Relazione
al Congresso internazionale teologico-spirituale
promosso
dal Pontificio Consiglio per la Famiglia
Roma,
Città del Vaticano, Aula Paolo VI, 13 ottobre 2000
Introduzione
Saluto cordialmente tutti voi e ringrazio Sua Eminenza il
cardinale Winning per le parole che mi ha rivolto. Il tema che mi è stato
affidato - «l'immagine di Dio nei figli» - può essere letto con due modalità:
l'immagine di Dio di cui i figli sono portatori oppure l'immagine di Dio che
essi devono imparare a conoscere. Due modalità collegate, ma che richiedono una
trattazione distinta. Per un verso, infatti, i figli sono portatori di
un'immagine di Dio e la loro presenza all'interno della comunità familiare può
aprire nuove strade per la ricerca del volto di Dio da parte dei genitori. Per
un altro verso, appartiene invece al compito educativo dei genitori cristiani
fare sì che nei figli cresca un'immagine di Dio fedele al dato evangelico. Tale
immagine, come vedremo, è in stretta relazione con le figure di madre e di
padre che i genitori incarnano e trasmettono. * Anzitutto vorrei dire qualcosa
sul primo significato del titolo. Il concilio Vaticano II, nella costituzione
Gaudium et spes, afferma che «i figli, come membra vive della famiglia,
contribuiscono pure in qualche modo alla santificazione dei genitori» (n. 48).
E Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi, ritorna su questo tema: «Nell'intimo di
una famiglia tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori
non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo
stesso Vangelo profondamente vissuto» (n. 7 1). Quale immagine di Dio, come «buona
notizia», possono trasmettere i figli ai genitori, quasi che i genitori,
guardando e contemplando un figlio, possano intravedere in lui una certa «immagine»
di Dio?
Possono farlo perché per ogni figlio valgono le espressioni del libro della
Genesi: «Dio creò l'uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò, /
maschio e femmina lo creò» (1,27). Ogni figlio è creato a immagine e
somiglianza di Dio e dunque, a partire dalla propria identità, in qualche
misura la riflette. È una linea di pensiero che andrebbe approfondita meditando
su tutti quei testi del Primo e del Nuovo Testamento che parlano dell'immagine
di Dio nell'uomo o direttamente o attraverso l'immagine del Cristo.
Penso, ad esempio, a Rm 8,9 («Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha
anche predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo») o a Col 3,10
(«Avete rivestito l'uomo nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, a
immagine del Dio creatore»). Tuttavia bisogna riconoscere che questi testi non
toccano specificamente la figura dei figli nella famiglia. Sarebbero poi da
evocare i passi che parlano dello stretto rapporto tra Dio e la nascita di un
bambino. Penso qui al Salmo 139,1.3 («Sei tu che hai creato le mie viscere...
mi hai tessuto nel seno di mia madre»); al Salmo 22,10 («Sei tu che mi hai
tratto dal grembo») e al Salmo 71,6 («Su di te mi appoggiai sin dal seno
materno»).
Un particolare problema si pone allorché si tratta di
riconoscere l'immagine di Dio anche sul volto di un figlio nato con un handicap
fisico o psichico o con entrambi. Occorre allora una grazia straordinaria dello
Spirito santo e l'aiuto affettuoso e perseverante della comunità cristiana
(vengono alla mente i gruppi di «Fede e luce» e altre iniziative simili) per
fare in modo che una grande prova - tale da indurre a una diuturna amarezza e
anche a una vera e propria disperazione appaia invece un'occasione nuova e
sorprendente per comprendere come Dio abita nel cuore di questi piccoli e li fa
evangelizzatori efficaci della comunità e degli stessi genitori.
Un ultimo tipo di approfondimento di questa prima tematica
(l'immagine di Dio impressa nel cuore del figlio) potrebbe essere quello di non
considerare il singolo figlio, bensì il significato della serie delle
generazioni in quanto attualizzazione delle promesse di Dio, quindi immagine
della fedeltà del Signore e dell'intangibilità della sua alleanza. Di fatto
nella storia biblica vi sono alcune nascite di bambini che aprono il cuore alla
speranza di quel futuro migliore che Dio prepara per il suo popolo: la nascita
di Isacco, ripetutamente promesso da Dio ad Abramo (Gen 17 e 18), la nascita di
Giacobbe (Gen 25), di Mosè (Es 2), di Sansone (Gdc 13), di Samuele (1Sam 1).
