Pubblichiamo
il primo capitolo del libro di Antonio Socci "Il genocidio
censurato" (Piemme, 176 pagine, 10 euro) che uscirà in libreria
giovedì 16 marzo.
(C)
Il Foglio, 11 marzo 2006
Tutta la violenza
di un secolo. E' quanto promette di contabilizzare il titolo di un libro
di Marcello Flores che la Feltrinelli ha pubblicato nel 2005. Parla del
Novecento appena concluso e somma tutte le vittime delle guerre, dei
genocidi, dei totalitarismi, dei fondamentalismi e dei razzismi. Alla fine
l'autore calcola che "le persone uccise in atti di violenza di massa
siano state tra i cento e i centocinquanta milioni (qualcuno propone
addirittura la cifra di duecento)". Cifre "in ogni caso
agghiaccianti" che, osserva Flores, "giustificano il fatto che
il XX secolo sia stato considerato uno dei più violenti nella storia
dell'umanità".
L'autore poi
indica la Seconda guerra mondiale, "con i suoi cinquanta milioni di
morti" come "l'evento più violento e distruttivo del XX secolo
e forse della storia umana". Ma siamo sicuri di questa ricostruzione?
A prima vista sembrerebbe obiettiva ed esauriente. Anche dal punto di
vista politico, perché Flores somma, giustamente, i crimini commessi dai
regimi comunisti e quelli nazifascisti: "I tre quarti almeno delle
morti del XX secolo [.] sono frutto della violenza di massa dei governi
totalitari".
Nessuno solleva obiezioni di fronte a questo quadro. A tutti sembra
attendibile. E già questo dice quale gigantesca rimozione esista tuttora
nelle nostre menti, nelle nostre coscienze, nel nostro sistema informativo
e culturale, in tutta la nostra civiltà. Nessuno infatti penserebbe che
da questo spaventoso computo sia rimasta fuori la più immane delle
stragi, quella che da sola totalizza un numero di vittime enormemente
superiore alla somma delle altre. E non perché nessuno sia a conoscenza
di tale "fatto": anzi, tutti lo conoscono, è una soppressione
di vite umane addirittura autorizzata e finanziata dagli stati. Ma questo
fenomeno - nonostante le sue colossali dimensioni, il più vasto olocausto
della storia umana - è totalmente e sistematicamente rimosso da tutta la
società contemporanea: un miliardo di vittime. Ripeto: un miliardo di
vite umane soppresse. Parlo dell'aborto.
Come si arriva a un computo così inaudito? Sono certo che il lettore
sospetterà trattarsi di un'esagerazione, di una cifra a effetto. Non è
così. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (dati del 1997)
ogni anno sarebbero praticati 53 milioni di aborti, ovvero abbiamo
annualmente un numero di vittime innocenti pari a quelle provocate
dall'intera Seconda guerra mondiale (1939- 1945) che è considerata
"l'evento più distruttivo della storia umana". Da quanti anni
si verifica questa ecatombe? Se si ricorda che da più di trent'anni
l'aborto è stato introdotto nei paesi democratici, e molto prima è stato
legalizzato dall'Unione Sovietica, dalla Germania nazista e poi dagli
altri paesi dell'Est - cosa che dimostra come l'aborto sia uno dei frutti
avvelenati delle ideologie totalitarie del Novecento - si supera
facilmente il miliardo di vittime. [.] Più di un miliardo di esseri umani
indifesi soppressi è una tragedia umanitaria, storica, morale, sociale di
cui stentiamo perfino a renderci conto, tanto siamo immersi nella
rimozione collettiva. Sembrano davvero scritte per noi - come notò Luigi
Lombardi Vallauri - le parole del "Temps retrouvé" di Marcel
Proust: "Da tempo non si rendevano più conto di ciò che poteva
avere di morale o di immorale la vita che conducevano, perché era quella
del loro ambiente. La nostra epoca senza dubbio, per chi ne leggerà la
storia tra duemila anni, sembrerà immergere certe coscienze tenere e pure
in un ambiente vitale che apparirà allora come mostruosamente pernicioso
e dove esse si trovavano a loro agio".
