Gesù, Signore dell'educazione dei figli

Carlo Colonna

Tratto da Gesù Signore della famiglia - Ed. Rinnovamento nello Spirito santo

 

Un principio fondamentale  

Colui che è a capo della generazione, è anche a capo dell'educazione dei figli. 

Questo principio è a fondamento del diritto-dovere dell'educazione dei figli da parte dei loro genitori, ma è a fondamento anche del diritto-dovere che ha Gesù sull'educazione dell'uomo, di ogni uomo creato da lui. 

Perché è necessaria l'educazione? Perché Gesù Cristo ha rapporto con l'educazione? 

Ogni uomo nasce con diverse potenzialità che si devono sviluppare e realizzare in modo che egli arrivi alla perfezione della sua ricca natura. Da qui nasce la necessità dell'educazione intellettuale, affettiva, artistica, fisica, musicale, e in altri campi. Le diverse potenzialità che l'uomo ha "per creazione" arrivano a realizzarsi in virtù stabili e in opere costruttive attraverso la sana educazione. Fra i vari campi dell'educazione il più alto riguarda le potenzialità morali e mistiche dell'uomo, quelle che realizzano le sue capacità di conoscere, amare e servire Dio, di unirsi con lui, vivendo nella giustizia, nella pietà religiosa e nella sobrietà. La realizzazione vera dell'uomo, in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, si ha solo nella sapienza religiosa e morale, che presiede all'educazione dell'uomo nella sua dimensione spirituale. Questa educazione è tanto più necessaria in quanto sappiamo dalla rivelazione di Dio che ogni uomo nasce peccatore, in un mondo di peccato, per cui, lasciato a se stesso, egli tende più al male che al bene, diventando facilmente prigioniero del diavolo e delle concupiscenze del mondo. In tal modo si incammina sulla via della perdizione, larga e spaziosa, allontanandosi sempre più dalla via della vita, stretta e difficile (cf Mt 7, 13-14). San Paolo, nel rivolgersi ai padri, li esorta così al loro compito educativo: 

E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore (Ef 6, 4). 

L'Apostolo distingue l'educazione dalla disciplina del Signore. L'educazione riguarda l'aspetto più materiale e profano dell'educazione nei diversi campi della vita civile e della cultura, mentre la disciplina del Signore riguarda l'aspetto morale e religioso, di cui parlerò a lungo in queste pagine. 

Tre verità che illuminano l'educazione dell'uomo 

In tutto il discorso che farò sull'educazione cristiana saranno presenti tre grandi verità rivelate. La prima riguarda la bontà naturale dell'uomo, considerato in modo astratto. Dio, quando pensò e creò l'uomo, fece una cosa molto buona (Gen 1, 31). L'uomo, uscito dalle mani di Dio, partecipa della gloria di Dio e porta impresso in tutte le sue parti un riflesso della sua bontà. Inoltre, ha come fine naturale dell'esistenza il raggiungimento dell'unione con Dio nella visione della sua gloria, in cui le più alte potenzialità umane raggiungono la loro perfezione. Questo prima che l'uomo peccasse. Col peccato originale la natura umana si è corrotta. Non solo si è rovinata la bontà del rapporto uomo-donna, come ho fatto notare nel trattare di questo tema, ma si è rovinato il naturale sviluppo che porta l'uomo dalla nascita alla maturità. L'uomo, infatti, per legge di natura raggiunge il suo pieno sviluppo solo attraverso un processo di graduale maturazione delle sue alte potenzialità. Se la natura umana si fosse mantenuta intatta, nella bontà originaria, questo processo si sarebbe svolto naturalmente con l'acquisizione di verità e virtù sempre più alte. Possiamo pensare come questo processo si sia realizzato almeno per due persone, non affette dal tarlo del peccato originale: Gesù e Maria. Per tutte le altre, invece, non è così. La natura umana, che concretamente portiamo, è affetta da corruzioni a tutti i livelli, fisico, psicologico, spirituale e da inquinamenti più o meno profondi col male. Le pulsioni verso il male sono avvertite allo stesso modo, se non più, delle pulsioni verso il bene, come l'esperienza insegna. Si fa fatica, vedendo certe persone che fin da bambini si orientano sulla via del male, a pensare che la natura umana è stata creata buona da Dio. Soltanto la rivelazione di Dio, che parla di una creazione originaria buona, ma corrotta in seguito a causa del peccato, spiega questa contraddizione. 

Vi è però una terza verità, di decisiva importanza per l'educazione cristiana. Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio, Gesù Cristo, per liberare l'uomo dal potere del peccato e del male e per indirizzarlo all'acquisizione del regno di Dio. L'opera di Cristo dà la possibilità all'uomo di svilupparsi, attraverso l'educazione, secondo la bontà originaria della sua natura, eliminando da sé il peccato e le sue conseguenze e rivestendosi di verità e di virtù sempre più alte nel campo del solo bene. L'opera di Gesù si realizza nello Spirito Santo, dato ai credenti e dimorante nei loro cuori, perché egli , il Dio-con-noi, sia l'artefice principale di ogni educazione cristiana. L'influsso vitale della grazia di Dio ripara l'opera nefasta del peccato. L'educazione cristiana avviene sotto il continuo influsso della grazia di Dio. Il suo principale artefice non è la legge esterna, che proibisce il male e comanda il bene, ma la grazia infusa nel cuore di coloro che si lasciano educare da Dio a vivere secondo il divino progetto dell'esistenza. Per l'azione della grazia, a cui si unisce la buona volontà dell'uomo, è possibile realizzare ciò che dice san Paolo: 

"Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri" (Fil 4, 8).

Parole stupende, che ogni educatore cristiano deve far sue come programma di educazione cristiana! 

Un' educazione cristiana 

Chi è il capo da cui discende l'educazione dell'uomo in campo religioso e morale? Nei discorsi umani riguardanti l'educazione, ordinariamente parliamo di coloro che hanno responsabilità educative nei confronti di minori. Sono i genitori, gli insegnanti scolastici, i sacerdoti, le suore, ecc. Oggi un grande influsso educativo è esercitato dai mezzi di comunicazione sociale, in modo particolare dalla televisione. Questi soggetti possono educare sia nel bene sia nel male, perché sono soggetti umani e, come tali, possono essere buoni o cattivi. Se sono buoni, daranno una buona educazione; se sono cattivi, daranno un'educazione al male. Una causa evidente della corruzione morale e religiosa di oggi è il moltiplicarsi di soggetti attivi di educazione al male, tra cui il primato spetta a tanti programmi televisivi, in cui tutti i vizi umani fanno bella propaganda di sé con la conseguenza che, dopo poco, diventano costumi di vita per molti. Il loro effetto diseducativo è evidente nei fanciulli e nei giovani, ma anche gli adulti perdono facilmente ogni spiritualità, se usano in modo prolungato di quei programmi e vi attaccano il cuore. 

Vogliamo ora elevarci alla contemplazione e alla considerazione di colui, che, invisibile per natura, ma diventato visibile per amore degli uomini, è il soggetto sovrumano dell'educazione al bene religioso e morale degli uomini. E' il Verbo di Dio, lo stesso per mezzo del quale tutto è stato fatto (cf Gv 1,3). Egli, come dice san Giovanni, è la luce vera che illumina ogni uomo (Gv 1, 9). 

Di quale luce è fonte il Verbo di Dio? E' la luce della sapienza religiosa e morale, da cui procede ogni verità e grazia di vita. Da questa sapienza proviene la giustizia nella condotta di vita di ogni giorno; frutto della giustizia è, poi, il possesso della vera vita. Il nome sapienza o saggezza esprime molto bene l'insegnamento della sapienza eterna, il Verbo di Dio. La giustizia e la vita sono i frutti della saggezza che viene dal Verbo. Già nell'Antico Testamento si ebbe la rivelazione della sapienza educatrice degli uomini alla vita secondo Dio. Essa si manifestò potentemente sul monte Sinai col dono della Legge, data da Dio a Mosé, perché diventasse regola della vita religiosa e morale del popolo di Dio. L'educazione impartita ai figli, in quell'epoca, consisteva nell'istruirli all'osservanza della legge di Dio. I più capaci in questo campo erano i maestri di sapienza, che si dedicavano completamente alla meditazione della Legge con una vita santa e irreprensibile, acquistando doni straordinari di conoscenza spirituale, con cui istruivano il popolo all'osservanza della Legge in ogni settore della vita. La presenza di questi maestri di sapienza in mezzo al popolo di Dio è testimoniata dai libri sapienziali della Bibbia, in cui alcuni saggi, ispirati da Dio, ci hanno lasciato un patrimonio immenso di sapienza educatrice. Il fatto che la Chiesa legga questi libri ancora oggi, vuol dire che il loro insegnamento è sempre adatto a formare, in ogni tempo, alla verità e al bene, alla pratica della virtù e al rigetto del vizio. 

Venuta la pienezza dei tempi, è venuto al mondo l'invisibile Verbo di Dio, la sapienza che diede la Legge a Mosé e che ispirò i saggi d'Israele. E' Gesù Cristo, più grande di Salomone, che nell'antichità godeva la fama del più grande sapiente d'Oriente (cf Mt 12, 42). 

Gesù ha portato alla perfezione l'insegnamento sapienziale riguardante la verità morale e religiosa e ha invitato tutti gli uomini a farsi suoi discepoli per avere la vita: 

«Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).

Non dobbiamo aspettarci insegnamento più alto di quello di Gesù Cristo in campo religioso e morale, perché egli è la sapienza eterna che in tutti i tempi ha ispirato, ispira ancora oggi e ispirerà la moltitudine dei sapienti dell'umanità. Di lui tutti i veri saggi rendono testimonianza, come la fonte unica e ultramondana del loro pensiero e se qualcuno dice di essere saggio e non gli rende questa testimonianza, manifesta che è un falso dottore di saggezza e parla per conto proprio, traendo la sua dottrina dal suo cuore non illuminato e non da Dio. 