Ognuno di questi figli proclama la fedeltà di Dio alle sue promesse, è
annuncio di speranza per il popolo, riflette qualcosa dell'immagine di Dio
fedele e misericordioso.
Ciò vale in maniera speciale per la discendenza di Davide, a cui furono fatte
le promesse messianiche (2Sam 7; Sal 89 ecc.). Soprattutto l'Emmanuele, il
figlio dato alla luce da una vergine (Is 7,14), colui che è il nuovo germoglio
della radice di lesse (Is 1 1), è sorgente di speranza per Israele e l'intera
umanità (Is 11,2-9), fino all'adempimento della promessa espresso in Mt
1,21-22: Maria «partorirà un figlio... tutto questo avvenne perché si
adempisse ciò che era stato detto dal. Signore per mezzo del profeta» Isaia.
Per tale motivo sono molto importanti nella Bibbia le discendenza che
conservano, con la memoria degli antenati, la prova dell'amore fedele di Dio e
della sua benedizione. Ogni figlio che nasce è un'apertura di futuro e la
genealogia collega le benedizioni del passato con quelle che si attendono. E
sappiamo che le numerose genealogie del Primo Testamento, a partire da quella di
Abramo, hanno il loro culmine nella genealogia di Gesù (Mt 1 e Le 3).
Attraverso i testi che ho citato è possibile non soltanto
riconoscere un'immagine statica di Dio in un singolo figlio, ma cogliere
l'immagine dinamica di Dio affermata dal succedersi delle generazioni, immagine
che evidenze l'amore salvifico del Padre, fino a quando non si manifesterà
colui che è specchio della gloria del Padre e sua perfetta immagine (Eb 1,3).
Ho però scelto di percorrere la seconda modalità di lettura, che si
riferisce al compito e alla modalità con cui i genitori possono contribuire al
formarsi, nell'animo dei figli, di una corretta immagine di Dio. I passi biblici
pertinenti sono allora i testi concernenti il modo con cui le giovani età della
vita percepiscono il volto del Signore.
Naturalmente è importante ricordare che il volto del Dio cristiano giunge a noi
quale «dono dall'alto», quale frutto della rivelazione che Dio stesso ha
voluto fare all'uomo. Ma è pur vero - e le scienze umane lo confermano che ogni
cattiva esperienza in relazione alla paternità o alla maternità in seno alla
famiglia rischia di oscurare l'immagine patema e materna di Dio caricandola
delle amarezze e delle esperienze mancate che segnano l'infanzia e l'adolescenza
di molti.
È necessario aiutare i genitori a maturare la consapevolezza
dell'importanza del loro ruolo nel creare le condizioni per cui i figli possano
acquisire un'autentica immagine di Dio. Vorrei perciò prendere in esame la
relazione genitori-figli per vedere come essa può favorire o rendere invece
difficile lo sviluppo di un'immagine di Dio capace di attirare e provocare
un'adesione personale. Da qui la domanda: come creare le condizioni favorevoli
perché i figli crescano in un cammino di fede, entrando in intima comunione col
Dio vivo e vero? E, al contrario, che cosa evitare, che cosa riconsiderare nella
storia personale e familiare affinché i figli non siano «vittime» di una
religiosità nevrotico, inibitrice, puramente moralistica?
Consideriamo brevemente le quattro fasi di sviluppo della persona umana:
infanzia, fanciullezza, adolescenza, giovinezza. Se assumiamo un punto di vista
evolutivo, possiamo sottolineare per ciascuna tappa della crescita una
caratteristica relazionale ed educativa che rimanda ai figli, nonostante
inadeguatezze ed errori, un'autentica immagine di Dio.
