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L'uso del denaro e della ricchezza nella vita del cristiano Don Mario Cascone Indicazioni bibliche e teologico-morali |
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Prima Parte Possiamo
introdurci nel tema partendo da un’icona biblica: Gesù nel
deserto (Mt 4, 1-11). Prima di iniziare pubblicamente il suo
ministero di salvezza Gesù sceglie di vivere in un clima di austerità
volontaria, che possa facilitare in Lui la conquista della perfetta
libertà umana nei confronti delle cose materiali. Al diavolo, che alla
fine dei quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto, lo tenta
proprio su questo punto, Gesù risponde: “Non di solo pane vivrà
l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).
Con queste parole Gesù si collega direttamente a Deut 8, 3 ss., in cui
si riconosce che la prova subìta da Israele nel deserto è servita al
popolo per maturare la sua fiducia nella Provvidenza di Dio e per non
mettere al primo posto i beni materiali. Questi beni infatti non saziano
il cuore dell’uomo, anzi possono diventare un idolo schiavizzante,
capace di far commettere all’umanità i crimini più atroci. Di certo
non esagera S. Paolo, quando afferma che “l’attaccamento al denaro
è la radice di tutti i mali” (1Tim 6, 10).
In questa luce dobbiamo cogliere l’invito di Gesù a chiedere
al Padre celeste ogni giorno solo il pane quotidiano (Mt 6, 11) e a non
affannarci di quello che mangeremo o indosseremo, dal momento che il
Padre nostro conosce già le cose di cui abbiamo bisogno (Mt 6, 25-34).
La fiducia nella Provvidenza di Dio, il desiderio di nutrirci di
ogni Parola che esce dalla sua bocca, fanno scattare in noi il senso
autentico della solidarietà e della comunione con tutti gli uomini,
nostri fratelli. L’interdipendenza strutturale, che lega oggi in modo
indissolubile i fattori dello sviluppo economico e i diversi elementi
del sistema sociale, deve tradursi nel nome etico della solidarietà,
comportando scelte di vita personale e comunitaria, che tengano conto
del fatto che “siamo tutti responsabili di tutti”.[1]
Dice giustamente il vescovo Attilio Nicora, in una sua lettera
pastorale sulla sobrietà, che il cristianesimo è vita di comunione,
e non di competizione.[2]
La comunione esiste solo se si accettano dei limiti al proprio potere e
al proprio avere; la competizione invece porta, nel migliore dei casi,
ad un’aurea solitudine. In realtà in molti altri casi degenera nella
violenza e nella guerra. La consapevolezza di dover vivere nella
solidarietà e nella comunione deve generare in noi uno stile di vita più
sobrio e più razionale, che ci conduce obbligatoriamente all’ombra
della Croce, la quale è il necessario costo della “vita in
abbondanza” per tutti (Gv 10, 10), ossia della festa di tutta
l’umanità, radunata nella comunione dei figli di Dio.[3]
Non possiamo tollerare che l’ 82,7% del reddito mondiale sia in
mano al 20% della popolazione mondiale e che i 2/3 dell’umanità
debbano accontentarsi di gestire il 2% del reddito mondiale. Tutto
questo rappresenta non solo un compito morale, che riguarda tutti noi,
ma una vera e propria minaccia per la sopravvivenza stessa dell’umanità.
Un tale sbilanciamento della gestione delle ricchezze si ripercuote
negativamente anche sui Paesi ricchi, generando disoccupazione, “nuove
povertà” che riguardano l’essere più che l’avere, conflitti,
immigrazioni di massa, nuove forme di schiavitù, di cui la
prostituzione è un segno eclatante. Certamente
non siamo in grado da soli di risolvere questi problemi, che toccano il
sistema stesso dell’economia mondiale. Ognuno di noi, però, a
cominciare dalle sue scelte personali può e deve influire sul
cambiamento di questo sistema iniquo. Noi non la pensiamo come A. Smith,
il padre del capitalismo, il quale riteneva che in economia basta fare
bene i propri interessi, senza porsi il problema degli altri, perché
c’è come una “mano invisibile” che pensa a fare il bene comune!
Noi non crediamo a questa “mano invisibile”, perché siamo certi che
dalla coltivazione dell’egoismo individuale non potrà scaturire mai
nulla di buono. Riteniamo invece che il bene comune si costruisce con
l’impegno di ciascuno a vivere con sobrietà e ad esercitare in modo
responsabile il proprio potere di scelta economica. Questo
è il quadro generale nel quale poniamo la problematica che stiamo
analizzando. Una problematica che potrebbe tradursi in una domanda
concreta: che cosa significa vivere da cristiani nell’odierna società
dell’opulenza e del benessere (che forse sarebbe meglio chiamare
“ben-avere”)? Cercheremo
di rispondere a questa domanda analizzando anzitutto la S. Scrittura,
dalla quale potremo desumere alcune indicazioni di massima, che andranno
poi applicate in modo non fondamentalistico alla odierna situazione
socio-economica. 1.
Indicazioni
bibliche a)
Antico Testamento Il
momento fondativo della fede biblica non è la creazione, ma la
costituzione del popolo di Dio, che è un popolo liberato dalla schiavitù.[4]
Solo alla luce dell’esperienza dell’esodo Israele comprende che il
Dio Salvatore è anche il Creatore dell’universo. La liberazione dalla
schiavitù d’Egitto è un’esperienza fondamentale nella costituzione
del popolo di Dio, perché fa comprendere agli ebrei che Dio volge il
suo sguardo verso questo popolo di oppressi e decide di liberarlo (Es 3,
7-8). Egli si china, si “curva” sugli oppressi in terra d’Egitto,
cominciando così a far vedere quel processo di coinvolgimento nella
vicenda storica dell’uomo, che culminerà nella Incarnazione del suo
Figlio unigenito.
Dopo la liberazione dalla schiavitù d’Egitto c’è la
peregrinazione del popolo nel deserto, sotto la guida di Mosè. In
questo periodo prevale un’organizzazione comunitaria dei beni terreni,
che fa da sfondo ad alcune disposizioni che saranno poi inserite nei
“codici di Alleanza” (Es 21-23; Deut 15, 1-11; 24, 10-22). L’idea
di base è che non si possa parlare di una vera e propria proprietà
privata da parte dell’uomo, in quanto il padrone di ogni cosa è Dio:
“Del Signore è la terra e quanto contiene” (Sal 24, 1). Il
desiderio di possedere e di arricchirsi stabilmente viene perciò
considerato come un disconoscimento di questa sovranità di Dio, il
quale mette i beni della terra a disposizione di tutti. Da qui le
prescrizioni dell’anno sabbatico, che in genere, tuttavia, furono
largamente disattese: segno evidente della fatica dell’uomo a vivere
in questo campo il senso della sovranità di Dio. Rimane però il
principio di fondo, che è espresso non tanto nel settimo comandamento
(“non rubare”), quanto piuttosto nell’ultimo comandamento, dove il
desiderio e la brama di possesso sono visti come qualcosa di
estremamente negativo.[5]
E’ in particolare un grave peccato il cercare di arricchirsi
a spese degli altri, soprattutto dei più poveri, che sono
l’orfano, la vedova, lo straniero (Deut 24, 17; Es 22, 20-22), i quali
sono considerati, nei testi del Pentateuco, come i primi da soccorrere e
da aiutare. La difesa e l’accoglienza del povero non sono perciò
visti come una semplice azione sociale, ma come la riproduzione del modo
di agire di Dio nei confronti del popolo.
Israele, che ha sperimentato l’amore di Dio e la liberazione
dalla schiavitù, deve ora agire in modo corrispondente nei confronti
degli oppressi. Questo sistema di “previdenza sociale” ante litteram
trova perciò in Israele una coloritura squisitamente religiosa e
teologica.
