Un tempo per Dio

Guida pratica per la vita di preghiera personale

Padre Jaques Philippe

Edizioni Rinnovamento nello Spirito Santo

Cap. I - L'orazione non è una tecnica, ma una grazia

 

1. L'orazione 

Per perseverare nella vita di preghiera occorre assolutamente evitare sin dall'inizio di lasciarsi fuorviare su false piste. E’quindi indispensabile comprendere quello che è specifico della preghiera cristiana e che la distingue da altre pratiche spirituali. Ciò è tanto più necessario per il fatto che il materialismo della nostra cultura suscita, come reazione, una sete di assoluto, di mistico, di comunicazione con l'Invisibile, che è buona, ma rischia spesso di deviare in esperienze deludenti, se non distruttive. 

La prima verità fondamentale che dobbiamo comprendere, senza la quale non si può andare molto lontano, è che la vita di preghiera non è frutto di una tecnica, ma un dono da accogliere. Santa Giovanna di Chantal diceva: “Il miglior metodo di orazione è di non averne, poiché l'orazione non si ottiene mediante un artificio (oggi si direbbe: con una tecnica), ma per grazia". 

Non c'è un metodo di preghiera, nel senso che non c'è un insieme di ricette, di procedimenti che basterebbe applicare per pregare bene. La vera preghiera  è un dono che Dio fa gratuitamente; si tratta di comprendere come accoglierlo. 

Bisogna insistere su questo punto, specialmente oggi, a causa dell'ampia diffusione nel nostro mondo dei metodi orientali di meditazione, come lo yoga, lo zen ecc... e a motivo pure della nostra mentalità moderna, che vuol ridurre tutto a delle tecniche. 

A causa, infine, di una tentazione permanente dello spirito umano di fare della vita, anche della vita spirituale, qualcosa che si possa manipolare a proprio piacimento, si ha spesso, più o meno coscientemente, un'immagine falsa della vita di preghiera, come di una specie di yoga cristiano: si progredirebbe, cioè, nella preghiera con procedimenti, concentrazione mentale, raccoglimento, con adeguate tecniche di respirazione, atteggiamenti corporei e con la ripetizione di certe formule, ecc... Una volta che, per abitudine, questi elementi fossero ben padroneggiati, consentirebbero all’individuo di accedere a uno stato di coscienza superiore. 

Tale modo di intendere, soggiacente alle tecniche orientali, influisce a volte sulla concezione che noi abbiamo della preghiera e della vita mistica del cristianesimo e ne da una visione del tutto errata. 

Errata, perché induce ad adeguarsi a metodi nei quali, sostanzialmente, è lo sforzo umano ad essere determinante mentre, nel cristianesimo, tutto è grazia, tutto è dono gratuito di Dio. E’ vero che può esserci una certa affinità tra l’asceta o lo “spirituale" orientale e il contemplativo, ma tale affinità è del tutto esteriore; quanto all'essenza delle cose, sono due universi completamente diversi e persino incompatibili. 

La differenza essenziale e quella già indicata. In un caso, si tratta di una tecnica, di un'attività che dipende essenzialmente dall’uomo e dalle sue capacità, anche se spesso si pretende di fare appello a facoltà particolari, che, nel comune mortale, sarebbero rimaste inerti, non coltivate e che il metodo di “meditazione orientale" si propone di mettere in risalto e di sviluppare. Nell'altro caso invece si tratta di Dio, che dona liberamente e gratuitamente all'uomo. Anche se, come vedremo, una certa iniziativa e attività dell’ uomo hanno la loro parte, tutto l'edificio della vita di orazione riposa sull'iniziativa di Dio e sulla sua grazia, cosa che non bisogna mai perdere di vista perché, anche senza cadere nella confusione descritta sopra, accade che una delle tentazioni permanenti e talora sottili della vita spirituale è di farla poggiare sui nostri sforzi personali e non sulla misericordia gratuita di Dio. 

Le conseguenze di ciò che abbiamo affermato sono numerose e molto importanti. Ne passeremo in rassegna alcune. 

2.   Alcune conseguenze immediate 

La prima conseguenza è che, sebbene alcuni metodi o esercizi possano aiutarci  nella preghiera, non bisogna annettervi eccessiva importanza e far poggiare tutto su questo. Sarebbe come centrare la vita di preghiera su noi stessi e non su Dio, il che è proprio l'errore da non commettere! Non bisogna nemmeno credere che basterà fare un po' di allenamento o apprendere certi "trucchi" per sbarazzarci delle nostre difficoltà nella preghiera, delle nostre distrazioni, ecc... La logica profonda che ci fa progredire e crescere nella vita spirituale è di tutt'altra natura. D'altronde , è una fortuna perché se l'edificio della preghiera dovesse basarsi sul nostro agire, non andremmo molto lontano. 

Santa Teresa d'Avila afferma che "tutto l'edificio dell'orazione è fondato sull'umiltà", sulla convinzione cioè che da noi stessi non possiamo far nulla, ma che è Dio e lui solo che può produrre nella nostra vita un qualsiasi bene. Tale convinzione può sembrare un po' amara per il nostro orgoglio, ma è assai liberatoria poiché Dio, che ci ama, ci porterà infinitamente più lontano e più in alto di quanto noi sapremmo fare con i nostri sforzi personali. 

Il nostro principio fondamentale ha un'altra conseguenza liberante.

Rispetto a una qualsiasi tecnica vi sono sempre persone dotate e altre che non lo sono. Se la vita di preghiera fosse questione di tecnica, avverrebbe questo: vi sarebbero persone capaci di fare preghiera e altre no. E’ vero che vi sono persone più portate a raccogliersi, ad avere bei pensieri, rispetto ad altre. Ma questo non ha alcuna importanza. Ciascuno, secondo la propria personalità, con i suoi doni e le sue debolezze, è capace, se corrisponde fedelmente alla grazia divina, di una vita di preghiera molto profonda. 

La chiamata alla preghiera, alla vita mistica, all'unione con Dio nella preghiera, è universale come la chiamata alla santità perché l'una non procede senza l'altra. Assolutamente nessuno è escluso. Gesù, quando dice: “Pregate in ogni momento" (Lc 21,36) e “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6) non si rivolge a una élite scelta, ma a tutti senza distinzione. 

Altro oggetto fondamentale, che orienterà tutto il seguito della nostra esposizione.