Alla luce di questi principi comprendiamo che cos'è l'educazione cristiana, a cui collaborano diversi soggetti nell'ordine umano, in primo luogo i genitori autenticamente cristiani e, in secondo luogo, la comunità cristiana più vasta, che è la Chiesa, nelle sue varie manifestazioni. L'educazione cristiana ha come soggetto principale il Verbo di Dio, la sapienza la quale ispira nella mente e nel cuore mediante il suo Spirito le verità e i comportamenti già promulgati nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Per questo è veramente cosa buona e giusta che Gesù Cristo, il Verbo incarnato, sia riconosciuto da coloro che hanno un compito educativo, quali i genitori cristiani, come il Signore dell'educazione alla verità e al bene dei loro figli. Come i genitori, dando la vita ai figli, ne sono anche gli educatori, così la sapienza creatrice è anche la sapienza educatrice degli uomini. Questa azione educatrice è anche salvifica, dal momento che il genere umano giace in uno stato mortifero di peccato e di ignoranza di Dio. I genitori cristiani, la comunità cristiana più vasta, comprendente vari ministeri di educazione, sono, rispetto a Cristo, che è luce primaria dell'educazione, solo luci secondarie, incaricati da lui di diffondere la sua educazione religiosa e morale.

San Paolo, rivolgendosi ai genitori, dice: 

E Voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore (Ef 6, 4).

Queste parole indicano chiaramente che il Signore è il soggetto educante principale. La disciplina, infatti, è del Signore, e i genitori allevano i figli secondo il Signore, il quale, da parte sua, compirà l'opera principale, infondendo luce e grazia di virtù nelle anime dei figli. L'espressione che usa san Paolo, disciplina del Signore, è tipica dei libri sapienziali dell'Antico Testamento. Essa aveva come sua fonte d'ispirazione principale la legge di Dio e all'osservanza di questa voleva educare. 

Un'espressione equivalente è timore del Signore, che non vuol dire paura, ma pratica dei suoi precetti, sottomissione piena di rispetto ai suoi comandamenti, da cui nasce l'acquisto della sapienza, considerata dalla Scrittura indispensabile perché l'uomo si realizzi nella verità di se stesso e sia felice. 

Leggiamo quest'esortazione all'acquisto della sapienza, di cui sono pieni i libri sapienziali della Bibbia che trattano dell'educazione dell'uomo: 

La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la voce; dall'alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi detti alle porte della città: «Fino a quando, o inesperti, amerete l'inesperienza e i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi avranno in odio la scienza? Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole ... » (Pr 1,20-23; cf: Pr 2, 3; 8,1-21; 9,1-8; Sir 4,11-19.24).

Questa sottomissione ai precetti della sapienza, quando è dettata dall'amore più che dal timore del castigo, è sottomissione filiale, propria di un figlio di Dio. Noi uomini diventiamo figli di Dio non solo per generazione da Dio mediante lo Spirito, ma anche per somiglianza a lui nel cuore e nella mente per le conoscenze divine che abbiamo e le virtù evangeliche che pratichiamo. Quando si segue Dio per solo amore e non più per speranza di premi o per timore di castighi, allora si dimostra che si è raggiunta la somiglianza a lui nel cuore. Nella Trinità il Figlio è uguale al Padre, non solo nella natura, ma anche nell'amore. Allo stesso modo, diventiamo perfetti figli di Dio come Gesù, quando siamo uniti a Dio nell'amore. Tutto questo è opera della sapienza, che abita nel cuore di un autentico figlio di Dio. La sapienza, poi, entrata nell'anima, la riempirà dei suoi meravigliosi frutti di giustizia, di gioia, di pace e di vita senza fine: 

Radice della sapienza è il temere il Signore, i  suoi rami sono lunga vita... Essa inebria di frutti i propri devoti. Tutta la loro casa riempirà di cose desiderabili, i magazzini dei suoi frutti. Corona della sapienza è il timore del Signore; fa fiorire la pace e la salute (Sir 1,18.14b-16).

Tutta l'arte educativa religiosa e morale consiste nell'orientare l'anima degli educandi alla conoscenza, all'amore e alla messa in pratica delle virtù comandate dal Signore, e al rigetto dei vizi contrari. L'insieme delle virtù, comandate dal Signore, le opere che ne derivano e i mezzi con cui si conseguono, sono la disciplina del Signore o il timore del Signore, oggetto specifico dell'educazione cristiana.  

Il testo biblico fondamentale, in cui si comanda ai padri di allevare i figli nel timore del Signore, è il seguente:  

Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte (Dt 6, 4-9).  

In questo testo si afferma chiaramente che Dio è il Signore e il Capo unico d'Israele, suo popolo. Oggi diremmo: della Chiesa, suo popolo. Ma la Chiesa comprende le famiglie cristiane. Anche di esse Dio è il Signore. Il cristiano deve comportarsi come Israele: aderire personalmente al Signore Dio mediante la fede e un amore totale alla sua persona, ed educare i figli secondo i precetti del Signore, perché anche i figli appartengano a lui. Da notare come nel testo è messo in evidenza l'ambiente familiare, in cui il credente è chiamato a obbedire al Signore, sia lui personalmente, sia nell'insegnamento che deve inculcare ai figli.  

I genitori cristiani e la Chiesa, quindi, nella loro opera educatrice, fanno da mediazione rispetto a Dio e a Cristo, che sono a capo dell'educazione e della disciplina spirituale del credente. Questo implica che essi devono attingere la luce della conoscenza spirituale, l'amore per il bene e la forza per compierlo, dal Signore, il quale dona gratuitamente e in abbondanza a tutti queste cose che egli possiede per natura in grado infinito. Dice infatti san Giacomo:  

Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede (Gc 1, 5-6).  

Nel campo educativo ci vuole molta saggezza ed è particolarmente adatta agli educatori la preghiera con cui Salomone chiese a Dio la saggezza per ben governare il popolo:  

Dio dei padri e Signore di misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l'uomo, perché domini sulle creature fatte da te, e governi il mondo con santità e giustizia e pronunzi giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella... incapace di conoscere la giustizia e le leggi... Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito (Sap 9, 1-5.10).  

Cristo, rivelazione di Dio Padre, quindi, è a capo dell'educazione cristiana. Questa educazione ha come suo specifico campo la dimensione morale e religiosa dell'uomo, che è la più importante della natura umana. Le altre dimensioni dell'educazione (artistica, intellettuale, musicale, ecc.), influenzate dalla dimensione morale e religiosa, contribuiscono non poco alla realizzazione dell'uomo, anche in senso morale e religioso, mentre, se ne sono prive, lo conducono alla rovina, come dice Gesù: Che vale all'uomo se guadagna tutto il mondo, ma poi perde l'anima sua (cf Lc 9, 25). Noi potremmo dire: se è capace di tutto, ma poi è immorale e irreligioso?  

Due nascite, due tipi di educazione  

Per l'uomo vi sono due generazioni: una secondo la carne e una secondo lo Spirito. La prima generazione è dai genitori, secondo la carne; la seconda è da Dio, mediante Gesù Cristo e la Chiesa. Con la prima si entra a far parte del mondo terreno; con la seconda si entra nel regno di Dio, che non è di questo mondo, e si è proiettati a vivere per sempre nei cieli nuovi e terra nuova, che la parola di Dio promette ai nati dallo Spirito.  

Sulla base di questi eventi originari, si sviluppano due tipi di educazione: l'educazione naturale e quella soprannaturale. Poiché è lo stesso soggetto che ha in sé unite due vitalità, quella naturale e quella soprannaturale propria di Dio, vi sono intimi rapporti di educazione tra la prima e la seconda. E' un errore considerarle completamente distinte o avere cura prima dell'una e poi dell'altra o sviluppare solo un'educazione e non l'altra.

Quando si parla di educazione naturale, non si intende parlare di realtà che non hanno niente a che fare con la dimensione morale e religiosa. L'educazione naturale abbraccia anche virtù morali, naturali a ogni uomo. Così la religiosità, il compimento del proprio dovere, il rispetto della verità, la sincerità, l'onestà, la solerzia, il retto affetto, l'amore ai poveri, e tante altre virtù sono valori, che fanno parte anche dell'educazione dell'uomo a livello naturale. La conoscenza di un Dio eterno e creatore di ogni cosa e il culto a lui relativo fanno parte del patrimonio naturale dell'uomo, anche se di fatto questo patrimonio si trova nei cristiani in virtù di un'educazione religiosa e morale alla luce della rivelazione di Dio.  

Il campo specifico dell'educazione cristiana è però l'educazione soprannaturale. Su questa dimensione solo l'influsso diretto di Dio e della Chiesa, attraverso i mezzi soprannaturali della sua parola e della grazia del suo Spirito, possono sviluppare e portare alla perfezione il germe di vita divina, infuso nei credenti con la fede e il battesimo. L'educazione cristiana. però, se nel suo specifico è soprannaturale e avviene per la crescita della fede, della speranza e della carità che vengono da Dio, non rigetta, anzi richiede come suo supporto, l'educazione a ogni virtù autenticamente umana e morale. La famiglia cristiana è luogo di educazione sia naturale che soprannaturale. Anzi, è il luogo dove maggiormente si realizza l'unità tra queste due dimensioni dell'educazione integrale del cristiano. Quando un fanciullo si presenta in una parrocchia per ricevere un'educazione più specificatamente cristiana e soprannaturale, porta in sé l'educazione naturale e soprannaturale ricevuta o meno dai genitori. La parrocchia e le altre comunità cristiana non possono sostituire la famiglia, come luogo naturale e primario di educazione del cristiano. La famiglia invece, che vive bene questo suo ruolo in senso cristiano, riconosce e sperimenta concretamente come Cristo sia a capo dell'educazione nella famiglia.  