Nel periodo della monarchia compaiono le prime notevoli
differenziazioni sociali ed economiche. Si creano vasti strati di
popolazione povera, formata da schiavi, stranieri, malati, vedove… I
poveri sono i “curvati” (“anawim”), cioè quelli privi di
potere, deboli, oppressi dal peso del potere esercitato dai ricchi.[6]
E’ in questo contesto che i profeti fanno sentire la loro
vibrante denuncia sociale. Amos, per esempio, denuncia il
latifondismo, creato dal grave peso fiscale esercitato sui piccoli
contadini e commercianti: “Hanno venduto il giusto per denaro ed il
povero per un paio di sandali: essi calpestano come la polvere della
terra la testa dei poveri” (Am 2, 6-7). Con parole di fuoco egli
stigmatizza il comportamento gaudente delle matrone di Samaria, chiamate
“vacche di Basan” (Am 4,1): ad esse il profeta rimprovera di
schiacciare i poveri e di godere una vita dedita ai piaceri sulle spalle
dei più diseredati. Amos fa vedere il legame tra questi peccati di
ingiustizia sociale e il culto idolatrico a divinità straniere:
opprimere il povero è la diretta conseguenza della prostrazione agli
idoli. Quando al posto di Dio si mettono i dollari, allora è facile che
si perdano di vista i poveri e si smarrisca il senso della giustizia…
Isaia,dal canto suo, denuncia vibrantemente i mali sociali
della grande città. Egli, che è un cittadino di Gerusalemme colto e
raffinato, conosce molto bene i traffici che fanno i grandi proprietari
di case e di campi. Essi ingrandiscono le loro proprietà facendo
ricorso ai mezzi più loschi, a spese dei poveri, e poi spendono i soldi
accumulati per corrompere i magistrati e per divertirsi nei bagordi
notturni: si dilettano nell’ascoltare musica, nel mangiare bene, nel
bere bevande inebrianti (cfr Is 5, 8-24). In compenso però osservano le
pratiche rituali del culto, suscitando ovviamente la denuncia del
profeta: “ Voi alzate le mani che sono sporche di sangue…” (Is 1,
13-17).[7]
L’esempio più evidente di oppressione del povero è quello che
riguarda Nabot (1Re 21), il quale rifiuta di cedere la sua vigna
al re Acab e per questo viene ucciso, con la complicità della perfida
regina Gezabele. Nabot è il povero che viene schiacciato dall’avidità
del potente. Egli è anche l’uomo tipicamente anti-economico, almeno
secondo gli schemi dell’economia di oggi: rifiuta infatti uno scambio
vantaggioso, perché non è interessato al denaro, ma ad altri valori
economicamente non apprezzabili.[8]
In
sintesi va ribadito che la denuncia sociale dei profeti si fonda su una
base teologica: l’oppressione del povero, infatti, è vista come
qualcosa che va contro l’Alleanza con Dio (cfr. Am 5, 11-12; Is 3,
14-24; Mic 2, 1-3). Il periodo di floridezza economica di cui gode Israele finisce tragicamente: nel 721 la popolazione del Nord viene deportata dagli Assiri, nel 587 il popolo del Sud subisce la deportazione da parte dei Babilonesi. Queste deportazioni vengono interpretate come un castigo di Dio, che colpisce il popolo per la sua infedeltà all’Alleanza.
Nell’epoca post-esilica (secc. VI-I) il ritorno degli
esuli è caratterizzato da una vera situazione di miseria, di cui si
fanno portavoce ancora una volta i profeti (cfr. Ag 1, 6-9; Zacc 8, 10;
Nee 5, 1-5). Nel raccogliere i “cocci” di una situazione di
disfatta, emerge ancora una volta la fondamentale importanza del
rapporto con Dio. Non a caso la prima cosa da ricostruire è il Tempio:
bisogna ripartire da Dio per fondare in modo giusto i rapporti tra gli
uomini. Durante
la successiva dominazione ellenistica si gode un periodo di relativa
prosperità, ma le tasse da pagare sono eccessive, per cui non mancano
le rivolte e le crisi sociali. E’ in questo periodo che prende corpo
la riflessione sapienziale, che richiama il popolo ad aspirare a
quello che basta per vivere e a non considerare fonte di felicità
l’accumulo di beni materiali. Ciò che conta è, infatti, possedere la
sapienza, che vale più dell’oro e dell’argento. b)
Nuovo Testamento
Al
tempo di Gesù la Palestina è sotto l’occupazione dei Romani, i quali
esercitano una pesante pressione fiscale sulla popolazione, avvalendosi
dell’aiuto dei pubblicani, i quali sono malvisti da tutta la
popolazione, anche perché apertamente approfittano del loro mestiere
per rubare alle spalle dei più deboli. Oltre alle tasse da versare
nelle casse di Roma, gli ebrei dovevano pagare anche le tasse religiose,
che servivano per il mantenimento del tempio e della classe sacerdotale.[9]
Dal punto di vista sociale si erano delineate già tre classi:
quella dei ricchi (latifondisti, grossi commercianti, funzionari
laici e religiosi); quella dei poveri (schiavi, braccianti,
salariati) e il ceto medio (piccoli commercianti, artigiani).
Probabilmente Gesù, essendo figlio di un artigiano, apparteneva a
quest’ultimo ceto.[10]
Egli perciò non era certamente un ricco, ma non era neanche
poverissimo. Si può dire quindi che Gesù sceglie liberamente di vivere
da povero. Nella sua vita pubblica egli si adatta allo stile di vita dei
“rabbi”, che vivevano dell’ospitalità delle persone
simpatizzanti, come ci mostrano diversi passi evangelici (cfr. Lc 8,3;
10, 38).
Il giudizio di Gesù sui beni economici proviene perciò da un
uomo che è libero dal bisogno economico. Per questo è un giudizio
equilibrato, non dettato dalla rabbia di una forzata vita condotta nella
miseria. Si può dire che in lui convergono
sia la linea di pensiero sapienziale che quella profetica
dell’Antico Testamento.
Sul piano sapienziale Gesù predica che i beni materiali
sono effimeri, danno sicurezze illusorie, possono impossessarsi del
cuore dell’uomo (Mt 6, 24; 13, 22; Lc 12, 15-21).
Sul piano profetico Gesù pronuncia richiami molto forti
ai benestanti: “Guai a voi, ricchi… (Lc 6, 24-26).[11]
In questa linea si comprenderanno, in seguito, le invettive di Giacomo
contro i ricchi latifondisti (Giac 5, 1-6) e tutte le prese di posizione
dell’apostolo Paolo nei confronti del valore effimero dei beni di
questo mondo (1 Cor 7,30).
In sintesi si può dire che in Gesù non c’è una condanna
della ricchezza in se stessa e un’esaltazione della povertà
economica, la quale non può essere certo considerata in sé come un
bene. Gesù però dice chiaramente che la ricchezza fine a se stessa è
idolatria; la ricchezza serve solo per il giusto sostentamento e per
essere condivisa. Ecco perché al giovane ricco chiede di vendere tutto
quello che ha e di darlo ai poveri, prima di porsi alla sua sequela (Mt
19, 21). Non si tratta della semplice rinuncia ai beni di questo mondo.
Questa la fanno anche i filosofi stoici o i maestri spirituali delle
religioni orientali: essi rinunciano ai beni per non essere infastiditi
dalle cose materiali. Il Vangelo non disprezza la ricchezza in se
stessa, ma la ricchezza fine a stessa, ossia la pura
accumulazione di beni, che non ha altra giustificazione se non quella
dell’accumulazione stessa. Per questo il Vangelo propone di usare i
beni terreni come segno di amore gratuito, come strumento di
condivisione. I beni materiali, infatti, possono occupare il cuore
dell’uomo e diventare “mammona”, l’idolo che prende il posto di
Dio (Mt 6, 24). Per seguire Gesù, bisogna imitare Lui, l'unico
“buono”, che condivide i suoi beni con tutti, a partire dai
bisognosi. Gesù riconosce come figli di Dio e suoi fratelli coloro che
hanno compiuto anche un semplice gesto di condivisione e di accoglienza:
dar da mangiare, dar da bere, visitare il malato, accogliere il
pellegrino. Sono gesti di amore ordinario, feriale, che non hanno nulla
di eroico. Sono però gesti che ci permettono di incontrare e amare Gesù
in persona, il quale si identifica col povero: “Ogni volta che avete
fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, le
avete fatte a me” (Mt 25, 40).[12]
Queste indicazioni del Vangelo furono attuate nella Chiesa
apostolica, come ci viene testimoniato dagli Atti degli Apostoli:
“Chi aveva proprietà e sostanze, le vendeva e ne faceva parte a tutti
secondo il bisogno di ciascuno” (At 2, 45); “Nessuno infatti tra
loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano,
portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai
piedi degli apostoli: e poi veniva distribuito secondo il bisogno di
ciascuno” (At 4, 34-35). Non mancarono certo i problemi, anche nella
Chiesa apostolica, come dimostra l’episodio di Anania e Saffira (At 5,
1-11). Ma in generale ci fu la presa di coscienza che i beni terreni
vanno dati e condivisi. Si chiede infatti S. Giovanni: “Se uno ha
ricchezze in questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli
chiude il proprio cuore, come dimorerà in lui l’amore di Dio?” (1
Gv 3, 16-17). Le
esperienze di comunione dei beni della prima Chiesa di Gerusalemme
dimostrano chiaramente la contrarietà ad una concezione di proprietà
privata, come è stata elaborata successivamente da alcune teorie
economiche. Sono anche lontane da certe indicazioni della teologia
morale classica, che insegnavano a dare ai poveri solo il superfluo. La
Parola di Dio ci dice che l’obiettivo non è di avere i poveri per
potere fare opere buone, ma di aiutarli a non essere più poveri. E per
fare questo bisogna mettersi dalla parte dei poveri: come ha fatto il
Signore, che si è fatto povero per noi per arricchirci mediante la sua
povertà (cfr. 2 Cor 8, 9). 2.