Se la vita di preghiera non è una tecnica da padroneggiare, ma una grazia da accogliere, un dono che viene da Dio, la cosa più importante, quando se ne parla, non è di discutere dei metodi, di dare ricette, ma di far comprendere quali sono le condizioni che permettono di accogliere tale dono. Queste condizioni consistono in certi atteggiamenti interiori, in certe disposizioni del cuore. In altri termini, ciò che assicura il progresso nella vita di preghiera e la rende fruttuosa non è tanto il modo con cui si prega, quanto le disposizioni interiori con le quali ci si accosta alla vita di preghiera e si continua il cammino in essa. Il compito principale che ci spetta e di sforzarci di acquistare, conservare e approfondire tali disposizioni del cuore. Il resto sarà opera di Dio.   

3. La fede e la fiducia, basi dell'orazione

La prima disposizione, e direi la fondamentale, è un atteggiamento di fede.

Come avremo occasione di ripetere, la vita di orazione comporta una parte di lotta e, in questa lotta, l'arma essenziale è la virtù teologale della fede, ricevuta da ogni cristiano nel battesimo. La fede è quella capacità che il credente ha di comportarsi non secondo impressioni, pregiudizi o idee ricevute dal proprio ambiente, ma secondo ciò che gli dice la Parola di Dio che non può mentire. La virtù della fede, così compresa, è la base della preghiera; la sua pratica ha diversi aspetti.

Fede nella presenza di Dio

Quando ci mettiamo a pregare da soli di fronte a Dio, nella nostra camera, in un oratorio o davanti al Santissimo Sacramento, dobbiamo credere con tutto il nostro cuore che Dio è presente. Indipendentemente da tutto ciò che possiamo sentire o non sentire, dai nostri meriti, dalla nostra preparazione, dalla nostra capacità o meno di formulare bei pensieri e qualunque sia la nostra situazione interiore, Dio è là accanto a noi, ci guarda e ci ama, Egli è là, non perché lo meritiamo o lo sentiamo; egli è là, perché ce l'ha promesso: " ... entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è là nel segreto. " (Mt 6,6).

Qualunque sia il nostro stato di aridità, la nostra miseria, l'impressione che Dio sia assente, anzi che ci abbandoni, non dobbiamo mai mettere in dubbio questa presenza amante e accogliente di Dio accanto a chi le prega, "Colui che viene a me, non lo respingerò" (Gv 6,37).

Ancor prima che noi ci mettiamo alla sua presenza, Dio è già là, poiché è lui che ci invita ad incontrarlo, lui che è nostro Padre, ci attende e, molto più di quanto noi stessi facciamo, cerca di entrare in comunione con noi. Dio ci desidera infinitamente più di quanto noi desideriamo Lu i. 

Fede che tutti sono chiamati ad incontrare Dio nella preghiera e che Dio dona la grazia necessaria per questo incontro

Nonostante le nostre difficoltà, resistenze, obiezioni, dobbiamo credere fermamente che tutti, senza eccezioni, sapienti o ignoranti, giusti o peccatori, persone equilibrate o profondamente ferite, sono chiamate a una cena vita di orazione in cui Dio si comunicherà loro. E, dato che Dio chiama ed è giusto, egli donerà a tutti le grazie necessarie a perseverare nella preghiera e a fare di questa vita di preghiera un'esperienza profonda e meravigliosa di comunione con la sua stessa vita intima. 

La vita di preghiera non è riservata a una élite di "spirituali", ma è per tutti, L'espressione spesso ripetuta "questo non è per me; è buono per persone più sante o migliori di me" è contraria al Vangelo. Inoltre, dobbiamo credere che, nonostante gli ostacoli e la nostra debolezza, Dio ci donerà la forza necessaria a perseverare. 

Fede nella fecondità della vita di orazione

Se il Signore ci chiama alla vita di preghiera, è perché essa è sorgente per noi di un'infinità di beni. Essa ci trasforma interiormente, ci guarisce, ci santifica, ci fa conoscere e amare Dio, ci rende ferventi e generosi nell'amore del prossimo. Chi intraprende la vita di preghiera deve essere assolutamente sicuro che, per il fatto stesso che persevererà, riceverà tutto ciò e molto di più. Anche se talvolta abbiamo l'impressione del contrario, che cioè la vita di preghiera è sterile, che si scalpita senza avanzare, che fare orazione non cambia niente; e, ancora, se ci pare di non cogliere nella nostra vita i frutti scontati della preghiera, non ci si deve scoraggiare, ma essere convinti che Dio manterrà la sua promessa: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.  Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto" (Lc 11,9-10). Chi persevera nella confidenza riceverà infinitamente più di quello che osa chiedere o sperare; non perché lo meriti, ma perché Dio l'ha promesso.

Una tentazione frequente è quella di abbandonare la preghiera perché non si vedono abbastanza presto i frutti. Questa tentazione deve essere immediatamente respinta da un atto di fede nella promessa di Dio, che si compirà a suo tempo: "Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta dei Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina" (Gc 5,7-8). 

4. Fedeltà e perseveranza 

Da quanto abbiamo detto deriva una conseguenza pratica assai importante. 

Chi si impegna nella vita di preghiera deve mirare in primo luogo alla fedeltà. Ciò che importa anzitutto non è tanto che la preghiera sia bella e ben riuscita, ricca di pensieri e di sentimenti profondi, ma che sia perseverante e fedele. Se posso esprimermi così: non si deve mirare come prima cosa alla qualità della preghiera, ma si deve mirare anzitutto alla fedeltà della preghiera.La qualità sarà frutto della fedeltà. Un tempo di orazione povero, arido, distratto, relativamente breve, ma che si protrae fedelmente tutti i giorni, vale di più e sarà infinitamente più fecondo, per il nostro progresso, di lunghe preghiere infiammate, fatte una volta tanto, quando si è favoriti dalle circostanze.

Per quanto riguarda la vita di preghiera, la prima lotta da vincere (dopo la decisione di impegnarsi seriamente) è quella della fedeltà ad ogni costo, secondo un certo ritmo che abbiamo fissato. E questa lotta non è facile. Il demonio cerca di distoglierci con ogni mezzo dalla fedeltà alla preghiera, tanto egli ne conosce la posta in gioco...Chi è fedele alla preghiera sfugge o, almeno, è sicuro di sfuggirgli completamente un giorno. Allora egli fa di tutto per impedire questa fedeltà. Ritorneremo su questo punto. Per ora ricordiamo che vale di più un'orazione povera, ma regolare e fedele, piuttosto che momenti di preghiera sublimi, ma episodici. E' la fedeltà, e solo la fedeltà, che permette alla vita di orazione di avere tutta la sua meravigliosa fecondità.