Autorità, bontà, saggezza di Cristo a servizio dell'educazione cristiana  

L'educazione cristiana è frutto della convergente azione dell'autorità, della bontà e della saggezza. per promuovere la persona umana come immagine di Dio, redenta da Cristo e orientata verso la vita eterna. Quanto più queste tre realtà, autorità, bontà, saggezza, sono presenti nell'educatore, tanto più la sua azione educatrice sarà efficace e fruttuosa. Anche colui che viene educato dovrà impegnarsi a crescere nella direzione della saggezza, della bontà e dell'acquisto della responsabilità spirituale, rendendosi capace di rigettare il male e scegliere il bene.  

Cristo, come Verbo di Dio, è il bene eterno, che risplende su noi uomini, pieno di ogni autorità, bontà e saggezza nei nostri confronti. Egli è il vero capo dell'opera educativa dell'uomo, sia in campo naturale che soprannaturale. Ogni vero educatore si deve ispirare a lui, e porterà frutto solo se opererà in comunione con lui, seguendo le sue direttive. Vale soprattutto in questo settore la parola di Dio, che dice:  

Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori (Sal 127, 1).

  Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5).  

I genitori, quindi, devono riflettere l'autorità, la bontà e la saggezza di Cristo nella loro missione educatrice. Se essi per primi non si riempiono delle qualità di Cristo, non potranno trasmettere quelle energie di bene che, avvolgendo come una luce i loro figli, realizzano in loro un vero sviluppo.  

I figli devono percepire sempre più, man mano che crescono, che il vero principio primo della loro educazione morale e religiosa non sono i genitori né la Chiesa, ma è Dio, è Cristo, è la stessa sapienza morale e religiosa, che sussiste in sé, ben al di sopra degli uomini e del creato. Devono quindi imparare a obbedire a Dio più che agli uomini, in modo che l'obbedienza a Dio li segua sempre nella vita, anche quando non saranno più soggetti all'autorità dei loro genitori o si troveranno in posti, dove non è facile frequentare una chiesa.  

Punti fermi di educazione cristiana  

San Paolo nella sua lettera a Tito fissa chiaramente le grandi mete dell'educazione cristiana:  

E' apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone (Tt 2, 11-14).  

Prima di tutto san Paolo ci assicura che all'origine del modo di vita da lui indicato non vi è l'insegnamento dell'uomo, ma quello della grazia di Dio. E' il Padre, che sta nei cieli, il quale ci ha rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna (cf 1 Pt 1, 23), a insegnarci interiormente e attraverso l'insegnamento esteriore delle Sacre Scritture e della Chiesa questo modo di vita, non secondo il mondo, ma secondo Dio per la salvezza eterna della nostra vita. Su questo insegnamento dello Spirito si innesta l'opera educativa di noi stessi e di altri a noi affidati.  

Che cosa c'insegna la grazia di Dio? Prima di tutto a rinnegare l'empietà e i desideri mondani, cioè a rigettare la mentalità ordinaria di questo mondo, che nella sua superbia e ignoranza di Dio si erge contro di lui e la sua legge (empietà) e spinge a vivere secondo passioni carnali, idolatriche, come l'orgoglio, il piacere dei sensi, la corsa al divertimento, al guadagno, e tante altre. Se non ci si difende con un discernimento critico dalle suggestioni del mondo passionale e malvagio che ci circonda, e non si rigetta decisamente questo modo di vita, è impossibile crescere nell'educazione religiosa e morale secondo Cristo.  

La vera difficoltà nell'educazione cristiana, soprattutto oggi risiede in questa rottura con la mentalità del mondo, da cui siamo assediati, che trionfa nella città secolare e che molte volte ci seduce, perché noi per primi siamo portati ad alimentarla con le passioni carnali, che ancora abitano in noi e che volentieri assecondiamo, invece di mortificare.  

Che cosa c'insegna ancora la grazia di Dio? A vivere secondo virtù opposte ai vizi del mondo, capaci di esprimere un servizio, pieno di amore, al Signore che ci ha creati e salvati, e agli uomini. San Paolo indica tre grandi virtù generali: la sobrietà, la giustizia e la pietà. Sobrietà nell'uso e nel possesso delle cose di questo mondo, senza attaccare il cuore a queste cose, quasi che in esse sia la felicità suprema; giustizia nei rapporti con tutti, cercando di dedicarci al nostro dovere quotidiano con onestà e amore; pietà religiosa nei confronti di Dio, conosciuto, amato e servito in tutte le cose. E tutto questo per una grande speranza: nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo (Tt 2, 13).  

Quest'ultimo aspetto dell'orientamento cristiano della vita dà una forte tensione escatologica all'educazione cristiana. E' l'atteggiamento opposto alla mentalità secolare. Il cristiano non vive solo per "quaggiù", ma soprattutto per lassù L'uomo secolarizzato vive solo per quaggiù, niente per lassù, perché, come non crede a Dio, non crede neanche alla sua vocazione celeste, anzi la denigra e la combatte, quando la vede vivere da altri. Su questo punto appare evidente la differenza radicale che c'è tra mentalità cristiana e mentalità secolare. San Paolo la esprime in quest'altra esortazione, che contiene un richiamo alla sobrietà nell'uso delle cose di questo mondo:  

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno, perché passa la scena di questo mondo! (1 Cor 7, 29-31).  

Sono tratteggiate così dalla parola di Dio alcune linee maestre di educazione cristiana. Spetta a noi viverle, ammaestrati dalla grazia di Dio, che attraverso questa educazione vuole salvarci dalla situazione di peccato propria del mondo presente per condurci alla vita eterna.  

Educare all'umiltà, alla carità e al servizio reciproco  

Queste tre virtù hanno una grande carica educativa. Sono come i test di una vera educazione sia naturale che soprannaturale.  

L'umiltà è un atteggiamento interiore cosciente e voluto che sceglie la sottomissione piuttosto che il comando. Nei confronti di Dio l'umiltà è l'unico atteggiamento ragionevole, conforme alla verità del nostro essere nei suoi confronti. In quanto figli di Adamo portiamo tutti la tendenza a ribellarci a Dio, a non sottometterci alla sua volontà, a scrollarci dalle spalle il timor di Dio, che invece è a fondamento dell'educazione cristiana. In quanto rinati in Cristo, innestati in lui come tralci a una vite, lo Spirito Santo ci educa alla sottomissione radicale al Padre, a somiglianza di quella di Cristo. Questa umiltà attira le grazie di Dio sull'uomo e sulla famiglia degli umili, come sta scritto: Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia (Gc 4, 6). Senza questa umiltà nei confronti di Cristo, è impossibile che una famiglia possa sperimentare Gesù, come suo Signore in tutte le dimensioni della sua vita, e le benedizioni divine.  

Vi è anche una forma di umiltà reciproca, che gli uomini devono praticare tra loro. Di questo parla san Paolo, quando dice:  

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo (Ef 5,21).

Se uno pensa di essere qualcosa mentre è un nulla, inganna se stesso (Gal 6, 3).  

Questa umiltà non va confusa col senso di inferiorità, che è un complesso psicologico di cui bisogna liberarsi, né deve condurre al non volersi assumere responsabilità di comando, quando è giusto e doveroso esercitare questa funzione. L'umiltà del cuore deve essere presente sia nei genitori, quando comandano ai figli, sia nei figli, quando si rendono indipendenti dai genitori con giusti motivi. Tale umiltà facilita il riconoscimento dei propri errori, la capacità di ricevere correzioni per il proprio bene, la capacità di chiedere perdono e di perdonare, quando ciò è giusto. L'umiltà è il terreno, dove può crescere l'albero della carità, la regina di tutte le virtù cristiane. E soprattutto nelle relazioni quotidiane che i parenti hanno tra loro, che si deve esercitare quella carità, di cui parla san Paolo, paziente, benigna, che non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cf 1 Cor 13, 4-7).  

E' quella carità, di cui Gesù è chiaramente la sorgente e il modello, essendo egli il Signore proprio perché ha questo genere di carità e ha fatto di questa virtù il più alto livello di moralità e spiritualità, a cui i suoi discepoli devono aspirare.  

L'umiltà e la carità generano lo spirito di servizio, con cui si mette in pratica la parola di Gesù:  

Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio perché come ho fatto io,facciate anche voi (Gv 13,14-15).  

Il lavarsi i piedi reciprocamente ha mille manifestazioni quotidiane nella vita familiare. E una pratica che, se nasce dall'amore, produce amore e tiene sempre vivo lo spirito di dedizione reciproca, che è l'anima profonda di una famiglia, di cui Gesù è il Signore.  

Educare alla responsabilità verso la vita  

Quando un genitore regala un'automobile al figlio, lo rende responsabile del suo uso. Se il figlio è un irresponsabile, userà male l'automobile; se è responsabile, la userà bene. Allo stesso modo Dio, nostro creatore, ci ha fatto il regalo di esistere secondo una determinata natura. Siamo uomini, non bestie, né vegetali, né cose. Avendoci regalato la vita umana, ci ha reso responsabili di essa. Se usiamo della vita irresponsabilmente, ci rovineremo; se la usiamo con responsabilità, Dio, amante della vita, aumenterà in noi questo dono fino a darci la vita eterna.  

Se una persona è responsabile di una macchina, cercherà di conoscere bene le regole del suo uso, ne avrà cura perché non si deteriori, provvederà al suo mantenimento perché duri nel tempo. La macchina, infatti, è un oggetto ben preciso. Essa vive secondo regole proprie, che non dipendono dall'umore del guidatore. Se una persona in stato di ubriachezza si mette al volante di un'automobile e non seguirà le regole dell'uso, andrà a sfracellarsi contro un muro, rovinando se stesso e anche altri. Avendo guidato da irresponsabile raccoglierà le conseguenze della sua irresponsabilità.  