Indicazioni
patristiche e storiche Le
indicazioni del Vangelo e della Chiesa apostolica si riflettono con
evidenza negli scritti dei Padri della Chiesa.[13]
Senza la pretesa di addentrarci in un'analisi approfondita di questa
tematica, mi limiterò a leggere alcuni testi, dai quali si evince
questa continuità tra la Chiesa apostolica e quella dei primi secoli:
La Didaché: "Non respingerai l'indigente e farai
partecipe di ogni cosa il tuo fratello; e non dire che ci sono cose
private: se avete in comune le cose immortali, quanto più logicamente
non dovete avere quelle mortali?".
Tertulliano: "Da noi tutto è comune, tranne le
mogli. Sono i pagani che, gelosi custodi della proprietà, iniziano la
comunanza là dove i cristiani la terminano".
Giovanni Crisostomo: "Il tuo e il mio, questa fredda
parola: qui scoppia il contrasto, qui sorgono le inimicizie. Dove invece
codesta distinzione non esiste, non si vedono sorgere né conflitti né
rivolte. Di modo che la comunanza è nostro retaggio, più che la
proprietà".
Su queste basi sorsero nella Chiesa dei primi secoli numerose
esperienze di monachesimo e di servizio ai poveri. Esperienze che, per
grazia di Dio, sono continuate fino ai nostri giorni, assumendo
coloriture diverse e "adattandosi" alle diverse forme di
povertà, che storicamente sono emerse. Lo Spirito, infatti, ha condotto
questa storia di carità e di condivisione, manifestando tutta la sua
“fantasia” creativa e chiamando continuamente uomini e donne, di
ogni condizione sociale, ad incarnare generosamente il servizio ai
poveri e l’amore autenticamente gratuito.
Il concetto-chiave, su cui bisogna maggiormente far leva nella
riflessione teologico-morale, è sicuramente
quello della proprietà privata.
Abbiamo già considerato su questo punto le preziose indicazioni
della Bibbia e dei Padri. In sede teologica S.
Tommaso d’Aquino insegna che l'uomo può legittimamente usare dei
beni di questo mondo, che Dio ha messo a sua disposizione. Egli però
"non deve avere le cose esterne (cioè i beni) come proprie, ma
come comuni, cosicché uno possa parteciparne agli altri con una certa
facilità nel caso di bisogno".[14]
Qui si dice chiaramente che tutto quello che uno possiede, lo ha per
darlo e condividerlo, non per accumularlo. E lo deve dare largamente:
"con una certa facilità". S. Tommaso perciò si colloca
perfettamente nella logica evangelica e patristica.[15]
Egli non nega all’uomo il diritto a possedere; nega piuttosto che si
possa utilizzare la proprietà privata in chiave egoistica, in quanto
sottolinea la funzione sociale di tutto ciò che i singoli possiedono.
Secondo una felice formulazione dell’Aquinate la proprietà privata è
una soluzione della ragione umana in vista del bene comune.[16]
Per questo motivo S.Tommaso non considera il diritto di proprietà
privata come supremo diritto naturale, ma lo ritiene piuttosto un
diritto secondario, inseparabile dal dovere primario di porsi al
servizio del bene comune.[17]
La scoperta delle Americhe, l'incremento dei commerci con le
terre d' Oriente, le ricchezze provenienti dalle nuove terre fecero
progressivamente modificare queste concezioni. Anche nell'ambito
teologico e nella vita della Chiesa non mancarono concettualizzazioni
teoriche e stili di vita, che si allontanarono non poco dallo spirito
evangelico. Mai mancò comunque la presenza dello Spirito di Dio, che
assicurò anche in questi secoli la testimonianza profetica di figure
come Francesco e Chiara di Assisi, oltre che di veri e propri movimenti
di spiritualità e di carità, come quello degli Ordini mendicanti.
Dal punto di vista teorico la frattura più evidente con le
elaborazioni del cristianesimo si ha però in campo "laico", e
precisamente con J. Locke. Secondo questo pensatore della età
moderna la proprietà privata è un diritto naturale prima che positivo,
ossia è un diritto legato all'essere della persona[18].
Una persona che Locke concepisce essenzialmente come
"individuo", che vive in una società intesa come "somma
di individui", i quali si mettono insieme per una convenienza
utilitaristica e ai quali lo Stato, "il minor Stato
possibile", deve garantire il massimo esercizio delle libertà
individuali.[19]
Questa è la formulazione teorica che apre le porte al capitalismo più
spietato, nel quale, come afferma A. Smith, non ci devono essere
preoccupazioni morali di sorta, essendo quella economica una “scienza
pura”, ossia che non pronuncia giudizi di valore su ciò che è bene e
ciò che è male.[20]
Dopo la tenace reazione del marxismo a questa concezione quasi
"sacrale" della proprietà privata, comincia, con la
"Rerum novarum" di Leone XIII, un'evoluzione del concetto di
proprietà privata anche nell'ambito del Magistero della Chiesa.
L'enciclica leonina, in reazione al socialismo marxista, difende la
proprietà privata come "diritto naturale", anche se non lo fa
ovviamente secondo le indicazioni di Locke. La "Rerum novarum",
infatti, difende anche gli interessi della classe operaia ed utilizza
parole piuttosto dure contro il sistema capitalistico.
La "Quadragesimo anno" di Pio XI, nel 1931, continua a
difendere il diritto di proprietà privata, ma introduce in modo chiaro
i principi di sussidiarietà e di solidarietà nell'ambito del
perseguimento del bene comune. In forza del principio di sussidiarietà
i singoli, intesi come persone o come gruppi, devono essere messi in
condizione di esercitare la propria creatività, in modo da contribuire
attivamente al perseguimento del bene comune. In forza del principio di
solidarietà tutti sono chiamati a contribuire al bene comune.
Arriviamo così al Concilio Vaticano II, nel quale emerge con
chiarezza la funzione sociale della proprietà privata. Mi limito a
citare a questo riguardo Gaudium et spes 63: "Dio
ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti
gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere
partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia,
inseparabile dalla carità. Pertanto, quali che siano le forme della
proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli secondo
circostanze diverse e mutevoli, si deve sempre tener conto di questa
destinazione universale dei beni. L'uomo, usando di questi beni, deve
considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come
proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non
unicamente a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini
spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla
propria famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della
Chiesa, i quali insegnavano che tutti gli uomini hanno l'obbligo di
aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo". C’è
nelle parole del Concilio un chiaro riferimento all’autentica dottrina
evangelica sull’uso dei beni economici e alla prassi della Chiesa
delle origini. Non si nega, ovviamente, il diritto alla proprietà
privata, che va esercitato secondo le “forme mutevoli” della storia
dei popoli. Si dice però con chiarezza che ognuno deve considerare come
“comuni” le cose che possiede, sentendosi interpellato in coscienza
dal fatto che tutti gli uomini hanno il diritto, di natura divina, di
avere il necessario per vivere! 3.
La
situazione economica attuale. Le
preziose indicazioni del Vangelo, dei Padri della Chiesa e del Magistero
si scontrano oggi con un tipo di economia, che mette a dura prova non
solo l'esistenza personale del cristiano, ma la sopravvivenza di tanta
parte dell'umanità.