Come avremo occasione di ripetere spesso, la preghiera è in definitiva un esercizio dell'amore di Dio. Ma per noi uomini, inseriti nel corso del tempo, non c'è amore vero senza fedeltà. Come pretendere di amare Dio se non si è fedeli agli appuntamenti della preghiera? 

5. Purezza di intenzione 

Dopo la fede e la fedeltà (la fedeltà è l'espressione concreta della fede), un altro atteggiamento interiore fondamentale, per chi vuole perseverare nella preghiera, è la purezza di intenzione. 

Gesù dice: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8). Il puro di cuore, secondo il Vangelo, non è colui che è senza peccato, che non ha mai nulla da rimproverarsi, ma chi è animato, in tutto quanto compie, dall'intenzione sincera di dimenticare se stesso per piacere a Dio, (il vivere non per sé, ma per lui). 

Questa disposizione è indispensabile in colui che vuol fare orazione. Si deve pregare non per ricercare se stessi, per compiacersi, ma per compiacere Dio. 

Senza di ciò non si potrà perseverare nella preghiera. Chi ricerca se stesso, la propria soddisfazione, abbandonerà ben presto la preghiera quando essa diventerà difficile, arida e non gli darà più il piacere e il gusto che si attendeva. L'amore vero è puro, nel senso che non ricerca il proprio interesse, ma ha come unico scopo la gioia dell'amato. 

Così, noi dobbiamo pregare non per le gratificazioni o i benefici che ne traiamo (anche se questi benefici sono immensi!), ma soprattutto per compiacere Dio, perché lui ce lo chiede. Non tanto per la nostra gioia, ma per la gioia di Dio. 

Tale purezza di intenzione è esigente, ma è anche molto liberatoria e pacificante. Chi ricerca se stesso si scoraggia e quando la preghiera "non va", diventa subito inquieto. Chi ama Dio con cuore puro non si turba: se la preghiera è difficile ed egli non prova nessuna soddisfazione, non ne fa un dramma, ma si consola molto presto, dicendo a se stesso che ciò che conta è dare del tempo a Dio gratuitamente, per la sola sua gioia! 

Si potrebbe obiettare: "e' assai bello amare Dio con tale purezza, ma chi ne è capace?". 

E vero, la purezza di intenzione che abbiamo descritto è indispensabile, ma essa non può essere acquisita completamente fin dall'inizio della vita spirituale; ci è chiesto soltanto di tendere ad essa consapevolmente e di metterla in pratica il meglio possibile, nei momenti di aridità, durante i quali deve essere particolarmente esercitata. E' assai evidente che ogni persona che fa un cammino spirituale ricerca in parte se stessa nel momento stesso che ricerca Dio. Ciò non è grave, purché non si continui ad aspirare a un amore più puro. 

E questo merita di essere detto per smascherare un'insidia frequente, di cui il demonio, l'accusatore, si serve per renderci inquieti e abbatterci: egli mette in evidenza che il nostro amore per Dio è ancora molto imperfetto e debole, che c'é ancora molta ricerca di noi stessi nella nostra vita spirituale... in maniera tale che ciò ci avvilisca. 

Tuttavia, quando abbiamo l'impressione di ricercare ancora molto noi stessi nella preghiera, dobbiamo non tanto turbarci, quanto piuttosto esprimere a Dio, con semplicità, il nostro desiderio di amarlo con amore puro e disinteressato e abbandonarci totalmente a lui con fiducia, poiché lui stesso si incaricherà di purificarci. Volerlo fare con le nostre forze, distinguere in noi stessi il puro dall'impuro, per sbarazzarci di questa zizzania prima del tempo, sarebbe semplice presunzione, rischieremmo di strappare anche il buon grano (cfr Mt 13, 20-24). 

Lasciamo agire la grazia di Dio; accontentiamoci di perseverare fiduciosamente e di sopportare, con pazienza, i momenti di aridità che Dio non mancherà di permettere, al fine di purificare il nostro amore per lui. 

Diciamo, ora, due parole a proposito di un'altra tentazione che a volte può presentarsi. 

Si è detto che la purezza di intenzione consiste nel cercare di piacere a Dio piuttosto che a se stessi. A volte, quindi, il demonio cercherà di scoraggiarci con questa argomentazione: "Come puoi pretendere che la tua preghiera piaccia a Dio con tutta la tua miseria e i tuoi difetti?". Bisogna allora rispondere con una verità, che è il "cuore" del Vangelo e che la piccola S. Teresa è stata incaricata dallo Spirito Santo di ricordarci: "L'uomo non piace a Dio per le sue virtù e i suoi meriti, ma anzitutto per la fiducia senza limiti che egli ha nella misericordia divina". Ritorneremo su questo argomento. 

6. Umiltà e povertà di cuore

Abbiamo già citato il pensiero di Santa Teresa d'Avila: "Tutto l'edificio dell'orazione è fondato sull'umiltà".

In effetti esso è fondato non sulle capacità dell'uomo, ma sull'azione della grazia divina. Dice la Scrittura: "Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili" (1 Pr 5,5) 

L'umiltà, quindi, fa parte di quegli atteggiamenti fondamentali dei cuore, senza i quali la perseveranza nella preghiera è impossibile. 

L'umiltà è la capacità di accettare con pace la propria radicale povertà, poiché si pone tutta la propria fiducia in Dio. L'umile accetta gioiosamente di essere nulla, perché Dio è tutto per lui. Egli non considera la sua miseria come un dramma, ma come un'occasione: essa, infatti, dà la possibilità a Dio di manifestare quanto egli è misericordioso. 

Senza l'umiltà non si può perseverare nella preghiera che, inevitabilmente, è un'esperienza di povertà, di spogliamento, di nudità. Nelle altre attività spirituali o nelle altre forme di preghiera, si ha sempre qualcosa cui appoggiarsi: una certa abilità che si mette in azione, il sentimento di fare qualcosa di utile, ecc... Oppure, nella preghiera comunitaria, ci si può appoggiare sugli altri. 

Nella solitudine e nel silenzio davanti a Dio, al contrario, ci si ritrova senza appoggio, di fronte a se stessi e alla propria povertà. Ora, noi facciamo una fatica terribile ad accettarci poveri; per questo l'uomo ha una tendenza naturale a fuggire il silenzio. Nell'orazione è impossibile evitare questa esperienza di povertà. E' vero che sovente si farà l'esperienza della dolcezza e della tenerezza di Dio, ma assai spesso sarà la nostra miseria a venire a galla: la nostra incapacità di pregare, le nostre distrazioni, le ferite della nostra memoria e della nostra immaginazione, il ricordo dei nostri sbagli e dei nostri fallimenti, le nostre inquietudini per l'avvenire, ecc... L'uomo troverà, quindi, mille pretesti per fuggire questa inazione davanti a Dio che gli svela il suo nulla radicale, perché, in definitiva, egli rifiuta di accettare di essere povero e fragile.

