Insegnamento
tenuto a Chiaravalle Milanese, durante l'Incontro regionale dei Rinnovamento
lombardo, Pentecoste 1979.
Inizio
questo insegnamento richiamando un brano della Parola di Dio che si trova in
Luca, cap. 14; si tratta della parabola sulla scelta dell'ultimo posto a tavola,
che termina con la frase: "Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si
umilia sarà esaltato " (Lc 14,7-11).
Noi siamo convenuti qui, oggi, pieni di gioiosa attesa, perché vogliamo fare la
nostra Pentecoste. La Pentecoste è un evento grande per la Chiesa. Ma che cosa
possiamo mettere noi, di nostro, per fare la Pentecoste? Assolutamente niente!
La Pentecoste la decide solo Dio; la Potenza che scende dall'alto, scende
dall'alto e basta; non la si può strappare a forza dalla terra. Tutto ciò che
c'è di positivo, di dono, nella Pentecoste, ci viene da Dio; è il Padre che
stabilisce il modo, il tempo e la misura per ognuno.
Che cosa possiamo fare noi, allora, per avere la nostra Pentecoste, se non
possiamo fare nulla di "positivo"? Possiamo fare il vuoto, che
permetta allo Spirito Santo di venire! Creare il vuoto significa metterci in
atteggiamento di profonda, sincera umiltà davanti a Dio. In questo, Maria
preparò gli apostoli a ricevere la prima Pentecoste: li aiutò a farsi piccoli,
umili e docili. Basta saper leggere tra le righe. Quando gli apostoli si erano
trovati insieme l'ultima volta, in quello stesso cenacolo, prima della passione
del Signore, sappiamo che discutevano ancora tra loro chi fosse il più grande (cfr.
Le 22,24ss). Ora che Maria, "l'umile ancella", ha fatto loro scuola di
umiltà, durante quella memorabile "novena", ritroviamo gli stessi
uomini nello stesso posto, nel cenacolo, ma non discutono più su chi è il più
grande; sono invece "assidui e concordi nella preghiera".
Parliamo dunque dell'umiltà
poiché essa appare la migliore preparazione a ricevere lo Spirito Santo. Con
questo insegnamento intendo anche completare il discorso fatto a Rimini sulla
"sobria ebbrezza dello Spirito", sviluppando un punto che in
quell'occasione fu appena accennato. e precisamente il significato
dell'aggettivo "sobria". Che ci sia una "ebbrezza" dello
Spirito, come ci fu il giorno stesso di Pentecoste, questo dipende da Dio; ma da
noi dipende l'essere sobri",e oggi vediamo che questo vuol dire anche
essere "umili".
L'umiltà di Gesù
Gesù terminava la sua parabola degli invitati al banchetto dicendo che chi si
esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Ma cosa significa
"umiliarsi"? Sono sicuro che se domandassi a varie persone cos'è per
loro l'umiltà, otterrei tante risposte diverse, ognuna contenente una parte di
verità, ma incomplete. Se lo domandassi a un uomo che è portato per
temperamento alla violenza, a far valere il proprio punto di vista con forza,
forse mi risponderebbe: "l'umiltà è non alzare la voce, non fare il
prepotente in casa, essere più mite e arrendevole Se lo domandassi a una
ragazza, forse mi risponderebbe: "l'umiltà è non essere vanitosa, non
volere attirare
lo sguardo degli altri, non vivere solo per se stessi o per la facciata..."
Un sacerdote mi risponderebbe: "Essere umili significa riconoscersi
peccatore, avere un sentimento basso di se stesso Ma è facile capire che così
non si è toccata ancora la radice dell'umiltà.
Per scoprire la vera radice dell'umiltà bisogna, come sempre, rivolgersi
all'unico Maestro che è Gesù. Egli ha detto: "Imparate da me che sono
mite ed umile di cuore " (Mt 11,29). Per un po' di tempo, confesso che
questa frase di Gesù mi ha molto stupito. Infatti: dov'è che Gesù si mostra
umile? Leggendo il vangelo non si incontra mai la benché minima ammissione di
colpa da parte di Gesù. Questa è anzi una delle prove più convincenti
dell'unicità e della divinità di Cristo: Gesù è l'unico uomo che è passato
sulla faccia della terra, ha incontrato amici e nemici senza dover mai dire:
"Ho sbagliato!", senza chiedere mai perdono a nessuno, neppure al
Padre. La sua coscienza ci appare un cristallo: nessun senso di colpa la sfiora.
