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Un tempo per Dio Guida pratica per la vita di preghiera personalePadre Jaques Philippe Edizioni Rinnovamento nello Spirito Santo
Cap. II - Come usare il tempo dell'orazione |
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l.
Introduzione Rispondere
non è molto facile, per parecchi motivi. Anzitutto
perché le anime sono molto diverse. Vi sono più
differenze tra le anime di
quanto non ve siano tra i volti. La relazione di ogni anima con Dio è unica,
e così, di conseguenza, la sua preghiera. Non si può tracciare un cammino,
un modo di fare che valga per tutti. Sarebbe una mancanza di rispetto della
libertà e della diversità degli itinerari spirituali. Spetta a ogni credente
di scoprire, sotto la mozione e nella libertà dello Spirito, secondo quali
vie Dio voglia condurlo. Inoltre,
occorre ricordare che la vita di preghiera è sottoposta a evoluzioni, a
tappe. Ciò che vale a un certo momento della vita spirituale non vale più in
un altro momento. La condotta da tenere nell'orazione può essere differente
secondo che ci troviamo all'inizio del cammino o che il Signore abbia già
cominciato a introdurci in certi stati particolari, in certe
"mansioni" (dimore), come direbbe Santa Teresa d'Avila. A volte si
deve agire, a volte bisogna contentarsi di ricevere; talvolta ci si deve
riposare, talvolta bisogna lottare. Infine,
ciò che si vive nella preghiera è difficile da descrivere e, sovente, è al
di là della chiara coscienza di colui che prega. Si tratta di realtà intime,
misteriose che il linguaggio umano non può rendere completamente. Non si
hanno sempre le parole per dire ciò che passa tra l'anima e il suo Dio. Aggiungiamo,
inoltre, che ogni persona che parla della vita di preghiera, ne parla
attraverso ciò che ha sperimentato o ciò che ha constatato in altri che si
sono confidati con lei. Tutto questo è assai limitato in rapporto alla
diversità e alla ricchezza delle esperienze possibili. Malgrado
questi ostacoli, incominciamo ad affrontare l'argomento, sperando
semplicemente che il Signore ci faccia la grazia di presentare alcune
indicazioni che, sebbene non debbano essere considerate in nessun caso come
risposte complete e infallibili, tuttavia potranno essere fonte di luce e di
incoraggiamento per il lettore di buona volontà. 2.
Quando la domanda non si pone Stiamo
per domandarci come si deve occupare il tempo della preghiera.
Tuttavia, prima di trattare questo argomento, bisogna sottolineare che a volte
la domanda non si pone. Ed è forse questo che si deve considerare in primo
luogo. La
domanda non si pone quando la preghiera nasce spontanea. Si instaura allora
una comunione amorosa che si vive con Dio senza che ci si debba chiedere come
occupare il tempo. E questo dovrebbe sempre accadere, essendo l'orazione ,
secondo la definizione di Santa Teresa d'Avila ,"un commercio intimo
d'amicizia, in cui ci si intrattiene sovente da solo a solo con quel Dio da
cui ci si sa amati" (Vita, c. 8,5). Quando
due persone si amano in modo profondo, generalmente non hanno troppi problemi
per sapere come trascorrere i momenti in cui si incontrano... D'altra parte, a
volte, essere insieme basta a soddisfarle pienamente, senza che debbano fare
altro! Ma spes Esiste
il caso della persona convertita da poco, tutta entusiasta della sua recente
scoperta di Dio, piena della gioia e del fervore dei neofiti. Nessun problema
per la sua preghiera: ella è sorretta dalla grazia, tutta felice di dedicare
del tempo a Gesù, ha mille cose da dirgli e da chiedergli; è piena di
sentimenti d'amore e di pensieri consolanti. Gioisca allora, senza scrupolo,
di questo momento di grazia e ne ringrazi Dio, ma resti umile e si guardi bene
dal credersi santa, perché è piena di fervore, e dal giudicare il prossimo
meno zelante di lei! La grazia dei primi tempi della conversione non ha
eliminato i difetti e le imperfezioni; essa non fa che mascherarli. E questa
persona non dovrà stupirsi se un bel giorno il suo fervore sparisce, se
riappaiono, con una violenza imprevedibile, imperfezioni da cui si credeva
liberata grazie alla sua conversione. Perseveri, allora, e sappia trarre
profitto dal deserto e dalla prova, come ha saputo approfittare del tempo
della benedizione. Un
altro caso in cui la suddetta domanda non si pone, si situa , se così
possiamo dire, all'altra estremità Dovrà
tuttavia aprirsi a un padre spirituale per avere conferma dell'autenticità
delle grazie che riceve, perché in questo momento non si è più nelle vie
ordinarie ed è bene manifestare il proprio stato a qualcuno che sia esperto.