Ma è proprio questa accettazione fiduciosa e gioiosa della nostra debolezza ad essere la sorgente di tutti i beni spirituali: "Beati i poveri in spirito (coloro che hanno un'anima da poveri) poiché di essi è il Regno dei cieli" (Mt 5,3). 

L'umile è colui che persevera nella vita di preghiera senza presunzione, senza contare su di sé, che nulla considera come dovuto, che non si crede capace di fare alcunché con le sue sole forze, che non si stupisce di avere difficoltà, fragilità, cadute ricorrenti, ma sopporta tutto con calma, senza drammatizzare, riponendo in Dio tutta la sua speranza, sicuro di ottenere dalla misericordia divina tutto quanto è impotente a fare o a meritare con le proprie forze. 

Poiché mette la sua fiducia non in se stesso ma in Dio, l'umile non si scoraggia mai, e questa è la cosa più importante. "E' lo scoraggiamento che perde le anime", dice Libermann. La vera umiltà e la fiducia vanno sempre di pari passo. 

Non bisogna mai lasciarci sconcertare, ad esempio, dalla nostra tiepidezza e dal nostro poco amore di Dio. Un principiante nella vita spirituale, leggendo la vita o gli scritti dei santi, può talvolta scoraggiarsi di fronte alle loro espressioni ardenti di amore per Dio, da cui si sente molto lontano. Dice a se stesso che non arriverà mai ad amare con tale ardore. E' questa una tentazione assai comune. Perseveriamo nella buona volontà e nella confidenza: Dio stesso metterà in noi l'amore con cui  potremo amarlo. L'amore forte e ardente per Dio non è naturale, ma è infuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo, e ci verrà dato se lo chiederemo con l'insistenza della vedova del vangelo. Non sono sempre coloro che hanno più fervore sensibile all'inizio ad andare più in alto nella vita spirituale, tutt'altro!  

7. La determinazione a perseverare

Da quanto è stato detto risulta che, nella preghiera, la lotta più decisiva è quella della perseveranza. Perseveranza per la quale Dio ci donerà la grazia, se la chiediamo con fiducia e se siamo ben decisi a fare quanto dipenderà da noi.

Occorre una buona dose di determinazione, soprattutto all'inizio. Santa Teresa d'Avila insiste moltissimo su tale determinazione: "Ritorno, dunque, a coloro che vogliono seguire questa strada senza più fermarsi fino a che non siano giunti all'acqua viva. Essendo molto importante conoscere come incominciare, dicevo che si deve prendere una risoluzione ferma e ben determinata di non fermarsi mai fino a che non si abbia raggiunto quella fonte. Accada quel che vuol accadere, succeda quel che vuol succedere, mormori chi vuol mormorare, si fatichi quanto bisogna faticare, ma, a costo di morire a mezza strada o pur scoraggiati davanti ai molti ostacoli che si presentano, si tenda alla mèta, crollasse il mondo intero!" (Cammino di perfezione, c. 21,2).

Ora proporremo alcune considerazioni destinate a fortificare tale determinazione e a smascherare insidie, falsi ragionamenti, o tentazioni che possono scuoterla.

Senza vita di orazione, nessuna santità

Occorre anzitutto essere ben convinti dell'importanza vitale della preghiera. "Chi fugge l'orazione, fugge tutto ciò che è buono", dice San Giovanni della Croce. Tutti i santi hanno fatto orazione. I più impegnati nel servizio del prossimo erano anche dei contemplativi. San Vincenzo de' Paoli iniziava ogni sua giornata con due o tre ore di orazione.

Senza preghiera è impossibile progredire spiritualmente: si può aver vissuto momenti molto forti di conversione, di fervore, si può aver ricevuto grazie immense, ma senza fedeltà all'orazione, la nostra vita cristiana arriverà prestissimo a un punto in cui si arresterà. Senza preghiera infatti non possiamo ricevere tutto l'aiuto di Dio, necessario a trasformarci e a santificarci in profondità. La testimonianza dei santi è unanime al riguardo.

Si obietterà che la grazia santificante ci è data anche e soprattutto con i sacramenti. L'eucaristia è in sé più importante dell'orazione. E' vero, ma senza una vita di orazione, i sacramenti stessi avranno un'efficacia limitata. Essi conferiscono certamente la grazia, ma essa rimane in parte sterile perché manca il "terreno buono" per accoglierla. Ci si può chiedere, ad esempio, perché tante persone si comunicano molto di frequente e non sono sante. Spesso la causa è una mancanza di vita di orazione. L'eucaristia non porta quei frutti di guarigione interiore e di santificazione che dovrebbe portare, perché non è ricevuta in un clima di fede, di amore, di adorazione, di accoglienza di tutto l'essere, clima che può essere creato solamente dalla fedeltà alla preghiera. Ed è così anche per gli altri sacramenti.

Se una persona, anche molto praticante e impegnata, non fa dell'orazione un atto abitudinario, mancherà sempre qualcosa allo sviluppo della sua vita spirituale.

Ella non troverà una vera pace interiore; sarà sempre soggetta ad eccessive inquietudini- vi sarà sempre qualcosa di negativo in tutto quello che farà: attaccamenti alla propria volontà, tracce di vanità, ricerca di sé, ambizione, meschinità di cuore e di giudizio, ecc... Non esiste purificazione profonda e radicale del cuore senza una consuetudine di preghiera. Senza orazione infatti si rimane sempre, più o meno, nell'ambito di una saggezza e prudenza umane e non si accede alla vera libertà interiore. Non si conosce veramente, dal di dentro, la misericordia di Dio e non si è in grado neppure di farla conoscere agli altri. Il nostro giudizio rimane meschino e incerto e non si è capaci di entrare veramente nelle vie di Dio, che sono molto diverse da ciò che molti immaginano, anche tra le persone dedite alla vita spirituale.

Certe persone, ad esempio, fanno un'esperienza di conversione molto bella nel Rinnovamento. L'effusione dello Spirito è un incontro luminoso e sconvolgente con Dio, ma a volte, al termine di alcuni mesi o di qualche anno di un cammino fervoroso, si finisce per stazionare e perdere una certa vitalità spirituale. Perché? Forse perché Dio ha ritirato la sua mano? Certamente no. "I doni di Dio sono senza pentimento" (Rm 11,29).

