Un tempo per Dio

Guida pratica per la vita di preghiera personale

Padre Jaques Philippe

Edizioni Rinnovamento nello Spirito Santo

 

Cap. II - Come usare il tempo dell'orazione

 

l. Introduzione

Affrontiamo ora la domanda principale alla quale cercheremo di rispondere: "Ho deciso di dedicare tutti i giorni una mezz'ora o un'ora alla preghiera; come devo comportarmi? Che cosa devo fare per usare bene questo tempo della preghiera?".

Rispondere non è molto facile, per parecchi motivi.

Anzitutto perché le anime sono molto diverse. Vi sono più differenze tra le anime di quanto non ve siano tra i volti. La relazione di ogni anima con Dio è unica, e così, di conseguenza, la sua preghiera. Non si può tracciare un cammino, un modo di fare che valga per tutti. Sarebbe una mancanza di rispetto della libertà e della diversità degli itinerari spirituali. Spetta a ogni credente di scoprire, sotto la mozione e nella libertà dello Spirito, secondo quali vie Dio voglia condurlo.

Inoltre, occorre ricordare che la vita di preghiera è sottoposta a evoluzioni, a tappe. Ciò che vale a un certo momento della vita spirituale non vale più in un altro momento. La condotta da tenere nell'orazione può essere differente secondo che ci troviamo all'inizio del cammino o che il Signore abbia già cominciato a introdurci in certi stati particolari, in certe "mansioni" (dimore), come direbbe Santa Teresa d'Avila. A volte si deve agire, a volte bisogna contentarsi di ricevere; talvolta ci si deve riposare, talvolta bisogna lottare.

Infine, ciò che si vive nella preghiera è difficile da descrivere e, sovente, è al di là della chiara coscienza di colui che prega. Si tratta di realtà intime, misteriose che il linguaggio umano non può rendere completamente. Non si hanno sempre le parole per dire ciò che passa tra l'anima e il suo Dio.  

Aggiungiamo, inoltre, che ogni persona che parla della vita di preghiera, ne parla attraverso ciò che ha sperimentato o ciò che ha constatato in altri che si sono confidati con lei. Tutto questo è assai limitato in rapporto alla diversità e alla ricchezza delle esperienze possibili.  

Malgrado questi ostacoli, incominciamo ad affrontare l'argomento, sperando semplicemente che il Signore ci faccia la grazia di presentare alcune indicazioni che, sebbene non debbano essere considerate in nessun caso come risposte complete e infallibili, tuttavia potranno essere fonte di luce e di incoraggiamento per il lettore di buona volontà.  

2. Quando la domanda non si pone  

Stiamo per domandarci come si deve occupare il tempo della preghiera. Tuttavia, prima di trattare questo argomento, bisogna sottolineare che a volte la domanda non si pone. Ed è forse questo che si deve considerare in primo luogo.  

La domanda non si pone quando la preghiera nasce spontanea. Si instaura allora una comunione amorosa che si vive con Dio senza che ci si debba chiedere come occupare il tempo. E questo dovrebbe sempre accadere, essendo l'orazione , secondo la definizione di Santa Teresa d'Avila ,"un commercio intimo d'amicizia, in cui ci si intrattiene sovente da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati" (Vita, c. 8,5).  

Quando due persone si amano in modo profondo, generalmente non hanno troppi problemi per sapere come trascorrere i momenti in cui si incontrano... D'altra parte, a volte, essere insieme basta a soddisfarle pienamente, senza che debbano fare altro! Ma spes so, purtroppo, il nostro amore per Dio è molto debole e non arriviamo a tanto.

Per ritornare all'orazione spontanea, bisogna osservare che tale comunione con Dio, che viene donata e si deve semplicemente accogliere, può situarsi a differenti livelli del cammino spirituale ed essere di specie ben diverse.  

Esiste il caso della persona convertita da poco, tutta entusiasta della sua recente scoperta di Dio, piena della gioia e del fervore dei neofiti. Nessun problema per la sua preghiera: ella è sorretta dalla grazia, tutta felice di dedicare del tempo a Gesù, ha mille cose da dirgli e da chiedergli; è piena di sentimenti d'amore e di pensieri consolanti. Gioisca allora, senza scrupolo, di questo momento di grazia e ne ringrazi Dio, ma resti umile e si guardi bene dal credersi santa, perché è piena di fervore, e dal giudicare il prossimo meno zelante di lei! La grazia dei primi tempi della conversione non ha eliminato i difetti e le imperfezioni; essa non fa che mascherarli. E questa persona non dovrà stupirsi se un bel giorno il suo fervore sparisce, se riappaiono, con una violenza imprevedibile, imperfezioni da cui si credeva liberata grazie alla sua conversione. Perseveri, allora, e sappia trarre profitto dal deserto e dalla prova, come ha saputo approfittare del tempo della benedizione.  