La prima infanzia
Una relazione di fiducia
Chi più di un «piccolo uomo» vive, come necessità assoluta della propria
sopravvivenza, un rapporto di totale fiducia e di totale affidamento con chi si
prende cura di lui? Si affida perché si fida. L'infante stabilisce con le
figure parentali, quando è accolto, una relazione di fiducia che gli permette
di riconoscere il mondo come un luogo di cui ci si può fidare.
Anche la Scrittura ci presenta, nel dialogo tra Dio e il suo popolo, quelle
espressioni di fiducia che dei genitori comunicano al proprio figlio: «Ora così
dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele:
"Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi
appartieni. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e
io ti amo"» (Is 43,1.4).
I genitori diventano i primi rappresentanti di una realtà affidabile che appare
come «benefica» nel senso etimologico del termine, cioè «portatrice di
benefici». Mentre, al contrario, molti studiosi dell'infanzia, tra cui E.
Erikson e R. Spitz, hanno studiato gli effetti terrificanti di un'assenza di
fiducia o di interruzioni improvvise di relazioni affidabili con figure
significative: il piccolo può risultarne scisso, può anche lasciarsi morire.
Come se dicesse: non vale la pena di vivere in un mondo così. La paura di non
essere voluto e accolto è l'opposto della «vita»; una tale paura ha il potere
di immobilizzare la vita.
La ragione ultima della fiducia
Come possono i genitori, gli educatori comunicare fiducia, offrire questo primo
buon terreno per la nascita e lo sviluppo della fede? Come possono essere gli
accompagnatori di quel cammino che, secondo un testo significativo del racconto
di Samuele, può «condurre il bambino a vedere il volto di Dio»? (1Sam 1,22).
I genitori intanto possono dare fiducia in quanto essi stessi l'hanno ricevuta
e, a loro volta, si sono affidati a «colui che si prende cura di loro» (cf.
1Pt 5,7). Così come, a sua volta, il «Padre della vita» si è fidato di loro
perché ha voluto aver bisogno di loro per trasmettere la vita e ha affidato
loro i figli. Il «piccolo uomo» si trova in mezzo a questi intrecci
relazionali che permettono la trasmissione della vita e la crescita nella
fiducia.
Ed egli stesso potrà dare e ricevere fiducia e scoprire la fonte della vita e
della fede.
Anche se in questo percorso sono compresi tempi di sfiducia, di delusioni, di
attese e incomprensioni, il bambino, superati gli inevitabili momenti oscuri,
potrà fare esperienza di sentirsi abbracciato nuovamente e ri-amato, così come
i genitori si devono sentire accolti sempre e di nuovo dal Padre che è nei
cieli.
A poco a poco si scopre che la fiducia nella vita ha qualcosa a che fare con la
fiducia in se stessi e che l'autostima genera stima.
Tuttavia non di rado, purtroppo, i genitori sono insicuri,
dubitano delle proprie capacità educative, si sentono inadeguati come se non si
fidassero di se stessi e della relazione instaurata coi figli.
Allora la comunità cristiana può trovare una sua ragione di adoperarsi per
essere luogo di conferma e di sostegno dei genitori nel loro compito.
La fanciullezza
La bellezza del limite dato dall'esperienza
Non esiste il bambino ma sempre questo o quel bambino. La vita è sempre
determinata, non generica, sognata, immaginata (pure se i sogni aiutano a vivere
la vita concreta).
Lo sanno bene i genitori che devono sempre più dimenticare il «bambino»
idealizzato, sognato, per incontrare il bambino reale. Da qui sorge un'altra
domanda: come aiutare i figli che, crescendo, si confrontano e si scontrano con
la dura realtà, a scoprire che dentro il limite inevitabile c'è sempre una
bellezza, per quanto nascosta?
Partiamo ancora dalla relazione che i genitori instaurano coi
propri figli. Nessun genitore, per quanto adeguato, esaurisce la genitorialità.
La tentazione di percepirsi «piccoli dei» per i figli è sempre in agguato,
alimentata dagli stessi bambini che spesso riconoscono nei genitori le
caratteristiche che si attribuiscono a Dio: onnipotenza, capacità di
proteggere, bontà.