Di nessun altro uomo, di nessun fondatore di religione, si legge una cosa
simile.
Dunque Gesù non è stato umile, se per umiltà intendiamo parlare o sentire
bassamente di sé, ammettere di avere sbagliato. "Chi di voi - egli può
dire con sicurezza - può convincermi di peccato?" (Gv 8,46). Eppure questo
stesso Gesù dice con altrettanta sicurezza: "Imparate da me che sono mite
ed umile di cuore " (Mt 11,29). Allora vuol dire che l'umiltà non è
proprio quella cosa che il più delle volte noi pensiamo, ma qualcos'altro che
dobbiamo scoprire dai vangeli.
Che cosa ha fatto Gesù per essere e dirsi "umile"? Una cosa
semplicissima: si è abbassato, è sceso. Ma non con i pensieri o con le parole.
No, no; con i fatti! Con i fatti Gesù è sceso, si è umiliato. Trovandosi
nella condizione di Dio, nella gloria, cioè in quella condizione in cui non si
può né desiderare né avere niente di meglio, è sceso; ha preso la condizione
di servo, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte (cfr. Fil 2,6ss).
Una volta iniziata questa discesa vertiginosa da Dio a schiavo, non si è
fermato ancora; ha continuato a scendere, tutta la vita. Si mette in ginocchio
per lavare i piedi ai suoi apostoli; dice: "Io sto in mezzo a voi come
colui che serve" (Lc 22,27). Non si arresta finché non tocca il punto
oltre il quale nessuna creatura può andare, che è la morte, Ma proprio là,
nel punto estremo del suo abbassamento, lo raggiunge la potenza del Padre, cioè
lo Spirito Santo, afferra il corpo di Gesù nella tomba, lo vivifica, lo
risuscita e lo innalza alla sommità dei cieli, gli dà il Nome che è al di
sopra di ogni altro nome e ordina che ogni ginocchio si pieghi davanti a lui.
Ecco un esempio concreto, la realizzazione massima della parola: "Chi si
umilia sarà esaltato".
Vista in questo specchio, che è Gesù, l'umiltà ci appare dunque non una
questione di sentimenti, cioè un sentire se stessi in modo basso, ma una
questione di fatti. di gesti concreti; non una questione di parole, ma di realtà,
di azioni. L'umiltà è la disponibilità a scendere, a farsi piccoli e a
servire i fratelli; è la volontà di servizio. E tutto questo, fatto per amore,
non per altri scopi. Ci può essere un'attitudine al servizio dei fratelli anche
in persone non credenti; dobbiamo ammettere onestamente che ci sono intorno a
noi persone che non si dicono cristiane e tuttavia, in certi casi, ci danno
l'esempio nel collocarsi accanto ai poveri, agli emarginati. La differenza sta
nel fatto che, in un cristiano, tale disponibilità al servizio deve essere
ispirata e come sostanziata di amore.
In un certo senso, possiamo dire che l'umiltà è gratuità, è abbassarsi senza
alcun interesse proprio o calcolo. La parabola degli invitati al banchetto
prosegue con queste parole di Gesù: "Quando dai un banchetto, invita
poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da
ricambiarti" (Lc 14,13ss). Questo è un servizio gratuito, perché non ci
si aspetta nulla in cambio. In questo l'umiltà si rivela come la sorella
gemella della carità, come un aspetto di quella agape, di cui S. Paolo tesse
l'elogio nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi. Quando l'Apostolo dice
che la carità "non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto
...", intende dire che la carità è umile e l'umiltà è caritatevole.
Essere umile secondo il modello di Gesù significa dunque spendersi
gratuitamente, non vivere solo per se stessi (cfr. 2 Cor 5,15). Quando noi
cerchiamo il plauso, i riconoscimenti, manchiamo di umiltà perché rompiamo la
gratuità. In quel momento stiamo ricercando la nostra ricompensa. lo posso
andare in un posto a parlare e tornare a casa con una duplice ricompensa: o in
soldi, o in compiacenza di me stesso. In tutti e due i casi Gesù mi dice: Hai
ricevuto la tua ricompensa.
