Uno
studioso denuncia gli stereotipi e le critiche a senso unico.
Dai
razzisti ai liberal, lo stesso obiettivo polemico
Philip Jenkins
è docente di storia e di religione a Penn state, l'università della
Pennsylvania, ed è autore di libri che innescano accesi dibattiti: tra di essi,
Pedofili e preti e La nuova cristianità , di prossima
pubblicazione in Italia. Ma con la sua opera più recente, Il nuovo
anticattolicesimo: l'ultimo pregiudizio accettabile , Jenkins ha suscitato
una controversia senza precedenti. In una minuziosa disanima dei media, della
politica e delle arti americani, lo storico, un inglese episcopaliano, dimostra
che la Chiesa cattolica in America è spesso considerata «un nemico pubblico»,
e ridotta «a uno stereotipo grossolano». E che a differenza di quelli contro
il giudaismo o l'islamismo, gli attacchi contro di essa sono quasi sempre
approvati o condonati. Nel Paese della libertà di religione, scrive Jenkins, è
lecito denigrare il cattolicesimo. Come è nato questo libro?
«E' nato dalle ricerche per i miei libri precedenti. Ho constatato che in
America non c'è anticlericalismo ma c'è anticattolicesimo. C'è sempre stato,
dai primi immigrati protestanti al movimento populista a quello razzista del Ku
klux klan. Non è questione di destra o di sinistra, si è manifestato sia
nell'una sia nell'altra a seconda dei tempi e delle circostanze». Chi sono oggi gli anticattolici? «Sono soprattutto gli intellettuali e i liberal. Si dice addirittura che
l'anticattolicesimo sia l'antisemitismo dell'uomo colto. I demagoghi ce l'hanno
con gli ebrei, gli uomini di cultura con i cattolici. E' un paradosso perché la
Chiesa cattolica in America propugna le riforme sociali, il disarmo, la pace,
cioè molte delle loro cause». C'è una spiegazione? «Credo che sia la centralità dei problemi sessuali nella società
americana: il cattolicesimo è considerato antigay, antifemminista, e così via.
Nel libro io lo contesto, tanto che ho intitolato polemicamente uno dei capitoli
"La Chiesa odia le donne" e un altro "La Chiesa uccide i
gay". Ma le accuse fanno presa sul pubblico». Lo scandalo dei preti pedofili ha aggravato i pregiudizi anticattolici? «I pregiudizi lo hanno ingigantito. Il termine preti pedofili è
discriminatorio. Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica non sono più
frequenti che nelle altre chiese o tra gli insegnanti delle scuole. Inoltre, di
rado si tratta di pedofilia, perché le vittime hanno raggiunto o superato la
pubertà. Gli abusi sono orrendi, sono crimini da punire e stroncare, non da
strumentalizzare». L'anticattolicesimo ha influito sulle critiche riguardo al rapporto fra Pio
XII e il nazismo? «A mio giudizio sì: è diventato un modo di attaccare la Chiesa. Un
esempio: la Chiesa si oppone all'uso di certi contraccettivi per contenere
l'aids. In reazione, i suoi nemici accusano Giovanni Paolo II di comportarsi con
l'Aids come Pio XII con Hitler. Dicono testualmente: non fa nulla contro la
versione virale del Führer». Non è un ritorno all'antipapismo? «L'antipapismo è sempre parte dell'anticattolicesimo. Il Papa a volte è
una figura demoniaca per la sinistra Usa. Io ricordo che anni fa si scoprì un
complotto islamico contro di lui e che i liberal se ne rallegrarono. Non è la
persona di Giovanni Paolo II, è l'istituto: il suo successore andrà incontro
alla stessa ostilità». Lei parla di un nuovo anticattolicesimo: in che senso è nuovo? «Molti americani pensarono che l'anticattolicesimo fosse finito con
l'elezione del primo presidente cattolico, John Kennedy. Si sbagliavano. E'
stato rinfocolato da problemi come l'aborto, dai dissensi interni della Chiesa e
dal suo ritardo nel combattere il pregiudizio. Solo l'anno scorso la chiesa ha
formato un gruppo per i diritti civili». E' possibile che l'anticattolicesimo scompaia? «E' difficile, come lo è che scompaia l'antisemitismo. La differenza è
che l'antisemita in America viene subito denunciato e zittito. Temo che
l'anticattolicesimo sia così radicato da rappresentare l'opposto di ciò che
l'America si considera in un dato momento. L'America cambia spesso idea: se si
ritiene progressista, dipinge il cattolicesimo come conservatore, e viceversa». Ma l'America non si rende conto che il cattolicesimo è una forza globale? «In America conta solo ciò che è americano. La chiesa cattolica è la più
grande ma è una delle tante chiese del Paese, ed è oberata da stereotipi tipo
"Inquisizione". Non scordiamo che tra i motivi della rivoluzione del
1776 ci fu la tolleranza degli inglesi per i cattolici. Qui la religione viene
vissuta in modo combattivo se non settario. Persino la politica assume connotati
religiosi. E' molto diverso che in Europa». Non è un pericolo per il principio della separazione tra stato e chiesa? «Può diventarlo. Attualmente è un fattore che pesa sugli affari
internazionali. Gli americani vedono la Palestina meno favorevolmente degli
europei, perché prendono la Bibbia molto sul serio, si sentono vicini a
Israele. Gli europei giudicano il presidente Bush un fanatico religioso ma gli
americani si identificano in lui. Rispettano Joe Lieberman, un candidato
democratico alla Casa Bianca, perché è rigido nelle sue convinzioni di ebreo
ortodosso». Ne «La nuova cristianità», lei ha scritto che essa troverà un terreno più
fertile negli Usa che in Europa, perché? «L'immigrazione in Europa sarà soprattutto musulmana, in America
soprattutto latino americana e asiatica. L'aspetto del cattolicesimo americano
muterà: sarà più etnico. E uno dei cambiamenti maggiori riguarderà la
Vergine: adesso in America la sua figura è secondaria, ma diverrà centrale».