Un altro caso in cui la suddetta domanda non si pone, si situa , se così possiamo dire, all'altra estremità del cammino spirituale. E quello in cui l'azione di Dio sulla persona in preghiera è tale che ella non può resistere né fare alcunché da se stessa: le sue facoltà sono come legate e lei non può che abbandonarsi e acconsentire alla presenza di Dio che l'invade totalmente. Questa persona non deve fare nulla se non dire "sì".  

Dovrà tuttavia aprirsi a un padre spirituale per avere conferma dell'autenticità delle grazie che riceve, perché in questo momento non si è più nelle vie ordinarie ed è bene manifestare il proprio stato a qualcuno che sia esperto. Le grazie straordinarie nell'orazione sono spesso accompagnate da lotte e dubbi quando vengono a cessare, da incertezze quanto alla loro causa e, a volte, solo se l'anima si apre, può essere rassicurata quanto alla loro origine divina e resa libera di accoglierle pienamente.

Parliamo ora di un caso intermedio che, in compenso, è molto frequente. E' bene parlarne perché la situazione che stiamo per descrivere si manifesta talvolta agli inizi in maniera impercettibile e può causare dubbi, perfino scrupoli, quanto al comportamento da tenere: la persona non sa se fa bene o male, ma in ogni modo non ha altra scelta. Spieghiamoci.  

Si tratta di quella situazione in cui lo Spirito Santo comincia a far entrare qualcuno in un'orazione più passiva, dopo un periodo di tempo in cui la sua preghiera è stata piuttosto "attiva", nel senso che la preghiera consisteva principalmente in una certa attività personale (fatta di riflessioni, di meditazioni, di dialogo interiore con Gesù, di atti di volontà, come offrire se stessi a lui, ecc ... )

Ed ecco che un bel giorno, spesso impercettibilmente all'inizio, il modo di pregare si trasforma. La persona prova difficoltà a meditare, a discorrere; entra in una certa aridità e si sente piuttosto incline a restare là, davanti al Signore, senza fare né dire nulla, senza pensare a niente di speciale, ma in una sorta di atteggiamento calmo, di attenzione globale e amante nel confronti di Dio. Questa attenzione amorosa, che procede dal cuore più che dall'intelligenza, è però quasi impercettibile. Essa può diventare più forte in seguito, una specie di infiammazione d'amore, ma in genere all'inizio è quasi insensibile. E se l'anima cerca di fare un'altra cosa, di riprendere una preghiera più "attiva", non riesce, ma avrà quasi sempre tendenza a ritornare a quello stato che abbiamo descritto. A volte, però, avrà degli scrupoli, perché ha l'impressione di non fare più nulla, mentre prima faceva qualcosa.  

Quando l'anima si trova in questo stato, ebbene, occorre molto semplicemente che vi resti, senza inquietarsi e senza agitarsi né dibattersi. Dio vuole allora introdurla in un'orazione più profonda e questa è una grazia molto grande. L'anima deve lasciarsi fare, e seguire la sua inclinazione a rimanere passiva. Il fatto che ci sia nel fondo del suo cuore questo orientamento quieto verso Dio basta perché ella sia in orazione.  

Non è più il momento di agire da sé, con le proprie facoltà e capacità; è il momento di lasciar agire Dio. Notiamo bene che questo stato non è quell'espropriazione totale da parte di Dio, di cui abbiamo parlato precedentemente. L'intelligenza e l'immaginazione continuano a esercitare una certa attività: vi sono pensieri, immagini che passano, che vanno e vengono, ma a un livello superficiale, senza che la persona segua veramente questi pensieri e immagini piuttosto involontari. L'importante non è questo movimento (inevitabile)  dello spirito, ma l'orientamento profondo del cuore verso Dio.

Ecco dunque esaminato un certo numero di situazioni in cui di fatto non ci si deve porre la domanda: "Come occupare il tempo dell'orazione?", perché la risposta è già data.  

Resta il caso in cui la domanda si pone. Detto sommariamente, è il caso della persona piena di buona volontà, ma che non è (non ancora!) infiammata d'amore per Dio, che non ha ricevuto ancora la grazia di una preghiera passiva, ma che ha compreso l'importanza della preghiera e desidera dedicarsi ad essa regolarmente, pur non sapendo troppo bene come impegnarsi. Che cosa consigliare a questa persona?