Umiltà e sobrietà
In noi, quasi mai l'umiltà è questa cosa così limpida e pura, cioè
abbassarsi a servire per amore. Essa comporta sempre anche qualcosa di negativo,
cioè un rinnegarsi, uno sconfessare ciò che c'è di distorto nelle nostre
intenzioni e nelle nostre azioni. Un discendere da noi stessi, prima che andare
verso gli altri. Quando è Gesù che "scende", lo fa da un'altezza
reale, oggettiva, perché è il Santo di Dio (cfr. Gv 6,69). Quando invece siamo
noi uomini a "scendere", non ci abbassiamo da un'altezza reale, vera,
ma da una pseudo-altezza, da una altezza falsa; ci abbassiamo da un'altezza alla
quale ci siamo indebitamente innalzati con l'orgoglio, con la vanità, con
l'ira... In noi perciò l'umiltà è sempre anche una virtù
"negativa", che serve a rinnegare qualcosa di cattivo che c'è in noi
per cui tendiamo a elevarci al di sopra del prossimo.
In questo senso si dice giustamente che l'umiltà è verità. E' ripristinare la
verità circa noi stessi, è riconoscere che il nostro posto non è stare sopra
gli altri, ma sotto. S. Teresa d'Avila ha scritto: "Mi chiedevo una volta
perché il Signore ama tanto l'umiltà, e mi venne in mente d'improvviso, senza
alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché egli è somma Verità e
l'umiltà è verità". Anche S. Paolo parla in questi termini dell'umiltà
quando dice: "Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla,
inganna se stesso" (Gal 6,3). Per l'Apostolo, si potrebbe dire che l'umiltà
è soprattutto sobrietà spirituale, cioè un sentire in modo sobrio, sano, non
eccessivo, non esaltato, di se stessi. Dice: "Non valutatevi più di quanto
è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta
valutazione" (Rm 12,3). Nell'originale greco, la frase suona:
"Valutatevi in modo sobrio". Poco dopo insiste dicendo: "Non
fatevi un'idea troppo alta di voi stessi" (Rm 12,16).
Quest'umiltà-sobrietà consiste dunque in un sano realismo che ci permette di
essere nella verità dinanzi a Dio. Noi non perseguiamo una verità astratta,
non vogliamo essere come lo psicanalista che cerca di portare l'uomo alla verità
su di sé, in modo che egli si liberi dai suoi complessi. Noi perseguiamo
un'altra verità; la verità che cerchiamo è quella che permette di essere veri
davanti a Dio, prima ancora che davanti a se stessi e agli altri, anche se
queste cose ne derivano di conseguenza.E' scritto di Dio che egli è buono e
generoso con l'uomo sincero, ma diventa l'astuto" con il perverso, cioè
con chi ha il cuore menzognero (cfr. Sal 18,27). Una cosa Dio esige sopra tutte
da chi si accosta a lui: 1a sincerità del cuore" (cfr. Sal 5 1,8)
L'umiltà di Dio
Dicevo che l'umiltà presenta in noi degli aspetti negativi, di rinnegamento, di
sacrificio, di croce, proprio perché noi siamo peccatori e abbiamo bisogno di
togliere il male che c'è in ogni nostra azione. Ma se è cosi, dove trovare
quell'umiltà allo stato puro che non finirà neppure con la morte e che non
dice alcuna relazione con il peccato?
La prima risposta che viene spontanea alle labbra è: in Gesù di Nazareth! Ma,
a pensarci bene, dobbiamo dire che neppure in lui si trova quell'umiltà allo
stato puro, senza alcuna relazione con il peccato. E' vero infatti che Gesù è
l'uomo senza peccato, innocente e santo; è vero che non aveva peccati propri,
tuttavia aveva preso su di sé i peccati degli altri uomini e davanti a Dio
figurava come "il peccato". Anche in Gesù, dunque, il suo umiliarsi
facendosi obbediente fino alla morte presenta un aspetto di espiazione, cioè di
riferimento al peccato. Solo nella seconda venuta, alla fine dei tempi - dice
l'epistola agli Ebrei - egli verrà senza più alcuna relazione con il peccato (cfr.
Eb 9,28).
Allora - insisto - dove troviamo l'umiltà allo stato puro, quel puro e gratuito
abbassarsi a servire per amore? Abbiamo bisogno di arrivare a toccare questo
fondamento perché da esso la virtù dell'umiltà trae tutta la sua forza e il
suo fascino. La troviamo in Dio, nella Trinità!
