Il perdono come cammino interiore

Tratto da Fraternità Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù

 

Per parlare di perdono è necessario considerare le condizioni dalle quali deve nascere: le offese. L'offesa ci ferisce e determina due conseguenze: ci induce in un cammino di infelicità e malessere o ci spinge alla vendetta.

Il danno più grande provocato dall'offesa è la distruzione dell'essere noi stessi nell'amore perché provoca odio che la Scrittura definisce come il risentimento che dura oltre tre giorni. Questo mantiene la persona nel ricordo ossessivo dell'offesa e dell'offensore e ci priva della libertà poiché la nostra vita comincia ad essere dominata da colui che ci ha offeso.

La giustizia del mondo ci suggerisce di non essere deboli e di esprimere la nostra risposta attraverso la vendetta e l'astuzia di satana arriva a fare della vittima un peccatore. Dio invece propone una logica radicalmente diversa che ci porta al perdono completo che nasce da un grande amore per Lui e per il prossimo. Gesù dice infatti: "Io vi do un comandamento nuovo, amatevi come Io vi ho amati" " tutti vi riconosceranno dall'amore che avrete gli uni per gli altri" e ancora " cosa fate di speciale amando solo quelli che vi amano?".

Spesso le persone più vicine a noi affettivamente sono quelle che ci feriscono di più perché noi abbiamo "investito" maggiormente il nostro "capitale affettivo" e perché da queste persone ci aspettiamo un amore che in realtà solo Dio ci può dare e ogni volta che non lo riceviamo si provoca una ferita.

Spesso allora tendiamo a rifiutare le ferite minimizzando i fatti dolorosi; ma Gesù non ha insegnato proprio così: Lui camminando dolorosamente sul Calvario ha sopportato tutte le ferite della croce e ci ha insegnato a vivere le nostre ferite senza nasconderle, portare il peso della croce senza reagire e senza chiedere giustizia. Ma allora quale è stato il trionfo di Gesù? Quello di non peccare di fronte a tutte le violenze, gli insulti alla sua maestà e divinità senza esprimere la sua potenza per vendicarsi. Il male ha provato tutte le vie per provocare in Lui una risposta sul piano della legge umana. La sua risposta è stata misericordia e offerta di sé. Si è lasciato liberamente inchiodare sulla croce per amore.

Giuda non ha accolto la dolcezza e l'umiltà di Gesù ma desiderava che Egli manifestasse la sua potenza per schiacciare i nemici. In ognuno di noi esiste un "Giuda" nel senso che a volte vorremmo ricondurre Gesù nella logica delle cose umane ma i pensieri di Dio non sono quelli degli uomini. Se Gesù fosse entrato in questo cerchio di violenza non avrebbe potuto salvarci. All'estremo indurimento del cuore dell'uomo ha infatti corrisposto l'estrema vulnerabilità di Dio che si offre per vincere la morte e generare la vita attraverso il perdono e la misericordia. La sapienza umana non può comprendere la follia della croce. Gesù è il solo che ha vinto l'odio attraverso l'amore e per questo Egli è il Salvatore. Gesù offre la propria vita come ostia vivente e fa del perdono il vertice della vita cristiana.

Noi molte volte diciamo di non essere capaci di perdonare e questo è del tutto normale perché il perdono è un atto divino. Se talvolta abbiamo cercato di perdonare con un atto di volontà abbiamo visto come il nostro cuore è rimasto pieno di collera. Ci dobbiamo allora arrendere alla evidenza che non siamo capaci di perdonare con le nostre forze ma ci vuole un intervento divino. La persona non può perdonare da se stessa, solo Dio può farlo e viene a perdonare nelle persone cancellando, e questo solo Dio lo può fare, perché solo Dio crea la vita dal nulla mentre l'uomo non può cancellare quello che ha fatto.

Bisogna osservare come Gesù, sulla croce, non dice "Io li perdono" ma "Padre perdonali", cioè Padre vieni Tu a perdonarli in Me perché umanamente non sono capace. Questa deve diventare la nostra preghiera. Il perdono è il dono al di sopra di ogni altro dono, è il dono sul peccato: il Figlio amato Gesù.

Il fine del perdono è rinnovare la creatura e Dio vuole mettere le sue creature in questo cammino dove possa rivelare l'abisso della sua Misericordia. Il perdono deve essere visto come un cammino di grazia, come agire divino e quindi come atto, da parte nostra, di accogliere un dono gratuito da Dio. L'uomo non può perdonare con le sue forze, è Dio che perdona. Noi dobbiamo chiedere con insistenza questo dono, poiché Dio non ci da nulla senza il nostro desiderio ed assenso. L'uomo quindi è reso capace di perdonare per pura grazia e non per un atto della sua volontà. Dio dà quello che gli si chiede e quello che Lui stesso chiede a noi, cioè perdonare ed entrare in questo dinamismo di AMORE. Il dono del Padre nel perdono del Figlio è lo Spirito Santo che fa di noi dei figli.

