Le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

Don Mario Cascone

 

LA PRUDENZA 

"Prudenza" è certamente una parola equivoca, soprattutto se la si vede nel confronto tra il linguaggio corrente e quello teologico-morale. Normalmente, per noi, vivere da prudenti significa essere cauti, attenti, equilibrati. La persona prudente è quella che non si sbilancia, non corre pericoli, riflette molto prima di agire, ponderando bene i rischi e i vantaggi. Nel linguaggio teologico-biblico la "prudenza" ha invece un significato molto diverso. Essa descrive una delle quattro virtù cardinali, cioè di quelle virtù che svolgono la funzione di "cardine" nella vita morale, in quanto attorno ad esse ruotano praticamente tutte le altre virtù.

Da un punto di vista strettamente biblico la prudenza evoca essenzialmente il dono della Sapienza, cioè la capacità di vedere ogni cosa alla luce di Dio, facendosi istruire da Lui circa le decisioni da prendere. Concretamente la prudenza consiste nel discernimento, cioè nella capacità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male, al fine di agire con senso di responsabilità, cioè facendosi carico delle conseguenze delle proprie azioni. L'uomo prudente allora non è tanto l'indeciso, il cauto, il titubante, ma al contrario è uno che sa decidere con sano realismo, non tentenna e  non ha paura di osare.

Prudenza allora è anche vigilanza, cioè disponibilità a vivere in stato di veglia permanente per contemplare gli avvenimenti con la luce che viene dal Signore. La prudenza, così intesa, è un dono dello Spirito Santo, che nasconde la sua luce ai sapienti e agli intelligenti, mentre la rivela ai piccoli (Mt. 11,25). Per questo la prudenza viene coltivata nella preghiera contemplativa, e particolarmente nel silenzio, nel quale possiamo cogliere gli inviti, le ammonizioni, le guide del Signore. Senza un prolungato esercizio di silenzio non possiamo essere persone prudenti, perché spesso proprio nel parlare siamo molto imprudenti, dissennati, precipitosi.

C'è bisogno oggi più che mai di persone prudenti, che abbiano il dono del discernimento, la capacità di giudicare le cose secondo Dio. Nell'epoca dei mass-media e dei molteplici messaggi che giungono da ogni parte occorre infatti molto discernimento, al fine di saper distinguere ciò che serve alla nostra crescita e ciò che invece attenta alla nostra vita in grazia.

 

LA  GIUSTIZIA 

Oggi si parla molto di giustizia, perché nel nostro tempo si sottolineano soprattutto i diritti, che spettano ad ognuno, mentre magari non ci si sofferma molto sui doveri che incombono su ciascuno di noi. La virtù cardinale della giustizia è proprio quella che regola i nostri rapporti sociali, fondandoli su un'equa distribuzione dei diritti e dei doveri. Essa è la virtù fondamentale per garantire l'ordine sociale e per difenderla si può anche morire, come hanno dimostrato le numerose uccisioni di magistrati e di difensori dell'ordine.

Nel linguaggio biblico la giustizia si lega al rapporto con Dio: "Beato l'uomo che teme il Signore... la sua giustizia rimane per sempre. Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e giusto" (Sal.1 12). Dire “Giusto” allora equivale a dire buono, santo, obbediente alla volontà di Dio. Ecco perché Elisabetta e Zaccaria, genitori del Battista, "sono giusti davanti a Dio" (Lc 1,6), e anche S. Giuseppe è un "uomo giusto" (Mt 1,19).

L'uomo è giusto quando dà a ciascuno il suo, cioè nella misura in cui riconosce i diritti di ogni persona, così come pretende che vengano riconosciuti i propri. Questo ci porta a dire che ogni uomo è portatore di diritti fondamentali che ci impongono di rispettarci tutti in nome della comune dignità di uomini, creati a immagine e somiglianza di Dio.

Se il metro della giustizia umana è dare a ciascuno il suo, la misura della giustizia divina non è la stessa. Se Dio dovesse dare a ciascuno quello che gli spetta, chi di noi si potrebbe salvare? Dio allora è giusto in un altro modo. La sua non è giustizia calcolata e misurata, una giustizia forense o da tribunale. La giustizia di Dio è contrassegnata dall'ampiezza del perdono e dalla misericordia. Dio è sempre pronto a perdonare i peccatori pentiti, è "lento all’ira e grande nell’amore", è "ricco di misericordia".

Se vogliamo praticare cristianamente la giustizia dobbiamo perciò rifarci al modello di Dio. Anche noi dobbiamo essere affamati e assetati di giustizia, vivendo secondo lo spirito della misericordia. E per essere veramente giusti dobbiamo anche dare al Signore quello che gli spetta: la nostra lode e la nostra adorazione. Giustamente S. Tommaso colloca la virtù di religione nell'ambito della giustizia. Il culto non è qualcosa di facoltativo, ma è "dovuto" al Signore: "È veramente cosa buona e 'giusta' rendere grazie sempre e in ogni luogo a Te, Signore Padre onnipotente".

