Quando Israele canta  

Tratto da una conferenza tenuta a Parigi da Léon Algazi  

 

Ho scelto il titolo di questa conferenza: quando Israele canta, ispirandomi al titolo del libro del padre De Menasce sulla mistica ebraica: quando Israele ama Dio, perché quando Israele ama Dio, Israele canta. La musica ebraica, è una musica antichissima, che come tutte le musiche, dall’ambito liturgico si estende a tutte le espressioni musicali della vita. La stessa cosa avvenne anche per la musica della Chiesa. Noi sappiamo che molti canti popolari sono usciti dal canto piano della Chiesa per rientrarvi più tardi, talvolta anche impoveriti, con elementi sentimentali e folcloristi. La musica ebraica è stata dunque prima di tutto musica del culto, della liturgia del tempio di Gerusalemme. Della composizione e dell’esecuzione di questa musica erano incaricati i Leviti, che erano allo stesso tempo compositori, cantori e musicisti. I libri delle Cronache ci parlano dettagliatamente di tutto questo. Qui non vogliamo controllare le cifre, ma appare senz’altro che il culto del tempio di Gerusalemme era un culto di un fasto grandioso.

Purtroppo ci mancano dati sicuri sulla musica di quel tempo e tutto ciò che è stato scritto è puramente ipotetico, perché manca qualsiasi documento musicale di quell'epoca. Mentre i greci possedevano un sistema di scrittura musicale, sembra che gli ebrei dell'epoca biblica non l'abbiano conosciuto, di modo che noi non possiamo assolutamente sapere come i Leviti suonavano e cantavano nel tempio di Gerusalemme. Le uniche tracce della liturgia del tempio le troviamo nella musica della Sinagoga. Questa tradizione musicale potrebbe anche essere sospetta, se non avesse avuto dei figli nel canto delle liturgie cristiane. Difatti il canto piano Romano, il Gregoriano, specie di retto tono, come anche il canto bizantino, sono usciti senza alcun dubbio dalla Sinagoga. E che cosa potevano cantare i primi cristiani, se non quello che avevano appreso dagli Apostoli, che a loro volta provenivano direttamente dalla Sinagoga? Se dunque uno sospettasse della purezza della tradizione sinagogale, possediamo la testimonianza delle due sorelle minori, la Chiesa romana e quella bizantina che attraverso innumerevoli documenti testimoniano dell'autenticità e purezza del canto sinagogale. Ora questa musica sinagogale è essenzialmente orientale, come lo è del resto il canto piano della Chiesa di Roma e quello delle Chiese d'oriente, anche se con modalità differenti. Dico orientale nel senso di mediorientale, di semitico. Le parole di Pio XI: spiritualmente siamo semiti, vale anche nel campo musicale; anche musicalmente siete dei semiti. Sì, il fondo della tradizione musicale della Chiesa è semitico, è ebraico. Non so se voi avete avuto mai l'occasione di andare in Medioriente, ma là, quando uno alza la voce per farsi sentire in pubblico, comincia a cantare.

Questo proclamare, gli orientali lo chiamano l'unzione. L'unzione è canto; L'ho constatato presso gli ebrei d'oriente e presso gli arabi. Si pensi solo al Muezzin che convoca i fedele alla preghiera. Come immaginarselo senza canto! La voce di chi canta convoca molto più di chi semplicemente parla. Mi ricordo dei predicatori itineranti ebrei, che cantavano la loro predicazione ed erano chiamati i Maggidim. Maggidim in ebraico significa colui che annunzia, proclama. Ho avuto la fortuna di poter ascoltare uno degli ultimi Maggidim. Venne a Parigi, prima della guerra, e predicò in una Sinagoga che oggi non esiste più. Era un vecchio meraviglioso. Veniva dalla Polonia e faceva un viaggio di propaganda religiosa. Essendosi fermato un sabato in questa piccola Sinagoga, predicò sul versetto: come un pastore egli fa pascolare il gregge… porta gli agnellini sul petto. Fin dalle prime parole era un solo canto ed è rimasto canto fino alla fine, così emozionante, che tutta l'assemblea singhiozzava. Io sono certo che quell'emozione era dovuta a quello che diceva il Maggid, ma anche al fatto che egli cantava con una bella voce di baritono, senza guizzi, in un modo che somigliava moltissimo alla proclamazione della Torah nella Sinagoga, oppure ad uno di quei lunghi brani di canto gregoriano. Purtroppo questi tipi di predicatori sono scomparsi, forse ce ne sarà ancora qualcuno negli Stati Uniti, ma la maggior parte di loro sono morti e, come voi sapete, non se ne trovano più, né in Russia, né in Polonia. Questo carattere orientale del canto non è soltanto un'espressione tecnica della struttura orientale del canto, ma è soprattutto l'espressione di uno spirito orientale, in cui l'inflessione della voce diventa una necessità, non è un ornamento al quale si ricorre per una preghiera. Il canto diventa una necessità.