La vita economica non è più regolata dal desiderio di
soddisfare certi bisogni essenziali, ma primariamente dal bisogno dei
possessori di ricchezza di moltiplicare i beni posseduti. In altri
termini non ci troviamo più di fronte ad un'economia di sussistenza, ma
ad un'economia di mercato, regolata unicamente dal principio del
profitto. Un'economia spietatamente capitalistica che, attraverso
diverse vicende, si è rinnovata al suo interno, fino ad arrivare alle
attuali forme, che sono sotto gli occhi di tutti.[21]
Anche
in questo caso sarebbe improponibile, in questa sede, tentare un'analisi
complessiva della nuova economia. Mi limiterò pertanto a segnalarne
solo alcune componenti, che più direttamente hanno a che fare con la
morale: a)
Nella nuova forma economica capitalistica si è creata una separazione
tra i detentori del capitale e gli imprenditori. I primi, col
sistema dell’azionariato, sono diventati molti e anonimi, e non hanno
in genere possibilità di intervenire sulle decisioni di produzione.
Sono infatti gli imprenditori che decidono cosa, dove e come produrre,
lasciandosi guidare unicamente dalla legge del massimo profitto. I
detentori del capitale, che possono essere anche piccoli risparmiatori,
non sanno che fine faranno i loro soldi, ossia come verranno investiti.[22] b)
In questo contesto il denaro non serve per acquistare merce,
ma per acquistare altro denaro. Si compra e si vende denaro,
ovviamente con altro denaro, attraverso il sistema degli interessi e, in
molti casi, dell'usura. Non è per niente facile stabilire, moralmente,
quale dovrebbe essere il giusto interesse, né quale dovrebbe essere il
giusto prezzo di un prodotto. S. Tommaso sosteneva che il commerciante
può aumentare il prezzo solo per provvedere alle sue necessità e al
sostentamento della famiglia. Il guadagno non è cercato "quasi
finem, sed quasi stipendium laboris".[23]
Non ci vuole molto a capire che siamo abbastanza lontani da questa
prospettiva. La tradizionale questione morale del “giusto prezzo” va
oggi affrontata nei termini complessi della nuova economia planetaria,
che è sostanzialmente diversa da quella dei secoli precedenti. [24] c)
In quest'impostazione economica è mutato il significato del
possesso del denaro, perché la vita economica è regolata dal
desiderio, da parte di chi possiede, di voler possedere sempre di più.
Per fare questo vengono pilotati i bisogni, molti dei quali sono
chiaramente artificiali ed alimentano il circolo vizioso, già
denunciato dagli autori della "Scuola di Francoforte" (Adorno,
Marcuse, Horckheimer): si produce per consumare, si consuma per
produrre.[25]
L'influsso sui bisogni da parte del potere economico è spiegabile oggi
in questi termini: non si cerca di prevedere che cosa chiederà
il mercato fra un anno, come si faceva nella vecchia economia, ma di
fare in modo che il mercato chieda quello che per gli imprenditori è
conveniente produrre. d)
Un'ulteriore conseguenza di questo sistema è che la ricchezza
si concentra nelle mani di pochissime persone, le quali, a loro
volta, si concentrano in gruppi tendenti al monopolio. A fronte di
questo si creano enormi masse di poveri, con tutte le conseguenze
sociali e politiche che sono oggi sotto gli occhi di tutti.
I
mali di questo tipo di economia mi pare che siano sintetizzati bene
sulla tomba di Gandhi, dove sono scritti i sette peccati
sociali descritti dal Mahatma:
politica senza princìpi
ricchezza senza lavoro
piacere senza coscienza
sapienza senza carattere
commercio senza moralità
scienza senza umanità
culto senza sacrificio. 4.
La
virtù della povertà evangelica oggi Si
può reagire a questo stato di cose? La risposta deve essere certamente
positiva e non può non passare attraverso la testimonianza di povertà
evangelica dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà. Una
testimonianza che generi uno stile di vita rinnovato, una cultura che
sia capace di incidere sugli attuali sistemi politici ed economici.
Il padre del monachesimo occidentale, S. Benedetto, nella
sua Regola scrive: "Nel monastero il vizio della proprietà
deve essere assolutamente estirpato fin dalle radici. Tutto sia in
comune a tutti, come dice la Scrittura, e nessuno dica o consideri sua
proprietà qualsiasi cosa".[26]
Certo, non si tratta di trasformare il mondo in un grande monastero…
E’ utile però sapere che la proprietà può diventare un pericoloso
"vizio". C'è una povertà subìta, che spesso è
generata dalle ingiustizie degli uomini e va lottata, perché non rende
felice nessuno. E c'è una povertà liberamente scelta, che rende
beati e costituisce la maniera migliore per combattere la prima forma di
povertà. Questa è la virtù della povertà evangelica, praticata da
Gesù e rimasta nella Chiesa come un segno eloquente della sua presenza
in mezzo a noi. S. Francesco d' Assisi l'ha vissuta, anzi l'ha
"sposata", come fonte di liberazione, di pace, di perfetta
letizia e di fraternità. S. Teresina di Lisieux l'ha considerata
nell'ottica della "infanzia spirituale", che ha caratterizzato
tutto il suo cammino di perfezione. Così ella scrive al riguardo:
"La santità non consiste in tale o tal'altra pratica, bensì
consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli
nelle braccia di Dio, consci della nostra debolezza e fiduciosi fino
all'impudenza nella sua bontà di Padre… Quello che piace al buon Dio
nella mia anima è il vedermi amare la mia piccolezza e povertà, è la
cieca speranza che ho nella sua misericordia… Non temere: più sarai
povero, e più sarai amato da Gesù!".
Questa è la base spirituale per coltivare la virtù della povertà
evangelica, che oggi, ad onor del vero, sta trovando anche tanti segni
di speranza, che hanno il sapore forte della profezia. Il grande teologo
domenicano Y. Congar scriveva a questo proposito già alcuni anni
fa che la virtù della povertà evangelica è legata a quella della
carità, che ci impegna a non vivere solo per noi stessi. E poi
testualmente scriveva: "Essere perduti al mondo del mondo e
rinascere al mondo di Dio vuol dire impegnarsi in una vita di libertà
spirituale e di servizio, della quale è condizione una certa povertà".[27]
Mi sembra che questa antitesi sia poderosa: la povertà evangelica che
può lottare le tante forme di povertà e di ingiustizia oggi presenti
consiste, in ultima analisi, in questo "essere perduti al mondo del
mondo e rinascere al mondo di Dio". [1] GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo rei socialis, n. 38. [2] A. NICORA, Sobrietà e castità, virtù del cristiano, Piemme, Casale Monferrato 1997, pp. 9-11. [3] Ibidem p. 12. [4] Cfr. R. FABRIS, La comunità cristiana e i beni dell’uomo, Cittadella, Assisi 1974 [5] Cfr. E. CHIAVACCI, Teologia Morale, vol. 3/1: Teologia morale e vita economica, Cittadella, Assisi 1985, pp. 35-37. [6] Cfr. S.A. PANIMOLLE, Povertà, in P.ROSSANO, G.RAVASI, A.GIRLANDA (a cura di), Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1988, pp. 1202-1216. [7] Cfr. R. FABRIS, La scelta preferenziale per i poveri nella Bibbia, pagina web in www.spin.it/accri (associazione di cooperazione cristiana internazionale), 2000. [8] Cfr. E. CHIAVACCI, op. cit., p.37; S. AMBROGIO, De Nabuthae historia, PL 14, col. 731. [9] Cfr. J. JEREMIAS, Gerusalemme al tempo di Gesù. Ricerca di storia economica e sociale per il periodo neotestamentario, Dehoniane, Roma 1989. [10] Cfr. R. SCHNACKENBURG, Messaggio morale del Nuovo testamento, Paideia, brescia 1990; W. SCHRAGE, Etica del Nuovo Testamento; R. FABRIS, La scelta preferenziale per i poveri…, op.cit.. [11] Cfr. E. CHIAVACCI, op. cit., pp. 38-40. [12] Cfr. H. FITTE, Teologia e società. Elementi di teologia morale sociale, Apollinare Studi, Roma 2000, pp. 195-202. [13] Cfr. M.G. MARA, Ricchezza e povertà nel cristianesimo primitivo, Città Nuova, Roma 1991 [14]