Questo paragone risulta evidente quando lo si applica alla responsabilità che ciascun uomo ha nei confronti della propria vita, ma purtroppo, soprattutto ai giorni nostri, non sembra essere così evidente.  

Sto usando il termine "responsabilità", che poco si usa oggi, al posto di un altro più inflazionato, ma pieno di equivoci, il termine libertà Invece di dire: «Dio ha creato l'uomo libero», preferisco dire: «Dio ha creato l'uomo responsabile della sua vita e, in parte, di quella degli altri». In tal modo voglio mettere in evidenza il senso profondo e genuino della libertà, di cui noi uomini siamo dotati e che ci differenzia dagli animali. Ai nostri giorni vige la filosofia del "fai quel che vuoi, perché sei libero", che sta sostituendo l'altra più saggia e più vera: "Sii responsabile della vita che hai, proprio perché sei libero". Il "fai quel che vuoi" è valido, quando un uomo è responsabile di ciò che fa, nel senso che sceglie il bene e rigetta il male. Allora "quel che vuoi" coincide con "quel che è bene". E' il fine di ogni educazione dell'uomo: rendere l'uomo libero, perché responsabile nel bene di ciò che fa. Ma quando il "fai quel che vuoi" è vissuto da una persona irresponsabile, la conseguenza è che, dopo poco, raccoglieremo in lacrime i cocci suoi e di altri danneggiati dalle sue irresponsabilità.  

Il genuino senso della libertà sta nella responsabilità che abbiamo di fronte alla gestione della nostra vita e a come ci poniamo verso gli altri e le cose. t questa la dignità che abbiamo da Dio e che ci eleva infinitamente al di sopra degli animali. Da qui scaturisce un duplice concetto di vita per l'uomo. Il primo è legato alla natura. Quando nasce un bimbo, diciamo: E' nato un uomo», ma il bimbo non esercita ancora la sua responsabilità di fronte alla vita che ha ricevuto. Il secondo concetto è legato alla persona, che, usando nella libertà della vita che ha ricevuto in dono, la orienta verso il bene o verso il male. Se l'orienta verso il bene raggiunge la vita; se l'orienta verso il male raggiunge la morte. La vita e la morte, in quest'ultimo senso, appaiono come il premio o il castigo dell'uso giusto o malvagio della libertà (o responsabilità) di fronte al dono della vita. Alla luce di questi semplici concetti comprendiamo l'esortazione che Dio rivolse un tempo agli israeliti con accorato affetto, come un padre si rivolge ai suoi figli, perché abbiano la vita per sempre:  

Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe (Dt 30, 5-20).  

Questo accorato appello alla responsabilità, rivolto da Dio mediante Mosé agli israeliti, suo popolo, nel momento in cui entravano a prendere possesso della Terra Promessa, risuonò all'origine del genere umano, al cuore di Adamo ed Eva. Dopo averli creati e messi a vivere nel giardino dell'Eden, la terra delle benedizioni divine, Dio li rese responsabili dell'abitazione in quel luogo di vita, mediante il comandamento:  

«Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male, non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen 2,16-17).  

Alla luce di queste verità, appare allora il vero significato del tempo dell'educazione, che ogni uomo attraversa nella sua infanzia e adolescenza fino a raggiungere l'età adulta.  

L'educazione vera ha come meta d'istruire l'intelligenza, formare il cuore, rafforzare la volontà, perché ogni uomo usi con responsabilità per il bene e per la vita, del regalo dell'esistenza che Dio gli ha fatto. Per fare un paragone, equivale al tempo in cui si prende la patente per guidare l'automobile, di cui dopo si sarà responsabili. Naturalmente c'è un abisso tra l'educazione necessaria a ben guidare un'automobile e quella indispensabile per ben guidare se stessi. Il significato del tempo dell'educazione alla guida della macchina o della propria esistenza è però lo stesso. Si tratta di arrivare a uno stadio di maturità tale, per cui l'uso della macchina o della propria vita porterà solo bene e non male, prima di tutto, a chi è chiamato a gestire una macchina o se stesso. Oggi vi è molta irresponsabilità sia privata che pubblica nel modo di gestire i mass-media e le molteplici macchine che il progresso scientifico e tecnico mette a nostra disposizione. Ciò nasce dal fatto che non si sa gestire se stessi in modo morale e responsabile a causa di una filosofia di vita, improntata al "fai quel che ti piace e non preoccuparti di ciò che è giusto fare". C'è bisogno di educazione e di disciplina nell'uso dell'automobile, della televisione, del computer; del cellulare, dei video-giochi, di internet e di tante altre macchine. Si tratta di educare non solo da un punto di vista tecnico, ma soprattutto morale, perché senza moralità questi mezzi possono produrre gravi danni fisici, psichici e spirituali. Se usati con consapevolezza etica e sobrietà, invece, potranno essere al servizio di un sano scambio di umanità e spiritualità degli uomini tra loro. Genitori responsabili dell'educazione dei loro figli devono preoccuparsi di quest'aspetto dell'educazione e non permettere che i figli siano lasciati a loro stessi nell'uso dei molteplici mezzi di comunicazione sociale, che sono oggi a disposizione.  

Va tenuto presente, inoltre, che il cristiano è chiamato alla vita soprannaturale propria di Dio ed è necessaria per lui un'educazione che lo renda responsabile del dono di essere diventato per grazia un figlio di Dio, un fratello di Gesù Cristo, un cittadino del Cielo. La sua educazione non può essere se non educazione al Vangelo, alla santità, alla giustizia e alla verità che vengono da Dio, perché in cielo si vive solo di santità, di giustizia e di verità divine. Ma di questa vita ogni figlio di Dio viene reso responsabile da parte del Padre, così che il rapporto con Dio non è segnato solo da una necessità di natura, ma anche da una volontaria sottomissione, a somiglianza della sottomissione di Cristo al Padre, che fu volontaria, pronta e piena d'amore. Per questo la vita del cristiano fedele alla sua chiamata è coronata dal premio. Egli, avendo usato con responsabilità del dono della figliolanza divina e dei talenti ricevuti, è degno di ricevere l'eredità che Dio gli ha preparato, conforme alle parole del re ai suoi servi nella parabola di Gesù:  

Bene, servo buono e fedele... sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo signore (Mt 25, 21).  

La filosofia di vita a cui educa il mondo secolare di oggi  

Già ho parlato di quella filosofia di vita che fa vivere l'uomo come se non esistesse più Dio e la sua autorità sugli uomini e sulle scelte umane. E' questa la filosofia della città secolare di oggi.  

Usando un'immagine biblica, potremmo dire che con questa filosofia gli uomini si nutrono dell'albero della conoscenza del bene e del male, che Dio in ogni tempo proibisce all'uomo di mangiare. In fin dei conti, la mentalità secolare non è una novità, perché fin dall'origine il genere umano optò per la conoscenza del bene e del male e visse nella disobbedienza a Dio, sperimentando in molteplici modi, non soltanto fisici, che cos'è la morte. La gravità della scelta contemporanea dell'albero della conoscenza del bene e del male è che essa avviene oggi dopo duemila anni di predicazione del Vangelo, in cui gli uomini sono stati messi in grado di cambiare opzione di vita e di ritornare a vivere dell'albero della vita, risplendente nel Cristo vivente nella Chiesa. Si è realizzato ciò che aveva annunziato san Paolo:  

Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole (2 Tm 4,34).  

Da questo pullulare di falsi maestri della verità, imbonitori di favole, come li chiama san Paolo, è nata la civiltà secolare odierna, che ha perso sempre più ogni riferimento di vita col vangelo di Dio, rivestendosi di caratteristiche contrarie. Da qui la perdita della coscienza spirituale tesa alla conoscenza di valori trascendenti e perenni, che danno senso e vitalità al terribile quotidiano. Carl G. Jung, che parla da psicanalista e non da aderente al Vangelo, tratta della necessità di una idealità superiore e trascendente per l'uomo, perché egli si sviluppi nelle sue potenzialità interiori: «La funzione dei simboli religiosi è quella di dare un significato alla vita dell'uomo. Gli indiani Pueblo credono di essere figli del "padre sole" e questa fede conferisce alla loro vita una prospettiva (e uno scopo) che supera di gran lunga la loro limitata esistenza. Essa consente loro di dispiegare largamente la propria personalità e di vivere una vita piena, da persone integrali. La loro condizione è infinitamente più soddisfacente di quella dell'uomo civilizzato, che è consapevole di essere (e di restare) nient'altro che uno sconfitto senza alcun profondo significato esistenziale» 1.

Le parole di Jung fanno comprendere perché nella civiltà secolare di oggi, chiusa alla ricezione del vangelo di Dio, dove sono depositati gli ideali superiori e i valori supremi che danno la vita all'uomo, gli uomini muoiono nella loro interiorità, diventati dentro aridi e senza vita, prima ancora che nel corpo. Essi hanno perso il contatto con l'Assoluto, che risplende nel vangelo. Ripiegati su se stessi e sulle cose della terra, conducono una vita vuota, senza senso spirituale, che potrebbe venir loro solo dalla fede autentica nel Vangelo. Si assiste a questo fenomeno paradossale: con le conquiste della scienza è aumentata l'età media di vita biologica, mentre, con la perdita dei valori spirituali assoluti, è aumentata la mortalità spirituale e fisica in giovane età. Basta pensare a tanti giovani che muoiono per la droga e per gli incidenti mortali dopo le nottate trascorse in discoteca.  

