Perdono: potenza di Dio per l'uomo

Laura Casali

Tratto da "Rinnovamento nello Spirito Santo"

 

Quali sono le ferite che impediscono il perdono? Quali dinamiche bisogna adottare per superarle? Sono interrogativi ai quali risponde Laura Casali, psicologa e coordinatrice della Lombardia, nella conclusione della sua catechesi sul perdono.

-------------------------------------


Nel Vangelo troviamo un comando di Gesù che senza dubbio è difficile da osservare e che più di altri mette a nudo la nostra debolezza: «amate i vostri nemici ...» (Mt 5, 44). In un altro passo sta scritto anche che «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Riflettiamo allora sugli effetti che questa proposta produce nella nostra vita.

    Ci chiediamo innanzitutto: chi sono i «nemici» che Gesù mi chiede di amare e per i quali mi chiede addirittura di dare la vita? Essi sono i miei amici, i miei intimi: mio padre, mia madre, i miei fratelli, il mio partner, i miei figli... Sono loro che più mi fanno soffrire per ogni mancanza di amore, perché da loro attendo molto di più che da altri. Infatti la ferita che mi fa soffrire è tanto più profonda e intensa quanto più forte è il legame affettivo. È una legge antropologica molto importante, questa, che cercheremo di spiegare.

     Più amo una persona, più attendo da lei l’amore e più ogni mancanza d’amore mi fa soffrire; più amo una persona, più sono davanti a lei in un’attitudine di vulnerabilità, senza maschere e senza difese; e quindi la mancanza d’amore da parte sua mi ferirà in modo molto doloroso. La spiegazione è semplice. Nelle nostre relazioni quotidiane, quelle “sociali”, il nostro modo di comportarci si veste di un “mantello delle apparenze” con cui cerchiamo di presentare all’altro la facciata migliore di noi stessi; ma quando entriamo in una relazione più profonda, deponiamo questo mantello difensivo, ci spogliamo e ci conosciamo nelle nostre qualità ma anche nei nostri difetti.

    Questo avviene soprattutto nella vita coniugale; infatti, al termine di qualche anno la coppia raggiunge una tale intimità relazionale, fatta di una profonda conoscenza delle reciproche ricchezze e deficienze, da non potersi più nascondere agli occhi l’uno dell’altro. C’è un’intimità di relazione e un legame affettivo così forte che le vicendevoli mancanze d’amore saranno estremamente ferenti. È qui, dunque, che l’amore è più ferito ed è qui che il perdono è chiamato a diventare più forte e più profondo. Le ferite d’amore sono particolarmente intense nella relazione del bambino con i propri genitori, in quanto il piccolo è in una relazione di estrema vulnerabilità con i suoi genitori. Questo fa sì che le ferite più profonde siano quelle della primissima infanzia. A fianco di queste ci sono poi le ferite della relazione coniugale e quelle che provengono da relazioni di amicizia molto forte.

    Abbiamo perciò bisogno di capire bene il comando di Gesù: «Amate i vostri nemici». Quando Gesù ci chiede di amare i nostri nemici, noi pensiamo che si tratti di amare coloro che non ci amano, dimenticando che colui che ci ferisce di più è proprio «l’amico in cui confidavo, colui che mangia il mio pane»... e che nonostante questa intimità «alza contro di me il suo calcagno» (Sal 41, 10). Dice ancora il salmista:

«Se mi avesse insultato un nemico,
l’avrei sopportato;
se fosse insorto contro di me un avversario,
da lui mi sarei nascosto.
Ma sei tu, mio compagno,
mio amico e confidente;
ci legava una dolce amicizia,
verso la casa di Dio
camminavamo in festa»

(Sal 55, 13-15).

    È evidente che Giuda ha ferito Gesù molto più profondamente di qualsiasi fariseo, perché era suo amico, suo intimo. Così Pietro, che lo ha rinnegato, e i discepoli, che sono fuggiti al momento della passione, hanno ferito profondamente Gesù, tanto che questa deve essere stata una delle sue sofferenze più grandi. Perciò, quando Gesù ci dice di amare i nostri nemici, non abbiamo bisogno di andare tanto lontano a cercarli, perché i nostri nemici sono quelli “della nostra casa”, quelli che noi amiamo e che dicono di amarci! Se io accetto di fare verità in me, scoprirò che verso coloro che amo sperimento dei risentimenti, delle rivolte, delle aggressività interiori come reazione al mio dolore di constatare che colui/colei che amo mi ferisce. Così, non solo l’altro è il mio nemico, ma l’inimicizia che porto in me mi fa diventare il suo nemico.

    Spesso evitiamo di prendere coscienza di queste emozioni e di questi sentimenti che ci abitano e siamo tentati di rimuovere tutto con un colpo di spugna, negando la verità. Così facendo, ci difendiamo per evitare di soffrire, ma nello stesso tempo accumuliamo sempre più ferite, finché, col passare degli anni, tutto finisce per riemergere e allora il cammino del perdono si fa indispensabile.