Le grazie straordinarie nell'orazione sono spesso accompagnate da lotte e
dubbi quando vengono a cessare, da incertezze quanto alla loro causa e, a
volte, solo se l'anima si apre, può essere rassicurata quanto alla loro
origine divina e resa libera di accoglierle pienamente. Si tratta di quella situazione in cui lo Spirito Santo comincia a far entrare qualcuno in un'orazione più passiva, dopo un periodo di tempo in cui la sua preghiera è stata piuttosto "attiva", nel senso che la preghiera consisteva principalmente in una certa attività personale (fatta di riflessioni, di meditazioni, di dialogo interiore con Gesù, di atti di volontà, come offrire se stessi a lui, ecc ... ) Ed
ecco che un bel giorno, spesso impercettibilmente all'inizio, il modo di
pregare si trasforma. La persona prova difficoltà a meditare, a discorrere;
entra in una certa aridità e si sente piuttosto incline a restare là,
davanti al Signore, senza fare né dire nulla, senza pensare a niente di
speciale, ma in una sorta di atteggiamento calmo, di attenzione globale e
amante nel confronti di Dio. Questa attenzione amorosa, che procede dal cuore
più che dall'intelligenza, è però quasi impercettibile. Essa può diventare
più forte in seguito, una specie di infiammazione d'amore, ma in genere Quando
l'anima si trova in questo stato, ebbene, occorre molto semplicemente che vi
resti, senza inquietarsi e senza agitarsi né dibattersi. Dio vuole allora
introdurla in un'orazione più profonda e questa è una grazia molto grande.
L'anima deve lasciarsi fare, e seguire la sua inclinazione a rimanere passiva.
Il fatto che ci sia nel fondo del suo cuore questo orientamento quieto verso
Dio basta perché ella sia in orazione. Non
è più il momento di agire da sé, con le proprie facoltà e capacità; è il
momento di lasciar agire Dio. Notiamo bene che questo stato non è
quell'espropriazione totale da parte di Dio, di cui abbiamo parlato
precedentemente. L'intelligenza e l'immaginazione continuano a esercitare una
certa attività: vi sono pensieri, immagini che passano, che vanno e vengono,
ma a un livello superficiale, senza che la persona segua veramente questi
pensieri e immagini piuttosto involontari. L'importante non è questo
movimento (inevitabile) dello spirito, ma l'orientamento profondo del
cuore verso Dio. Ecco
dunque esaminato un certo numero di situazioni in cui di fatto non ci si deve
porre la domanda: "Come occupare il tempo dell'orazione?", perché
la risposta è già data. Resta
il caso in cui la domanda si pone. Detto sommariamente, è il caso della
persona piena di buona volontà, ma che non è (non ancora!) infiammata
d'amore per Dio, che non ha ricevuto ancora la grazia di una Non
risponderemo direttamente alla domanda, dicendo: "Durante il tempo della
preghiera, fate questo o quello; pregate in questo modo o in
quest'altro". Ci sembra prudente incominciare a dare i principi
orientativi che devono guidare l'anima in ciò che riguarda la sua attività
durante la preghiera. Nei
capitoli precedenti abbiamo spiegato quali sono gli atteggiamenti di base che
devono orientare l'anima che intraprende l'orazione, atteggiamenti di fatto
validi per ogni forma di preghiera come anche per tutta l'esistenza cristiana
nel suo complesso. In realtà ciò che conta, soprattutto, non sono le modalità
o le formule, ma il clima, se così si può dire, le disposizioni interiori
con cui iniziare la vita di preghiera. t infatti la giusta natura di questo
clima a condizionare la perseveranza nell'orazione, come pure la sua fecondità. 3.
Primato dell'azione divina Il
primo principio è semplice, ma molto importante: ciò che conta nell'orazione
non è tanto ciò che noi facciamo, quanto ciò che Dio fa in noi durante
questo tempo. Dà
molta libertà saperlo, dato che a volte noi siamo incapaci di fare alcunché
nell'orazione. Questo non ha nulla di drammatico, perché se non possiamo far
nulla, Dio può sempre fare e fa sempre qualcosa nel profondo del nostro
essere, anche se noi non ce ne rendiamo conto. L'atto essenziale dell'orazione
è,
infatti, di mettersi e restare
alla presenza di Dio. Ora, Dio non è il Dio dei morti, ma il Dio dei viventi.