E' ciò che fa del nostro un tempo assolutamente tragico. Si dirà che
l'aborto era praticato anche nei secoli precedenti. Sì, ma non in
dimensioni così gigantesche. Inoltre erano perpetrate anche altre crudeli
pratiche (guerre, stupri, infanticidi, massacri di civili, sacrifici
umani, schiavismo), ma a nessuno è venuto in mente di legalizzare quelle
pratiche e renderle assistite e pagate dagli stati, così moltiplicando
oltretutto il numero delle vittime mentre si sono moltiplicate al contempo
le "armi" farmaco-tecnologiche di distruzione legale della vita
innocente. Il fatto nuovo, l'assoluta novità storica, colta bene da Luigi
Lombardi Vallauri, è questa: se la pratica dell'aborto è da tempo
diffusa, l'abortismo come teoria, come ideologia, "sembra essere un
fatto circoscritto alla civiltà occidentale moderna".
Insomma è accaduto qualcosa di inedito e orribile, la nostra generazione
credeva di essersi liberata dalle vecchie ideologie e senza accorgersene
si è trovata immersa in una nuova (e ancor più mortifera) ideologia.
Infatti l'aborto, nel XX secolo, è diventato addirittura un
"diritto" rivendicato politicamente, giustificato
filosoficamente e codificato nelle leggi. Questa è la novità, l'enorme e
inquietante novità. Non volersene rendere conto significa non voler
vedere. Perché c'è un'immane differenza fra il fenomeno individuale e
nascosto dell'aborto dei tempi passati e l'organizzazione seriale da parte
degli stati della soppressione di centinaia di milioni di vite umane
innocenti con potenti strutture tecnologiche e un apparato ideologico e
mediatico che pretende di rivendicare quello sterminio addirittura come
uno dei fondamentali "diritti dell'uomo".
Una cosa simile non si era mai vista prima. Del resto non solo l'aborto è,
oggi, un "diritto" garantito dalle leggi, ma in certi paesi è
addirittura obbligatorio. Per legge. In Cina dai primi anni Ottanta è
entrato in vigore il programma di controllo delle nascite che impone il
limite di un solo figlio per famiglia. "Chi viola queste regole"
scrive Bernardo Cervellera "rischia multe salatissime, aborto
forzato, infanticidio, distruzione della casa o requisizione dei
beni".
Gli effetti sono stati giganteschi: "Lo Stato si vanta dei successi
raggiunti: 300 milioni di nascite in meno in 21 anni". Trecento
milioni. E quando improvvisamente un bambino "non permesso"
riesce a scampare all'aborto e a nascere, le contromisure sono quelle
raccontate dal Times di Londra il 24 agosto 2000. Un flash di vita cinese
a Caidian (Hubei): "Alla donna ancora incinta, di nome Liu, gli
impiegati dell'Ufficio per il controllo della popolazione avevano intimato
di abortire. La donna aveva già violato altre volte la politica del
figlio unico (era incinta per la quarta volta). I medici della clinica a
cui la donna era stata costretta a ricorrere hanno iniettato una soluzione
salina nel feto per distruggere il sistema nervoso del nascituro. Ma il
bambino è nato sano. I funzionari governativi hanno ordinato al padre di
ucciderlo, ma questi si è rifiutato. Essi hanno atteso il ritorno a casa
della famiglia e, preso il piccolo, lo hanno affogato".
Che atteggiamento hanno assunto le Nazioni Unite e la loro agenzia per la
questione demografica, l' Unfpa (United Nations Fund for Population
Activities) di fronte alla ferocia di questo genocidio? Se i fatti (e
soprattutto i misfatti) cinesi erano tristemente noti, "meno
noto" osserva Eugenia Roccella "è quanto l'Unfpa sia stata
complice di questa spaventosa politica demografica. Nel 1978 l'agenzia
delle Nazioni Unite aveva firmato un memorandum d'intesa con la Cina. Una
firma di questo tipo implica la condivisione di obiettivi di fondo e il coinvolgimento
in forme di cooperazione. L'Unfpa ha infatti fortemente contribuito a
finanziare la politica coercitiva cinese, le ha garantito supporti tecnici
e ha collaborato fornendo le proprie competenze, per esempio
nell'organizzazione e nell'analisi dei dati. Ma, peggio di tutto, non ha
mai denunciato i responsabili di questa gigantesca violazione dei diritti
umani, anzi li ha coperti fin quando è stato possibile".