Non risponderemo direttamente alla domanda, dicendo: "Durante il tempo della preghiera, fate questo o quello; pregate in questo modo o in quest'altro". Ci sembra prudente incominciare a dare i principi orientativi che devono guidare l'anima in ciò che riguarda la sua attività durante la preghiera.  

Nei capitoli precedenti abbiamo spiegato quali sono gli atteggiamenti di base che devono orientare l'anima che intraprende l'orazione, atteggiamenti di fatto validi per ogni forma di preghiera come anche per tutta l'esistenza cristiana nel suo complesso. In realtà ciò che conta, soprattutto, non sono le modalità o le formule, ma il clima, se così si può dire, le disposizioni interiori con cui iniziare la vita di preghiera. t infatti la giusta natura di questo clima a condizionare la perseveranza nell'orazione, come pure la sua fecondità.

Ora noi faremo un po' la stessa cosa, cercheremo cioè di dare un certo numero di indicazioni che, prese nel loro insieme, definiscono non tanto un clima, quanto piuttosto una specie di "paesaggio interiore", con i suoi punti di riferimento, i, suoi itinerari; paesaggio interiore che chi desidera fare orazione potrà liberamente percorrere secondo la tappa in cui si trova nel suo cammino e secondo l'impulso dello Spirito Santo. Conoscere almeno parzialmente questi punti di riferimento permetterà al credente di orientarsi, di comprendere da se stesso ciò che deve fare nell'orazione.

Questo "paesaggio interiore" della vita di orazione del cristiano è in certo modo definito e modellato da alcune verità teologiche che noi ora enunceremo e spiegheremo.  

3. Primato dell'azione divina  

Il primo principio è semplice, ma molto importante: ciò che conta nell'orazione non è tanto ciò che noi facciamo, quanto ciò che Dio fa in noi durante questo tempo.  

Dà molta libertà saperlo, dato che a volte noi siamo incapaci di fare alcunché nell'orazione. Questo non ha nulla di drammatico, perché se non possiamo far nulla, Dio può sempre fare e fa sempre qualcosa nel profondo del nostro essere, anche se noi non ce ne rendiamo conto. L'atto essenziale dell'orazione è, infatti, di mettersi e restare alla presenza di Dio. Ora, Dio non è il Dio dei morti, ma il Dio dei viventi. Questa presenza, poiché è presenza del Dio vivente, è attiva, vivificante, guaritrice, santificante. Non si può stare davanti al fuoco senza essere riscaldati né ci si può esporre al sole senza abbronzarsi: e, questo, per il fatto che si resta là e si mantiene una certa immobilità e un certo orientamento...  

Se la nostra preghiera consiste semplicemente in questo: stare davanti a Dio senza fare nulla, senza pensare niente di speciale, senza sentimenti particolari, ma in un profondo atteggiamento interiore di disponibilità, di abbandono fiducioso, ebbene, noi non abbiamo niente di meglio da fare. In questo modo lasciamo Dio agire nel segreto del nostro essere, ed è ciò che più conta, in definitiva.  

Sarebbe un errore misurare il valore della nostra preghiera su ciò che noi abbiamo fatto durante questo tempo, avere l'impressione che essa è buona e utile se abbiamo detto e pensato molte cose e desolarci se non siamo stati capaci di nulla. Può essere benissimo che la nostra preghiera sia stata misera e che, durante questo tempo, segretamente e invisibilmente Dio abbia fatto cose prodigiose nel profondo della nostra anima, di cui soltanto molto più tardi vedremo i frutti...  

In realtà tutti i beni immensi, di cui l'orazione è la fonte, hanno come causa non i nostri pensieri o la nostra azione, ma l'operazione, sovente segreta e invisibile, di Dio nel nostro cuore. Molti frutti della nostra preghiera non li vedremo che nel Regno!

La piccola Teresa era molto cosciente di ciò. Aveva un problema nella sua vita di preghiera: si addormentava! Non era colpa sua. Era infatti entrata nel Carmelo molto giovane e non dormiva abbastanza per la sua età... Questa debolezza non la desolava troppo: "...penso che i bambini piacciono ai loro genitori mentre dormono come quando sono svegli; penso che per fare le operazioni i medici addormentano i loro pazienti: infine penso che il Signore vede la nostra fragilità, si ricorda che non siamo che polvere(cfr. Sal 103,14)  (Storia di un'anima, Manoscritto A).  