Questa presenza, poiché è presenza del Dio vivente, è attiva, vivificante,
guaritrice, santificante. Non si può stare davanti al fuoco senza essere
riscaldati né ci si può esporre al sole senza abbronzarsi: e, questo, per il
fatto che si resta là e si mantiene una certa immobilità e un certo
orientamento... Se
la nostra preghiera consiste semplicemente in questo: stare davanti a Dio
senza fare nulla, senza pensare niente di speciale, senza sentimenti
particolari, ma in un profondo atteggiamento interiore di disponibilità, di
abbandono fiducioso, ebbene, noi non abbiamo niente di meglio da fare. In
questo modo lasciamo Dio agire nel segreto del nostro essere, ed è ciò che
più conta, in definitiva. Sarebbe
un errore misurare il valore della nostra preghiera su ciò che noi abbiamo
fatto durante questo tempo, avere l'impressione che essa è buona e utile se
abbiamo detto e pensato molte cose e desolarci se non siamo stati capaci di
nulla. Può essere benissimo che la nostra preghiera sia stata misera e che,
durante questo tempo, segretamente e invisibilmente Dio abbia fatto cose
prodigiose nel profondo della nostra anima, di cui soltanto molto più tardi
vedremo i frutti... In
realtà tutti i beni immensi, di cui l'orazione è la fonte, hanno come causa
non i nostri pensieri o la nostra azione, ma l'operazione, sovente segreta e
invisibile, di Dio nel nostro cuore. Molti frutti della nostra preghiera non
li vedremo che nel Regno! Nell'orazione,
la componente passiva è la più importante. Si tratta meno di fare qualcosa
che di abbandonarsi all'azione di Dio... E
questo , come ha ben dimostrato San Giovanni della Croce , spiega certe aridità,
certe incapacità a far funzionare l'intelligenza o l'immaginazione nella
preghiera, l'impossibilità di sentire cosa alcuna o di meditare: Dio ci mette
in questo stato di aridità, di notte oscura, per essere il solo ad agire
profondamente in noi, come il medico che anestetizza il malato per lavorare in
pace! Ritorneremo
sull'argomento. Per ora ricordiamo almeno questo: se, malgrado la nostra buona
volontà, siamo incapaci di pregare bene, di avere buoni sentimenti e bei
pensieri, non dobbiamo rattristarci. Offria 4.
Primato dell'amore Passiamo
ora a un secondo principio, anch'esso assolutamente fondamentale: il primato
dell'amore su tutto il resto. Santa Teresa d'Avila dice: "Nell'orazione
ciò che conta non è pensare molto, ma amare molto". Pure
questo è assai liberatorio. A volte non si può pensare, non si può
meditare, non si può sentire, ma in compenso si può sempre amare. Una
persona che è al colmo della fatica, oppressa dalle distrazioni, incapace di
fare orazione, può sempre, anziché inquietarsi e avvilirsi, offrire con
quieta fiducia la propria povertà al Signore: così ama e fa quindi una
meravigliosa preghiera! L'amore
è sovrano e da qualunque circostanza sa trarre abilmente vantaggio. "L'amore
trae profitto da tutto, dal bene come dal male", amava dire la
piccola Teresa, citando Giovanni della Croce. L'amore sa trarre vantaggio sia
dai sentimenti che dall'insensibilità, dai pensieri come dall'aridità, dalla
virtù come dal peccato... Questo
principio si ricollega al primo, di cui abbiamo parlato in precedenza: il
primato dell'azione di Dio in rapporto alla nostra azione. Il nostro compito
principale nell'orazione è di amare. Ma, nella relazione con Dio, amare è
anzitutto lasciarsi amare. E non è così facile come sembra. Bisogna credere
all'amore, mentre noi abbiamo tanta facilità a dubitare! Bisogna, inoltre,
accettare di essere poveri. Da
questo primato dell'amore consegue pure che la nostra attività nella
preghiera deve essere guidata dal seguente principio: quello che noi dobbiamo
fare è ciò che favorisce e fortifica l'amore. Ecco
il solo criterio che permette di dire se è bene o male fare questo o quello