Le dichiarazioni - addirittura di elogio - che sono state fatte da certe
autorità internazionali in proposito sono agghiaccianti. E "bisogna
anche ammettere" aggiunge la Roccella "che tutto ciò è
avvenuto con la confortante complicità dell'Onu, che nel 1983 decide di
assegnare il premio per la popolazione a Qian Xinzhong, ministro per la
Pianificazione familiare. Il segretario dell'Onu, Perez de Cuellar, alla
consegna del premio esprime il suo apprezzamento per la capacità
dimostrata dai cinesi di organizzare politiche di controllo della fertilità
"su larga scala". E bisogna anche registrare l'appoggio di
alcuni ambientalisti, per esempio David Bellamy che nell'introduzione a
"The Gaia's Atlas of Planet management", scrive che i cinesi
"sono consapevoli dei limiti del loro ambiente e hanno usato tale
consapevolezza per pianificare una misura sostenibile della
popolazione". Oppure del Wwf che ritiene la Cina un esempio per la
capacità di "persuasione" nel "cambiare l'atteggiamento
verso la gravidanza".
A proposito dell'Unfpa, il presidente americano George Bush - come già
fece Ronald Reagan - ha posto il veto al finanziamento di quelle
organizzazioni internazionali che appoggino in qualsiasi modo le pratiche
abortive. In sostanza la suddetta agenzia Onu per la popolazione si è
vista privare di ben 34 milioni di dollari l'anno. La meritoria scelta
umanitaria della Casa Bianca ha però scandalizzato il vasto e potente
mondo dell'ideologia abortista.
Così l'Europa - stiamo parlando, sottolineo, dell' "era Prodi",
del "cattolico" Prodi - si è precipitata a soccorrere quelle
organizzazioni con i nostri soldi e lo ha fatto, nientemeno, in nome della
"decenza", cosa che conferma il connotato comico degli attuali
costosissimi carrozzoni europei. "La Commissione europea" spiega
infatti Lucetta Scaraffia "ha deciso di colmare con i propri fondi
questo "vuoto di decenza", come l'ha definito il commissario
danese Paul Nielson, stanziando 32 milioni di euro, di cui 22 a favore
dell'Unfpa e 10 per l'Ippf. Quest'ultima è un'organizzazione assai
controversa, con una forte impronta antinatalista e legami iniziali con i
movimenti eugenetici". La Scaraffia segnala una "correzione di
rotta" di tale organizzazione rispetto alle origini, ma con una certa
continuità dal momento che, nei nostri anni, è andata "sostenendo,
per esempio, per bocca dei suoi autorevoli rappresentanti, la politica
forzosa del figlio unico in Cina, e ammettendo l'aborto come mezzo di
controllo delle nascite". Politica cinese che - lo abbiamo visto -
per quanto si nasconda dietro gli eufemismi e dietro la complicità
internazionale, resta sostanzialmente criminale e genocida. E purtroppo
continua.
Nel 2002 il Parlamento cinese ha deciso di aggiornare la politica
familiare applicando gli orientamenti politici che vanno per la maggiore
oggi in quel paese vastamente corrotto, ovvero l'ossessiva corsa ai soldi
e il lucro a ogni costo. Si è sostituita la proibizione di fare altri
bambini (oltre al primo) con la possibilità di farne pagando multe
salatissime: dai 25.000 ai 100.000 euro. Le cifre corrispondono a molte
volte il reddito annuale medio di un qualunque abitante della Cina
profonda che dunque non potrà mai permettersi un secondo figlio.
Così al dispotismo assassino si è aggiunta una forte pennellata di
cinismo razzista (solo i ricchi possono far figli) e di vorace latrocinio:
chi vuole un figlio deve arricchire il regime e la casta al potere. E'
difficile intravedere in ciò un "miglioramento". Anche perché
- secondo il reportage che Hannah Beech ha pubblicato su Time il 19
settembre 2005 - le cose non sono affatto cambiate. Riportando le denunce
degli attivisti per i diritti umani, la Beech scrive che "durante un
meeting provinciale lo scorso anno, i funzionari di Linyi sono stati
puniti per avere il più alto tasso di `extranascite' di tutto lo Shandong
[.]. Le strigliate hanno stimolato quella che sembra la più brutale
campagna di sterilizzazione di massa e aborti da anni. A partire da marzo,
i funzionari del piano familiare hanno setacciato i villaggi di nove
contee e tre distretti di Linyi, tentando di costringere ad abortire le
donne incinte di bambini illegali, e sterilizzare quelle che già
raggiungevano il numero massimo di bambini permesso dalla locale politica
familiare".