C'è una preghiera di S. Francesco d'Assisi, sicuramente autentica (si conserva
in Assisi, nella basilica del Santo, scritta di suo pugno); in questa preghiera
intitolata "Laudi di Dio Altissimo", il Poverello intreccia una lode
magnifica del Dio Uno e Trino, dicendo tra l'altro: "Tu sei carità, tu sei
sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei sicurezza, tu
sei giustizia, tu sei temperanza". Quando lessi la prima volta quell'espressione:
"Tu sei umiltà", dissi fra me: "Padre mio S. Francesco, qui non
ti capisco più! Forse ti sei lasciato prendere la mano; stavi facendo un elenco
delle virtù che si trovano in Dio e vi hai messo dentro anche l'umiltà, senza
pensare che l'umiltà è una virtù che non può trovarsi nella Trinità che è
tutta
gloria, santità, splendore". Ma sbagliavo io! Il Santo aveva ragione. Anzi
egli ci ha dato, con quelle parole, una delle definizioni più delicate e più
sublimi di Dio: Dio è umiltà!
Se umiltà significa scendere da se stessi per amore, Dio è umiltà perché,
dalla posizione in cui si trova, non può far altro che scendere; sopra di lui
non c'è nulla, perciò egli non può salire, innalzarsi. Quando fa qualcosa
"fuori di sé" (ad extra), Dio non può che "abbassarsi",
umiliarsi. Ed è quello che ha sempre fatto dalla creazione del mondo. La storia
della salvezza non è che la storia delle successive "umiliazioni" di
Dio. Così la vede infatti S. Francesco: "Ecco - scrive - ogni giorno egli
si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni
giorno discende dal seno del Padre sopra l'altare" (FF n. 144); e parlando
dell'eucaristia esclama: "Guardate, frati, l'umiltà di Dio!" (FF n.
221).
In seguito, mi sono accorto che questa era stata già un'idea familiare ai Padri
della Chiesa. Essi parlavano della synkatábasis di Dio, parola che, tradotta,
vuol dire "condiscendenza", cioè farsi piccolo per potersi accostare
all'uomo e scendere al suo livello. S. Giovanni Crisostomo - a cui tale termine
era particolarmente caro - dice che già la creazione è un atto della
condiscendenza di Dio; che la rivelazione biblica - il fatto che Dio si adatti a
balbettare il linguaggio umano - è un atto della condiscendenza di Dio; tale è
pure e soprattutto l'Incarnazione.
Ma anche la Pentecoste che stiamo celebrando è un atto di umiltà di Dio. Perché
parliamo di "discesa" dello Spirito Santo, se non per lo stesso
motivo, e cioè che ogni intervento di Dio a favore dell'uomo è una
condiscendenza, un umiliarsi? Nel caso della Pentecoste, lo Spirito Santo si
abbassa, assumendo dei poveri segni come sono il fuoco, il vento, le lingue. Si
abbassa ad abitare in povere creature di carne facendone il suo tempio.
(Soffermiamoci un istante in preghiera su questa scoperta; ringraziamo il
Signore perché ha voluto "uscire" da se stesso per amore nostro,
dandoci un meraviglioso esempio di umiltà).
Dopo ciò ho capito perché S. Francesco, nel "Cantico delle
creature", scrive: "Laudato si', mi' Signore, per sora aqua, la quale
è multo utile et humile et pretiosa et casta". L'acqua è umile perché,
come Dio, dalla posizione in cui si trova non sale mai, ma sempre scende,
scende, fino a raggiungere il punto più basso; tende sempre ad occupare
l'ultimo posto.
Dio è umiltà: che cosa abbiamo scoperto con ciò? Solo un'idea teologica in più?
No, abbiamo scoperto il vero motivo per cui dobbiamo essere umili. Noi dobbiamo
essere umili per essere figli del Padre nostro, per "riprendere" dal
nostro legittimo Padre. Perché se non siamo umili, noi non riprendiamo dal
Padre nostro che è nei cieli, ma da un altro padre ben diverso. Chi è,
nell'universo, colui che ha come suo movimento proprio il salire, il dare la
scalata? Chi è colui che dice: "Salirò in cielo, sulle stelle di Dio
innalzerò il mio trono... mi farò uguale all'Altissimo?" (Is 14,13-14).