L'immoralità odierna si manifesta in molti modi, oltre a quelli tragici della droga, dei divertimenti orgiastici delle discoteche e del diffondersi del satanismo. Uno di questi consiste nel non volere e non sapere più discernere il bene dal male, nella superficialità, confusione o indifferenza con cui ci si mette davanti ai valori morali e religiosi dell'esistenza. Tutto è giudicato in modo soggettivo e in termini di piacere e di utilità, col criterio della moda del tempo e del successo o benessere immediato a cui una cosa può portare. In questa indifferenza generale il male, che rimane sempre tale anche se non viene chiamato con il suo nome proprio, tende ad acquistare gli stessi diritti del bene fino a diventare un elemento essenziale alla vita di ogni giorno, anzi cercato e amato più del bene. Appare così l'uomo anarchico e immorale, che vive secondo la regola dell'egoismo: "fai quel che ti piace". La regola della giustizia: "fai quel che è giusto fare, anche se non ti piace", è completamente disattesa.  

L'immoralità della cultura odierna è simboleggiata molto bene, come ho detto prima, dall'albero della conoscenza del bene e del male, che Dio proibì di toccare all'uomo di ogni tempo, pena la morte (cf Gen 2,16-17). In questo caso l'uomo muore perché, essendo a immagine di Dio, è veramente se stesso quando compie sempre e soltanto il bene e mai il male. Dio non registra mai in sé una diminuzione di essere e di bene. Il male, invece, è una diminuzione di bene ed è contemporaneamente diminuzione di essere. Per l'identità che c'è tra "essere" e "bene", al bene segue sempre la vita e al male la morte. In Dio vi è solo l'Essere e il Bene, mai la morte e il male. Anche per l'uomo, fatto a immagine di Dio, dovrebbe essere così. Ma ciò avviene quando l'uomo, usando con responsabilità la sua libertà, si rivolge al bene e rigetta lontano da sé il male. In tal modo si mantiene in vita e non vede la morte. Con il peccato originale, archetipo di ogni genere di peccato, l'uomo scelse di fare il male, mischiandolo alla sua natura originaria, che era molto buona (Gen 1, 31) e tendente come fine ultimo al possesso del sommo bene, che è Dio, per unione d'amore. Mentre Dio si realizza solo nel bene, l'uomo cominciò a realizzarsi nel bene e nel male, mischiando alla sua natura buona il male delle sue scelte. Divenne così difforme rispetto al suo archetipo, che è Dio.  

In questo stato due sono le possibilità per l'uomo peccatore. La prima è il ritorno alla purezza originaria, liberandosi dal peccato mediante il pentimento e la vita in Cristo. E' la via del Vangelo. La seconda è una filosofia di vita, tipica dei nostri tempi, in cui il male acquista gli stessi diritti a esistere del bene e l'uomo si sente "dio", perché può fare ciò che gli piace, avendo annullato ogni differenza tra il bene e il male. Con questa filosofia, i peccati come l'aborto e le unioni matrimoniali libere, anche tra omosessuali, acquistano gli stessi diritti a esistere della nascita dei bimbi e dei veri matrimoni. La filosofia della scienza del bene e del male porta inevitabilmente al relativismo morale, dove non esiste più il bene da fare e il male da rigettare, ma solo ciò che piace fare come criterio assoluto di scelta. Conseguenza ultima di questa filosofia di vita è ciò che sta avvenendo oggi davanti agli occhi di tutti. La scelta della morte sta diventando una cosa buona e più allettante che la scelta della vita. Da qui giovani che per un nonnulla si uccidono e uccidono, l'eutanasia e cose simili.  

Tre mezzi soprannaturali di educazione cristiana  

Poiché l'essere cristiano è una realtà soprannaturale, i mezzi di educazione di un cristiano devono essere della stessa natura, soprannaturali. Ne indico tre continuamente usati in un cammino di educazione cristiana: il riferimento alla parola di Dio, con cui Dio comunica la sua sapienza educatrice agli uomini; la preghiera; la partecipazione alla santa Messa.  

Il riferimento alla parola di Dio avviene nel periodo educativo al catechismo, nelle associazioni giovanili cristiane e con la partecipazione alla Messa domenicale. Ma la parola di Dio deve trovare la famiglia come luogo in cui risuona e dove si vive in maniera conforme a essa. Ora, molto spesso ciò non avviene, se non in modo superficiale. Parlo di questo anche nel caso di una famiglia in cui i membri sono credenti. Spesse volte, finito il rito della Messa, in cui si è parlato di Dio e della sua parola, nell'esistenza concreta della vita familiare, non c'è l'eco di essa. San Giovanni Crisostomo, un grande predicatore e pastore dei cristiani, esortava continuamente i fedeli a fare così:  

A questo vi esorto, e non cesserò mai di esortarvi: che non solo qui badiate a ciò che si dice, ma anche che a casa vostra siate sempre fedeli alla lettura delle divine Scritture. 2

Non si tratta di diventare professionisti di teologia, ma di avere un nutrimento spirituale per lo sviluppo di una vita secondo virtù e un'arma contro tanti nemici spirituali, che circondano la vita del credente. Continua ancora il Crisostomo:  

Quello che fa il cibo corporeo per la conservazione delle nostre forze, lo fa la lettura sacra per l'anima. Un grande guadagno ne deriva: la lettura migliora la nostra lingua; inoltre l'anima si eleva e si fa eccelsa, illuminata dallo splendore del sole di giustizia; si libera in quel tempo dalla sozzura dei pensieri cattivi e gode di molta pace e tranquillità. E non mi dica qualcuno, con parole fredde, degne di essere gravemente condannate: «Io tratto cause nel foro, svolgo pubblici uffici, sono impegnato nel mio mestiere; ho moglie, devo nutrire i miei figli, ho da badare alla casa: leggere le Scritture non è affar mio, ma di coloro che hanno abbandonato tutto, che abitano in cima ai monti, che conducono un tal genere di vita». Che dici, o uomo? Non è affare tuo badare alle Scritture perché sei stretto da mille preoccupazioni? Invece è precisamente più tuo che di quelli. Essi non hanno tanto bisogno dell'aiuto che proviene dalle divine Scritture, come coloro che si trovano in mezzo a mille faccende. I monaci infatti, lontani dalla piazza e dal tumulto della piazza, hanno eretto i loro tuguri nella solitudine e non hanno rapporti con nessuno: si danno con libertà alla meditazione in quella pace e tranquillità e come in un porto godono di grande sicurezza. Ma noi, come in mezzo al mare infuriato, siamo stretti da mille peccati, lo vogliamo o no, e abbiamo sempre bisogno della consolazione delle Scritture.

Ciò che dice il Crisostomo è particolarmente importante oggi, in cui si ha molta cura del corpo, ma ben poco dell'anima. Solo un ritorno all'ascolto profondo della parola di Dio potrà far uscire gli uomini secolarizzati, in particolare i giovani, dal relativismo morale imperante e dalla dimenticanza di Dio, ormai considerato come un illustre assente dalla vita privata e pubblica. Il riferimento alla Scrittura, invece, aiuterà a crescere e ad agire, avendo a fondamento della vita valori certi e stabili di tipo morale e religioso, su cui edificare come su di una roccia la propria esistenza per la vita e non per la morte.  

La parola di Dio, però, non esercita il suo ruolo educativo nei confronti dei cristiani, quando essi si mettono davanti a essa con superficialità e incoerenza. Mentre il mondo ateo non dà alcun ascolto alla Parola, arrivando fino al disprezzo di Dio, il cristiano, anche se non arriva a questo, può peccare di superficialità davanti ad essa. Allora la parola di Dio, ascoltata in Chiesa durante la Messa o in altre forme, scivola via, non penetra il cuore, non cambia la vita, non educa alla virtù e al regno di Dio. Viene accolta invece facilmente la parola del mondo, bombardata attraverso molteplici canali fin dentro casa, in molteplici modi, mediante la televisione. Da qui si passa all'incoerenza come costume di vita. Si fa professione di essere cristiani, perché si va in chiesa ad ascoltare la parola di Dio, ma nella vita ci si regola secondo i costumi del mondo, senza preoccuparsi troppo di discernere ciò che è lecito e giusto fare in conformità alla Parola e ciò che va rigettato. Si entra allora a far parte di quell'ampia categoria di cristiani, credenti ma non praticanti, di cui è piena la Chiesa. Qui per "non praticante" non s'intende colui che non va a Messa la domenica, ma chi non vive in maniera conforme agli insegnamenti di Dio, non dico alla perfezione, ma nemmeno in misura decente.  

Oltre al riferimento alla parola di Dio, vi è la pratica della preghiera personale e comunitaria. La preghiera ha un forte potere educativo. Educa a vivere e a sentire il rapporto con Dio come un rapporto coinvolgente, che sazia l'anima e la riempie di pienezza di energie di vita spirituali e umane. La preghiera, vissuta in tal modo, è il miglior antidoto a tutti i paradisi artificiali del mondo, che oggi con tanta abbondanza vengono offerti ai giovani e che si rivelano essere ben poco "paradisi", ma piuttosto luoghi di morte e di corruzione morale. Il vero paradiso dell'uomo è dentro di sé, nella sua anima, quando l'uomo in virtù della fede e della dedizione a Dio, scopre la presenza e l'amicizia di Dio nella sua vita. Le gioie dell'amicizia con Cristo superano di gran lunga le false gioie del mondo. Nella preghiera e nell'impegno di vita cristiana, soprattutto nell'impegno per i poveri e i grandi ideali del Vangelo, Dio fa sperimentare le vere gioie della vita, educando così i suoi figli a rigettare il mondo con le sue vanità e malvagità e a seguire la vera via della vita.  