Il reportage fornisce anche altri agghiaccianti dettagli: "Parenti di
donne che si sono opposte alla sterilizzazione o all'aborto sono stati
imprigionati e obbligati a pagare per delle "sessioni di studio"
durante le quali dovevano ammettere il loro "errato modo di
pensare", racconta Teng Biao, un educatore dell'Università di
Scienze Politiche e Legge a Pechino, che ha visitato Linyi per investigare
sulla campagna coercitiva. Solamente nella contea Yinan di Linyi, fra
marzo e luglio, almeno settemila persone sono state costrette a sottoporsi
al programma di sterilizzazione, secondo gli avvocati che hanno parlato
con i locali funzionari". I pochi temerari attivisti per i diritti
umani, pur riuscendo a far filtrare alcune di queste notizie, tuttavia,
scrive la Beech, possono fare "ben poco per cambiare il destino di
donne come Hu Bingmei. Quando a maggio i funzionari per il piano familiare
arrivarono per prenderla per la sterilizzazione forzata, Hu fuggì con le
sue due figlie dai suoi parenti in un altro villaggio. Giorni più tardi,
sette funzionari sbucarono fuori, racconta, afferrarono la figlia più
piccola e la spinsero dentro una macchina. Spaventata per il fatto che sua
figlia potesse essere rapita, Hu saltò in macchina con loro. La macchina
li portò alla clinica del piano familiare, dove, racconta Hu, delle
assistenti la gettarono sul tavolo operatorio". E' solo una storia
fra tante. E va sottolineato instancabilmente che sono soprattutto le
donne a far le spese di questa violenta politica anche per un altro
terrificante aspetto. Infatti nel 1997 l'Organizzazione mondiale della
sanità ha scoperto che in Cina dal 1980 "mancavano" all'appello
circa 50 milioni di bambine rispetto ai maschi: si è riscontrata cioè
una sproporzione nel paese fra maschi e femmine che - dicono le
statistiche ufficiali - sono oggi in rapporto di circa 120 contro 100
quando dovrebbe essere l'inverso.
Analoga
sproporzione - di circa 60 milioni di bambine - è stata registrata in
India dove per motivi culturali ed economico- sociali si ritiene meglio
avere figli maschi e così si sopprimono le figlie durante la gravidanza.
Ciò significa che nell'immane genocidio rappresentato dall'aborto ci sono
tragedie ulteriori dentro alla tragedia comune. Come ha scritto sul Monde
il demografo ed economista Jean-Claude Chesnais "non è escluso che
il deficit di donne raggiunga i 200 milioni nel 2025 sul pianeta".
Tuttavia appare incomprensibile scandalizzarsi dell'aborto selettivo
contro le femmine, come qualcuno ha fatto in Italia, senza scandalizzarsi
anche dell'aborto in sé (se l'aborto non uccide una persona umana, non
uccide neanche una persona di genere femminile). E poi la "società
eugenista", di cui giustamente Chesnais parla come di una terribile
realtà, è anche la nostra. Le ragioni ritenute accettabili per
sopprimere figli già concepiti possono essere diverse. E quando si
accetta che vaghi motivi sociali o psicologici bastino, nelle legislazioni
occidentali, per giustificare e praticare l'aborto clinicamente assistito
(sopprimendo indifferentemente bambini o bambine), non si vede a che
titolo si possano condannare le motivazioni (anch'esse di ordine sociale)
che spingono in India a sopprimere selettivamente le femmine. A meno che
non si ritenga - con un certo senso di superiorità occidentale - che le
"loro" motivazioni sociali siano immorali e siano invece morali
le nostre (idea difficilmente sostenibile essendo evidente che in India le
difficoltà dovute a cause di povertà sono assai più grandi).