La “scelta” del perdono

Il nostro vissuto e la nostra esperienza quotidiana ci confermano questo stretto legame di amore e perdono. Infatti scopriamo che, se vogliamo amare, ci incontriamo con la necessità di perdonare; e, se vogliamo perdonare, non possiamo farlo senza prendere la decisione di amare. È importante, perciò, diventare consapevoli che abbiamo bisogno di ricevere e di dare il perdono. Questa è una prima presa di coscienza necessaria perché ci permette di fare delle scelte. Infatti decidere di amare e di perdonare significa attivare la nostra volontà nello scegliere non di “sentire” rassicuranti sentimenti dolciastri di amore, ma di compiere autentici gesti di perdono e amore. Spesso si sente dire: «vorrei perdonare ma non ne sono capace...». Fortunatamente! Dio sa che non sei capace ed è per questo che non ti chiede se puoi, ma se vuoi, perché il potere appartiene a lui, mentre la decisione volontaria è tua.

    Eccoci allora confrontati non più con il “non posso”, ma con il “non voglio”. Ed ecco allora la grande scoperta: perdonare è accogliere un dono di Dio, dono gratuito, grazia che si chiede e si accoglie quotidianamente in un movimento dinamico che ci fa comprendere come il perdono non sia uno stato ma un cammino di conversione. L’importante per tutti è intraprenderlo!

Un percorso spirituale per crescere nella capacità di perdonare

Poiché nel perdono da ricevere e da dare sono coinvolte tre persone (l’altro, Dio e me stesso), da chi cominciare? La risposta è questa: da me. È impossibile, infatti, amare Dio senza amare il prossimo ed è impossibile amare il prossimo senza amare se stessi. Ma come amare se stessi? Di seguito suggerisco quattro tappe per un cammino di crescita nella capacità di amare se stessi:

prima tappa: lasciarsi amare da Dio.

Questo significa entrare nello sguardo che Dio porta su di me, cosa possibile attraverso la preghiera, la meditazione della Parola, la ricezione dei sacramenti.

Seconda tappa: perdonare Dio.

Chiaramente, questa è una realtà psicologica senza alcun fondamento teologico. Tuttavia è molto importante prendere coscienza delle accuse che noi muoviamo a Dio rendendolo responsabile delle nostre sofferenze. Ciò avviene perché abbiamo delle false immagini di lui, che sono legate al nostro vissuto parentale; ad esse perciò dovremmo rinunciare, per scoprire attraverso la fede la verità di un Dio di amore e di misericordia.

Terza tappa: chiedere perdono a Dio.

Nel farlo, scopriamo che siamo noi che lo crocifiggiamo e che lui reagisce perdonandoci ed amandoci. Chiedere perdono sarà allora rinunciare a tenerlo fuori dalla nostra vita e accettare la sua Paternità su di noi.

Quarta tappa: perdonare noi stessi e accettarsi così come siamo.

Significa riconciliarsi interiormente, vale a dire far pace dentro di noi tra il figlio maggiore e quello minore. Ognuno di noi, infatti, porta in sé la presenza dei due figli:
- il maggiore è il virtuoso, il forte, quello che ha doni, qualità, zelo, che moltiplica le opere per Dio ma giudica e condanna, quello che tira verso l’alto e tende all’esaltazione;
- il minore è il debole, il miserabile, quello che è pieno di sensi di colpa, triste e pauroso. Pur avendo una certa sensibilità e compassione per i piccoli, si reputa un incapace, tira verso il basso e tende alla depressione.

    La riconciliazione dei due figli significa l’accettazione da parte di ciascuno di essi dell’esistenza dell’altro e la rinuncia a voler occupare tutto lo spazio vitale. Amarmi significherà allora vedermi come Dio mi vede: una meraviglia e una miseria. Una meraviglia perché rivestita della bellezza della sua Immagine; una miseria per il peccato che mi defigura. Eppure proprio questo peccato che mi separa da Dio attira verso di me la Sua divina misericordia! Perciò, se gusterò di questa misericordia, diventerò anch’io capace di fare misericordia nelle relazioni quotidiane con gli altri, poiché è possibile dare solo ciò che si è ricevuto.

Ecco infine alcuni piccoli mezzi per perdonare l’altro:

1°: domandare il desiderio di perdonare;

2°: pregare per lui;

3°: scusarlo;

4°: offrire la propria ferita per lui;

5°: fare un gesto concreto (lettera, telefonata, compleanno ...);

6°: aprirsi alla misericordia, perché il perdono sarà effettivo quando avrò compassione e misericordia per la persona che mi ha ferito.

Perdonando, scopriamo dunque in noi stessi la potenza di Dio e l’opera della grazia che è in lui. Questo costituisce l’esperienza della vita nello Spirito e la rivelazione che Dio “ci abita”.

 

Sullo stesso argomento:

La gioia del perdono

Perdono: cammino di conversione

 

 


Torna a Catechesi