Insisto, dicendo canto, non musica, perché la musica sinagogale non esiste, sì, per la verità n'esiste una, molto recente e poco ortodossa, ma nei tempi antichi nella Sinagoga esisteva solo il canto, perché, in segno di lutto per la distruzione del tempio di Gerusalemme, tutti gli strumenti furono banditi dal culto sinagogale come dice il salmo dell'esilio: sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion; ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Nell'esilio, dopo la distruzione del tempio, c'è rimasto un solo strumento, se lo volete chiamare così, il SHOFAR, il corno di montone, in cui si soffia alla festa di Rosh Hashanah e Yom Kippur, per ricordare al Signore il sacrificio di Isacco e per preparasi al suono dell'ultima tromba. Non si tratta di uno strumento musicale perché non produce una melodia, ma solo due o tre suoni acuti. Per questo noi non parliamo della musica sinagogale, ma del canto sinagogale. Questo canto lo si trova dovunque, ma prima di tutto nella proclamazione dei libri sacri. Non è concepibile una proclamazione di qualsiasi brano della Scrittura senza il canto. Dalla scrittura il canto è poi passato a tutte le preghiere e questo già prima della Sinagoga. Già nel tempio i salmi erano sempre cantati coll'accoppiamento di qualche strumento musicale, di cui troviamo i nomi indicati nei titoli di alcuni salmi. Così troviamo per esempio: sull'arpa a otto corde, sulla Githith, ecc… In ebraico si distingue tra cantare = shir, e cantare accompagnato da uno strumento = mezamer. Il canto dei salmi, accompagnati o no, si è esteso naturalmente al resto della liturgia. La Sinagoga, tuttavia, non poteva semplicemente imitare il culto del tempio, perché non c'è, né ci può essere, altro santuario di quello di Gerusalemme e dopo la sua distruzione se ne aspetta la ricostruzione da parte del Messia.

La Sinagoga non può sostituire in nessun modo l'aspetto sacramentale del tempio. Le sinagoghe perciò, contemporaneamente al tempio di Gerusalemme per più di quattro secoli hanno sviluppato poco a poco una liturgia autonoma. Questa liturgia si è sviluppata attorno allo shemà, attorno all'atto di fede d'Israele: Ascolta Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è l'unico! Amerai il Signore tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo essere e con tutte le tue forze. Così, attraverso una lunga e lenta elaborazione, si è formata tutta la liturgia della Sinagoga, le benedizioni che precedono e seguono lo Shemà, salmi e preghiere, come tuttora la conosciamo. Si è definito il culto sinagogale come un culto senza sacerdote, ed è esatto, ma è anche inesatto, perché l'officiante, il Chazan, come si dice oggi, non è un sacerdote e nemmeno il rabbino è sacerdote, ma tutta l'assemblea dei fedeli è sacerdotale, la comunità in preghiera è un sacerdote. D'altronde la preghiera liturgica non è valida senza la presenza di un minimo di dieci uomini.