Dunque
condividiamo tutti l'orrore per questa strage di bambine, ma dobbiamo
condividere anche lo scandalo dell'aborto in sé. Alla cifra già
vertiginosa di un miliardo di vittime dell'aborto nel corso del Novecento
(soprattutto degli ultimi decenni del Novecento) dovrebbero essere
aggiunte molte altre vite umane soppresse dalle varie "pillole del
giorno dopo" e da sistemi di contraccezione (in realtà abortivi
perché impediscono l'annidamento) come la spirale (solo in Francia sono
circa due milioni e mezzo le donne che la usano) o da altre pratiche come
quella denominata "menstrual regulation". La dottoressa Thérèse
Gillaizeau Amiot calcola che ai 53 milioni di aborti praticati ogni anno
nel mondo si debbano sommare circa 4 milioni di aborti
"farmaceutici" (pillole del giorno dopo) e addirittura 460
milioni di aborti dovuti all'uso della spirale. I farmaci o i dispositivi
antinidatori - secondo alcuni - non sarebbero abortivi, ma al 14° giorno
l'embrione, la nuova creatura, c'è già e quei sistemi - impedendone l'annidamento
- ne ottengono la morte e l'espulsione. Si tratta dunque di abortivi.
A tutte le piccole vite soppresse con questi sistemi poi si aggiunge
l'immenso numero di embrioni "prodotti" per la fecondazione
artificiale e - in un modo o nell'altro - soppressi. Immenso quanto? Si
calcola che solo per far nascere, per esempio, 20 bambini occorra
"produrre" circa 1.800 embrioni di cui dunque 1.780 destinati
alla morte. Se è vero che "oggi i nati con la procreazione
medicalmente assistita nel mondo sono ormai circa un milione", per
calcolare la moltitudine di "fratelli" che sono stati
"sacrificati" dovremmo orientarci all'incirca sui 90 milioni di
"embrioni" (e tutto questo è accaduto solo negli ultimi venti
anni). Come si vede si tratta di numeri stratosferici, sconvolgenti, che
portano ben sopra quella cifra (un miliardo di vite umane soppresse)
fornita all'inizio e che pur sembrava assolutamente esagerata e abnorme.
Si può restare indifferenti a una simile ecatombe che non ha eguali nella
storia dell'umanità? Una cifra così immane interroga tutti, a
prescindere dalla propria posizione sull'aborto e, in Italia, sulla legge
194. Cosa sta accadendo? Cosa stiamo facendo? Non staremo vivendo oltre il
limite dell'orrore? Non saremo così anestetizzati da non riuscire più ad
accorgerci della mostruosità del nostro tempo e del nostro mondo? E' la
dimensione vertiginosa di un genocidio senza eguali nella storia che ci
interroga: non solo un disastro umanitario (e demografico) agghiacciante,
ma un abisso morale di cui si stenta a rendersi conto.
Anche perché - questo è il paradosso - alle vittime di questa
"pratica" viene negato perfino lo statuto di vittima.
Semplicemente non esistono. Non debbono esistere. Nemmeno nelle
statistiche. Si fanno i conti delle vittime dei totalitarismi, di coloro
che sono morti per Aids e perfino per le conseguenze del fumo, ma sui
giornali non leggerete le cifre che abbiamo appena visto. Nemmeno sui
volumi che si presentano come "Storia dell'aborto". Anzi,
l'interdetto grava perfino sullo stesso termine "aborto".
Un'oculata e invisibile censura, ne ha disposto la sparizione.
La "neolingua", che Orwell indicava come strumento di dominio di
un potere nemico della verità, vuole che la legge italiana che legalizza
l'aborto chiami questa pratica "Interruzione volontaria di
gravidanza" (Ivg). E dappertutto ha attecchito questa grande
ipocrisia. [.]
Evidentemente questa volontà di mistificare attraverso il linguaggio
documenta un imbarazzo assai rivelatore o comunque una volontà di
nascondere quella che è la verità delle vittime, ossia - girardianamente
- la verità tout court. Necessariamente rimossa secondo i meccanismi
svelati appunto dall'opera di René Girard (Il capro espiatorio, Adelphi,
1999). Si ha letteralmente terrore di guardare in faccia la vittima, di
riconoscerne l'esistenza. Ci sono esempi clamorosi. Giuridici e perfino
fotografici.