Come la parola di Dio, così la preghiera è la grande emarginata dalla vita della famiglia, anche se credente. L'atmosfera secolare, in cui è immersa oggi la vita della famiglia, la rende poco adatta a essere luogo di preghiera. Al posto del tempo da dedicare alla preghiera, si è sostituito l'ascolto della televisione o un attivismo senza fine. Sono tante le cose da fare che non c'è più tempo per pregare. La preghiera è diventata una pratica lasciata alla personale cura di ciascuno, ma che non ha più spazio comunitario in famiglia. Invece, marito e moglie che pregano insieme, l'uno per l'altro, con i figli e per i figli, costituiscono un momento forte della presenza di Gesù come Signore della vita familiare. Se, a livello naturale, l'unione sessuale dei coniugi, vissuta col debito spirito, dà una ricarica alla loro unione matrimoniale, momenti di vera preghiera vissuti insieme dai coniugi e dai figli dà la stessa ricarica a livello spirituale. I figli ricevono da questa testimonianza dei genitori un forte esempio di orientamento per la vita, anche se dovranno essi con libertà aprirsi alla pratica della preghiera, man mano che crescono e sono chiamati a fare le loro scelte nella vita. Per realizzare questi momenti di preghiera, è bene determinare di comune accordo un tempo, almeno un'ora settimanale, in cui la famiglia si ritrova in casa per pregare. per confrontar si con la parola di Dio, per leggere assieme qualche lettura spirituale, per condividere a livello spirituale. Questo momento può essere chiamato: "l'ora di Gesù, che parla alla famiglia". Si può affidare la cura di preparare un tale momento di preghiera a un membro della famiglia capace di farlo, a turno. Inoltre, anche a tavola, almeno ogni tanto, si può cominciare o finire il pranzo con la recita di un salmo e la preghiera di ringraziamento, secondo l'insegnamento di san Paolo riguardante il cibo, che Dio ha creato per essere mangiato con rendimento di grazie (cf 1 Tim 4,1-5).  

In questo campo è importante la preghiera di un membro credente della famiglia per tutti gli altri, anche quando non sono credenti o vivono lontani dal Signore. E' di esempio Giobbe, il quale, quando i suoi numerosi figli si radunavano assieme per banchettare, il giorno dopo  

si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro: Giobbe infatti pensava: «Forse i mieifigli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore». Cosìfaceva Giobbe ogni volta (cf Gb 1,4-5).  

Infine, vi è l'eucaristia, che nel linguaggio religioso popolare s'identifica con la partecipazione domenicale alla santa Messa. Bisogna far di tutto perché la liturgia domenicale della Messa sia vissuta consapevolmente, attivamente e con frutto spirituale, conoscendo bene il suo valore e il modo di parteciparvi nella giusta maniera. I genitori cristiani a volte si preoccupano quando i figli non vogliono più andare a Messa. Se il giovane, di fronte ad essa, rimane in un atteggiamento puramente legalistico, facilmente la diserterà, attratto da altre cose. Il rapporto con Dio è fatto principalmente di fede e di amore, di coerenza alla parola di Dio, di ricerca costante della sua volontà nella propria vita, tutte cose che sono molto lontane dalla mentalità secolare, soprattutto dal mondo giovanile di oggi. Da qui è facile che il giovane diserti la Messa domenicale. Oggi più che mai la vita cristiana, vissuta nella giovinezza, non è facile. I genitori comunque non devono stancarsi di dare esempio ai figli, anche nel campo della partecipazione alla Messa domenicale, cercando di illuminarli sul suo valore e di esortarli, senza opprimerli, alla partecipazione.  

Il continuo riferimento a questi tre mezzi della grazia mettono chiaramente in evidenza e danno testimonianza che Gesù in persona è il Signore dell'educazione cristiana in una famiglia. Gesù educa in tal senso sia i genitori sia i figli. La sua presenza allora non è più astratta e teorica, ma viva ed efficace in ordine a un cammino di crescita spirituale e umana, che fa arrivare l'uomo alla maturità e alla saggezza. Quando il riferimento alla Parola, alla preghiera e all'eucaristia diventa superficiale, incostante e incoerente, la famiglia non è più percorsa dalle energie spirituali, che educano al bene e alla virtù. Queste energie, senza le quali è impossibile alcun percorso educativo, provengono da Gesù, il Signore dei cristiani, e hanno il potere di abbattere e di edificare. Abbattono le energie del male, da cui la famiglia cristiana, immersa nello spirito del tempo, è continuamente insidiata, e costruiscono invece la famiglia come "chiesa domestica", quale deve essere per vocazione divina.  

Premi e castighi come mezzi educativi  

Oggi il tradizionale mezzo dei premi e dei castighi, con cui i genitori in ogni tempo hanno educato a un buon comportamento morale, è entrato in crisi. La ragione è dovuta al fatto che si è diventati permissivi in tutto, dato che il male sta acquistando gli stessi diritti del bene e non viene più pubblicamente censurato. Anzi, comportamenti chiaramente trasgressivi sono ampiamente illustrati e propagandati da programmi televisivi alla portata di tutti. Tutto è lecito vedere, tutto è lecito avere, tutto è lecito usare, perché tutto è possibile vedere, avere e usare. In questo clima, l'educazione ai valori morali e religiosi diventa difficile ed è un autentico "remare" contro corrente. Ciò che conta oggi è il prodotto reclamizzato di turno, il personaggio che ha più successo alla televisione, l'ultima scoperta per dimagrire o cose simili. Viviamo in mezzo alla fiera delle vanità e la voce della verità è diventata molto fioca o, anche se grida, viene facilmente soffocata dalla moltitudine di voci vane che si sentono assieme a essa. Oltre alle voci vane del mondo, si stanno diffondendo sempre più molteplici voci di malvagità nuda e cruda, che rendono l'intelletto umano completamente cieco e sordo di fronte alla verità e alla virtù. E' necessario andare contro questa mentalità che con tanta indifferenza si nutre di cose malvagie e diaboliche, se non vogliamo vedere uomini compiere efferatezze inaudite in mezzo a noi, come già sta succedendo. Uno dei modi per reagire è ripristinare il tradizionale mezzo di educazione ai valori morali, costituito dai premi e dai castighi, che accompagnano il buon comportamento morale. In tutte le culture e in tutti i tempi, premi e castighi sono stati usati come mezzi educativi. Il bene è premiato, il male è castigato: è uno dei primi principi della morale, equivalente a quest'altro: il bene va fatto, il male no.  

Quattro sono i motivi principali per cui gli uomini agiscono: l'amore di un bene piacevole, utile o morale, la speranza di poterlo conseguire, la paura di incorrere in un dolore e in un male, la coscienza del proprio dovere da compiere. Tenendo presente questa psicologia, i genitori dicono al figlio: «Se studi e superi l'esame, ti compreremo una motocicletta», oppure: «Se non studi e non superi l'esame, ti toglieremo la motocicletta che hai». Il premio sperato e il castigo temuto sono semplici stimoli esterni per un bene da realizzare, in questo caso lo studio e l'esame da superare. La coscienza del proprio dovere da compiere e l'amore per il bene in sé agiscono dall'interno, perché allora il bene viene seguito e il male rigettato per il valore o disvalore che hanno le cose. In questo modo il comportamento dell'uomo diventa veramente virtuoso e raggiunge il livello propriamente morale e razionale.  

Il premio per il bene e il castigo per il male indicano, dall'esterno, a chi è ancora immaturo nella coscienza morale, che il bene porta alla felicità e il male all'infelicità. I più alti motivi per seguire il bene morale ed evitare il peccato dovrebbero essere la coscienza di ciò che è giusto fare e l'amore per ciò che è buono e bello in sé. Ciò non toglie che premi e castighi siano molto utili ai fini dell'educazione, soprattutto quando l'educando da solo è incapace di comprendere o non vuole seguire le motivazioni intrinseche al bene da fare e al male da rigettare. Naturalmente bisogna intendere i premi e i castighi in senso largo e non stretto. Rientrano nella categoria dei premi gli elogi, i complimenti, gli incoraggiamenti, le gratificazioni, con cui una persona si sente stimolata alla creatività e al ben operare. Queste specie di premi sono molto efficaci per educare all'impegno nel bene. Sulla stessa linea, rientrano nella categoria dei castighi i rimproveri, le correzioni, le ammonizioni, le minacce, che a volte sono necessarie per far ravvedere una persona dalla via del male intrapresa. Oggi, in una società democratica, è possibile usare molteplici mezzi di protesta, per contrastare il male dilagante e promuovere il bene. Questi mezzi di protesta stanno sulla stessa linea della funzione pedagogica dei premi e dei castighi.  

Anche Dio, nell'educare gli uomini alla verità e al bene, si comporta allo stesso modo. La Sacra Scrittura è piena di benedizioni e promesse di premi per i giusti e di maledizioni e minacce di castighi per i malvagi. Paradiso e inferno sono presentate dalla rivelazione di Dio come premio delle opere dei giusti e castigo delle opere dei malvagi. Nella Lettera agli Ebrei l'autore mette in evidenza l'azione correttiva di Dio nei confronti dei cristiani, suoi figli. Egli cita per primo un testo della sapienza antica:  

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che ama e sferza chiunque riconosce come figlio (Eb 12, 4).  

Fissato questo principio conclude:

E per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, e non figli... Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati (Eb 12, 7-11).  

Si potrebbero citare innumerevoli passi dell'Antico e del Nuovo Testamento, attestanti la pedagogia educativa di Dio nei confronti degli uomini, fatta di premi e di castighi con cui Dio conduce gli uomini a vivere secondo la sua legge di giustizia e di verità. Ne parlo in questo contesto dell'educazione familiare, perché Dio e Cristo, suo figlio, sono modello anche in questo campo per il compito educativo dei genitori cristiani.  