Nell'orazione, la componente passiva è la più importante. Si tratta meno di fare qualcosa che di abbandonarsi all'azione di Dio...   A volte dobbiamo preparare o assecondare quest'azione di Dio con la nostra attività, ma molto spesso non abbiamo che da acconsentirvi passivamente; ed è allora che avvengono le cose più importanti. A volte, anzi, è necessario che la nostra azione personale sia impedita perché Dio possa agire liberamente in noi.  

E questo , come ha ben dimostrato San Giovanni della Croce , spiega certe aridità, certe incapacità a far funzionare l'intelligenza o l'immaginazione nella preghiera, l'impossibilità di sentire cosa alcuna o di meditare: Dio ci mette in questo stato di aridità, di notte oscura, per essere il solo ad agire profondamente in noi, come il medico che anestetizza il malato per lavorare in pace!  

Ritorneremo sull'argomento. Per ora ricordiamo almeno questo: se, malgrado la nostra buona volontà, siamo incapaci di pregare bene, di avere buoni sentimenti e bei pensieri, non dobbiamo rattristarci. Offria mo la nostra povertà all'azione di Dio e, in tal modo, faremo una preghiera ben più valida di quella che ci avrebbe reso soddisfatti di noi stessi! San Francesco di Sales pregava così: "Signore, io non sono che un pezzo di legno: mettici il fuoco!".  

4. Primato dell'amore  

Passiamo ora a un secondo principio, anch'esso assolutamente fondamentale: il primato dell'amore su tutto il resto. Santa Teresa d'Avila dice: "Nell'orazione ciò che conta non è pensare molto, ma amare molto".  

Pure questo è assai liberatorio. A volte non si può pensare, non si può meditare, non si può sentire, ma in compenso si può sempre amare. Una persona che è al colmo della fatica, oppressa dalle distrazioni, incapace di fare orazione, può sempre, anziché inquietarsi e avvilirsi, offrire con quieta fiducia la propria povertà al Signore: così ama e fa quindi una meravigliosa preghiera!  

L'amore è sovrano e da qualunque circostanza sa trarre abilmente vantaggio. "L'amore trae profitto da tutto, dal bene come dal male", amava dire la piccola Teresa, citando Giovanni della Croce. L'amore sa trarre vantaggio sia dai sentimenti che dall'insensibilità, dai pensieri come dall'aridità, dalla virtù come dal peccato...  

Questo principio si ricollega al primo, di cui abbiamo parlato in precedenza: il primato dell'azione di Dio in rapporto alla nostra azione. Il nostro compito principale nell'orazione è di amare. Ma, nella relazione con Dio, amare è anzitutto lasciarsi amare. E non è così facile come sembra. Bisogna credere all'amore, mentre noi abbiamo tanta facilità a dubitare! Bisogna, inoltre, accettare di essere poveri.

Spesso per noi è più facile amare che lasciarci amare: se siamo noi a fare qualcosa, a donare, questo ci gratifica: infatti, ci crediamo utili! Lasciarsi amare, invece, suppone che si accetti di non fare nulla, di essere nulla. La nostra prima attività nell'orazione è questa: non pensare, né offrire, né fare qualcosa per Dio, ma lasciarci amare da lui come bambini. Lasciare a Dio la gioia di amarci. Questo è difficile, perché suppone che crediamo fortemente all'amore di Dio per noi. Ciò sottintende pure che noi accettiamo la nostra povertà. Qui si tocca qualcosa di assolutamente fondamentale: non c'è amore vero per Dio che non sia fondato sul riconoscimento dell'assoluta priorità dell'amore di Dio per noi e che non abbia compreso che, prima di fare qualunque cosa, noi dobbiamo anzitutto accogliere. "In questo sta l'amore , ci dice San Giovanni , non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ci ha amati per primo " (1 Gv 4,10.19).

Nei confronti di Dio, il primo atto di amore, e ciò che deve stare alla base di ogni atto di amore, è credere che noi siamo amati e lasciarci amare nelle nostre povertà, così come siamo, indipendentemente dai nostri meriti e dalle nostre virtù. Se questo atteggiamento resta sempre alla base del nostro rapporto con Dio, allora questo rapporto è giusto; altrimenti sarà sempre falsato da una certa presunzione, in cui il centro, il primo posto non è occupato da Dio, ma da noi stessi, dalla nostra attività, dalla nostra virtù o da altro.