Il fatto è che non si è saputo rimanere permanentemente aperti alla sua grazia, facendo sfociare l'esperienza del Rinnovamento in una vita di orazione.

Il problema della mancanza di tempo

Io vorrei, sì, pregare, ma non ho tempo". Quante volte abbiamo sentito questa espressione. E vero che in un mondo sovraccarico di attività come il nostro, la difficoltà è reale e non si può sottovalutare.

Bisogna, tuttavia, rilevare che questo non è sempre il vero problema. Si tratta piuttosto di sapere ciò che conta realmente nella nostra vita. Un autore contemporaneo, padre Descouvemont, dice con humor che non si è mai visto nessuno morire di fame perché gli mancava il tempo per mangiare. Si trova (o piuttosto si prende!) sempre il tempo per fare ciò che è considerato vitale.

Prima di dire che non abbiamo tempo per pregare, incominciamo ad interrogarci sulla nostra gerarchia di valori, su ciò che è veramente prioritario per noi.

Mi permetterò un'altra riflessione. Uno dei grandi drammi della nostra epoca è che non siamo più capaci di trovare tempo gli uni per gli altri, di essere presenti gli uni agli altri. E ciò causa molte ferite. Tanti sono i bambini chiusi e delusi, feriti perché i genitori non sanno dedicare loro gratuitamente un momento di tempo, di tanto in tanto, senza avere nient'altro da fare se non "essere" con il bambino. Ci si occupa di lui, ma sempre facendo altra cosa o essendo assorbiti da un'altra preoccupazione, senza essere veramente "per lui", "con lui", senza che il cuore sia disponibile. Il bambino lo sente e ne soffre. Se impariamo a dare tempo a Dio, senza dubbio saremo anche più capaci di trovare tempo per essere presenti gli uni agli altri. Essendo attenti a Dio, impareremo ad essere attenti agli altri.

A proposito di questo problema del tempo, dobbiamo fare un atto di fede nella promessa di Gesù:

... non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto... " (Mc 10,29-30). E' legittimo applicare ciò anche al tempo: chi rinuncia a un quarto d'ora di televisione per la preghiera, riceverà il suo compenso già in questa vita; il tempo dato gli sarà reso al centuplo, non in quantità, ma in qualità.

Se prego, Dio mi darà la grazia di vivere in modo molto più fecondo ogni istante della mia vita.

Il tempo dato a Dio non è tempo rubato agli altri

Per perseverare nella preghiera, bisogna dunque essere ben convinti (smascherando certi tentativi di colpevolizzarsi, basati su di una falsa concezione della carità) che il tempo dato a Dio non è mai tempo rubato agli altri, rubato a coloro che hanno bisogno del nostro amore e della nostra presenza. Al contrario, la nostra fedeltà ad essere presenti a Dio garantisce la nostra capacità di essere presenti agli altri e di amarli in verità.

L'esperienza lo dimostra: è nelle anime di orazione che si trova l'amore più attento, più delicato, più disinteressato, più sensibile alle sofferenze altrui, più capace di consolare e di confortare. L'orazione ci renderà migliori e coloro che ci vivono accanto non si lamenteranno!

In questa sfera dei rapporti tra la vita di preghiera e la carità verso il prossimo si sono dette molte pseudoverità, che hanno distolto i cristiani dalla contemplazione, il che ha avuto conseguenze drammatiche. Ci sarebbe molto da dire in proposito.

Ecco un testo di San Giovanni della Croce che aiuta a ridimensionare le idee al riguardo e a decolpevolizzare i cristiani che, legittimamente, desiderano consacrare molto tempo alla preghiera.

"Gli uomini divorati dall'attivismo, che immaginano di poter cambiare il mondo con le loro predicazioni e con altre opere esteriori, riflettano ora un momento: essi comprenderanno facilmente che sarebbero molto più utili alla Chiesa e più graditi al Signore, senza dire del buon esempio che darebbero, se dedicassero la metà del loro tempo all'orazione, anche quando non fossero così progrediti come l'anima di cui ora si tratta. In tali condizioni, essi farebbero, con una sola opera, un bene più grande e con molta minore fatica di quanto non ne facciano con mille altre attività in cui spendono la loro vita. La preghiera meriterebbe loro questa grazia e otterrebbe loro le forze spirituali di cui hanno bisogno per produrre tali frutti. Senza di essa, tutto ciò si riduce a un grande strepito: è il martello che, cadendo sull'incudine, fa risuonare tutti gli echi d'intorno. Si fa poco più di niente, spesso assolutamente niente, o anche del male. Dio, infatti, ci preservi da un'anima come questa, che si gonfia di orgoglio! Invano le apparenze sarebbero a suo favore; la verità è che non farà nulla, poiché è assolutamente certo che nessuna opera può essere compiuta senza la potenza di Dio. Oh, quante cose si potrebbero scrivere su tale argomento, se fosse il momento di farlo!" (Cantico Spirituale - B, strofa 29).

Basta pregare lavorando?

Alcune persone vi diranno: Io non ho tempo di pregare, ma in mezzo alle mie attività, facendo i lavori di casa, ecc.... cerco di pensare il più spesso possibile ai Signore, offro il mio lavoro e ritengo che ciò sia sufficiente come preghiera". Ciò non è del tutto falso. Un uomo o una donna può benissimo rimanere in unione intima con Dio in mezzo a tutte le sue attività, in modo che ciò costituisca la sua vita di preghiera senza che abbia bisogno di altro. Il Signore può accordare tale grazia a qualcuno, soprattutto se questi è nell'impossibilità di fare altrimenti. D'altra parte, è assai augurabile fare ritorno a Dio il più sovente possibile in mezzo alle nostre attività. E' vero, infine, che il lavoro offerto e compiuto per Dio diventa, in qualche modo, preghiera.

Ma, detto ciò, bisogna essere realisti: non è così facile rimanere uniti a Dio, pur essendo immersi nelle proprie occupazioni. La nostra tendenza naturale, al contrario, è di lasciarci completamente assorbire da ciò che facciamo. Se, di tanto in tanto, non sappiamo fermarci completamente, prenderci momenti durante i quali non abbiamo nient'altro da fare se non occuparci di Dio, sarà molto difficile per noi stare alla Sua presenza lavorando. Occorre tutta una preliminare rieducazione del cuore, di cui la fedeltà all'orazione è il mezzo più sicuro.