durante la preghiera. E' buono tutto ciò che porta all'amore, ma a un amore
vero, non a un amore superficialmente sentimentale (anche se i sentimenti
ardenti hanno il loro valore come espressione dell'amore, se Dio ce ne fa dono
... ) . I
pensieri, le considerazioni, gli atti interiori che alimentano o esprimono il
nostro amore per Dio, che ci fanno crescere nella gratitudine e nella fiducia
verso di lui, che risvegliano o stimolano il desiderio di donarci totalmente,
interamente a lui, di appartenergli, di servirlo fedelmente come nostro unico
Signore... devono costituire abitualmente la parte principale della nostra
attività nell'orazione. Tutto quanto fortifica il nostro amore per Dio è
materia buona per la preghiera. Conseguenza
di quanto detto precedentemente è che si deve fare attenzione nella preghiera
a non sfarfallare, a non moltiplicare i pensieri e le considerazioni che
favorirebbero, alla fine, il desiderio di slanci e di voli più che la ricerca
di una effettiva conversione del cuore. "Amare
, dice Santa Teresa del Bambino Gesù , è dare tutto, è dare se
stessi". Se
la mia preghiera di ogni giorno consistesse in un unico pensiero su cui io
ritornassi instancabilmente , stimolare, ad esempio, il mio cuore a darsi
totalmente al Signore, fortificarmi senza sosta nel proposito di servirlo e di
abbandonarmi a lui , questa preghiera sarebbe più povera, ma migliore! Per
continuare sul primato dell'amore, riportiamo un episodio della vita di Teresa
di Lisieux. Poco
prima della sua morte, quando Teresa era a letto molto malata, sua sorella,
madre Agnese, entrò nella sua camera e le chiese: "A cosa
pensi?". "Non penso a niente, non posso, soffro troppo; allora
prego". "E cosa dici a Gesù?". Teresa rispose: "Non
gli dico niente, l'amo!". Ecco
la preghiera più povera, ma più profonda: un semplice atto d'amore, al di là
di ogni parola, di ogni pensiero. Ricordiamo
almeno questo: il valore della preghiera non si misura dalla molteplicità e
dall'abbondanza delle cose che in essa si fanno; al contrario, più la
preghiera si avvicina a questo semplice atto di amore, più vale. E,
normalmente, più noi progrediamo nella vita spirituale, più la nostra
preghiera si semplifica. Prima
di concludere questo punto, vorremmo mettere in guardia da una certa
tentazione che può sopraggiungere. Accade
a volte che, quando siamo in preghiera, si presentino al nostro spirito
pensieri molto belli e profondi, illuminazioni sul mistero di Dio o
prospettive entusiasmanti che riguardano la nostra vita... Questo genere di
illuminazioni o di pensieri (che possono sembrarci, al momento, geniali!) è
spesso un'insidia e noi dobbiamo stare in guardia. Certamente, a volte, Dio può
comunicarci illuminazioni e ispirazioni molto elevate durante l'orazione.
Bisogna però sapere che certi pensieri possono essere tentazioni: seguendoli,
ci allontaniamo di fatto da una presenza a Dio più povera, ma più vera.
Questi pensieri ci trascinano talvolta, ci esaltano un po', e noi finiamo per
coltivarli e prestar loro più attenzione che a Dio stesso. Una volta
terminato il tempo della preghiera ci accorgiamo, allora, che tutto cade e
rimane ben poca cosa... 5.
Dio si dona attraverso l'umanità di Gesù
Dopo
il primato dell'azione divina e il primato dell'amore, vediamo, ora, un terzo
principio fondamentale che è
sotteso alla vita contemplativa del cristiano: noi incontriamo Dio nell'umanità
di Gesù. Se preghiamo è per entrare in comunione con Dio. Ma Dio nessuno lo
conosce. Qual è allora il mezzo, la mediazione che ci è data per incontrare
Dio? Vi è un unico mediatore, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. L'umanità
di Gesù, in quanto umanità del Figlio, è per noi la mediazione, il punto di
appoggio alla nostra portata, per mezzo del quale ci è dato di poter
incontrare Dio e di unirci a lui. Dice infatti San Paolo: "...