I genitori, quando trasmettono ai figli questo tipo di messaggio di esclusività
e dicono: «Fidati soltanto di noi», «solo noi possiamo rispondere alle tue
attese», «solo noi sappiamo qual è il tuo bene», corrono il rischio di
diventare sostituti impropri di Dio e non, invece, suo simbolo tangibile. La
prassi della Chiesa ha intuito da secoli questo fatto introducendo, ad esempio,
per i sacramenti dell'iniziazione cristiana la realtà della madrina e del
padrino. Insieme a loro è bello e importante poter riconoscere altre differenti
«figure genitoriali» a livello psicologico, sociale, religioso, in grado di
aiutare genitori e figli a scoprire i sentieri della vita. Saper condividere la
paternità e la maternità diventa un compito che tutta la comunità sociale ed
ecclesiale deve assumersi per una sana crescita dei figli.
Se l'esperienza del limite passa primariamente attraverso una relazione
genitoriale che aiuti a distinguere l'identità sognata da quella realmente
possibile e autentica, anche il «limite» inteso in senso più ampio diventa
risorsa e non solo vincolo od ostacolo al fluire della vita. È la scoperta che
nel codice della vita c'è inscritto di aderire alla realtà, al corso degli
eventi, al fluire del tempo, per cui «c'è un tempo per ogni cosa», come dice
Qoelet (3,1-8).
Da qui si comprende il compito educativo ineliminabile di saper dire dei «no»
autentici e reali, liberati da inutili e pericolosi «sensi di colpa».
La narrazione
In questa tappa evolutiva i bambini sviluppano un'impressionante produttività
intuitiva e cognitiva. Sanno avere intuizioni assai complesse grazie a una sorta
di pratica sotterranea che connette il pensiero al linguaggio e la mente al
cuore. Nel bambino la componente affettiva e quella intellettuale e spirituale
sono strettamente connesse. Solo più tardi, con l'età, il concetto di Dio si
purifica e si spiritualizza; per il momento prevalgono i tratti umani, pur se il
senso della trascendenza permette loro di giungere ben al di là delle immagini
visive o mentali.
A questo punto è inevitabile una domanda: se il bambino, a
suo modo, è in grado di elaborare pensieri e narrazioni su una tematica così
complessa, perché non dare maggiore credibilità ai suoi discorsi? Perché non
dare spazio alle sue ipotesi, senza privarle dell'originalità che le
caratterizza?
Un adulto sa che quando ascolta correttamente un bambino svolge un compito serio
e importante: valorizza e preserva affinché non si perdano i prodotti preziosi
della sua mente in movimento. Le domande dei bambini sono un invito alla
risposta e, se non vengono banalizzate, danno il via a una cooperazione
affettuosa tra chi narra e chi ascolta. L'icona che in proposito ricorre alla
mente è quella di Gesù dodicenne nel tempio, che «ascoltava i dottori e li
interrogava» (Le 2,46), sulla quale ritorneremo.
Più in generale va notato che fondamentale per la relazione educativa è
un'azione simbolica implicita nella quotidianità dei rapporti: l'azione di
tramandare e trasmettere, attraverso la narrazione e la testimonianza della
propria vita, i sentieri della conoscenza. L'esperienza religiosa dei bambini si
arricchisce grazie alla narrazione che riprende i fili di una storia iniziata
molto lontano: la storia del popolo di Dio, che diventa anche storia personale e
familiare dentro la quale i bambini possono riconoscersi e scoprire di avere
delle radici.
L'adolescenza
La situazione dell'adolescente
Alla fine della fanciullezza il/la ragazzo/a entra in un periodo di complessi e
talvolta bruschi cambiamenti che coinvolgono tutta la sua persona: la mente, gli
affetti, il corpo. L'icona biblica di questo momento cruciale per lo sviluppo
della persona potrebbe essere l'episodio sopra richiamato di Gesù dodicenne che
decide liberamente di restare nel tempio per pregare, ascoltare, domandare e
rispondere, stupendo tutti per le sue prese di posizione (cf. Le 2,41-50). Qui
per la prima volta Gesù chiama Dio col nome di Padre («Non sapevate che io
devo occuparmi delle cose del Padre mio?»), indicando così quale sia
l'immagine di Dio prevalente nella sua coscienza di ragazzo.