E' meraviglioso che ciò che santifica la liturgia sinagogale non sono solo le parole o quello che si fa durante il culto, ma è il fatto che la comunità si raduna. Per questo i professionisti scelti per la loro pietà e la loro bella voce, erano chiamati Shaliach Tzibur che significa inviato della comunità, delegato per questo servizio dal popolo di Dio. E' dunque importante cantare il meglio possibile ma è più importante essere inviato dalla comunità. Da molto tempo, quelli che conducono la liturgia e quelli che officiano, ricevono una formazione tecnica. Anche oggi a Parigi esiste una scuola per il canto sinagogale. Ma prima, tali scuole non esistevano, c'erano solo maestri che formavano i propri discepoli ed era spesso un semplice fedele a guidare la liturgia. Questo era un grande onore e nel seno della comunità esisteva una grande emulazione, perché ciascuno aspirava a poter officiare secondo le regole di Mosè e di Israele. Naturalmente il canto ebraico non si è limitato alla sola Sinagoga, ha proliferato, prima di tutto è entrato nelle famiglie. Voi sapete che presso gli ebrei esiste una liturgia domestica, in cui il padre di famiglia esercita un vero e proprio sacerdozio e quindi deve saper cantare, e da cui nacque tutta una fioritura di cantori popolari, soprattutto di canti per bambini. Di ninna nanna, per esempio, ne esistono un numero incalcolabile ed io, che mi occupo di folklore, non conosco nessun popolo che abbia tanta musica popolare per i bambini come gli ebrei. Tutti questi canti sono però, in qualche modo, in funzione liturgica. Si predice e si augura la bambino di divenire un uomo istruito nella Torah, uno che sappia servire Dio. Poi esistono canti catechetici, canti corporativi, canti per i matrimoni, canti umoristici e tutti sono più o meno influenzati della liturgia sinagogale.

Questo non stupisce, visto che da quasi duemila anni la vita delle comunità ebraiche si svolge nei ghetti, tutt'attorno alla sinagoga. Perché la Sinagoga non è soltanto casa di preghiera, ma è luogo di riunione, casi di studio, dove le persone vanno ad incontrarsi, per scambiarsi notizie, per chiedere aiuto, per cercare lavoro ecc… Vivendo così ammucchiati. Durante tanti secoli, gli ebrei si sono impregnati, dell'ambiente sinagogale e , per conseguenza, tutto quello che hanno creato in seguito si è rivestito, più o meno apertamente, di un carattere religioso. Persino le canzoni umoristiche hanno una risonanza religiosa, tutto gira attorno allo stesso asse: i rapporti di dell'uomo con Dio. Certamente anche la Sinagoga lungo venti secoli ha subito varie trasformazioni. Basta pensare alla divisione dell'ebraismo in ebrei Sefarditi, che avevano il loro epicentro in Spagna, nei paese mediterranei ed in Medioriente e Ashkenasiti, che avevano il loro epicentro in Germania e che si trovano soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Ogni gruppo ha le sue liturgie, i suoi canti, che da un certo momento in poi, hanno beneficiato di una notazione, quello che nel canto cristiano si chiama i neumi. I primi a introdurre dei neumi, furono i rabbini di Tiberiade, che erano dei grammatici e dei musicisti. Li chiamavano Teamim (da taam = giusto) o Neghinoth (da neghinah = melodia).

Non so se avete mai osservato un testo ebraico punteggiato. Troverete vari segni per indicare le vocali, che però non si trovano nelle pergamene della Torah destinate alla proclamazione liturgica della parola. Nei nostri libri correnti troverete quindi questa punteggiatura, ma anche altri segni, appunto i teamim e neghinoth, che furono inventati verso il VII secolo d.C. (ma che sono meno precisi dei neumi cristiani, inventati verso l'anno mille), e che indicano solo la salita o discesa, una pausa o un vocalizzo, ma mai indicano, come fanno i neumi cristiani, la precisa altezza o durata della nota. E' proprio quest'imprecisione dei neumi ebraici che ha facilitato il fiorire di diverse tradizioni, ce ne sono più di quindici… Ho parlato della parentela che esiste tra il canto della Chiesa e quello della sinagoga, ma voglio segnalarvi anche una differenza fondamentale tra i due. Evidentemente l'accento drammatico che potete notare in certi canti liturgici ebraici non conviene per niente alla liturgia romana, sarebbe scandaloso che dei Canonici della Chiesa adottassero queste espressioni emotive! Questa è una discrepanza tra le due liturgie. La liturgia ebraica è patetica, veemente ed ha ereditato questo dai Profeti, la cui parola era veemente e patetica anche quando parlavano con Dio. L'ebreo ha conservato quest'impetuosità; per lui Dio è il re, ma è anche, e soprattutto il Padre, e per questo è molto raro che egli si metta in ginocchio, ma accade spesso che alzi la voce e qualche volta anche il pugno quando la storia gli cade addosso e deve lottare con Dio. Qual è l'attitudine religiosa più autentica? Ostentare davanti a Dio una serenità continua, o aprirsi a lui come un bimbo si apre a suo padre?


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