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Perdono: cammino di conversione Laura Casali Tratto da "Rinnovamento nello Spirito Santo" |
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Nelle catechesi già pubblicate abbiamo preso coscienza che ogni sofferenza porta in sé una ferita di relazione d'amore che può essere curata solo con l'amore; abbiamo chiamato questo amore “perdono”. Ora analizziamo le tappe dell'itinerario che dobbiamo percorrere per giungere alla scelta di perdonare e riconciliarci con il prossimo, ma anche con noi stessi. ---------------------------------- Il perdono è la medicina più importante per guarire la relazione con se stessi, con gli altri e con Dio. È una medicina “salvavita” e, come tale, va assunta quotidianamente. Ogni giorno noi tutti ci confrontiamo con la necessità di perdonare: o i genitori, o il coniuge, o i figli, o i fratelli e le sorelle della comunità, o i colleghi di lavoro... Il perdono modifica i nostri rapporti perché cambia il nostro atteggiamento verso l'offensore e ci rende consapevoli di quanto desideriamo e siamo disponibili a ricostruire la relazione incrinata. Il desiderio e la disponibilità a perdonare sono, perciò, alla base di ogni perdono ma diventano effettivi solo con l’“atto del far pace”. Questo atto non è automatico né si esaurisce in una buona intenzione, ma esige alcune rinunce spesso dolorose che implicano un travaglio di lutto di cui è necessario conoscere le tappe. Prenderemo in considerazione le tappe usate dalla dottoressa Elisabeth Kubler-Ross nell'accompagnamento dei malati terminali. Perché? Per l'analogia esistente fra il cammino necessario ad affrontare la nostra morte corporale e quello dell'affrontare la rinuncia, la morte a se stessi contenuta nel perdono; infatti morte corporale e morte a se stessi hanno bisogno entrambi di un lavoro di riconciliazione che si attua attraverso rinunce e accettazioni, vale a dire attraverso un movimento pasquale di morte-risurrezione. Una tale analogia ci spinge ad affermare che la pace e la serenità con cui affronteremo la nostra morte corporale dipenderanno molto da come avremo vissuto quotidianamente le nostre riconciliazioni attraverso il morire a se stessi. Perché, allora non osare suggerire un'altra funzione del perdono, quella di essere un'eccellente preparazione alla morte? Per questo sono necessari accompagnatori che siano formati nella compassione (molta ed essenziale) e nella conoscenza dell'uomo (necessaria, anche se poca) per guidare e sostenere i fratelli in questo difficile cammino di riconciliazione. La conoscenza di queste tappe rientra in quella “competenza” di cui dovrebbero avvalersi soprattutto gli accompagnatori. Tali tappe non hanno i contorni ben definiti, come in uno schema rigido perciò, anche se noi le prenderemo in considerazione in maniera successiva, tuttavia esse, vanno sempre ritenute un tutto armonico da custodire evitando tagli arbitrari.
Per ogni tappa diremo: I tappa:
è la rivelazione, cioè la presa di coscienza, a volte scioccante, della
propria parte di responsabilità nel conflitto relazionale e, quindi, della
necessità di dare il perdono, ma anche di chiederlo; la speranza non
è ancora espressa; i sentimenti sono di smarrimento e ancora poco
espressi; la rinuncia è teorica, in quanto si sa che per perdonare
bisogna morire a se stessi; l’aiuto da dare è quello di accompagnare
la persona nel rispetto e nella preghiera. II tappa: è la negazione, ovvero il rifiuto di guardare in faccia la realtà; sopravvengono sentimenti di paura e di ansia che provocano sofferenza che si cerca di fuggire attraverso compensazioni di vario genere quali, per esempio, la bulimia, l'alcool, la droga, il sesso, i viaggi, il lavoro eccessivo ecc.; è una reazione arcaica di difesa verso una realtà troppo dura da affrontare in quel momento. La speranza è che non sia vero, che non sia necessario chiedere perdono; ci si aspetta una soluzione miracolosa del problema. La rinuncia è quella di rifiutarsi di attraversare la sofferenza implicita nel morire a se stessi. L'aiuto da dare è quello di un ascolto rispettoso del ritmo di marcia della persona, rispetto che si esplicita sia nell'evitare di far crollare precipitosamente il suddetto sistema difensivo, sia nell'evitare di mantenere la persona in questa tappa di negazione poiché le si toglierebbe la possibilità di fare il necessario travaglio di lutto. III tappa: è la rivolta; essa è distinta dalla collera. Di quest'ultima, infatti, prendiamo coscienza ogni volta che c'è una ferita, un'ingiustizia subita, una situazione dolorosa impostami contro la mia volontà ecc.; questa collera è il grido della sofferenza e, come tale, persisterà finché vivremo sulla terra. La rivolta, invece, è la reazione, spesso inconscia, di risentimento e di odio verso la/le persone che ci hanno ferito; la presa di coscienza della mia parte di responsabilità nel conflitto provoca una rivolta esplicita attraverso l'esprimersi di sentimenti quali la rabbia, l'aggressività, la regressione, la violenza, il rifiuto di chiedere perdono... La speranza accarezzata è quella di trovare una nuova e diversa soluzione. La rinuncia si esprime attraverso il rifiuto di rinunciare alla propria rivolta che si reputa giusta. L'aiuto da dare è quello di non impedire l'espressione di questi sentimenti, che possono essere considerati come l'espressione aggressiva di una grande angoscia, perciò ascoltare con compassione senza interventi moraleggianti; c'è, infatti, in questo momento - come in tutto il cammino un bisogno profondo di sentirsi amati e accettati