In questa delicata età della vita la relazione che i genitori instaurano coi
figli è di importanza nodale per la loro crescita futura.
Nel desiderio di consentire al ragazzo di raggiungere
una sufficiente stima all'interno di una personalità equilibrata, i genitori
devono imparare ad accogliere le trasformazioni del figlio, le reazioni e anche
le ribellioni leggendo in esse un segno della vita che si sviluppa, della
personalità individuale che vuole affermarsi e divenire se stessa. Tale
accettazione comporta, da parte dei genitori, non pochi sacrifici e
autodisciplina: occorre passare dalla gratificazione legata all'idealizzazione
infantile alla spiacevole sensazione di sentirsi gli avversari e gli antagonisti
dei figli nella quotidianità. Nel mare di queste tempeste che accadono in
famiglia bisogna «resistere». Ciò permette di acquisire la capacità di
accettare e di contenere l'esuberanza degli adolescenti incanalando in maniera
costruttiva la loro spinta insieme creativa e distruttiva.
La crisi della religiosità nell'adolescente
È in tale fase di crescita che gli adolescenti rivedono anche la loro adesione
intellettuale all'insegnamento catechistico e alle abitudini religiose ricevute
e praticate fino al momento della cresima.
I cambiamenti dell'immagine di Dio che avvengono in questa fase partono dalla
considerazione di Dio prevalente nella fanciullezza, generalmente un essere
onnipotente e benevolo che protegge e rassicura.
Ora si sviluppa un processo di trasformazione dell'immagine di Dio legato alle
nuove capacità razionali che invitano a porre le domande filosofiche sulla sua
esistenza, sul suo ruolo nel mondo e sul suo rapporto col male.
Contemporaneamente l'adolescente è sensibile agli impulsi
emotivi e perciò ritiene significativa la realtà di Dio nella misura in cui lo
è per me, qui e adesso; il suo valore logico, intellettuale e morale passa
sovente in secondo piano. La significatività del per me qui e adesso è dovuta
alla capacità o meno dell'immagine di Dio di soddisfare i principali bisogni
emotivi dell'adolescente (consolazione, protezione, identità, incoraggiamento,
bersaglio e contenitore dell'aggressività), e determina o che Dio continui a
essere oggetto importante oppure la sua esclusione emarginalizzazione -
temporanea o definitiva - dalla vita dell'adolescente.
Agli educatori è affidato il difficile compito di mediare e quasi ritradurre il
potenziale psichico, intellettivo, affettivo, relazionale racchiuso
nell'esperienza religiosa della nuova e turbolenta condizione di vita
dell'adolescente.
Un'immagine di Dio fedele al dato evangelico, quindi capace di essere punto di
riferimento e guida normativa per la vita - favorendo un movimento di
autotrascendenza del soggetto - e insieme porto sicuro in cui trovare amore
gratuito e incondizionato - accoglienza del soggetto e dei suoi bisogni
rappresenta una forte esperienza integrativa per la costruzione della personalità
del giovane credente. Tale sviluppo ideale e auspicabile della fede infantile
non è però automatico e certo. Esige una mediazione relazionale e affettiva da
parte dei genitori e degli educatori, ed è aperto alle risposte incerte e
sofferte della libertà personale che diviene se stessa. Scrive in proposito M.
Aletti: «L'esperienza di un rapporto liberante con l'adulto può farsi
pre-comprensione esistenziale della relazione con Dio» (M. Aletti, Psicologia,
psicoanalisi e religione, Milano 1992, 180). Non basta più invitare gli
adolescenti a ripetere i gesti religiosi dell'infanzia; occorre offrire loro
significati nuovi, accendere in loro nuove passioni, porre loro con coraggio
limiti realistici, creare nuovi legami che li aiutino a sperimentare la gioia
della crescita e insieme a portare il timore e la fatica della responsabilità
del divenire adulti nel mondo.
L'adolescenza è veramente una «seconda nascita» anche per quanto riguarda la
fede.
Educare accompagnando
Se i genitori accostano le esigenze di autonomia dei ragazzi solo reprimendo o
scoraggiando ogni tentativo di indipendenza e magari ripresentando una
dimensione religiosa senza alcun aggiornamento rispetto alla fase
dell'adolescenza, è facile prevedere che il clima emotivo della relazione con
Dio non potrà che essere caratterizzato da un tono autoritario, caricato di
sfiducia e di controllo oppressivo.