Questo punto di vista è al tempo stesso molto esigente (richiede un grande decentramento, un grande oblio di sé), ma è pure assai liberatorio. Dio non attende anzitutto da noi opere, azioni, la produzione di un certo bene. Siamo infatti servi inutili. "Dio non ha bisogno delle nostre opere, ma ha sete del nostro amore", dice Teresa del Bambino Gesù. Ci chiede anzitutto di lasciarci amare, di credere al suo amore, e questo è sempre possibile. L'orazione è, fondamentalmente, stare alla presenza di Dio, per lasciare che Dio ci ami. La risposta d'a more viene in seguito, sia durante sia al di fuori dell'orazione. Se ci lasciamo amare, Dio stesso produrrà in noi il bene e ci aiuterà a compiere quelle "buone opere che egli ha preparato in anticipo affinché noi le compiamo" (Ef 2,10).  

Da questo primato dell'amore consegue pure che la nostra attività nella preghiera deve essere guidata dal seguente principio: quello che noi dobbiamo fare è ciò che favorisce e fortifica l'amore.  

Ecco il solo criterio che permette di dire se è bene o male fare questo o quello durante la preghiera. E' buono tutto ciò che porta all'amore, ma a un amore vero, non a un amore superficialmente sentimentale (anche se i sentimenti ardenti hanno il loro valore come espressione dell'amore, se Dio ce ne fa dono ... ) .  

I pensieri, le considerazioni, gli atti interiori che alimentano o esprimono il nostro amore per Dio, che ci fanno crescere nella gratitudine e nella fiducia verso di lui, che risvegliano o stimolano il desiderio di donarci totalmente, interamente a lui, di appartenergli, di servirlo fedelmente come nostro unico Signore... devono costituire abitualmente la parte principale della nostra attività nell'orazione. Tutto quanto fortifica il nostro amore per Dio è materia buona per la preghiera.    

Conseguenza di quanto detto precedentemente è che si deve fare attenzione nella preghiera a non sfarfallare, a non moltiplicare i pensieri e le considerazioni che favorirebbero, alla fine, il desiderio di slanci e di voli più che la ricerca di una effettiva conversione del cuore. A che mi serve avere pensieri assai elevati e molteplici sui misteri della fede, cambiare continuamente l'argomento di meditazione, percorrendo tutte le verità teologiche e tutti i passi della Scrittura, se non ne esco più risoluto a donarmi a Dio e a rinunciare a me stesso per amore di lui?  

"Amare , dice Santa Teresa del Bambino Gesù , è dare tutto, è dare se stessi".  

Se la mia preghiera di ogni giorno consistesse in un unico pensiero su cui io ritornassi instancabilmente , stimolare, ad esempio, il mio cuore a darsi totalmente al Signore, fortificarmi senza sosta nel proposito di servirlo e di abbandonarmi a lui , questa preghiera sarebbe più povera, ma migliore!  

Per continuare sul primato dell'amore, riportiamo un episodio della vita di Teresa di Lisieux.  

Poco prima della sua morte, quando Teresa era a letto molto malata, sua sorella, madre Agnese, entrò nella sua camera e le chiese: "A cosa pensi?". "Non penso a niente, non posso, soffro troppo; allora prego". "E cosa dici a Gesù?". Teresa rispose: "Non gli dico niente, l'amo!".  

Ecco la preghiera più povera, ma più profonda: un semplice atto d'amore, al di là di ogni parola, di ogni pensiero. E noi dobbiamo tendere a questa semplicità. Alla fine, la nostra preghiera non dovrebbe essere più che questo: non parole o pensieri né una successione di atti particolari e distinti, ma un solo atto, unico e semplice, d'amore! Ma è necessario molto tempo e un profondo lavoro della grazia per giungere a questa semplicità, poiché il peccato ci ha reso così complicati, così dissipati...  

Ricordiamo almeno questo: il valore della preghiera non si misura dalla molteplicità e dall'abbondanza delle cose che in essa si fanno; al contrario, più la preghiera si avvicina a questo semplice atto di amore, più vale. E, normalmente, più noi progrediamo nella vita spirituale, più la nostra preghiera si semplifica.  

Prima di concludere questo punto, vorremmo mettere in guardia da una certa tentazione che può sopraggiungere.  