Gli stessi stati democratici di oggi, per quanto molto permissivi e trasgressivi di chiare leggi morali, per cercare di far vivere i cittadini in una certa giustizia civile, necessaria alla buona salute dello Stato, comminano castighi ai trasgressori delle leggi civili. Lo dice anche san Paolo:  

se fai il male, allora temi [l'autorità], perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male (Rm 13,4).  

A questa autorità, dice san Paolo, bisogna essere sottomessi non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza (cf Rom 13, 5).  

Parlando in termini più umani, possiamo dire che dietro la questione del premio e del castigo nell'educazione morale c'è quella del fallimento o meno della propria esistenza. Scegliere ciò che è virtuoso e rigettare il peccato è questione di vita e di morte per l'uomo. La vita che si consegue e la morte che si evita non sono solo un dono, che viene da Dio indipendentemente dalle nostre scelte, ma sono anche ciò che ciascuno raccoglie con esse. Se il dono della vita e della salvezza in Cristo nel suo momento iniziale viene offerto agli uomini gratuitamente, non è così per il momento finale. Esso è anche il risultato della libera adesione dell'uomo al cammino di giustizia e santità, che lo porta a conseguire la pienezza della vita voluta da Dio. Da qui nasce la funzione educativa del premio per il bene e del castigo per il male. Benedizioni e premi, maledizioni e castighi indicano in modo vivo la via della realizzazione dell'uomo o del suo fallimento

Non posso dilungarmi, come sarebbe necessario, a parlare dei premi e dei castighi nella loro funzione educativa. Voglio solo mettere in guardia, in quest'epoca di esasperato soggettivismo e relativismo morale, in cui molte forme di male morale non sono più punite dalla legge dello Stato e dalla moralità pubblica, ma anzi godono di diritti civili, a non pensare che non esistano più premi e castighi da parte di Dio a sanzione della giustizia o ingiustizia con cui si vive. San Paolo dice chiaramente:  

Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna (Gal 6,7-8).  

Il male, prima o poi, è punito da Dio; il bene è premiato, e ciascuno si ritroverà a vivere secondo le opere di bene o di male che ha fatto. Richiamo quindi queste verità evidenti, per incoraggiare i genitori e gli educatori in genere a usare anche oggi il tradizionale metodo dei premi e dei castighi nell'educare al bene e alla virtù.  

All'azione educativa dei premi e dei castighi, bisogna però accompagnare l'azione persuasiva e intelligente, con cui gli educatori cercano di dirigersi al cuore e alla mente degli educandi, per attirarli a ciò che è giusto, buono e bello fare in sé e per sé. In questo si manifesta anche la maturità e la capacità educativa degli educatori, che non devono limitarsi a comminare soprattutto castighi per ottenere qualcosa dai loro educandi, creando in loro le mentalità che la morale è oppressiva. La saggezza negli educatori si manifesta soprattutto nella capacità di istruire nel bene e di attirare alla virtù con l'esempio di vita e con la parola persuasiva. Solo le salde convinzioni rimangono e formano, mentre premi e castighi hanno un effetto passeggero e non garantiscono, una volta finito il loro effetto, che chi viene educato in tal modo perseveri sulla buona strada.  

Nel dare premi e castighi bisogna agire con prudenza e saggezza senza lasciarsi muovere dalla passionalità o dall'ira, ma giudicando ciò che veramente promuove il bene e induce a evitare il male, tenendo presenti il temperamento e lo stato spirituale della persona che si educa. Inoltre, bisogna evitare assolutamente la parzialità, per cui si danno premi e castighi non secondo giustizia, ma secondo interessi passionali che non hanno niente a che fare con gli scopi educativi dei premi e dei castighi. Nell'esortazione di san Paolo ai padri perché si preoccupino dell'educazione di figli, c'è l'ammonizione: non inasprite i vostri figli (Ef 6, 4), evidentemente con castighi e comportamenti ingiusti e immeritati.  

Onore e obbedienza ai genitori da parte dei figli  

Non posso terminare questo capitolo dedicato all'educazione, senza parlare del precetto di Dio rivolto ai figli: Onora tuo padre e tua madre (Es 20, 12). Questo precetto è della massima importanza sia perché esprime un tratto della moralità dei figli, sia per l'unità della famiglia, sia perché l'impegno educativo dei genitori, a volte così oneroso e pesante, venga reso leggero dal rispetto e dall'obbedienza dei figli. Il precetto biblico si ritrova in san Paolo:  

Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comanda mento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Ef 6,1-3).  

San Paolo aggiunge all'onore l'obbedienza. Onore e obbedienza sono le virtù comandate da Dio ai figli nei confronti dei loro genitori. Come tutti gli altri comandamenti di Dio, anche questi due sono abbondantemente trasgrediti nella cultura secolare odierna. Oggi fanciulli e giovani, stimolati dallo spirito del tempo, diventano facilmente trasgressivi e offensivi verso i genitori fino al punto di compiere efferati delitti nei loro confronti. La perdita del senso di Dio, come Signore dell'esistenza umana e dell'universo, si riflette nell'orizzonte umano in due direzioni: la perdita del rispetto e dell'amore che si deve a ogni uomo, in quanto immagine di Dio, e la perdita dell'onore e dell'obbedienza, che si deve alla legittima autorità umana, in quanto riflesso dell'autorità di Dio:  

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio (Rm 13, 1).  

Le parole di san Paolo si applicano in primo luogo ai genitori, che sono le prime autorità umane stabilite da Dio, a cui è sottomesso l'uomo dalla sua nascita fino al tempo della sua legittima indipendenza. Anche Gesù, il Figlio di Dio, facendosi uomo, si sottomise nell'età della crescita all'autorità di Maria e Giuseppe (cf Lc 3, 51). L'autorità dei genitori nei confronti dei figli è qualcosa di naturale, di ovvio. Nella mentalità cristiana è rivestita di sacralità. I genitori sono sacri come lo è il vescovo, perché sono i ministri della vita naturale, così come il vescovo è ministro della vita soprannaturale. Tutto ciò che ha attinenza con l'origine della vita ha qualcosa di sacro, perché riflette il volto di Dio, principio primo di ogni genere di vita.  

Ciò indica anche con quanta responsabilità i genitori devono esercitare la loro autorità sui figli. In questo compito essi possono mancare per difetto, trascurando di educare i figli nella disciplina del Signore, o per eccesso, con un'educazione oltremodo severa senza manifestazioni di affetto verso i figli. Per questo san Paolo esorta i padri a non inasprire i figli (cf Ef 6, 4) sia con un'autorità ingiusta e dispotica nei loro confronti, sia perché trascurano di dare loro quell'affetto e quella guida saggia, a volte anche energica e severa, di cui hanno bisogno. Questo modo di educare non è "nel Signore", ma "secondo la carne". Come i figli possono mancare nell'onore e nell'obbedienza che devono ai genitori, così anche i genitori possono mancare nel modo come esercitano la loro autorità educativa nei confronti dei figli.  

Nel periodo adolescenziale v'è in genere la crisi dell'obbedienza e dell'autorità. I figli tendono a diventare disobbedienti, come segno che stanno acquistando una personalità autonoma rispetto a quella dei genitori, e i genitori non sanno più che fare per farsi ubbidire, soprattutto in ciò che è giusto e morale per i figli. Ci vuole molta saggezza in entrambi i soggetti per risolvere in modo fruttuoso e senza tanti dolori i problemi che sorgono. Le regole di onorare i genitori e di non inasprire i figli possono servire a risolvere tanti problemi di obbedienza e di autorità. I genitori, da una parte, devono comprendere che la vera autorità, quella che ha maggiormente potere educativo sui giovani, è di tipo morale, data dagli esempi di virtù che i genitori danno ai figli e dalla saggezza dei loro consigli. Un'autorità soltanto biologica, fondata sul fatto che si è genitori, mentre non si dà buon esempio di condotta o non si consiglia con saggezza, è facilmente contestata e non regge all'urto della disobbedienza giovanile verso i genitori. I figli, d'altra parte, devono comprendere che l'onore e l'obbedienza ragionevole ai genitori li conserva in quella "tradizione" o "trasmissione della vita", in cui avviene il retto sviluppo della vita ricevuta in dono. Per questo san Paolo fa notare ai figli che il precetto di onorare i genitori è accompagnato dalla promessa di una vita lunga nella terra che Dio dà da abitare all'uomo. Possiamo intendere questa terra come l'età adulta, in cui l'uomo può realizzare la sua esistenza in modo autonomo dal propri genitori. Ebbene, se i figli nella loro giovinezza non hanno onorato come si deve i genitori, ma li hanno fatti tanto soffrire con le loro ribellioni e offese, tutto ciò si ritorcerà facilmente contro di loro nell'età adulta, quando cercheranno la piena realizzazione della propria esistenza.

Deve essere di monito a tutti la vita grama che fece Caino dopo l'uccisione del fratello Abele. Il fratricida pensava di godersi la vita, eliminando il fratello. In realtà andò errabondo per tutta la terra, senza trovare pace né dentro né fuori di sé (cf Gen 4, 10-16). Ciò indica che non si può mai essere felici, se nello stesso tempo non si rispetta il diritto degli altri alla felicità.  

Il messaggio educativo della Sapienza divina  

L'educazione cristiana ha ereditato in Cristo l'antica sapienza biblica nell'educare l'uomo a una vita secondo Dio. Questa antica sapienza è rappresentata molto bene nel Salmo 1, che presento ora a conclusione delle riflessioni sull'educazione cristiana. In poche parole la divina Ispirazione ha scritto per noi una potente sintesi del cammino che porta alla vita.  