A volte abbiamo bisogno di scendere nella valle oscura della nostra impossibilità di agire per capire che le nostre forze non servono a nulla e che dobbiamo deporre l'orgoglio e gridare a Lui che ci venga in soccorso. Allora il Signore verrà e ci prenderà per i polsi per non lasciarci sfuggire in questa presa di amore decisa che ci vuole salvare. Il problema non è quindi dire se posso o non posso perdonare ma se voglio. Dio non mi domanda se posso perdonare perché sa che non posso ma mi domanda se voglio accogliere il dono del perdono.

L'assenza del perdono dipende non dalla mia impossibilità, ma dall'ignorare cosa sia veramente il perdono o dal rifiuto di farmi accoglienza del dono di grazia. Si deve comprendere che perdonare non significa sopportarsi o chiudere un occhio sulle offese ricevute, ma è un dono di sé nella vita spirituale. Prevede cioè che noi rinunciamo a ciò cui teniamo di più e che gli altri non mi danno, prevede che noi rinunciamo ai nostri interessi, ma questo solo la grazia può concederlo.

Dio perdona senza aspettarsi nulla in cambio mentre gli uomini nutrono sempre una attesa verso l'altro, una attesa che gli altri cambino. Ma questa è una maschera velata affinché noi possiamo rimanere vittime e gli altri gli offensori. Non si capisce quindi che quando perdoniamo non è l'altra persona che cambia ma è Dio che ricostruisce la persona offesa. Se non si concede il vero perdono nasce un indurimento del cuore che rende incapaci di rallegrarsi con la persona che ci ha offeso.

Il perdono non è uno stato ma è un cammino che a volte può impegnare tutta la vita. E' necessario un cammino di crescita perché ogni giorno dobbiamo dire di si al Signore. Una volta concesso il perdono non abbiamo finito ma ogni giorno dobbiamo perdonare chi ci ha feriti perché il perdono non fa dimenticare ma custodisce la ferita nella memoria. Il problema non è perdonare una volta ma camminare verso un perdono sempre più profondo. Dobbiamo riconoscere la nostra vulnerabilità e la nostra dipendenza d'amore da Dio e noi, come persone di fede, dobbiamo comprendere che le ferite, certamente dolorose, devono aprire alla fede, alla speranza e all'amore.

Ogni persona ha i suoi tempi e per questo non si deve proporre subito il perdono ma invitare ad un cammino di conversione che comprende:

1) prendere coscienza della ferita;

2) confessare la propria aggressività;

3) perdonare.

Una caratteristica del peccato è quella di voler bruciare le tappe mentre non si deve fare economia del tempo.

Perdonare non significa scusare l'offensore comprendendo le motivazioni del fatto accaduto. A volte facciamo confusione e la scusa rimpiazza la richiesta del perdono; noi possiamo perdonare senza minimizzare l'atto compiuto: il fatto compiuto è grave e tale rimane però il nostro cammino spirituale ci porta ad accogliere l'offensore nel dono della grazia. Ancora il perdono non è un sentimento. Bisogna darsi del tempo e pregare per abbattere tutte le resistenze interiori. Si deve anche considerare che la ferita non verrà dimenticata ma solo disinnescata. Possiamo dire di avere perdonato veramente quando siamo in grado di mettere in atto la parola di Paolo in riferimento al nemico: "Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto".

Una cosa importante nel cammino di guarigione che ci porta al perdono spirituale è la riconciliazione con se stessi perché nella misura in cui amiamo noi stessi possiamo rapportarci nell'amore con Dio e con il prossimo.

Ci sono 4 tappe per riconciliarsi con se stessi:

1) Lasciarsi amare da Dio e scoprirsi sua creatura unica al mondo, meravigliosa e bella agli occhi di Dio, nonostante le nostre ferite e storture. Questo ci aprirà ad una preghiera continua nel senso di vivere costantemente alla Sua presenza attraverso la preghiera del cuore, la lettura della Parola e la sua meditazione. Questa apertura a Dio determinerà una maggiore apertura anche ai fratelli facendoli accettare così come sono, con le ferite che ci provocano senza fuggire cercando invece nella relazione quel poco di bene che possono darci.