È questa una relazione da cui ogni adolescente psichicamente normale tenderà a
liberarsi il più presto possibile.
Incanalare e guidare è doveroso e possibile, ma senza reprimere o distruggere
la soggettività in crescita del ragazzo.
Una via potrebbe essere quella di fornire qualche esperienza di una «sana
trasgressione».
Perché, ad esempio, non educare i ragazzi a trasgredire quanto in loro e nel
mondo esterno li porta a rimanere infantili, irresponsabili e conformisti?
Nella nostra società è forse oggi molto più facile mostrare, rispetto al
passato, che vivere radicalmente certe pagine evangeliche non è esperienza di
conformismo, bensì di libertà coraggiosa e intraprendente.
Occorre far capire, anche facendo conoscere esperienze concrete, che le
beatitudini e il discorso della montagna sono la chiave per una vita più
personale e più autentica.
L'episodio del giovane ricco (Mt 19,16-27) che, rifiutando la chiamata di Gesù
ad andare controcorrente, cade nella tristezza, illumina la dinamica del
rapporto tra sequela evangelica e gioia.
I genitori devono tuttavia garantire pure una vicinanza
emotiva e fisica che consenta agli adolescenti di sentirsi non abbandonati, ma
seguiti discretamente. Il questo un bisogno che gli adolescenti spesso non
ammettono e che però avvertono profondamente. La vicinanza ai figli durante
l'adolescenza è più costosa per i genitori perché non riceve normalmente come
risposta l'affettuosità del fanciullo e non è sempre richiesta e gradita. Ma
se il genitore offre la sua vicinanza, saprà esercitarla quando è necessario e
viene richiesto dagli adolescenti, i quali ne trarranno beneficio.
Inoltre, i genitori che hanno fornito un'educazione religiosa ai figli fin
dall'infanzia sono chiamati nell'adolescenza a dare concretezza rinnovata alle
parole e ai gesti con cui hanno comunicato l'immagine di Dio.
Se essi sono presenti, disponibili ai bisogni di affetto, rassicurazione,
incoraggiamento dei figli, se sanno accettare le loro trasformazioni,
ribellioni, indipendenza precoci, ponendo dei limiti, ma guardandole serenamente
e simpaticamente, essi forniranno quella base emotiva e razionale che potrà
permettere all'adolescente di rivedere e aggiornare l'immagine infantile di Dio
verso una percezione più realistica e capace di introdurre ulteriormente al
mistero trascendente.
Nell'adolescenza tale immagine si amplia da quella del Dio
buono e protettore al Dio giusto e creatore che governa il mondo. Questo Dio non
può che essere sottoposto alla critica dell'esperienza che pone in evidenza il
male, le ingiustizie e obbliga a confrontarsi con il mistero dell'apparente
passività di Dio verso il mondo. La crisi e il dubbio possono essere superati
se l'adolescente scopre un Dio che non schiaccia il fedele nella passività di
una fede obbediente e sottomessa, ma che stimola a una fede che è sequela,
sfida e coinvolgimento nella costruzione di un ideale capace di interessare e
attivare tutte le risorse dell'individuo. Nella faticosa lotta quotidiana del
divenire se stesso, l'adolescente ha allora la possibilità di fare
un'esperienza di Dio che lo attira e lo coinvolge nel mistero del suo disegno di
salvezza.
A livello educativo assume nuovo valore l'esperienza del confronto con la parola
di Dio che va spiegata e mediata affinché parli alla sua vita dischiudendo
significati e prospettive nuove. Ma anche questa via della ricerca religiosa non
è automatica e richiede un'attenta e sapiente mediazione degli adulti
educatori.
La giovinezza
La giovinezzasi
distingue oggi in modo piuttosto sfumato rispetto all'adolescenza, in quanto
fase del lungo processo transizionale verso l'ingresso nella vita adulta. Un
processo segnato anzitutto dal giungere senza troppi ritardi e rimandi a una
scelta coerente e decisa del proprio modo di porsi nella società. Esso è
caratterizzato, in altre parole, dalla scelta della vocazione.