S. TOMMASO, S.
Th. II-II, 66, 2 [15] Cfr. E.CHIAVACCI, op. cit.. pp.40-44; H. FITTE, op. cit., pp. 208-211. [16] “Proprietas possessionum non est contra ius naturale, sed iuri naturali superadditur per adinventionem rationis humanae” (S.TOMMASO, S. Th, II.II, q.66, a. 2, ad 1). [17] H. FITTE, op.cit., p. 211; cfr. anche A. UTZ, Il concetto del diritto di proprietà nella dottrina sociale della Chiesa e il suo rapporto con l’ordine economico, in AA.VV.,“Dottrina sociale della Chiesa e ordine economico”, EDB, Bologna 1992, pp.41-46. [18] J.LOCKE, The Second Treatise on Government, 1690. L’edizione più accurata di quest’opera è quella a cura di J.W.GOUGH, ed. Blackwell, Oxford 1956. [19] Su questa base concettuale, che è anche quella contrattualistica di pensatori come Hobbes, si fondano le attuali correnti di pensiero post-moderne, di stampo liberal-radicale-nichilista. [20] A. SMITH, An Inquiry into the Nature ad Causes of the Wealth of the Nations, 1776; tr.it.: Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Milano, 1977, vo. II p.442. [21] Cfr. S. MOSSO, Il problema della giustizia e il messaggio cristiano, Ed. Pietro Marietti, Roma 1982, pp. 29-40. [22]
Cfr. G. GATTI, Morale sociale e della vita fisica, LDC. Leumann
(TO), 1990, pp. 121-128. [23]
S. TOMMASO, S. Th. II-II, q. 77, a. 1, ad 1 [24]
Cfr. E. CHIAVACCI, op.cit., pp. 74-120. [25] Sulla “Scuola di Francoforte” cfr. U. GALEAZZI, La Scuola di Francoforte. “Teoria critica” in nome dell’uomo, Città Nuova, Roma, 1975; A.BONDOLFI, Teoria critica ed etica cristiana, EDB, Bologna, 1979. [26] Regola di S. Benedetto, cap. XXXIII [27]
Y. CONGAR, Il posto della povertà nella vita cristiana in una
civiltà del benessere,
in: Concilium,
anno II, fasc. 3 (1966), p. 24. Seconda Parte L’ESERCIZIO
CONCRETO DELLA POVERTÀ EVANGELICA Vivere da cristiani nell’odierna
società dell’opulenza, che si regge su meccanismi economici perversi,
significa in concreto cercare di vivere la virtù della povertà
evangelica, seguendo le indicazioni di Gesù e di tutta la parte
migliore della storia della Chiesa. L’esercizio di questa virtù, che
certamente non è facile, può derivare solo da un’autentica conversione
evangelica, che possa condurre ad un rapporto di totale affidamento
a Dio. Il contrario di questo atteggiamento si chiama “mammona”, che
è visto nel Vangelo come un idolo assolutamente in contrasto col Dio
vero. Insomma, o si confida in Dio o si confida in “mammona”: o
l’uno o l’altro, mai l’uno e l’altro insieme.
Vista in questa luce, la virtù della povertà evangelica non
riguarda soltanto il retto uso dei beni terreni, ma la verità della
nostra relazione verticale con Dio. Essa fa parte delle condizioni, anzi
degli elementi costitutivi, del nostro rapporto con Dio. Per questo
motivo S. Tommaso ha posto la pratica della povertà nell’ambito del
dono spirituale del santo
timore di Dio.[1] L’esercizio della povertà evangelica si fonda sul riconoscimento di Dio come unica vera ricchezza della nostra vita. La conseguenza più immediata di questo riconoscimento è che si viva nel concreto la paternità di Dio come impegno di condivisione fraterna con tutti gli uomini e si venga progressivamente liberati, per grazia di Dio, dalla cupidigia, che spesso è alla base di tanti litigi nelle famiglie e di tante ingiustizie sociali. Il riconoscimento della paternità
di Dio, e, di conseguenza, del rapporto di fraternità con tutti gli
uomini è alla base dell’esperienza spirituale di S. Francesco di
Assisi, come si evince dalle parole da lui pronunciate, quando
davanti al Vescovo si tolse i vestiti e li depose ai piedi di suo padre:
“Ascoltatemi. Finora ho chiamato Pietro di Bernardone mio padre. Poiché
ho deciso di servire soltanto Dio, restituisco a Pietro di Bernardone il
danaro, per il quale tanto si arrabbia, e i vestiti che mi ha dati.
D’ora innanzi potrò dire non ‘mio padre Pietro Bernardone’, ma
Padre nostro che sei nei cieli”. Si tratta certamente di una
applicazione “sine glossa” del detto evangelico: “Chi ama il padre
o la madre più di me, non è degno di me” (Mt 10, 37).[2] 1.
Verso alcuni precetti concreti Analizzando i dati biblici risulta
chiaro che la virtù della povertà evangelica non è qualcosa che può
restare nel vago. Essa si incarna in alcune esigenze etiche, che per i
seguaci di Cristo hanno valore normativo.[3]
Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento abbiamo individuato
due linee di pensiero, a proposito dell’uso dei beni terreni: una
sapienziale e una profetica. La riflessione sapienziale verte
sulla necessità di non possedere né troppo né troppo poco, dal
momento che entrambe queste situazioni allontanano da Dio. Questa
riflessione, che certo risente dell’influsso di alcuni pensatori
ellenistici, viene ripresa da Gesù in diverse circostanze: si pensi
alla ricchezza che soffoca il “seme” della Parola di Dio (Mt 13,
22), al tema dell’abbandono a Dio (Lc 12, 13-34), alle difficoltà per
il ricco di entrare nel Regno di Dio (Mt 19, 23-24). La riflessione profetica lega spesso l’accumulo di ricchezza all’oppressione del povero, e quindi all’ingiustizia sociale. Amos, Isaia e gli altri profeti denunciano la spogliazione del povero da parte del ricco, la sua prepotenza, la sua sete di dominio. Il piccolo furto dell’indigente è niente al confronto, e non viene considerato nemmeno furto, quando viene fatto sotto la costrizione della fame e della miseria. Anche questa linea di pensiero dell’A.T. viene ripresa da Gesù: si pensi al Magnificat (Lc 1, 53), alla parabola del povero Lazzaro (Lc 16, 19), alla formulazione contrapposta tra poveri e ricchi delle Beatitudini di Luca (Lc 6, 20-24).[4] Parecchie volte Gesù rivolge l’invito a spogliarsi delle ricchezze e a darle ai poveri. Si tratta di un invito che ha perciò due connotazioni: 1) non accumulare ricchezze
terrene, ossia non essere pervasi dalla preoccupazione spasmodica di
arricchirsi; 2) condividere con gli altri, in particolare con i poveri, ciò che si possiede. Questo duplice invito ci fa capire che l’alternativa posta da Gesù non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Dio: la dedizione al Signore è tale, per il credente, che per lui non c’è altra ricchezza che la vita in Lui. In questa luce va vista la parabola del ricco stolto (Lc 12, 22 ss.), in cui si evince che c’è un arricchire per sé e un arricchire davanti a Dio. Il cristiano, che è cittadino del Regno, non cerca ricchezze per sé e, se ne possiede, non esita a condividerle. Egli infatti cerca prima di tutto il Regno e la sua giustizia (Mt 6, 33). Né l’avidità né l’avarizia fanno parte dello stile di vita del cristiano. Questi due termini, espressi in greco con la parola “pleonexia”, sono entrambi condannati da S. Paolo (Rm 1, 29; 1 Cor 6, 10; 2 Cor 9, 5; Col 3, 5; Ef 4, 19; 5, 3; 5, 5; 1 Tess 2, 5). Uguale condanna è espressa in Mc 7, 22 e Lc 12, 15.[5] Le conclusioni operative a questo punto non sono difficili da dedurre. Esse possono essere sintetizzate in due principi generali, che possiamo esprimere in termini evangelici: 1° “Non accumulate tesori sulla terra…” (Mt 6, 19) 2° “Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9, 7).[6] Sono due precetti che si oppongono rispettivamente all’avidità e all’avarizia, conducendo il credente ad un atteggiamento di distacco nei confronti delle ricchezze terrene e di solidale carità con i più poveri. Questi due precetti incarnano in modo serio e concreto la virtù della povertà evangelica. Cerchiamo di analizzarli in modo particolareggiato, sforzandoci anche di concretizzarli in una casistica capace di fornire orientamenti chiari e precisi per il nostro agire di cristiani. Senza correre il rischio di cadere nel legalismo, pensiamo che sia necessario elaborare una casistica in questo campo, tenendo conto soprattutto del fatto che questo è un settore nel quale le preoccupazioni morali di molti cristiani appaiono piuttosto labili, quando non del tutto assenti. 2.