Accade a volte che, quando siamo in preghiera, si presentino al nostro spirito pensieri molto belli e profondi, illuminazioni sul mistero di Dio o prospettive entusiasmanti che riguardano la nostra vita... Questo genere di illuminazioni o di pensieri (che possono sembrarci, al momento, geniali!) è spesso un'insidia e noi dobbiamo stare in guardia. Certamente, a volte, Dio può comunicarci illuminazioni e ispirazioni molto elevate durante l'orazione. Bisogna però sapere che certi pensieri possono essere tentazioni: seguendoli, ci allontaniamo di fatto da una presenza a Dio più povera, ma più vera. Questi pensieri ci trascinano talvolta, ci esaltano un po', e noi finiamo per coltivarli e prestar loro più attenzione che a Dio stesso. Una volta terminato il tempo della preghiera ci accorgiamo, allora, che tutto cade e rimane ben poca cosa...  

5. Dio si dona attraverso l'umanità di Gesù  

Dopo il primato dell'azione divina e il primato dell'amore, vediamo, ora, un terzo principio  fondamentale che è sotteso alla vita contemplativa del cristiano: noi incontriamo Dio nell'umanità di Gesù. Se preghiamo è per entrare in comunione con Dio. Ma Dio nessuno lo conosce. Qual è allora il mezzo, la mediazione che ci è data per incontrare Dio? Vi è un unico mediatore, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.  

L'umanità di Gesù, in quanto umanità del Figlio, è per noi la mediazione, il punto di appoggio alla nostra portata, per mezzo del quale ci è dato di poter incontrare Dio e di unirci a lui. Dice infatti San Paolo: "... in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità " (Col 2, 9).  

L'umanità di Gesù è il sacramento primordiale per cui Dio si rende accessibile agli uomini. Noi siamo esseri di carne e di sangue e abbiamo bisogno di supporti sensibili per accedere alle realtà spirituali. Dio lo sa e ciò spiega tutto il mistero dell'Incarnazione. Noi abbiamo bisogno di vedere, di toccare, di sentire. L'umanità sensibile e concreta di Gesù è per noi l'espressione di questa meravigliosa condiscendenza di Dio, che sa di cosa siamo fatti e che ci dà la possibilità di accedere umanamente al divino, di toccare il divino con mezzi umani. Lo spirituale si è fatto carnale. Gesù è per noi il cammino verso Dio: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9), dice Gesù a Filippo che gli aveva chiesto:" il Padre e ci basta" (Gv 14, 8).  

Qui c'è un mistero, bellissimo e grandissimo. L'umanità di Gesù in tutti i suoi aspetti, anche i più umili e i più secondari in apparenza, è per noi come un immenso spazio di comunione con Dio. Ogni aspetto di questa umanità, ciascuno dei suoi tratti, anche il più piccolo e nascosto, ogni sua parola, ogni atto e gesto, ogni tappa della sua vita, dal concepimento nel seno di Maria fino all'Ascensione, ci mettono in comunione con il Padre, se li accogliamo nella fede.  

Percorrendo questa umanità come un paesaggio che ci appartiene, come un libro scritto per noi, appropriandocene nella fede e nell'amore, noi continuiamo a crescere nella comunione con il mistero inaccessibile e insondabile di Dio. Ciò significa che la preghiera del cristiano sarà sempre fondata su un certo rapporto con l'umanità del Salvatore . Le diverse forme di preghiera cristiana  trovano tutta la loro giustificazione teologica e hanno come comune denominatore di mettere in comunione con Dio per mezzo di un certo aspetto dell'umanità di Gesù. Essendo la sua umanità il sacramento, il segno efficace dell'unione dell'uomo con Dio, ci basta essere uniti, nella fede, con l'umanità di Gesù per trovarci in comunione con Dio.  

Bérulle esprime in modo assai bello come i misteri della vita di Gesù, benché remoti nel tempo, siano realtà viventi e vivificanti per chi li contempla nella fede: "Bisogna considerare la perpetuità di questi misteri in un certo modo: essi, cioè, sono passati per alcune circostanze, ma durano, sono presenti e perpetui in un certo altro modo. Essi sono passati quanto all'esecuzione, sono invece presenti quanto alla loro efficacia; e la loro efficacia non passa mai, né l'amore con cui sono stati compiuti passerà mai. Lo spirito, quindi, lo stato, l'efficacia, il merito del mistero sono sempre presenti... E questo ci obbliga a trattare i misteri di Gesù, non come realtà passate ed estinte, ma come realtà vive e presenti, di cui dobbiamo anche raccogliere un frutto presente ed eterno".  

Egli applica ciò, ad esempio, all'infanzia di Gesù: L'infanzia del Figlio di Dio è uno stato passeggero; le circostanze di questa infanzia sono passate ed egli non è più un bambino; ma vi è qualcosa di divino in questo mistero che permane nel cielo e che opera una specie di grazia simile nelle anime che sono sulla terra, che Gesù ama commuovere e rendere devote a questo umile, primo stato della sua persona".  