V'è un momento, nella storia del popolo d'Israele, che può valere quale icona
di questo passaggio della vita che conclude il tempo in cui uno è ancora
sostenuto e quasi portato in braccio da altri per giungere al tempo in cui
l'uomo deve camminare con le proprie gambe. Penso a Es 19,4-6: «Voi stessi
avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di
aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e
custodire la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli».
Come se il Signore dicesse: fin qui siete stati portati in braccio, senza che
fosse necessario per voi scegliere la strada e camminare da soli, ma adesso sta
a voi decidere «se vorrete ascoltare la mia voce». Viene dunque il tempo in
cui ciascuno deve decidere da sé che cosa fare nella vita. Questa scelta può
essere compiuta molto presto, magari verso i dieci anni, oppure può essere
rimandata, soprattutto oggi, il più tardi possibile. E ciò che accade a molti
figli di famiglia - almeno in occidente - che stentano a uscire dal caldo nido
paterno e materno per rischiare una decisione definitiva che li impegni per
tutta la vita.
Si potrebbero menzionare altre figure bibliche di giovani in cammino verso la
conoscenza del Signore e la scoperta della loro vocazione. Penso al profeta
Geremia che in età giovanile (cf. Ger 1,6: «Ecco io non so parlare, perché
sono giovane») si sente dire che da tempo il Signore lo ha scelto: «Prima di
formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti
avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1,5).
Che cosa succede all'immagine di Dio dell'adolescente
credente che diventa un giovane e si prepara all'ingresso nel mondo degli
adulti? Come i genitori e gli educatori possono favorire lo sviluppo di
un'immagine di Dio adeguata a sostenere uno sviluppo personale progressivamente
aperto a una sempre più profonda comunione col Dio rivelato in Gesù Cristo?
L'immagine personale di Dio maturata nell'adolescenza viene confrontata con la
scoperta che esistono altre fonti di rassicurazione e di senso per la vita
almeno parziali, con l'esperienza del pluralismo culturale e religioso, che
tende a relativizzare ogni pretesa assoluta della conoscenza e dell'esperienza
religiosa individuale.
L'adesione al Dio personale risulta sospinta verso una deriva funzionale e
opportunistica al servizio dei bisogni individuali, sempre più vero centro
valoriale della cultura contemporanea.
Le opportunità e i rischi educativi dei genitori e degli educatori
Di fronte a tale situazione culturale l'obiettivo educativo nella fase giovanile
è che la fede adolescenziale maturi verso la capacità di raccogliere l'appello
alla dedizione radicale e assoluta al Signore Gesù quale autentico e unico
rivelatore del Padre, pur convivendo con una pluralità di scelte ed esperienze
religiose presenti nell'ambiente di vita. Si potrebbero richiamare molte parole
di Gesù che incitano a scelte univoche e coraggiose: «Lascia che i morti
seppelliscano i loro morti» (Lc 9,60); «Nessuno che ha messo mano all'aratro e
poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62).
Per uscire davvero allo scoperto con una fede matura è necessario trascendere i
propri bisogni individuali e lasciarsi coinvolgere dalla bellezza e dalla verità
del messaggio cristiano, che spinge alla partecipazione attiva alla missione
della Chiesa e al progetto di Dio sul mondo. Una fede che matura tali
consapevolezze potrà favorire il salto all'età adulta e alla maturità
cristiana caratterizzata da scelte stabili di dedizione evangelica.
La possibilità di raggiungere questo obiettivo esigente e di affrontare le
sfide attuali dipende dal fatto che l'immagine
di Dio sviluppatasi precedentemente sia disponibile a essere aggiornata
lasciandosi plasmare dalle sfide indicate
(soggettivismo, relativismo culturale e religioso) e da una rinnovata esperienza
religiosa personale e comunitaria.
Gli eventi della vita, quelli gioiosi e quelli drammatici, la rinnovata
attenzione alla parola di Dio sia a livello personale che comunitario,
l'approfondimento di relazioni significative con adulti cristiani maturi sono
gli strumenti che ordinariamente consentono al giovane di maturare una
percezione più autentica di Dio, mentre si lascia coinvolgere esistenzialmente
nella scelta concreta della vocazione personale.