 

LA FORTEZZA

Una delle virtù che oggi abbiamo più bisogno di coltivare è la fortezza. Siamo infatti fragili, deboli, assaliti spesso da mille paure, indecisi, timidi. Spesso questa paura ci impedisce di compiere ciò che pure valutiamo come buono e giusto, conducendoci ad agire conformistico o facendoci guidare dal cosiddetto "rispetto umano".

Quanti cristiani oggi sono privi di slancio, senza entusiasmo né forza per perseverare nel bene... Orbene la fortezza è proprio "la virtù morale che, nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene” (Catechismo della Chiesa cattolica n.1808). Essa suppone la nostra vulnerabilità, ossia la nostra fragilità. Forte può essere solo colui che sa di essere debole, conosce i propri limiti e riesce a invocare il dono della fortezza da "Colui che tutto può", in modo che appaia che questa fortezza non viene da noi, ma da Dio" (2 Cor 4,7). Per questo motivo "siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati: siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi” (2 Cor. 4,8-9).

La fortezza è la capacita di resistere alle  avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andar avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza si oppone alla pusillanimità che, come ci insegna S. Tommaso, è il difetto di chi non raggiunge l'altezza delle proprie possibilità, cioè non si esprime nella pienezza delle sue potenzialità, fermandosi davanti agli ostacoli o accontentandosi di condurre un'esistenza mediocre.

Oggi abbiamo bisogno di coltivare la virtù della fortezza, quella virtù che guidò i martiri a dare perfino la vita per difendere la propria fede. Il card. Martini sostiene che viviamo "in una società molle, flaccida, paurosa, in cui ci si spaventa di fronte alla prima difficoltà nello studio, nel lavoro, nella vita coniugale, nella vita comunitaria". Così è ricorrente la tentazione di ricercare le vie d'uscita più comode o di cedere ai compromessi, rifuggendo da tutto ciò che sa di sacrificio o di rinuncia.

Come acquistare questa virtù? Anzitutto ringraziando Dio nei contrattempi, nella consapevolezza che Egli conosce il senso di quanto accade. In secondo luogo cercando il significato delle difficoltà: che cosa vuole dirmi il Signore attraverso questo fatto? Infine contemplando il Crocifisso, perché la fortezza è dono dello Spirito Santo, che nasce dalla croce. Essa ci fa pregare così: "Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo, mio scudo e baluardo, mia potente salvezza" (Sal 18, 2-3).

 

LA TEMPERANZA 

A differenza degli animali, che si autoregolano con precisione semplicemente seguendo i propri istinti, l'uomo deve imparare a regolare i suoi istinti mediante la ragione e la volontà.

Se l'uomo, come l'animale, seguisse liberamente il proprio istinto, finirebbe per diventare schiavo delle sue bramosie e delle sue passioni. Occorre allora un impegno ascetico, cioè una sorta di ginnastica dello spirito, che alleni la volontà e l'intelligenza ad evitare ciò che può nuocerle loro. Quest'autoeducazione della volontà è precisamente la virtù della temperanza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna che "la temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà" (N° 1809).

In senso generale la temperanza consiste nella capacità di soddisfare i propri desideri con moderazione, in modo da non farsi sopraffare da essi. Quante volte ci lamentiamo perché non siamo più padroni dei nostri atti? Ci accorgiamo infatti che spesso non siamo più noi a dominare le cose che facciamo, ma sono esse a dominare noi. Abbiamo perciò bisogno di ripristinare il controllo della nostre scelte. La temperanza si collega allora all'equilibrio, all'autocontrollo, al senso dell'armonia, dell'ordine e della misura.

In senso specificamente cristiano la temperanza diventa imitazione di Gesù, il quale è modello di equilibrio, perché sa essere temperante in tutti i suoi rapporti e in tutte le sue azioni. Ecco perché S. Paolo raccomanda: "Quelli che sono di Cristo Gesù, hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Gal.5,24). Secondo S. Paolo esistono due tipi di uomini: quello "carnale", che vive in mezzo a gozzoviglie e impurità, lasciandosi trascinare dalle sue passioni; e quello "spirituale", che si lascia guidare dallo Spirito Santo e sa tenere insieme i desideri, gli istinti e le emozioni dentro una personalità armonica.

Concretamente la temperanza si applica a tanti campi della vita: pensiamo a quanto sia importante la moderazione nel mangiare e nel bere per la nostra globale salute psicofisica; pensiamo anche all'equilibrio nell'uso dei beni materiali, e in particolare del denaro, nella consapevolezza che "l'attaccamento ai denaro è la radice di tutti i mali" (1 Tim 6,9-10); pensiamo ancora all'importanza del controllo degli istinti sessuali; pensiamo infine ai dominio dell'irascibilità, che ci aiuta a contemperare le esigenze di rigore e severità con quelle di comprensione e di perdono.


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