Accade così anche nelle relazioni tra persone: è piuttosto illusorio credere di amare la propria moglie e i propri figli, nonostante una vita molto attiva, se non si è capaci di dedicare ad essi momenti in cui si è totalmente disponibili a loro. Senza questi spazi di gratuità, l'amore rischia presto di spegnersi. L'amore infatti si dilata e respira nella gratuità. Occorre saper perdere tempo per l'altro. E noi abbiamo molto da guadagnare in questa perdita: è questo uno dei modi di comprendere la parola del Vangelo: "Chi avrà perduto la propria vita... la ritroverà" (Mt 10,39).

Se ci occupiamo di Dio, Dio si occuperà dei nostri affari molto meglio di noi. Riconosciamo umilmente che la nostra tendenza naturale è di essere troppo attaccati alle nostre attività; noi ci lasciamo troppo appassionare o preoccupare da esse. E possiamo guarirne soltanto se abbiamo la saggezza di saper abbandonare regolarmente ogni attività, anche la più urgente e la più importante, per dare gratuitamente il nostro tempo a Dio.

 Il tranello della falsa sincerità

Un ragionamento che viene fatto abbastanza spesso e che può impedirci di essere fedeli alla preghiera è il seguente. In un secolo amante della libertà e dell'autenticità come il nostro, si sentono persone dire: Pregare... trovo questo molto bello, ma io prego solamente quando mi sento spinto a farlo. Andare a pregare quando non ho nessuna voglia, sarebbe qualcosa di artificioso e di forzato; sarebbe anche una mancanza di sincerità e una forma di ipocrisia. Pregherò quando ne avrò il desiderio...

A ciò bisogna rispondere che, se aspettiamo che venga la voglia, attenderemo forse invano sino alla fine dei nostri giorni. Il desiderio è qualcosa di molto bello, ma di mutevole. Vi è un motivo ugualmente legittimo, ma assai più profondo e più costante per spingerci a incontrare Dio nella preghiera: il fatto semplicissimo che Dio ci invita. Il Vangelo chiede di "pregare sempre, senza stancarsi" (Lc 18,1). E qui è ancora la fede, non lo stato d'animo soggettivo che deve guidarci.

La nozione di libertà e di autenticità espressa nel ragionamento precedente, se corrisponde alla sensibilità della nostra epoca, è però assai illusoria. La vera libertà non consiste nel lasciarsi governare dagli impulsi del momento. E' tutto il contrario: l'uomo libero è colui che non è prigioniero delle fluttuazioni del suo umore, ma è determinato nelle sue decisioni da scelte fondamentali che ha fatto e che non mette in discussione secondo le circostanze.

La libertà è la capacità di lasciarsi guidare da ciò che è vero e non dalla parte epidermica del nostro essere. Noi dobbiamo avere l'umiltà di riconoscere che siamo superficiali e instabili. Una persona che troviamo adorabile un giorno, sarà insopportabile l'indomani perché le condizioni meteorologiche o il nostro umore saranno cambiati... Una cosa di cui abbiamo un folle desiderio un giorno, ci lascia freddi il giorno seguente. Se prendiamo decisioni a questo livello, siamo drammaticamente prigionieri di noi stessi e della nostra sensibilità, in ciò che ha di più superficiale. 

Non facciamoci neppure illusioni su ciò che è la vera autenticità. Qual è l'amore più autentico? Quello la cui espressione cambia secondo i giorni e gli umori o l'amore stabile e fedele che non si disdice mai? 

La fedeltà alla preghiera è dunque una scuola di libertà. E una scuola di verità nell'amore, poiché essa ci insegna, gradualmente, a porre la nostra relazione con Dio su di un terreno che non è più quello vacillante e instabile delle nostre impressioni, delle nostre variazioni di umore, del nostro fervore sensibile che va su e giù, ma sulla pietra solida della fede, sul fondamento della fedeltà di Dio incrollabile come la roccia: "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!" (Eb 13,8), poiché Ia sua misericordia rimane di generazione in generazione" (cfr. Lc 1,50). Se perseveriamo a questa scuola, vedremo pure che le nostre relazioni con il prossimo, tanto superficiali e mutevoli anch'esse, diverranno più stabili, più profonde, più fedeli e, quindi, più gioiose. 

Per concludere su questo punto facciamo una considerazione. 

L'aspirazione che c'è nell'uomo ad agire sempre in maniera spontanea, libera, senza costrizioni, è perfettamente legittima. L'uomo non è fatto per essere in conflitto permanente con se stesso, per fare sempre violenza alla sua natura! Che a volte lo debba fare, è una conseguenza della divisione interiore, prodotta dal peccato. 

L'uomo, tuttavia, non può realizzare questa aspirazione accontentandosi di lasciare libero corso alla sua spontaneità. Ciò sarebbe distruttivo, dato che questa non è sempre orientata verso il bene; essa ha bisogno di essere purificata e guarita in profondità. La nostra natura è ferita: questo significa che in noi esiste una mancanza di armonia, un frequente squilibrio tra ciò cui tendiamo spontaneamente e ciò per cui siamo fatti, tra i nostri sentimenti e la volontà di Dio, alla quale dobbiamo essere fedeli e che è il nostro vero bene. 

L'aspirazione alla libertà non può quindi trovare la sua vera realizzazione se non nella misura in cui l'uomo si lascia guarire dalla grazia divina. In tale processo di guarigione la preghiera ha una parte molto importante.Ciò si ottiene pure, occorre saperlo, attraverso prove e purificazioni: quelle "notte" di cui San Giovanni della Croce ha bene espresso il senso profondo. 

Una volta compiuto questo processo di guarigione, di riordino e controllo delle nostre tendenze, l'uomo diventa perfettamente libero: egli ama, vuole naturalmente e spontaneamente ciò che è conforme alla volontà di Dio ed al proprio bene. Egli può "seguire la sua natura", dato che questa è stata restaurata dalla grazia.  Tale armonizzazione non è certamente mai totale in questa vita; essa non lo sarà che nel Regno, il che spiega come quaggiù noi dovremo sempre resistere ad alcune nostre tendenze. Ma, fin da questa vita, chi pratica l'orazione diventa sempre più capace di amare e di fare spontaneamente il bene, mentre all'inizio ciò costava molti sforzi. Grazie all'opera dello Spirito Santo, la virtù gli diventa gradualmente più naturale e facile. "Dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà" (2 Cor 3,17), dice San Paolo. 

 Il tranello della falsa umiltà

Il falso ragionamento che abbiamo appena considerato assume a volte una forma più sottile, contro la quale ci conviene stare in guardia. Santa Teresa d'Avila ha rischiato di "cadere nel tranello" e di abbandonare l'orazione (il che sarebbe stato un danno irreparabile per tutta la Chiesa!) e uno dei motivi principali per cui ha scritto la sua autobiografia è di prevenire simile tranello.  