2) Perdonare Dio! E' una realtà nettamente psicologica e non teologica perché Dio non può ferire nessuno tuttavia quante volte abbiamo magari pensato che certe cose capitassero tutte ad una certa persona che non aveva mai fatto nulla di male. Scopriamo allora in noi due sentimenti: la collera e la rivolta. Nelle prove siamo abitati da entrambi e dobbiamo imparare a differenziarli: la collera è un sentimento divino mentre la rivolta è un sentimento psicologico. La collera è l'ira di Dio che grida nel cuore dell'uomo e che spinge al servizio di Dio. La collera è il grano buono al quale si mischia la zizzania della rivolta. Collera e rivolta crescono insieme e noi siamo chiamati ad un discernimento continuo. L'importante è mantenere un dialogo con Dio e il nostro grido salirà alto e attirerà la misericordia divina e Dio, come per Giobbe, accettando di essere il colpevole paga la colpa nel Cristo che si dona per amore e si è consegnato agli uomini.

Dio non può punire perché si è punito Lui stesso per liberare noi.

Perdonare Dio significa allora rinunciare alla nostra rivolta a Lui, rinunciare che Lui ci spieghi sempre la ragione dei nostri guai, ed accettare ogni sofferenza del mondo. Si potrà entrare allora nella terza tappa: 3) Chiedere perdono a Dio e lo si può fare solo nella fede. Chiedendo perdono a Dio scopro che colui che ho crocifisso non è un Dio ma l'uomo; sono io stesso, ho fatto del male a me deturpando la somiglianza di Dio.

Il perdono non è l'oblio, non è la dimenticanza e non è giusto dimenticare. La memoria è fonte di crescita e a volte, confessandoci, confessiamo le nostre paure ma non le nostre rotture dell'alleanza d'amore. Chiedere perdono a Dio significa accettare la sua paternità su di noi riconoscendoci suoi figli.

L'ultima tappa è perdonare se stessi a conclusione del cammino.

Riassumendo il cammino che dobbiamo fare è questo:

1- lasciarsi amare da Dio;

2 -perdonare Dio;

3 - chiedere perdono a Dio;

4 - perdonare se stessi.

Perdonare se stessi, ma chi siamo noi veramente? S. Teresa dice che siamo ciò che siamo agli occhi di Dio, quindi nel suo sguardo ci conosceremo come Lui ci vuole. Dio ci vede divisi in due perché in noi convivono due personalità: il virtuoso e il miserabile. Perdonare se stessi significa trovare una riconciliazione tra queste due personalità. Chi riesce in questo, raggiunge la sua pace e capisce che per perdonarsi deve rinunciare ad avere rabbia contro i suoi insuccessi, le ferite, la propria vulnerabilità. Come virtuoso accetterò che dentro di me ci sia un miserabile con i suoi insuccessi e i suoi peccati. Come miserabile dò il perdono al virtuoso e rinuncio a distruggere gli slanci verso il bene e accetto i miei doni e di essere una meraviglia agli occhi di Dio. Questo duplice perdono mi riconcilia con me stesso nella luce della Parola; Dio diventa la nostra pace che abbatte il muro di divisione facendo delle due personalità un popolo solo.

Se avrò misericordia con me, l'avrò anche con gli altri. Nei confronti delle ferite che gli altri ci provocano, nella misura in cui diamo un senso ad esse scopriamo che le ferite diventeranno per noi un motore potente per una conversione ed un ritorno a Dio, diventeranno un luogo in cui Dio ci visiterà. Inoltre, perdonando Dio scopriamo la sua bellezza e perdonando il fratello scopriamo la sua bellezza, la sua vulnerabilità e riceviamo molto più di quanto abbiamo perso con l'offesa.

Bisogna anche considerare che quando chiediamo perdono ad un'altra persona, dobbiamo permettergli di rifiutarlo perché deve avere il tempo per fare un cammino così come noi stessi lo abbiamo fatto. Noi potremmo essere pronti a chiedere perdono ma l'altro potrebbe non essere pronto a concederlo. Il perdono è un movimento interiore e la riconciliazione è una liturgia esteriore. Se l'altra persona non ci concede il perdono noi siamo costretti a continuare il cammino di avvicinamento e riconciliazione verso l'altro attraverso la preghiera e le benedizioni per l'altra persona. Tale cammino prevede alcune fasi:

1) chiedere a Dio il desiderio del perdono.

2) pregare per la persona

3) trovare delle giustificazioni al suo modo di comportarsi

4) offrire la ferita per la persona

5) fare un gesto concreto (mandare dei fiori, una lettera)

6) tutto questo deve permetterci di vivere con passione le situazioni esistenziali e di avere misericordia nel rinunciare a tutti i debiti che si stanno contraendo nell'attesa.

Dando il perdono scopriamo la potenza di Dio che abita in noi, facciamo esperienza di vita nello Spirito. Perdonando noi compiamo la nostra vocazione principale: diventare somiglianza di quell'immagine di Dio che è dentro di noi.


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