Vi sono mille modi di essere in contatto con l'umanità di Gesù: contemplare i suoi gesti e i suoi atti, meditare le sue parole e le sue opere, ogni avvenimento della sua vita terrena, e conservarli nella nostra memoria, guardare il suo volto in un'icona, adorarlo nel suo corpo nell'Eucaristia, pronunciare con amore il suo nome e conservarlo nel nostro cuore ... : tutto ciò consente di pregare, a condizione però che questa attività non sia una curiosità intellettuale, ma una ricerca amorosa: "Ho cercato colui che il mio cuore ama" (cfr. Ct 3,1).  

Infatti, ciò che ci consente di appropriarci pienamente dell'umanità di Gesù e di entrare, così, in comunione reale con il mistero insondabile di Dio, non è la speculazione dell'intelligenza, ma è la fede, la fede come virtù teologale, vale a dire la fede animata dall'amore. Ella sola , e San Giovanni della Croce insisterà moltissimo al riguardo , ha il potere, la forza necessaria per farci entrare realmente in possesso del mistero di Dio attraverso la persona di Cristo. Solo essa ci fa raggiungere realmente Dio, nella profondità del suo mistero. La fede, che è adesione di tutto l'essere a Cristo, nel quale Dio si dona a noi.  

Ne consegue che il modo privilegiato di pregare, per il cristiano, è di entrare in comunione con l'umanità di Gesù. E questo con il pensiero, lo sguardo, i movimenti della volontà e secondo vie diverse, a ognuna delle quali corrisponde, se così si può dire, un "metodo di orazione".  

Un modo classico per entrare nella vita di orazione , in Occidente almeno , è quello, ad esempio, che consiglia Teresa d'Avila: vivere in compagnia di Gesù come di un amico con cui si dialoga, che si ascolta...  

"L'anima s'immagini di trovarsi innanzi a Gesù Cristo, conversi spesso con lui e cerchi di innamorarsi della sua umanità, tenendola sempre presente. Gli chieda aiuto nel bisogno, pianga con lui nel dolore, si rallegri con lui nella gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità e questo non con preghiere ricercate, ma con parole semplici, conformi ai propri desideri e necessità: metodo eccellente per fare rapidi progressi in poco tempo. Chi cerca di vivere in così preziosa compagnia e si studia di trarne tutti i possibili vantaggi, amando veramente il Signore a cui tanto dobbiamo, costui, a mio parere, è già molto avanzato" (Vita, c. 12, 2).  

6. Dio abita il nostro cuore

Vorremmo, ora, enunciare un quarto principio teologico, che è pure di grandissima portata per guidarci nella vita di preghiera. Con essa noi vogliamo unirci alla presenza di Dio. Ora, i modi della presenza di Dio sono molteplici e ciò spiega anche la diversità dei modi di pregare. Dio è presente nella creazione e lo si può contemplare in essa. Dio è presente nell'Eucaristia e lì lo si può adora re. E presente nella Parola, e si può trovare Dio meditando la Scrittura... Ma vi è un'altra manifestazione della presenza di Dio, la cui conseguenza è assai importante per la vita di preghiera: la presenza di Dio nel nostro cuore.

Come le altre forme della presenza di Dio, anche questa, all'interno di noi stessi, non è anzitutto oggetto di esperienza (lo potrà diventare gradualmente, almeno in certi momenti privilegiati ... ), ma è oggetto di fede. Indipendentemente da quello che possiamo sentire o no, sappiamo da scienza certa, mediante la fede, che Dio abita il profondo del nostro cuore."Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito santo? dice San Paolo (1Cor 6,19). Santa Teresa d'Avila racconta lei stessa che il fatto di aver compreso questa verità è stata un'illuminazione che ha profondamente trasformato la sua vita di preghiera.

"Se avessi inteso, come ora, che nel piccolo palazzo dell'anima mia abita un re così grande, mi sembra che non l'avrei lasciato tanto solo, ma che di quando in quando gli avrei tenuto compagnia, e sarei stata più diligente nel conservarmi senza macchia. Nulla di più meraviglioso che vedere colui che può riempire della sua grandezza mille e più mondi, rinchiudersi in una cosa tanto piccola! Egli è il Signore del mondo, libero di fare quel che vuole e perciò, nell'amore che ci porta, si adatta in tutto alla nostra misura" (Cammino di perfezione, c. 28,11).  

