlo fare un miracolo (cf. Lc 23, 8).
Gesù non tace per partito preso o per protesta. Non lascia senza risposta
nessuna domanda precisa che gli viene rivolta quando è in gioco la verità,
ma anche in questo caso sono parole brevi, essenziali, pronunciate senza
ira. Il silenzio è in lui tutto e solo amore.
Il silenzio di Gesù nella Passione è la chiave per capire il silenzio di
Dio. Quando la "rissa delle lingue" diventa troppo grande, l'unico
modo di dire qualcosa è di tacere. Il silenzio di Gesù infatti inquieta,
irrita, mette in luce non non-verità delle proprie parole, come quando
taceva davanti agli accusatori dell'adultera.
"Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere" 9: questo slogan
famoso del positivismo linguistico che (contro l'intenzione dello stesso
autore) è servito per escludere la possibilità di ogni affermazione su Dio
e della stessa teologia, può avere un senso vero e profondo e lo ha nel
caso di Gesù. "Ho tante cose che ti voglio dire, o una sola ma grande
come il mare", esclama vicina alla morte l'eroina di un'opera lirica.
Queste parole potrebbero essere poste in bocca a Gesù. Egli aveva una cosa
sola da dire, ma così grande che gli uomini non erano pronti ad
accoglierla. Aveva cercato di dirla pronunciando, davanti a Pilato, la
parola " Verità!", ma sappiamo con che risultato.
Questa prima meditazione, sulla dimensione storica, la “lettera”, della
Pasqua, non è il luogo per le applicazioni morali che verranno in seguito.
Ognuno deve semmai riflettere per conto proprio su che cosa questo tratto di
Cristo nella sua Passione dice a lui o alla Chiesa. Quello invece che è in
linea con le considerazioni storiche che abbiamo svolte è aprire il nostro
spirito a una sconfinata ammirazione, entusiasmo e ringraziamento a Cristo.
Commuoverci davanti alla grandezza del suo amore e alla maestà della sua
sofferenza, dicendo dal profondo del cuore: “Adoramus te, Christe, et
benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum”: Ti
adoriamo e ti benediciamo, o Cristo, perché con la tua santa croce hai
redento il mondo”.
____________________________
Sicardo di Cremona, Mitrale, VI, 15 (PL 213, 543).
2 Cf. John Meacham, Who killed Jesus?, in "Newsweek, February
16, 2004, pp. 49-57.
3 Cf. i risultati della ricerca su "1 primi cristiani, la politica e lo
stato" nel fascicolo di "Vita e Pensiero" (anno 54, n.6,
Novembre-Dicembre 1972), in particolare: Gesù e la rivoluzione, pp.
5-18 e Dieci anni di studi sul processo di Gesù e su Gesù e gli zeloti,
pp. 108-136.
4 Nostra aetate, 4.
5 Cf. J. Blinzler, Il Processo di Gesù, Brescia 1966, pp.32 ss.
6 Cf. Canadian Jewish Congress statement to our fellow Canadians of the
Christian faith in advance of the release of The Passion of the Christ
[http://www.cjc.ca/template.php?action=news&story=631]
7 Cf. J. Jeremias, Die Gleichnisse Jesu, Gottinga 1962.
8 L. Cerfaux, Jésus aux origines de la tradition, Lovanio 1968,
trad. Italiana, Roma 1970, p. 15.