in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità " (Col 2,
9). L'umanità
di Gesù è il sacramento primordiale per cui Dio si rende accessibile agli
uomini. Qui
c'è un mistero, bellissimo e grandissimo. L'umanità di Gesù in tutti i suoi
aspetti, anche i più umili e i più secondari in apparenza, è per noi come
un immenso spazio di comunione con Dio. Ogni aspetto di questa umanità,
ciascuno dei suoi tratti, anche il più piccolo e nascosto, ogni sua parola,
ogni atto e gesto, ogni tappa della sua vita, dal concepimento nel seno di
Maria fino all'Ascensione, ci mettono in comunione con il Padre, se li
accogliamo nella fede. Percorrendo
questa umanità come un paesaggio che ci appartiene, come un libro scritto per
noi, appropriandocene nella fede e nell'amore, noi continuiamo a crescere
nella comunione con il mistero inaccessibile e insondabile di Dio. Bérulle
esprime in modo assai bello come i misteri della vita di Gesù, benché remoti
nel tempo, siano realtà viventi e vivificanti per chi li contempla nella
fede: "Bisogna considerare la perpetuità di questi misteri in un certo
modo: essi, cioè, sono passati per alcune circostanze, ma durano, sono
presenti e perpetui in un certo altro modo. Essi sono passati quanto
all'esecuzione, sono invece presenti quanto alla loro efficacia; e la loro
efficacia non passa mai, né l'amore con cui sono stati compiuti passerà mai.
Lo spirito, quindi, lo stato, l'efficacia, il merito del mistero sono sempre
presenti... E questo ci obbliga a trattare i misteri di Gesù, non come realtà
passate ed estinte, ma come realtà vive e presenti, di cui dobbiamo anche
raccogliere un frutto presente ed eterno". Egli
applica ciò, ad esempio, all'infanzia di Gesù: L'infanzia del Figlio di Dio
è uno stato passeggero; le circostanze di questa infanzia sono passate ed
egli non è più un bambino; ma vi è qualcosa di divino in questo mistero che
permane nel cielo e che opera una specie di grazia simile nelle anime che sono
sulla terra, che Gesù ama commuovere e rendere devote a questo umile, primo
stato della sua persona". Vi
sono mille modi di essere in contatto con l'umanità di Gesù: contemplare i
suoi gesti e i suoi atti, meditare le sue parole e le sue opere, ogni
avvenimento della sua vita terrena, e conservarli nella nostra memoria,
guardare il suo volto in un'icona, adorarlo nel suo corpo nell'Eucaristia,
pronunciare con amore il suo nome e conservarlo nel nostro cuore ... : tutto
ciò consente di pregare, a condizione però che questa attività non sia una
curiosità intellettuale, ma una ricerca amorosa: "Ho cercato colui
che il mio cuore ama" (cfr. Ct 3,1). Infatti,
ciò che ci consente di appropriarci pienamente dell'umanità di Gesù e di
entrare, così, in comunione reale con il mistero insondabile di Dio, non è
la speculazione dell'intelligenza, ma è la
fede, la fede come virtù teologale, vale a dire la fede animata
dall'amore. Ella sola , e San Giovanni della Croce insisterà moltissimo al
riguardo , ha il potere, la forza necessaria per farci entrare realmente in
possesso del mistero di Dio attraverso la persona di Cristo. Solo essa ci fa
raggiungere realmente Dio, nella profondità del suo mistero. La fede, che è
adesione di tutto l'essere a Cristo, nel quale Dio si dona a noi. Ne
consegue che il modo privilegiato di pregare, per il cristiano, è di entrare
in comunione con l'umanità di Gesù. E questo con il pensiero, lo sguardo, i
movimenti della volontà e secondo vie diverse, a ognuna delle quali
corrisponde, se così si può dire, un "metodo di orazione". Un
modo classico per entrare nella vita di orazione , in Occidente almeno , è
quello, ad esempio, che consiglia Teresa d'Avila: vivere in compagnia di Gesù
come di un amico con cui si dialoga, che si ascolta... "L'anima
s'immagini di trovarsi innanzi a Gesù Cristo, conversi spesso con lui e
cerchi di innamorarsi della sua umanità, tenendola sempre presente. Gli
chieda aiuto nel bisogno, pianga con lui nel dolore, si rallegri con lui nella
gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità e questo non con preghiere
ricercate, ma con parole semplici, conformi ai propri desideri e necessità:
metodo eccellente per fare rapidi progressi in poco tempo. Chi cerca di vivere
in così preziosa compagnia e si studia di trarne tutti i possibili vantaggi,
amando veramente il Signore a cui tanto dobbiamo, costui, a mio parere, è già
molto avanzato" (Vita, c. 12, 2). 6.