Si tratta di un "registro" su cui il demonio è molto abile a suonare. La tentazione è questa: la persona che incomincia a fare orazione si rende conto dei suoi errori, delle sue infedeltà, delle sue non-conversioni. Allora è tentata di abbandonare l'orazione, ragionando così: Io sono piena di difetti, non faccio progressi, sono incapace di convertirmi e di amare seriamente il Signore; presentarmi davanti a lui in questo stato è ipocrisia. Faccio il santo ma in realtà non valgo più di coloro che non pregano. Sarebbe quindi più onesto di fronte a Dio lasciar perdere tutto!". 

Santa Teresa si è lasciata prendere da questo ragionamento. Come racconta al capitolo 19 della sua Vita, dopo qualche tempo di pratica assidua, abbandonò l'orazione per più di un anno, fino a quando incontrò un padre domenicano che -felicemente per noi - la riportò sul retto cammino. 

A quell'epoca la nostra Teresa si trovava nel convento dell'Incarnazione di Avila; aveva una certa buona volontà di donarsi al Signore e di praticare l'orazione. Ma non era ancora santa, e lontana dall'esserlo. in particolare, non riusciva a staccarsi dall'abitudine di recarsi nel parlatorio del convento, benché cominciasse già a sentire che Gesù glielo chiedeva. Di natura allegra, simpatica e interessante, trovava molto piacere a frequentare la buona società di Avila, che si ritrovava nei parlatori del monastero, com'era abitudine allora. Teresa non vi faceva nulla di male, ma Gesù la chiamava ad altro. 

Dunque, i tempi di orazione erano per lei un vero martirio: si ritrovava alla presenza del Signore, consapevole di essergli infedele, ma non avendo ancora la forza di lasciare tutto per lui. E, come abbiamo già detto, questo tormento rischiò di farle abbandonare l'orazione: Io sono indegna di presentarmi davanti al Signore, dato che non sono capace di donargli tutto; è prendermi gioco di lui; farei meglio a sospendere l'orazione ...... 

Teresa chiamerà ciò la tentazione della "falsa umiltà". Aveva in pratica già abbandonato la preghiera, quando un confessore arrivò al momento giusto per farle comprendere che, facendo così, perdeva al tempo stesso ogni occasione di poter, un giorno, migliorarsi . Doveva, al contrario, perseverare, perché proprio con tale perseveranza avrebbe ottenuto, al momento opportuno, la grazia di una conversione completa e di un dono totale di se stessa al Signore. 

Ciò è molto importante. Quando si intraprende la vita di preghiera, non si è santi, e ce ne accorgiamo quanto più pratichiamo l'orazione. Chi non si mette davanti a Dio nel silenzio, non si rende troppo conto delle proprie infedeltà e difetti; ma per chi fa orazione essi diventano assai più manifesti e ciò può suscitare una grande sofferenza e la tentazione di abbandonare. Bisogna allora non scoraggiarsi, ma perseverare nella certezza che la perseveranza otterrà la grazia della conversione. 

Il nostro peccato, qualunque sia la sua gravità, non deve mai essere un pretesto per abbandonare la preghiera, contrariamente a quanto la nostra coscienza o il demonio ci suggeriscono spesso. Al contrario: più siamo miserabili, più c'è motivo per fare orazione. 

Chi ci guarirà dalle nostre infedeltà e dai nostri peccati, se non il Signore misericordioso? Dove troveremo la salute della nostra anima, se non nella preghiera umile e perseverante?   

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati... infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mt 9,13). 

Più ci sentiamo malati di quella malattia dell'anima che è il peccato, più ciò deve stimolarci a pregare. Più siamo feriti, più abbiamo diritto di rifugiarci presso il cuore di Gesù! Lui solo può guarirci. Se ci allontaniamo da lui perché siamo peccatori, dove andremo a trovare la guarigione e il perdono? Se aspettiamo di essere giusti per fare orazione, potremo attendere a lungo. Questo atteggiamento proverebbe soltanto che non si è capito nulla del Vangelo: può assumere le apparenze dell'umiltà, ma di fatto non è che presunzione e mancanza di fiducia in Dio.

Senza arrivare ad abbandonare completamente l'orazione, ci capita spesso, quando abbiamo commesso qualche sbaglio, quando proviamo vergogna e siamo scontenti di noi stessi, di lasciar passare un po' di tempo prima di riprendere la preghiera e di presentarci davanti al Signore: il tempo, cioè, che nella nostra coscienza, l'eco dello sbaglio commesso si sia in parte attenuato.  

Ciò è un errore gravissimo e noi pecchiamo per questo più che per il primo sbaglio. In realtà ciò testimonia una mancanza di fiducia nella misericordia di Dio, un disconoscimento del suo amore, che lo ferisce più gravemente di tutte le sciocchezze che possiamo commettere. La piccola Teresa, che aveva compreso chi è Dio, diceva: "Ciò che colpisce Dio, ciò che lo ferisce al cuore, è la mancanza di fiducia".  

Al contrario di quanto si fa abitualmente, il solo atteggiamento giusto per chi ha peccato - giusto nel senso biblico, in conformità cioè con quanto ci è stato rivelato del mistero di Dio - è di gettarsi immediatamente, con pentimento e umiltà, ma anche con una fiducia illimitata, nelle braccia della misericordia infinita, con la certezza di essere accolti e perdonati. E, una volta che abbiamo domandato sinceramente perdono a Dio, dobbiamo riprendere senza ritardo i nostri usuali esercizi di preghiera, in particolare la nostra orazione. Al momento opportuno andremo a confessare il nostro sbaglio, ma nell'attesa non si cambia nulla delle nostre abitudini di preghiera. Tale condotta è la più efficace per farci uscire un giorno dal peccato, perché è quella che più onora la misericordia divina.  

Santa Teresa d'Avila aggiunge qualcosa di molto bello a questo proposito. Dice che chi fa orazione continua certamente a cadere, a subire sconfitte e fallimenti ma, dato che fa orazione, ognuna di queste cadute lo aiuta a rimbalzare più in alto. Dio fa concorrere tutto al bene e al progresso di chi è fedele alla preghiera, comprese le sue colpe. 