Tutto l'aspetto di raccoglimento, di interiorità, di ritorno in se stessi, che può esserci nella vita di preghiera, trova qui il suo senso vero, altrimenti il raccoglimento non sarebbe che un ripiegamento su di sé. Il cristiano può legittimamente rientrare in se stesso, perché al di là e più "profondo" di tutte le sue miserie interiori trova Dio "più intimo a noi di noi stesso", secondo l'espressione di Sant'Agostino; Dio che dimora in noi per la grazia dello Spirito Santo. Il centro più profondo dell'anima , dice San Giovanni della Croce , è Dio" (Fiamma Viva d'Amore, 1, 3).  

In questa verità si trova la giustificazione di tutte le forme di orazione intese come "preghiera del cuore": discendendo con fede nel proprio cuore, l'uomo si unisce alla presenza di Dio che lo abita. Se nella preghiera c'è questo movimento per cui ci uniamo a Dio come all'Altro, come al di fuori, esteriore a noi , e presente in modo sommo nell'umanità di Gesù , vi è ugualmente posto per quest'altro movimento, mediante il quale scendiamo all'interno del nostro cuore per raggiungervi Gesù, così vicino, così accessibile: "Chi salirà per noi in cielo per cercarla?... Chi attraverserà per noi il mare?... No, la parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore..." (cfr. Dt 30,12-14).  

"Ora, credete che importi poco a un'anima, soggetta a distrazioni, comprendere questa verità e sapere che per parlare con il suo Padre celeste e godere della sua compagnia non ha bisogno di salire al cielo né di alzare la voce? Per basso che parli, egli che le è vicino l'ascolta sempre. E per cercarlo non ha bisogno di ali, perché basta che si ritiri in solitudine e lo contempli in se stessa. Allora, senza stupirsi di trovarvi un tale ospite, gli parli umilmente come al Padre, gli racconti le sue sofferenze e necessità, gliene chieda il sollievo, riconoscendosi indegna di essere chiamata sua figlia" (Santa Teresa d'Avila, Cammino di perfezione, c. 28, 2).  

Quando non sappiamo come pregare, la cosa più semplice è procedere così: raccogliamoci, facciamo silenzio ed entriamo nel nostro cuore, scendiamo in noi stessi, raggiungiamo con la fede questa presenza di Gesù che ci abita e restiamo quietamente con lui.  

Non lasciamolo solo, ma teniamogli compagnia quanto più potremo. E, se perseveriamo in questo esercizio, non tarderemo a scoprire la realtà di quello che i cristiani orientali chiamano il luogo del cuore" o la "cella interiore", per parlare con Santa Caterina da Siena: questo centro della nostra persona in cui Dio si è stabilito per essere con noi e dove noi possiamo essere sempre con lui.  

Questo spazio interiore di comunione con Dio esiste, è dato, ma molti uomini e donne non lo suppongono nemmeno, perché non vi sono mai entrati; non sono mai scesi in questo giardino per coglierne i frutti. Beato colui che fa questa scoperta del Regno di Dio dentro di lui: la sua vita sarà trasformata.   E' vero che il cuore dell'uomo è un abisso di miseria e di peccato, ma nel più profondo c'è Dio. Per riprendere un'immagine di Santa Teresa d'Avila, l'uomo che persevera nell'orazione è come colui che va ad attingere acqua in un pozzo. Egli getta il secchio e all'inizio non tira su che del fango. Ma se ha fiducia e persevera, verrà un giorno in cui troverà nel proprio cuore acqua limpidissima: " ...  chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Gv 7, 38).  

Ciò è di grande importanza per tutta la nostra vita. Se noi scopriamo, grazie alla perseveranza nella preghiera, questo "luogo del cuore", a poco a poco i nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre azioni, che troppo spesso sgorgano dalla parte superficiale del nostro essere (le nostre inquietudini, i nostri nervosismi, le nostre reazioni impulsive ... ), procederanno da questo centro dell'anima, dove noi siamo uniti a Dio nell'amore. Accederemo a un nuovo modo di essere, in cui tutto procederà dall'amore: e allora saremo liberi.  

 Abbiamo, dunque, enunciato quattro grandi principi che devono orientare la nostra attività nella preghiera: primato dell'azione di Dio, primato dell'amore, l'umanità di Gesù come strumento di comunione con Dio, l'abitazione di Dio nel nostro cuore. Questi principi devono servirci da punti di riferimento per vivere bene il tempo della preghiera.


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