per ciò che si è. Questa fase è, molto spesso, mescolata con la quarta tappa. IV tappa: è la depressione reattiva; essa è rivolta al passato e traduce il pensiero di non aver capito nulla e di avere sempre sbagliato nella vita. I sentimenti sono di paura, di tristezza, a volte persino disperazione... La speranza è che la scadenza della riconciliazione sia ancora lontana. La rinuncia che si impone, e che provoca questo primo stato di abbattimento, è quella di abbandonare certi meccanismi difensivi. L'aiuto da dare sarà quello di accettare questa tristezza attraverso un ascolto paziente, una sicura e fedele presenza, spesso silenziosa, e un sostegno spirituale. È il momento in cui è possibile fare una nuova rilettura dell'evento e, quindi, della propria vita scoprendone i tanti elementi positivi. Ci introduciamo, allora, nella quinta tappa. V tappa: è il mercanteggiamento, il "sì-ma", il "d'accordo-però", vale a dire: metto davanti un'infinità di motivazioni che mi permettono di dire che forse non sono io a dover fare il primo passo o che, se anche lo facessi, non è sicuro che esso avrà un esito positivo. Questo mi permette di rimanere in una situazione dove non si muove nulla. È un tentativo di fuga che mi spinge a cercare una soluzione diversa da quella che si rende realisticamente necessaria. I sentimenti espressi sono agitazione, inquietudine, ricatto, aumento di attitudini magiche il cui scopo è quello di esorcizzare la realtà da affrontare. La speranza è quella di un cambiamento improvviso della situazione. La rinuncia necessaria - e che non si vuol fare - è quella di lasciare questi tentativi di fuga irreali e illusori. L'aiuto da dare è sempre quello dell'ascolto che non impedisce l'espressione di questo travaglio e che, perciò, rassicura ma che, tuttavia, non rinforza. Questa è una fase che si trova spesso mescolata con le altre e, in modo particolare, con la rivolta. La sua risoluzione apre la persona alla sesta tappa. VI tappa:
è la depressione per anticipazione, essa è una reazione riguardante il
futuro. I sentimenti espressi sono: paura di diventare vulnerabili, di
essere respinti, dubbio, angoscia... La speranza è quella di essere
capiti, accolti, amati. La rinuncia alla mia “giusta ragione”, che
era il mio punto forte di riferimento, si fa sempre più angosciante. L'aiuto
da dare è il dialogo con una presenza più serrata e con un aiuto nel
trovare nuovi punti di riferimento per poter creare legami più spirituali. È
una fase molto importante, perché apre alla dimensione spirituale che è
quella non più di fare ma di “lasciar fare”, di accogliere il dono di
Dio. Questa tappa esprime l'abbandono dei sistemi difensivi, perciò è
segnata dall'angoscia. VII tappa:
è l'accettazione, cioè il riconoscimento dei propri errori e
l'accettazione di riconciliarci. I sentimenti espressi sono la pace, la
gioia e, soprattutto, la serenità. E il momento in cui mi apro al perdono,
all'offerta e il perdono diventa effettivo. A conclusione di questa veloce presentazione ecco alcune considerazioni importanti per tutti, ma essenziali per coloro che accompagnano i fratelli/sorelle in questo cammino di perdono: - il tempo: infatti il travaglio di lutto implica la necessità del tempo, poiché ogni rinuncia può essere “digerita” solo lentamente; - sentire e aver perdonato sono due dimensioni diverse; infatti possiamo essere in un serio cammino di perdono senza, tuttavia, sentire di avere perdonato; - rimettersi in cammino: si può restare bloccati anche a lungo su una delle suddette tappe, ma ciò che importa è non arrendersi e chiedere a Dio il desiderio di voler continuare il cammino pur nella sofferenza, e chiedere ai fratelli l'aiuto spirituale e umano necessario al “viaggio”; - ridare speranza: se è vero che ogni tappa esige di essere espressa, tuttavia essa non è la meta e, quindi, può e deve essere superata; - cammino di conversione personale a cui il Signore ci chiama a lavorare ogni giorno. - distinguere la
riconciliazione dal perdono: il perdono non sempre porta alla
riconciliazione. Infatti quest'ultima presuppone la partecipazione di due
persone, l'offensore e l'offeso; essa si attua quando l'offensore non solo
chiede perdono ma cambia concretamente il suo atteggiamento verso l'offeso. Il
cammino dell'offensore è, perciò, un cammino di pentimento e di conversione
mente il cammino dell'offeso è quello della misericordia che non solo
rinuncia a vendicarsi per l'ingiustizia subita ma apre le braccia
all'offensore. È sempre possibile riconciliarsi con Dio perché lui è sempre
pronto al perdono, ma questo è molto più difficile con i fratelli. Infatti
io posso essere disposto a chiedere o a dare il perdono nel mio cuore senza,
però, trovare la stessa disponibilità nell'altro; diciamo, perciò che se io
sono padrone del mio perdono non sono altrettanto padrone del perdono
dell'altro. PER UNA VERIFICA PERSONALE E COMUNITARIA • Ti consideri più vittima o più persecutore? Pensi, perciò, di avere più perdono da dare o da ricevere? • Chi ti ha aiutato o chi ti aiuta a fare un giusto discernimento sui torti fatti o subiti? • Cosa è cambiato in te e nelle tue relazioni dopo un'esperienza di perdono? • Diceva Antonio Bello, vescovo di Molfetta: “La pace sia il traguardo dei nostri impegni quotidiani”. Lo è anche per te? Se non lo è, cosa ti impedisce che lo sia? • La vita di gruppo con la preghiera, l'ascolto della Parola e la comunione fraterna ti aiutano a realizzare tale programma di pace? Come?
Sullo stesso argomento: Perdono: potenza di Dio per l'uomo
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