"Ripeto che nessuno di quelli che hanno cominciato a far orazione deve perdersi di coraggio dicendo: "Se ricado nei miei peccati non posso continuare senza rendermi più colpevole". Tale invece diventa se abbandona l'orazione, senza cercare di correggersi; mentre se non l'abbandona, essa lo trarrà al porto della luce. In questo il demonio mi ha combattuta tremendamente. li pensiero che fosse mancanza di umiltà, presentarmi all'orazione così imperfetta com'ero, mi fece molto soffrire, per cui, come ho detto, lasciai di praticarla per un anno e mezzo, certamente per un anno, perché del mezzo anno non mi ricordo bene. Non sarebbe stato altro - e altro infatti non era - che mettermi nell'inferno da me stessa, senza bisogno di demoni che mi trascinassero. Che grande cecità, mio Dio! Come indovina bene il demonio nel dirigere qui i suoi assalti! Il traditore sa che l'anima che persevera nell'orazione per lui è perduta. E sa pure che le cadute in cui la può precipitare non servono ad altro, per bontà di Dio, che a farle spiccare un salto più in alto nel suo servizio: per questo ha tutto l'interesse a distoglierla dall'orazione" (Vita di S. Teresa di Gesù, c. 19,4).

8. Darsi totalmente a Dio 

Per continuare a trattare degli atteggiamenti fondamentali che favoriscono la perseveranza e il progresso nella vita di orazione, si parlerà ora del legame strettissimo, e a doppio senso, che esiste tra la preghiera e il resto della vita cristiana. Questo significa che molto spesso ciò che è determinante per il progresso e l'approfondimento della nostra preghiera, non è quanto facciamo durante il tempo dell'orazione, ma quel che facciamo fuori di esso. Il progresso nella preghiera è essenzialmente un progresso nell'amore, nella purezza del cuore; e l'amore vero si pratica di più al di fuori dell'orazione che nell'orazione. Facciamo alcuni esempi. 

Sarebbe assolutamente illusorio pretendere di progredire nella preghiera, se la nostra vita, tutta intera, non fosse segnata da un desiderio profondo e sincero di darci totalmente a Dio, di conformare il più completamente possibile la nostra vita alla sua volontà. Altrimenti, assai presto la vita di preghiera potrebbe arrestarsi. Perché Dio possa donarsi a noi (e questo è lo scopo della preghiera) è necessario che noi ci doniamo totalmente a lui. Non si possiede tutto se non si dona tutto. Se noi conserviamo nella nostra vita un "dominio riservato", qualcosa che non vogliamo abbandonare a Dio, un difetto, ad esempio, anche piccolo, al quale consentiamo deliberatamente senza far nulla per correggerci o una disobbedienza cosciente o un rifiuto a perdonare, ciò rende sterile la vita di preghiera. 

Alcune suore fecero maliziosamente questa domanda a San Giovanni della Croce: "Che cosa bisogna fare per andare in estasi?", E il Santo rispose, basandosi sul significato etimologico della parola estasi: "Rinunciando alla propria volontà e facendo quella di Dio. L'estasi, infatti, non è altro per l'anima che uscire da sé ed essere rapita in Dio, e questo è ciò che fa colui che obbedisce, perché egli esce da sé e dalla sua volontà e, sollevato, aderisce a Dio" (massima 210). 

Per darsi a Dio, occorre lasciare se stessi. L'amore è per natura estatico: se è forte, si vive più nell'altro che in sé. Ma come vivere almeno un po' questa dimensione estatica dell'amore nella preghiera, se durante tutto il resto della giornata si ricerca se stessi, se si è troppo attaccati alle cose materiali, ai propri comodi, alla propria salute? Se non si sopporta nessuna contrarietà? Come potremo vivere in Dio, se non siamo capaci di dimenticare noi stessi per il bene dei nostri fratelli? 

Nella vita spirituale si deve trovare un equilibrio, che non è sempre facile: da una parte dobbiamo accettare la nostra miseria e non attenderci di essere santi per cominciare a pregare. Ma, d'altra parte, dobbiamo aspirare alla perfezione. Senza questa aspirazione, questo desiderio forte e costante di santità (anche se sappiamo benissimo che non arriveremo mai con le nostre forze, ma che Dio solo potrà condurci alla santità!) la preghiera sarà sempre qualcosa di assai superficiale, un pio esercizio, ma niente più e non porterà che scarsi frutti. ~E' proprio della natura dell'amore tendere all'assoluto e anche a una certa follia nel dono di sé. 

Bisogna inoltre essere consapevoli che c'è tutto uno stile di vita che può favorire molto o, al contrario, disturbare la preghiera. Come potremo raccoglierci alla presenza di Dio, se durante il resto del tempo siamo dissipati in mille preoccupazioni superficiali, se ci lasciamo andare senza alcun ritegno a chiacchiere inutili, a vane curiosità, se non c'è un certo digiuno del cuore, dello sguardo, per cui ci freniamo in tutto ciò che potrebbe dissiparci e allontanarci in maniera eccessiva dall'Essenziale? 

Non si può di sicuro vivere senza certe distrazioni, senza momenti di distensione, ma importa sapere sempre ritornare a Dio, che fa l'unità della nostra vita e ci fa vivere ogni cosa sotto il suo sguardo e in rapporto con lui. Si deve anche sapere che lo sforzo per affrontare ogni circostanza in un clima di abbandono totale, di quieta fiducia in Dio, per vivere nel momento presente senza lasciarci rodere dall'affanno del domani, per esercitarci a fare ogni cosa con calma, senza preoccuparci di quella successiva, ecc... contribuisce molto alla crescita della vita di preghiera. Ciò non è facile, ma è molto utile sforzarsi il più possibile. 

E' pure molto importante imparare gradualmente a vivere sotto lo sguardo di Dio, alla sua presenza e in una sorta di dialogo continuo con lui, ricordandoci di lui il più spesso possibile in mezzo alle nostre occupazioni e vivendo ogni cosa in sua compagnia. Più ci sforzeremo di farlo, più ci sarà facile anche pregare. Si ritrova più facilmente Dio nel momento della preghiera, se non lo si è mai lasciato! la pratica dell'orazione deve così tendere alla preghiera continua, non necessariamente nel senso di una preghiera esplicita, ma nel senso di una pratica costante della presenza di Dio. Vivere così, sotto lo sguardo di Dio, ci renderà liberi. Troppo spesso, infatti, noi viviamo sotto lo sguardo degli altri (per timore di essere giudicati o per bisogno di essere ammirati) o sotto il nostro stesso sguardo (sguardo di compiacimento o di autoaccusa), ma troveremo la libertà interiore solamente quando avremo imparato a vivere sotto lo sguardo amante e misericordioso di Dio. 


Continua con Cap 2 Come usare il tempo dell'orazione

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