“Non accumulate tesori sulla terra” In concreto questo primo principio consiste nel non cercare di arricchire, ossia nel non desiderare di possedere sempre di più. Naturalmente questo contrasta con tutta la cultura occidentale attuale, che è invece impostata sul criterio del massimo profitto economico e dell’accumulo di capitale. Di più: il sistema economico oggi è tale che la ricchezza genera necessariamente altra ricchezza. Anche coloro che intendono solo risparmiare, cioè non consumare tutto quello che possiedono al fine di assicurarsi qualche risorsa per il futuro, finiscono di fatto con l’accumulare beni materiali. E’ chiaro che la pura intenzione di risparmiare qualcosa con questo scopo, ossia per avere un minimo di serenità nel futuro, non è in sé stessa espressione di bramosia o di avidità. Essa piuttosto va annoverata come atteggiamento virtuoso di prudenza e di parsimonia, come maniera per non indulgere allo spreco consumistico e per guardare al domani con una certa tranquillità. Ciò evidentemente a patto che non si esageri e che, come vedremo in seguito, si scelgano strade moralmente valide per custodire i propri risparmi. Anche il problema di dover difendere la moneta dall’inflazione, attraverso diversi meccanismi economici, è un fatto universale e in qualche modo strutturale della nostra economia. In questo caso, però, non è per niente semplice determinare, per esempio, quale sia il giusto tasso di interesse, senza cadere quasi inevitabilmente in meccanismi perversi di speculazione. La constatazione che il sistema economico è perverso e la mentalità dominante è fondata sull’accumulo di capitali mette in seria crisi o rende vuoti tutti i discorsi sul primato dell’essere sull’avere, quali sono stati elaborati da G. Marcel e E. Fromm, e ripresi più volte dal Magistero della Chiesa. Occorre una critica a questo modello culturale: una critica che parta dalla testimonianza profetica dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà, che dimostrino il coraggio di andare controcorrente. Gli esempi per tradurre concretamente questa scelta di vita possono essere molti: scegliere una professione a scarso reddito ma ad alto contenuto umanizzante; rifiutare straordinari e doppi lavori, qualora si disponga di un reddito sufficiente, per dedicarsi ad attività di volontariato; non collaborare a quelle iniziative di alcune multinazionali, tese a massimizzare il profitto, magari a scapito, per esempio, dell’occupazione o della salute della gente; depositare i propri risparmi presso una banca etica, per essere in grado di seguire la destinazione di investimento dei propri soldi; incrementare il commercio equo e solidale, innescando processi di cooperazione internazionale.[7] Alcuni di questi esempi li riprenderemo più avanti. Questo modo di agire, specialmente se è condiviso da un numero crescente di persone, può cominciare a creare una nuova cultura ed a scalfire il principio della massimizzazione del profitto, che di fatto è alla base della miseria del Sud di questo nostro mondo. A questo proposito bisogna dire che è assai discutibile la tesi secondo cui massimizzare il profitto significa automaticamente aumentare la produzione e recare benefici, che si distribuiscono su tutti. I fatti ci dicono il contrario: non solo perché i criteri di scelta sul che cosa, come e dove produrre sono dettati unicamente dalla prospettiva del guadagno economico, ma anche perché di fatto l’economia basata sul massimo conseguimento di utili si traduce in una maggiore concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, a fronte di masse di popolazione che vivono al di sotto della soglia minima di sopravvivenza.[8] I seguaci di Cristo sono chiamati a testimoniare e predicare la logica del Vangelo, che con chiarezza esclude la tendenza ad accumulare ricchezza. Che cosa vuol dire questo nel concreto? a) Anzitutto vuol dire che il cristiano deve rifiutare ogni attività economica che abbia un carattere esclusivamente speculativo, a cominciare dal giocare in borsa o da certe attività di compravendita fatte esclusivamente a scopo di lucro. Anche il confidare troppo sulle lotterie può diventare peccato… Per non parlare del gioco di azzardo o delle scommesse…[9] b) In secondo luogo si pone la grossa questione delle attività esclusivamente finanziarie, che hanno come contenuto la manovra di denaro allo scopo di aumentarlo, di farlo fruttare, di investirlo nel modo più vantaggioso, laddove il “vantaggioso” è inteso ovviamente in termini pecuniari. E’ fuori discussione il fatto che il complesso sistema economico attuale richieda un’attività di raccolta di danaro e di collocazione di questi soldi in investimenti. E’ ovvio che chi svolge un’attività di questo genere debba essere remunerato. Il problema principale nasce, come si accennava prima, nel momento in cui si deve determinare il tasso di interesse: sia quello che l’operatore finanziario determina di dare ai tanti piccoli o medi risparmiatori, che gli affidano i propri capitali, sia quello che egli a sua volta chiede a chi gli domanda questi capitali per investirli. La determinazione di questo tasso di interesse nei mercati finanziari può variare tante volte anche in maniera indipendente dalle scelte dell’operatore finanziario. Le finanziarie in genere agiscono secondo un sistema piramidale, nel senso che quelle più piccole vengono inglobate via via da quelle più grandi, il cui unico interesse è quello di massimizzare i capitali, indipendentemente dai beni o dai servizi che vengono prodotti. Esiste quindi una particolare attività economica che consiste nel non produrre assolutamente nulla, ma nell’arricchirsi manovrando sia la produzione, sia il suo finanziamento, sia il valore del denaro da usarsi in entrambe le operazioni. In sintesi, l’attività di raccogliere capitali e metterli a disposizione per investimenti produttivi a tasso di interesse ragionevole è, nelle strutture economiche attuali, necessaria e non condannabile moralmente. L’attività che invece controlla sia la produzione che la raccolta dei fondi, e lo fa in modo indiretto e difficilmente decifrabile, solleva parecchi problemi morali. Il confine tra le due attività non è sempre netto, per cui sarà di volta in volta necessario cercare di capire come stanno effettivamente le cose e assumere le decisioni morali più congrue, specialmente nel desiderio di non desiderare un accumulo di capitali che leda il diritto altrui e la giustizia sociale. Scrive a tal proposito V. Coda: “Il problema di combinare l’economico con il sociale nella realtà dell’impresa non si risolve riducendo l’economicità a un vincolo né traducendo le finalità sociali in condizioni vincolanti. Si risolve bensì integrando creativamente esigenze sociali e bisogni del mercato all’interno di visioni imprenditoriali vincenti, dotate di una loro intrinseca validità economica. Questa è la sola via di soluzione compatibile con la natura dell’impresa e la sua ragione di essere”.[10] E’ confortante che dal mondo aziendale ed economico venga questo richiamo alla necessità di combinare in maniera creativa i bisogni sociali e quelli del mercato. c) Certamente è obbligatorio sul piano morale esercitare un controllo sui propri investimenti. Purtroppo sappiamo che nell’attuale sistema è praticamente impossibile conoscere la destinazione dei propri risparmi. Il dovere morale, in questo caso, difficilmente potrà consistere nell’investire solo quando si abbia precisa conoscenza della fine fatta dai nostri risparmi. Consisterà però almeno nel cercare di sapere se c’è un uso sicuramente immorale dei nostri soldi. In quel caso bisognerà disinvestirli ed affidarli a chi offre maggiori garanzie sul piano morale. Non si può pretendere che chiunque abbia un conto in banca si trasformi in un esperto economico. Si può però esigere che ci si tenga informati, anche attraverso quotidiani non specializzati, e che, alla notizia o al fondato sospetto di un cattivo uso del proprio denaro, il cristiano cambi decisamente investimenti, anche ricevendo un tasso di interesse inferiore. E’ questo il discorso portato avanti oggi dalle cosiddette “banche etiche”.[11] d) Fa certamente parte del divieto di arricchirsi la proibizione di qualsiasi forma di corruzione, intesa come offerta o accettazione di un vantaggio (lecito o illecito) allo scopo di ricevere o procurare un vantaggio ingiusto. Sia nella corruzione attiva che in quella passiva c’è ricerca di ricchezza. La corruzione non è detto che avvenga sempre attraverso soldi: in alcuni casi, infatti, può essere attuata attraverso concessione di privilegi, come ad esempio falsificazione di concorsi, scatti di carriera, titoli onorifici, sistemazione lavorativa di uno dei propri familiari ecc. Qualche volta, magari inconsapevolmente, certi generi di corruzione sono avvenuti anche all’interno di ambienti ecclesiastici. Ricordiamo che anche il perseguimento di un fine buono non può avvenire facendo ricorso a mezzi disonesti. Purtroppo oggi questa sembra essere una prassi generalizzata. Molti, anche fra i cristiani, corrono il rischio di accettarla passivamente e di non riscontrare in essa alcuna illiceità… e) Infine è ovvio che faccia parte del divieto di “accumulare tesori sulla terra” anche la proibizione del furto. Nella tradizione teologico-morale cattolica il furto è stato inteso quasi esclusivamente come l’illecita violazione della proprietà altrui. In realtà difficilmente il ladro gode di questa violazione o la persegue direttamente. In genere egli è guidato, nell’atto del rubare, dall’avidità, ossia dalla brama di arricchirsi illecitamente alle spese di altri. Questa è la malizia più grave del furto, specialmente se si tiene conto che nell’attuale sistema economico è quasi impossibile arricchirsi, senza farlo a spese di altri.[12] Bisognerebbe esaminare in coscienza anche le ripercussioni che certe nostre azioni, pur svolte nell’ambito della legalità, possono avere sugli altri, specialmente sui poveri. Le leggi civili dovrebbero tenere conto di queste ripercussioni e dovrebbero anche smascherare la disonestà di certi presunti “aiuti umanitari”, che in realtà sono fatti da alcune grandi multinazionali solo per incrementare i loro profitti. Accanto ai furti di piccolo cabotaggio, ci sono infatti quelli di grossa portata, che spesso rischiano di passare inosservati… 3.