Il sentiero giusto è benedetto da Dio; quello malvagio è maledetto. Nel salmo la benedizione divina è simboleggiata dall'albero che getta le sue radici in un fiume d'acqua viva. In tal modo l'albero si sviluppa pieno di frutti in ogni tempo e le sue foglie rimangono sempre verdi. I malvagi con le loro opere, invece, sono come pula che il vento disperde (v. 4), simbolo di vita sterile, inconsistente, destinata al fallimento. In che modo l'uomo potrà diventare realmente giusto? In due modi: evitando la compagnia degli stolti, dei malvagi, dei peccatori, così da non partecipare alle loro opere: dedicandosi notte e giorno, con costanza e grande "eros spirituale", alla meditazione delle "cose di Dio", contenute nella rivelazione del Signore, per metterle in pratica nella vita.  

 La mentalità secolare odierna educa a tutto il contrario del Salmo l. Ciò a cui gli uomini sembrano dedicarsi oggi con assiduità sono le opere vane e malvagie, continuamente rappresentate dai mass media e in spettacoli pubblici. Ben poco invece si impegnano ad ascoltare, a meditare e mettere in pratica la parola di verità che viene da Dio, dal momento che la luce di Dio e della sua rivelazione non illumina più la città secolare. Quale benedizione di Dio potrà esserci sulla civiltà secolare di oggi? Non peserà forse su di essa la sua maledizione, quel tremendo Guai al mondo per gli scandali (Mt 18, 7) di Gesù, dal momento che oggi lo scandalo, che è l'incitamento al male, è rappresentato in tutti i modi fin dentro le case attraverso i canali televisivi? Ci siamo dimenticati che Cristo non ha pregato per il mondo (cf Gv 17, 9), segno evidente che non c'è nessuna benedizione divina, ma piuttosto rovina per coloro che amano il mondo e le sue cose, allontanando il cuore dal Dio vivente e dalla sua saggezza di vita?  

Il Salmo 1 è un forte incoraggiamento per tutti coloro che vogliono vivere in modo non secolare, ma divino, lasciandosi illuminare in tutto da Dio e dal suo insegnamento rivelato, piuttosto che rimanere nelle tenebre dell'ateismo teorico e pratico o, ancora peggio, del satanismo, fenomeno nuovo proprio di questi ultimi tempi. Si piange e ci si strappa le vesti, quando si vedono oggi tante giovani vite stroncate dai vizi a cui si dedicano. Se si ascoltasse Dio, si eviterebbero questi pianti e queste tragedie, su cui ben poco splende la consolazione divina, perché la Scrittura dice a chiare lettere che la via dell'empio va in rovina, è inconsistente e sterile, ha come salario la morte. Quel potente beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, con cui comincia il Salmo 1, dovrebbe indicare chiaramente su quali vie deve procedere l'educazione dell'uomo in ogni tempo, perché da essa ogni uomo possa raccogliere frutti di gioia e non di dolore, di vita e non di morte.  

Il Christian Men's Network  

Voglio far conoscere al mondo cattolico l'esistenza di un nuovo movimento di spiritualità cristiana, che ha come fondatore il dottor Edwin Louis Cole. Questo Movimento è nato agli inizi degli anni '80 negli Stati Uniti e in pochi anni si è diffuso in molte nazioni del mondo. Il Movimento è nato e opera prevalentemente nell'area evangelica-pentecostale, ma il suo annunzio è buono anche per i cattolici, che sono chiamati a vivere nel matrimonio, nel lavoro, nell'educazione secondo la parola di Dio. Potremmo definire questo movimento, che si chiama Christian Men's Network (Rete di uomini cristiani), un movimento neo-sapienziale, teso a far vivere il rapporto uomo-donna nella famiglia, l'educazione dei figli e il lavoro quotidiano alla luce dei principi sapienziali della fede cristiana, presenti nella Bibbia, e quasi del tutto trascurati e offesi nell'attuale società secolare.  

Parlo di questo Movimento, perché ciò che il dott. Cole dice nei suoi libri in modo esistenziale e vivo, io lo dico in questo mio in forma più teorica, indicando i principi che sono alla base di un'autentica famiglia cristiana. Entrambi però ci proponiamo di riportare gli uomini a vivere le realtà della famiglia, dell'educazione e del lavoro alla luce della Sapienza divina, che per tutto il mondo ora risplende in Cristo.  

Il messaggio del dott. Cole è rivolto in prevalenza agli uomini‑maschi. Egli si propone di "Massimizzare gli uomini": questo è il titolo del suo libro più importante, in cui egli presenta il programma e gli ideali, che ispirano la sua opera di nuova educazione per gli uomini. "Massimizzare gli uomini" vuol dire portarli al più alto rendimento delle loro potenzialità, così che raggiungano la somiglianza con Cristo. Il simbolo dell'uomo che raggiunge questo stato, è il paese di Canaan, in cui Dio introdusse il suo popolo, dopo averlo liberato dalla schiavitù dell'Egitto. Dice Cool: «Dio vuole che gli uomini vivano il paese di Canaan nel loro matrimonio, nei loro affari, nelle relazioni con le loro famiglie, nell'educazione. Eppure essi non raggiungono quel livello nella loro coppia, nel loro lavoro e neppure nelle loro relazioni, sono uomini il cui potenziale non è massimizzato»3. Vediamo, dal linguaggio che usa Cole, come l'area del suo interesse è la stessa di cui sto parlando in questo mio libro: famiglia, unione marito-moglie, educazione dei figli, lavoro. Cole denunzia in modo penetrante, portandoli chiaramente alla luce, i peccati e i modi di vita, diffusissimi oggi, che impediscono agli uomini di "massimizzarsi", facendo di essi solo delle larve di umanità.  

Il messaggio del dott. Cole è chiaro. Egli l'esprime con alcuni slogan: «Maschio si nasce, uomo si diventa», «"Essere come Cristo" e "mascolinità" sono sinonimi»; «"Essere come Cristo" e "femminilità" sono sinonimi». Cole presenta Cristo come l'uomo, in cui il potenziale umano ha trovato la piena realizzazione. Egli è il modello del maschio, perché sia vero uomo. Per Cole la crisi del mondo contemporaneo nella famiglia e nella società più ampia, sia civile che ecclesiastica, parte dalla crisi dell'ideale della virilità, che trova oggi la sua realizzazione in immagini pervertite di mascolinità e non più in Gesù Cristo e in coloro che lo seguono. Queste immagini pervertite di mascolinità sono alla base di moltissimi programmi televisivi ed educano a creare uomini play-boy, irresponsabili, violenti, fannulloni e buoni a niente. Dice Cole: «Archie Bunker, pazzoide, strillone, nocivo, è stravaccato nella sua poltrona preferita davanti ai telespettatori. Per milioni di americani, quest'uomo è la figura della virilità... Da decenni, la televisione crea e distrugge le immagini della virilità con risultati sempre più pericolosi. I nostri giovani sono traumatizzati dai Papà Video Archie Bunker, lo si voglia o no, è diventato il modello di un ruolo, un esempio della figura dell'autorità nell'intimità del focolare domestico. Lui e molti altri personaggi maschili stupidi, troppi per essere nominati, hanno deformato l'immagine del padre e del marito» 4. Non pensiamo che questo problema sia solo degli uomini negli Stati Uniti, perché conosciamo bene che ormai i modelli di vita americani sono anche i nostri europei e italiani.  

Da questa visione nasce la predicazione di Cole, che, grazie a Dio, sta cogliendo successo, perché molti uomini (maschi), ascoltandola, hanno ritrovato la via per realizzare di nuovo salde unioni matrimoniali, vere educazioni impartite ai figli e opere costruttive realizzate mediante il lavoro.  

Ciò che Cole propone agli uomini è Cristo come ideale di virilità. E' lo stesso messaggio che vorrei dare io con questo libro, in cui parlo di Gesù Cristo come Signore della famiglia in tutte le sue aree. Solo in tal modo la famiglia sarà “massimizzata", raggiungerà il paese di Canaan promesso da Dio, la piena realizzazione delle sue alte potenzialità.  

Preghiera dei genitori cristiani per i loro figli  

E’ bello e doveroso che i genitori cristiani preghino per i loro figli. Una preghiera costante, ardente e piena di fede, li proteggerà dal male e attirerà le grazie di Dio sulla loro vita. L'esempio di santa Monica, madre di sant'Agostino, che con le sue preghiere e lacrime ottenne da Dio la conversione del figlio, è dì incoraggiamento per tutti i genitori a pregare Dio per i loro figli, anche quando si allontanano dalla fede. Suggerisco questa preghiera:  

Signore Gesù, Sapienza educatrice degli uomini, ti ringraziamo di averci chiamato al compito alto e sublime di essere educatori dei nostri figli. Tu li hai affidati a noi, perché siamo testimoni della tua presenza negli anni della loro crescita e formazione. Ti chiediamo perdono, perché non sempre abbiamo espresso verso i nostri figli il tuo amore, la tua saggezza e la tua autorità. Insegnaci a educarli nel tuo Nome, riempiti dalla tua sapienza educatrice. A te, alle tue cure, al tuo amore li affidiamo, perché siano liberati dalle vie del male e sviluppino tutti i talenti buoni,naturali e soprannaturali che hai dato loro, diventando così, in unione con te, collaboratori della gloria del Padre, che li ha creati e redenti. Amen.  


 NOTE:

1) CARL GUSTAV JUNG, L'uomo e i suoi simboli, Editori Associati, 1967, p. 70.

2) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie su Lazzaro, 3, 1‑2; Omelie sul Genesi, 29, 2.

3) EDWIN LOUIS COLE, Massimizzare gli uomini, Raggio di Luce editore, 2000, p. 13. Il libro può essere richiesto all'indirizzo dell'Editore: Paolo Cavallo, C.P.A. 15, 70059 Trani (Ba). Paolo Cavallo è il rappresentante in Italia del Cristian Men's Network.  

4) EDWIN LOUIS COLE, Op. Cit. , pp. 122-123.


 

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