Dio abita il nostro cuore Vorremmo,
ora, enunciare un quarto principio teologico,
che è pure di grandissima portata per guidarci nella vita di preghiera. Come
le altre forme della presenza di Dio, anche questa, all'interno di noi stessi,
non è anzitutto oggetto di esperienza (lo potrà diventare gradualmente,
almeno in certi momenti privilegiati ... ), ma è oggetto di "Se
avessi inteso, come ora, che nel piccolo palazzo dell'anima mia abita un re
così grande, mi sembra che non l'avrei lasciato tanto solo, ma che di quando
in quando gli avrei tenuto compagnia, e sarei stata più diligente nel
conservarmi senza macchia. Nulla di più meraviglioso che vedere colui che può
riempire della sua grandezza mille e più mondi, rinchiudersi in una cosa
tanto piccola! Egli è il Signore del mondo, libero di fare quel che vuole e
perciò, nell'amore che ci porta, si adatta in tutto alla nostra misura"
(Cammino di perfezione,
c. 28,11). Tutto
l'aspetto di raccoglimento, di interiorità, di ritorno in se stessi, che può
esserci nella vita di preghiera, trova qui il suo senso vero, altrimenti il
raccoglimento non sarebbe che un ripiegamento su di sé. Il cristiano può
legittimamente rientrare in se stesso, perché al di là e più
"profondo" di tutte le sue miserie interiori trova Dio "più
intimo a noi di noi stesso", secondo l'espressione di Sant'Agostino; Dio
che dimora in noi per la grazia dello Spirito Santo. In
questa verità si trova la giustificazione di tutte le forme di orazione
intese come "preghiera del cuore": discendendo con fede nel proprio
cuore, l'uomo si unisce alla presenza di Dio che lo abita. Se nella preghiera
c'è questo movimento per cui ci uniamo a Dio come all'Altro, come al di
fuori, esteriore a noi , e presente in modo sommo nell'umanità di Gesù , vi
è ugualmente posto per quest'altro movimento, mediante il quale scendiamo
all'interno del nostro cuore per raggiungervi Gesù, così vicino, così
accessibile: "Chi salirà per noi in cielo per cercarla?... Chi
attraverserà per noi il mare?... No, la parola è molto vicina a te, è nella
tua bocca e nel tuo cuore..." (cfr. Dt 30,12-14). "Ora,
credete che importi poco a un'anima, soggetta a distrazioni, comprendere
questa verità e sapere che per parlare con il suo Padre celeste e godere
della sua compagnia non ha bisogno di salire al cielo né di alzare la voce?
Per basso che parli, egli che le è vicino l'ascolta sempre. E per cercarlo
non ha bisogno di ali, perché basta che si ritiri in solitudine e lo
contempli in se stessa. Allora, senza stupirsi di trovarvi un tale ospite, gli
parli umilmente come al Padre, gli racconti le sue sofferenze e necessità,
gliene chieda il sollievo, riconoscendosi indegna di essere chiamata Quando
non sappiamo come pregare, la cosa più semplice è procedere così:
raccogliamoci, facciamo silenzio ed entriamo nel nostro cuore, scendiamo in
noi stessi, raggiungiamo con la fede questa presenza di Gesù che ci abita e
restiamo quietamente con lui. Non
lasciamolo solo, ma teniamogli compagnia quanto più potremo. E, se
perseveriamo in questo esercizio, non tarderemo a scoprire la realtà di
quello che i cristiani orientali chiamano il luogo del cuore" o la
"cella interiore", per parlare con Santa Caterina da Siena: questo
centro della nostra persona in cui Dio si è stabilito per essere con noi e
dove noi possiamo essere sempre con lui. Questo
spazio interiore di comunione con Dio esiste, è dato, ma molti uomini e donne
non lo suppongono nemmeno, perché non vi sono mai entrati; non sono mai scesi
in questo giardino per coglierne i frutti. Ciò
è di grande importanza per tutta la nostra vita. Se noi scopriamo, grazie
alla perseveranza nella preghiera, questo "luogo del cuore", a poco
a poco i nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre azioni, che troppo
spesso sgorgano dalla parte superficiale del nostro essere (le nostre
inquietudini, i nostri nervosismi, le nostre reazioni impulsive ... ),
procederanno da questo centro dell'anima, dove noi siamo uniti a Dio
nell'amore. Accederemo a un nuovo modo di essere, in cui tutto procederà
dall'amore: e allora saremo liberi. Abbiamo, dunque, enunciato quattro grandi principi che devono orientare la nostra attività nella preghiera: primato dell'azione di Dio, primato dell'amore, l'umanità di Gesù come strumento di comunione con Dio, l'abitazione di Dio nel nostro cuore. Questi principi devono servirci da punti di riferimento per vivere bene il tempo della preghiera. |