“Dio ama chi dona con gioia” Nel precetto che abbiamo finora esaminato si pone in gioco il proprio rapporto con Dio, nel senso che il cercare di arricchirsi, vissuto nell’avidità, può essere classificato come idolatria. “Non accumulare tesori sulla terra” non è allora solo un atteggiamento morale di rilevanza sociale, ma soprattutto una scelta consapevole e decisa di Dio: scelta che aborrisce ogni forma di idolatria. Pur non cercando di arricchirsi, tuttavia è normale che il cristiano abbia la disponibilità di alcuni beni, frutto per lo più del suo onesto lavoro. Come deve utilizzarli? Senza dubbio deve farne uso secondo la logica del Regno di Dio, e quindi ha l’obbligo di provvedere a sé e alla sua famiglia, ma anche di condividere questi beni con chi è in difficoltà. Il bene dei fratelli è un criterio fondamentale nell’uso dei beni terreni. Il cristiano ha certamente il diritto-dovere di usare questi beni per la sua sussistenza, che non consiste proprio nella semplice sopravvivenza, ma anche nella tutela della sua salute, oltre che nel godimento moderato di beni culturali, di riposo e di svago. Tutto questo non può essere stabilito in termini rigorosi e precisi, ma varia a seconda della quantità di beni disponibili, delle persone che compongono il nucleo familiare, di ciò che serve per l’esercizio della propria professione, e soprattutto in misura della capacità che ognuno ha di rispondere alla chiamata di Dio su questo punto. Una casistica, anche la più dettagliata, non potrà mai invadere il campo della libertà personale, specie in materia di generosa condivisione dei propri beni. Certamente non è richiesta a tutti l’eroica spogliazione di tutto ciò che si possiede, a beneficio dei poveri; a tutti i cristiani però è richiesta la volontà di condivisione di ciò che non è strettamente necessario a sé e alla propria famiglia per condurre un’esistenza dignitosa. Bisogna puntare a che tutti i membri della società abbiano la possibilità non solo di sopravvivere, ma anche di condurre un’esistenza dignitosa, ossia che vivano secondo lo standard di un livello medio. Questo scopo si potrà raggiungere se ognuno di noi capirà che ciò che si possiede al di sopra di questo livello medio di tenore di vita, va condiviso. Certamente questa condivisione va fatta in modo intelligente, possibilmente attraverso formule comunitarie che non vanifichino le iniziative, pur lodevoli, dei singoli. Ma la condivisione è obbligatoria e va fatta a favore dei più bisognosi, soprattutto allo scopo di suscitare sistemi economico-sociali alternativi a quelli attuali, e quindi capaci di non generare masse enormi di poveri, che vivono al di sotto della soglia minima dell’esistenza. Le testimonianze profetiche, in questo campo, servono da pungolo non indifferente per scuotere i colossi dell’economia mondiale e per offrire piccoli, ma significativi esempi di una convivenza fra gli uomini basata sull’amore solidale, più che sulla spietata concorrenza. La possibile accusa di “ingenuità” ad una tale impostazione di vita è largamente superata dalla constatazione dei risultati meravigliosi che sempre nascono da queste iniziative: proprio la consapevolezza del conseguimento di questi risultati ci interpella in coscienza e ci fa sentire l’obbligatorietà della condivisione solidale. Anche in questo caso cerchiamo di capire quali scelte concrete comporta l’applicazione di questo principio: a) Anzitutto comporta il dovere di pagare le tasse, precisando con chiarezza che il sistema fiscale, per essere giusto, deve obbedire ai principi della giustizia distributiva. [13]Sarebbe un sistema ingiusto se facesse pagare a tutti le stesse tasse e se i benefici si ridistribuissero su tutti in parti eguali. La pressione fiscale è giusta se ognuno paga in proporzione al reddito che possiede e se i benefici vanno a chi più ne ha bisogno, soprattutto in termini di servizi. Pagare le tasse è, in questa luce, la maniera più semplice per dare del proprio ai fratelli. Questo modo di contribuire al bene comune ottiene però il suo scopo più nobile nella misura in cui chi amministra il sistema fiscale agisce secondo giustizia e sa utilizzare, anche con una certa creatività solidaristica, i fondi a sua disposizione. Non basta perciò solo pagare le tasse, bisogna anche darsi da fare per garantire la presenza di governi onesti e capaci. In ogni caso il dovere di pagare le tasse rimane un obbligo di giustizia. In questo senso non si può dire che si tratti semplicemente di obbedire alle leggi dello Stato, magari trovando la maniera migliore per aggirarle: è stato questo, in fondo, uno dei risultati più nefasti della teoria delle cosiddette “leggi mere poenales”, elaborata in passato nell’ambito della teologia morale cattolica, secondo cui le leggi civili non obbligano in coscienza, ma solo in “foro esterno”. Chi le trasgredisce, insomma, non commette peccati, ma al massimo paga la sanzione prevista per questa trasgressione. E’ chiaro che una tale concezione non ha favorito il senso civico ed in tanti casi ha fatto trionfare la regola del “fatta la legge, trovato l’inganno”…[14] Si tratta anche di operare una trasformazione culturale, che aiuti a superare l’idea secondo cui non si può spogliare nessuno di quello che si è legittimamente guadagnato. Una tale idea, di stampo individualistico e non solidaristico, porta ad una resistenza quasi istintiva nel pagamento delle tasse. Non so quanto esageri E. Chiavacci nell’affermare: “Riteniamo fermamente che per un cristiano pagare le tasse sia un atto quasi sacro, da compiersi di fronte a Dio, come il primissimo dovere di carità”.[15] In quest’ottica il Chiavacci precisa che la tassazione indiretta, quella cioè che si esercita sui consumi, è per sua natura più ingiusta, perché è uguale per tutti. Più giusta, invece, è la tassazione diretta sui redditi o sulle rendite. Dovere di un buon governo è quello di costringere al massimo le imposte indirette, specie quelle sui beni di prima necessità. b) Al di là del dovere di pagare le tasse c’è anche quello di elargire altre offerte, in modo libero e secondo le possibilità di ognuno, per i bisogni particolari, che lo Stato non è in grado di alleviare. Sarebbe bello se in ogni famiglia si ponesse un tetto ragionevole di sussistenza, ivi comprese la previdenza per possibili bisogni futuri e una somma per l’onesto svago e il riposo. La decisione profetica consisterebbe nello stabilire che tutto quello che supera questo tetto, va dato, in modo sapiente, magari attraverso organizzazioni specializzate. Probabilmente non è preferibile l’idea di gesti sporadici, anche se particolarmente generosi. Quello che influisce di più sul sistema economico e su quello culturale è una prassi abituale di generosa liberalità, che possibilmente provenga da una buona capacità di rinunciare a consumi superflui. c) Nella linea del dare e del condividere si situa anche il dovere di non recare danno agli altri. Ci sono oggi forme di dannificazione dolosa di vario tipo, che costituiscono sempre una violazione della carità: i tifosi che, arrabbiati perché la loro squadra