L'impossibilità dell'immagine personale di Dio a plasmarsi e
a trasformarsi lungo le fasi dello sviluppo può essere segno anche di
patologia. La sua capacità a rinnovarsi e a favorire una maturità di fede
vissuta dipende però dagli stimoli che il giovane riceve e dalla sua libera
risposta individuale.
Si danno così possibilità di esiti evolutivi diversi dalla medesima situazione
di partenza.
Gli educatori, genitori e responsabili della comunità ecclesiale devono fare la
loro parte presentando un volto di Dio adeguato alle sfide indicate con
un'istruzione cristiana adatta alla fase di vita giovanile, ma specialmente
coinvolgendo il giovane in relazioni che lo vedano protagonista del suo cammino
di fede.
Contenere i giovani in ambienti - reali o virtuali - che lo esimano dal
confronto con il pluralismo culturale e religioso di oggi non è scelta
pedagogica realizzabile e che favorisce una matura coscienza cristiana.
Occorre, piuttosto, accompagnare il giovane mentre affronta la complessità e le
sfide del contesto attuale, senza paura di vederlo sbagliare. Gli educatori
devono, ancora una volta, alternare sapientemente presenza e distanza dal
giovane onde stimolarlo ad affrontare e a fare i singoli passi del suo cammino
di crescita umana e spirituale. Essi potranno in tal modo indicare, davanti a
loro stessi e ai giovani, Dio in quanto realtà trascendente ogni immagine che
l'uomo se ne può fare, ma insieme incarnato e attingibile mediante il confronto
e l'incontro con Gesù Cristo, attraverso la Chiesa.
I genitori in particolare, superata l'idealizzazione
infantile e la svalutazione adolescenziale, potranno progressivamente mostrarsi
nella loro realtà di persone adulte con pregi e limiti; sono portatori di un
senso di vita che si è sviluppato nella storia della famiglia e che interpella
i figli a una loro presa di posizione affinché entrino finalmente con
responsabilità e coraggio nella vita adulta. Quella di relazionarsi coi figli
non più come ragazzi ma come giovani che diventano adulti, è una sfida non
facile per i genitori. Non facile e tuttavia possibile se si è assunta la
vocazione familiare come corresponsabilità al dono della vita che Dio fa con
abbondanza ai suoi figli, superando le tentazioni del sentirsi loro padroni o
loro vittime.
Conclusione
Attraverso il percorso che ho presentato abbiamo individuato
alcuni obiettivi che costituiscono per i genitori delle tappe importanti da
raggiungere lungo il tracciato evolutivo dei figli. Curare tali obiettivi
significa dare spazio a condizioni che possono favorire, nell'animo dei figli,
la crescita di un'immagine autentica di Dio.
Aiutati a vivere una relazione di fiducia, e successivamente un incontro con la
realtà scoperta e sperimentata nella verità del suo limite, oppure sostenuti a
riscoprire una significatività per-me delle esperienze religiose fino a
maturare una scelta di vita che è dono per gli altri, seguendo l'esempio di Gesù,
i figli sono accompagnati a realizzare una decisione di fede integrando
positivamente l'immagine di Dio ricevuta dai genitori e sperimentata nella vita
di fede, a partire dall'ascolto della Parola.
La Familiaris consortio afferma che «diventando genitori gli sposi ricevono da
Dio il dono di una nuova responsabilità. Il loro amore parentale è chiamato a
divenire per i figli il segno visibile dello stesso amore di Dio» (n. 14). Si
tratta dunque di un dono che i genitori sono invitati a domandare continuamente
al Signore, per accoglierlo e farlo fruttificare.
Riceve luce, in questo quadro, il tema della preghiera dei genitori e,
all'interno di essa, il compito della lettura
e dell'ascolto della parola di Dio in uno spirito profondamente ecclesiale. In
quanto genitori credenti, che vivono una relazione con Dio, troveranno proprio
in questi ambiti la prima fonte per educare l'immagine di Dio nei loro
figli.