Non lo nominiamo neppure, per non fargli questo onore nel giorno di Pentecoste,
tanto sappiamo bene di chi si tratta. Bisogna dunque essere umili per riprendere
dal Padre nostro, altrimenti Gesù deve dire anche a noi quello che diceva ai
farisei che si credevano figli di Abramo: '"Voi fate le opere di un padre
che non è Abramo..." (cfr. Gv 8,38ss).
Umili con chi? L'esercizio
dell'umiltà
Adesso possiamo porci la domanda iniziale: "Che cos'è l'umiltà", ma
da un altro punto di vista, molto più profondo. L'umiltà è un atteggiamento
verso noi stessi, verso gli altri, o verso Dio? Anni addietro, feci una
meditazione sull'umiltà in cui sostenevo che essa non è un atteggiamento verso
se stessi o verso gli altri, ma solo verso Dio. Adesso devo correggermi: l'umiltà
è tutto questo insieme: è un modo di stare davanti a sé, davanti agli altri e
davanti a Dio, pur rimanendo qualcosa di profondamente unitario.
Ho detto sopra che l'umiltà è sorella gemella della carità; come la carità
si esprime in due atteggiamenti legati intimamente tra di loro: "Ama il
Signore Dio tuo con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso", così
è dell'umiltà. L'umiltà vera consiste nell'essere umili con Dio e umili con
il prossimo: le due cose insieme. Non si può essere umili dinanzi a Dio, nella
preghiera, se non lo si è con i fratelli. Essere umili davanti a Dio significa
essere bambini, essere gli anawin biblici, cioè i poveri che non hanno
nessuno su cui appoggiarsi se non Dio solo; significa non confidare né nei
carri né nei cavalli, né sulla propria intelligenza, né sulla propria
giustizia. E tutto questo va benissimo. Ma se tu non sei umile con il fratello
che vedi, come puoi dire di essere umile con Dio che non vedi? Se tu non lavi i
piedi al fratello che vedi, cosa significa il tuo voler lavare i piedi a Dio che
non vedi? I piedi di Dio sono i tuoi fratelli! Come si vede, si possono dire
dell'umiltà le medesime cose che Giovanni dice della carità (cfr. I Gv 4,20).
Ci sono persone (io sono certamente tra queste), le quali sono capaci di dire di
se stesse tutto il male possibile e immaginabile; che, in preghiera, fanno delle
autoaccuse di una schiettezza e di un coraggio ammirevoli. Dunque, sono umili
davanti a Dio e verso se stessi. Ma appena un fratello accenna a prendere sul
serio le loro confessioni, o si azzarda a dire, di essi, una piccola parte di
quello che si son detti da soli, sono scintille! Non era vera umiltà la loro.
Il vero umile è colui che si guarda in Dio, in lui scopre ciò che è, e poi
trasfonde questa verità nel rapporto con i fratelli.
L'umiltà che stiamo scoprendo è un bene che scende dal cielo; essa è quel
"dono perfetto che viene dall'alto e discende dal Padre della luce" (cfr.
Ge 1, l 7). Non è una pianta che spunta naturalmente sulla nostra terra; il
mondo non la conosce. Questa è la sapienza dei Vangelo che confonde la sapienza
del mondo. Su questo terreno le due sapienze si scontrano frontalmente, tanto
che S. Paolo può dire: "Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo
mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo
mondo è stoltezza davanti a Dio" (1Cor 3,18ss).
Lo vediamo chiaramente intorno a noi: il mondo, invece di coltivare l'umiltà,
esalta l'orgoglio; quando si vuol fare un complimento a qualcuno, si dice che
"ha dell'orgoglio". Il mondo è strutturato sul valore dell'arrivismo,
del fare carriera, cioè salire più in alto nella scala sociale. Dalla scuola
in su, che cosa si inculca ai giovani se non di fare carriera, di affermarsi al
di sopra degli altri, di primeggiare?
Il modo di pensare di Gesù è semplicemente diverso di novanta gradi. E
tuttavia bisogna non cadere in errore. A che cosa mira l'umiltà evangelica?