ha perso, distruggono vetrine e automobili; l’abitudine di deturpare i muri e i monumenti con scritte varie; il danneggiamento degli ambienti scolastici o di lavoro. Dietro questi comportamenti si nasconde l’idea che ognuno può fare il proprio comodo, senza rispetto alcuno per gli altri. Da qui si arriva ad un esasperato individualismo e all’idea che chi ha successo è bravo, e chi non ce l’ha si arrangi… [16] Danneggiare beni pubblici significa sottrarre risorse preziose alla comunità e impostare la propria vita sulla base di un sostanziale egoismo. Particolarmente grave è l’atteggiamento di disinteresse per ciò che non è nostro, anche quando momentaneamente viene da noi usato. E’ grave anche porre condizioni che possano nuocere agli altri: si pensi alla guida spericolata o alla mancata osservanza delle leggi di sicurezza sul lavoro, che spesso viene dettata dal motivo di risparmiare dei soldi… Tutti questi comportamenti ledono i doveri di giustizia e coltivano una mentalità individualistica, dalla quale sgorgano, quasi inevitabilmente, forme più o meno gravi di litigiosità sociale. d) In ultimo, il principio della condivisione e del generoso dono delle nostre risorse ai fratelli passa attraverso il grave dovere di restituire ciò che è stato ingiustamente sottratto agli altri e di riparare il danno arrecato, almeno per quanto questo sia possibile. Sarebbe un pentimento sterile quello che consistesse nella sola ammissione della colpa di aver rubato o di aver arrecato danni ad altri. Il pentimento è reale nella misura in cui passa attraverso l’impegno di restituzione del maltolto e di riparazione del danno causato. Ciò potrà avvenire talora anche in forma anonima, per venire incontro a forme più o meno giustificate di timore di uscire allo scoperto o per evitare di causare guai maggiori. Ma dovrà avvenire, nel senso che è necessario legare, sul piano morale, la colpa su questi punti con la restituzione e la riparazione.[17] 4.
“Vieni, Padre dei poveri!” La testimonianza di coloro che vivono nella sobrietà e nella povertà evangelica reca un beneficio all’intera società e plasma una nuova cultura, capace di sovvertire la mentalità dominante. Lo stile di vita di pochi può diventare a poco a poco quello di molti, specialmente quando la testimonianza è autentica e fascinosa. E’ amaro constatare che il cristianesimo non sia riuscito a impedire che la società occidentale cadesse sotto il dominio del denaro e di un’economia fondata sulla massimizzazione del profitto. La Chiesa deve cercare di vivere nella povertà per poter parlare ai poveri del nostro tempo e per essere la Chiesa dei poveri. Facendo questo essa segue l’esempio del suo Signore Gesù, che è disceso nella povertà della nostra condizione umana, ha fatto propria la nostra povertà, allo scopo di liberarci da essa e di darci la ricchezza senza fine. Per imitare il suo Signore il cristiano non utilizza la rivoluzione violenta, ma quella della testimonianza. Il rivoluzionario guarda lontano, sacrifica persone e cose per realizzare il suo sistema, non si arresta di fronte alle lacrime e al sangue, purché si affermi lo scopo della sua lotta. Il cristiano invece non guarda soltanto lontano, ma anche vicino, interessandosi di ogni povero che incontra lungo la strada. Egli comincia dalla carità concreta e immediata, pur ponendosi il problema di rimuovere le cause della povertà.[18] Il servizio che i cristiani possono rendere ai poveri del nostro mondo è, in particolare, quello di aiutarli ad uscire dalla loro povertà attraverso l’istruzione e l’educazione, ossia aiutandoli a conquistare con le proprie mani la vittoria sulla loro miseria. Non è possibile però per i cristiani offrire questa testimonianza e questo aiuto ai più poveri senza una solida spiritualità. Non si può reggere a lungo un cammino controcorrente, se non c’è qualcosa, anzi Qualcuno, che ci spinge ad agire, a lottare, a sperare e ad osare. Noi sappiamo bene però che sul mare agitato della storia soffia sempre lo Spirito del Signore, che spinge le nostre povere barche… a condizione che esse siano messe in mare! Bisogna rischiare, avventurandosi in un’impresa affascinante, che viviamo nell’abbandono all’azione dello Spirito. E’ Lui che nel bellissimo inno del “Veni Creator” cantiamo con le parole: “Vieni, Padre dei poveri!”.
[1]
S. TOMMASO, S. Th. II-II, 19,12; III, 35, 7. [2]
Cit. in: Y. CONGAR, Il posto della povertà nella vita cristiana
in una civiltà del
benessere, in: Concilium,
anno II, fasc. 3 (1966), p. 26. [3] Cfr. R. SCHNACKENBURG, Messaggio morale del Nuovo testamento, Paideia, brescia 1990; W. SCHRAGE, Etica del Nuovo Testamento; R. FABRIS, La scelta preferenziale per i poveri nella Bibbia, in: sito web: www. spin.it/accri (associazione di cooperazione cristiana internazionale), 2000. [4] Cfr. J. DUPONT, Le beatitudini, Paoline, Roma 1972. [5]
Cfr. R. FABRIS, op. cit. [6] Ci rifacciamo ampiamente a E. CHIAVACCI, Teologia Morale, vol. 3/1: Teologia morale e vita economica, Cittadella, Assisi 1985, pp. 170-222. [7] E’ veramente un segno profetico per i nostri tempi il diffondersi delle banche etiche, delle esperienze di commercio equo e solidale e di cooperazione internazionale. E’ da segnalare anche il sistema di economia di comunione, elaborato dal Movimento dei Focolari e già studiato in numerose pubblicazioni. [8] Cfr. A. NICORA, Sobrietà e castità, virtù del cristiano, Piemme, Casale Monferrato 1997. [9] Il Catechismo della Chiesa Cattolica chiarisce in proposito che i giochi d’azzardo e le scommesse “non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorchè privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grande schiavitù” (n.2413). [10] V. CODA, L’orientamento strategico dell’impresa, UTET, Torino 1991, p.169. [11] Le banche etiche promuovono lo sviluppo dell’economia di solidarietà, sostenendo finanziariamente progetti che si propongono la riduzione del disagio delle fasce deboli della popolazione, la salvaguardia dell’ambiente, la cooperazione con i Paesi poveri. Il risparmiatore che si rivolge a Banca etica ha la possibilità di indicare la propria preferenza nella destinazione dei fondi, scegliendo volontariamente di ricevere un tasso di interesse più basso rispetto a quello delle altre banche, ma avendo la possibilità di conoscere la destinazione dei suoi risparmi. [12] Cfr. E. CHIAVACCI, op.cit., pp.205-207. [13] Cfr. H. FITTE, Teologia e società. Elementi di teologia morale sociale, Apollinare Studi, Roma 2000, pp. 252-260; G. CONCETTI, Etica fiscale: perché e fin dove è giusto pagare le tasse, Piemme, casale Monferrato, 1995. [14]
Cfr. G. GATTI, Morale sociale e della vita fisica, LDC. Leumann
(TO), 1990, pp. 60-61. [15] E. CHIAVACCI, op.cit., p.214. [16] Ibidem pp. 217-221. [17] Cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA n.2412. [18] Y. CONGAR, Il posto della povertà nella vita cristiana in una civiltà del benessere, in: Concilium, anno II, fasc. 3 (1966), pp. 32-33. Sullo stesso argomento: Nessun servo può servire due padroni - Padre Livio Fanzaga
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