Forse a creare una comunità di rassegnati, di gente inerte, priva di slancio,
che non traffica i talenti? Assolutamente no! Il filosofo che affermava questo (Nietzsche),
non aveva capito niente del Vangelo. L'umiltà evangelica non significa che tu
non devi trafficare i talenti ricevuti; al contrario. La differenza rispetto al
mondo è che questi tuoi talenti tu non li impieghi solamente per te stesso, per
porti al di sopra degli altri e dominarli, ma li impieghi per il servizio degli
altri; non per essere servito, ma per servire,
Umiltà nel matrimonio
Vorrei ora accennare ad alcuni ambiti particolari in cui l'umiltà si rivela
particolarmente necessaria. Anzitutto quello della famiglia: come e perché
essere umili nel matrimonio.
lo dico che l'umiltà è stata inventata da Dio anche per salvare i matrimoni.
Il matrimonio, inteso come l'amore tra l'uomo e la donna, nasce dall'umiltà.
Innamorarsi di un'altra persona - quando si tratta di un vero fatto di
innamoramento - è il più radicale atto di umiltà che si possa immaginare.
Significa andare da un altro e dirgli: lo non mi basto, io non sono sufficiente
a me stesso; ho bisogno del tuo essere. E' come stendere la mano e chiedere in
elemosina a un'altra creatura un po' del suo essere. Ripeto: è l'atto di umiltà
più radicale. Dio ha creato l'uomo bisognoso, mendicante; ha inscritto l'umiltà
nella sua stessa carne, quando li ha creati maschio e femmina, cioè incompleti.
Ne ha fatto, fin dall'origine, due esseri in movimento, in ricerca l'uno
dell'altro, "insoddisfatti" ognuno di se stesso. Ha posto così la
creatura umana come su un piano inclinato verso l'alto, non verso il basso,
perché l'unione doveva elevarlo dall'altro sesso, all'Altro per eccellenza che
è Dio stesso.
Dunque, il matrimonio nasce dall'umiltà, e se nasce dall'umiltà della
condizione umana non può sopravvivere che nell'umiltà. S. Paolo diceva ai
coniugi cristiani: "Rivestitevi... di sentimenti di misericordia, di bontà,
di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi
scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli
altri" (Col 3,12ss). L'umiltà e il perdono sono come il lubrificante che
permette, giorno per giorno, di sciogliere ogni principio di ruggine, di
abbattere i piccoli muri di incomprensione e di risentimento, prima che
diventino grandi muri che non si possono più abbattere. Gli sposi devono
vigilare a che 1`altro padre", quello spurio, non instauri tra di loro la
logica della ripicca, della rivincita... Non bisogna dare ascolto alla voce che
grida dentro: Perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Cedere non è
perdere, ma vincere, vincere il vero nemico dell'amore che è il nostro egoismo,
il nostro "io".
Umiltà nel Rinnovamento
Il Rinnovamento ha bisogno di famiglie rinnovate e le famiglie, abbiamo visto,
si rinnovano anche con l'umiltà. à l'amore, certo, che rinnova le famiglie, ma
è l'umiltà che rende possibile l'amore.
Ma in questa circostanza, devo dire una parola anche a proposito dell'umiltà
nel "Rinnovamento". Se il Rinnovamento, come è stato detto molto
giustamente, è "restituire il potere a Dio", allora Si capisce quanto
l'umiltà sia urgente nel Rinnovamento nello spirito. L'umiltà è ciò che
preserva il Rinnovamento dallo sciuparsi in cosa umana. Bisogna che
periodicamente noi rimettiamo il, potere nelle mani di Dio, e questo si fa con
l'umiltà. Bisogna che impariamo a dire, con l'Apocalisse e con la liturgia
della Chiesa: "Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei
secoli!".
Ogni volta che dimentichiamo questo e facciamo centro sulle persone, sono
disastri, come a Corinto. I nostri incontri di preghiera talvolta soffrono di
questo: non c'è abbastanza pulizia di tutto l'elemento umano. L'umiltà nel
Rinnovamento è importante quanto è importante l'isolante nell'elettricità. Più
alta è la tensione della corrente che passa in un filo, più deve essere spesso
ed efficiente l'isolante; altrimenti: corto circuito! Ricordo vagamente le
nozioni che ci inculcava, a questo proposito, il mio vecchio professore di
fisica al liceo: "L'isolante - diceva - è una materia inerte e vile, ma è
assolutamente indispensabile, come lo sono i fili di rame che trasportano la
corrente. Questi servono a trasportare la corrente, quello a non disperderla. I
progressi che si fanno nella tecnica della conduzione dell'elettricità devono
sempre essere accompagnati da un proporzionato progresso nella tecnica
dell'isolamento. Altrimenti, corto circuito!".
In particolare, l'umiltà deve risplendere negli animatori e in chi svolge
qualche ministero, come me in questo momento. Bisogna che ci lasciamo contestare
senza reagire subito come chi si sente offeso, bisogna che ci lasciamo ammonire
e correggere dai fratelli; bisogna che ci lasciamo sostituire e, anzi, che
preveniamo in ciò i responsabili, senza che debbano dircelo più volte prima
che capiamo.
Una tentazione possibile nel Rinnovamento è quella di volersi sempre trovare in
quel punto preciso dove, secondo noi, "passa" la corrente dello
Spirito, essere sempre nell'occhio del ciclone, cioè, fuori metafora, là dove
c'è la persona più famosa, il gruppo più dotato... Se il Signore ci fa capire
queste cose è perché ci vuole liberare da esse. E' bene voler essere nel punto
dove agisce lo Spirito di Dio; solo che il punto dove agisce lo Spirito non è
dove c'è la persona più in vista, perché lo Spirito di Dio è di preferenza
nel nascondimento. Se dunque noi vogliamo essere veramente nell'occhio del
ciclone dello Spirito, corriamo a occupare l'ultimo posto. Lì, lo Spirito trovò
Maria e la riempì della sua potenza.
Il Rinnovamento ha bisogno di vocazioni al nascondimento. Chi oggi sente per sé
questa vocazione, dica subito il suo "si", insieme con Maria. Bisogna
che ci lasciamo tutti strappare a fatica dall'ultimo posto; i fratelli devono
incontrare resistenza a tirarci via dal l'ultimo posto, non dal primo.
Occorre poi umiltà anche nei rapporti tra noi del Rinnovamento e i fratelli che
servono il Signore in altri gruppi e realtà ecclesiali. Mai una mentalità da
"eletti", che sciupa tutto. Non sentiamoci "carismatici",
nel senso di persone dotate di particolari poteri, di trascinatori, ma solo nel
senso di servitori dello Spirito.
Abbiamo ricercato la radice dell'umiltà e l'abbiamo scoperta in Dio; abbiamo
considerato il suo tronco, i rami; adesso cerchiamo di coglierne i frutti. I
frutti dell'umiltà sono tantissimi, e uno più squisito dell'altro, ma a me
piace soffermarmi su questi due soli frutti: l'umiltà attira la compiacenza di
Dio, l'umiltà ci riconcilia con i fratelli.
L'umile è guardato da Dio con occhio di padre, con tenerezza e simpatia. Il
profeta Isaia ci fa seguire lo sguardo di Dio che si volge qua e là per
l'universo in cerca di un posto dove posarsi, e non lo trova perché tutto è
suo, tutto è uscito dalle sue mani; finché trova un "cuore contrito e
umiliato" e in esso si riposa (cfr. Is 66.2). E' scritto:"Eccelso è
il Signore e guarda verso l'umile, ma al superbo volge lo sguardo da
lontano" (Sal 138,6). Come il Signore, dalla posizione in cui è, non può
salire sopra di sé, così, si direbbe, non può guardare sopra di sé; come non
può che scendere, così non può che guardare in basso. "Se tu ti innalzi,
egli si allontana da te, se invece ti abbassi, egli si inchina verso di te"
(S. Agostino, Ser. 21,2). Per questo Maria dice: "Ha guardato l'umiltà
della sua serva " (Lc 1,48).
L'altro frutto, dicevo, riguarda i fratelli. L'umiltà conquista gli uomini. à
una cosa curiosa: il mondo non coltiva l'umiltà, gli uomini in genere non sono
umili; tuttavia sanno riconoscere a prima vista chi è umile e non sanno
resistere all'umile. Non c'è difesa, né del Rinnovamento, né della Chiesa,
che valga tanto quanto un atto di vera umiltà.
Termino recitando con voi il Salmo 131 che canta proprio i frutti dell' umiltà:
"Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il
mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze (la
sobrietà!), lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua
madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia ".