Memoria e identità

Giovanni Paolo II

  

«Il XX secolo è stato, per così dire, il 'teatro' in cui sono entrati in scena determinati processi storici, e ideologici, che si sono mossi nella direzione della grande 'eruzione' del male, ma è stato anche lo scenario del loro superamento». Con queste parole comincia «Memoria e identità» (Rizzoli), il quinto libro di Giovanni Paolo II, presentato a Roma e che da mercoledì 23 febbraio sarà in vendita. Il volume, nella prima edizione, sarà stampato in 330 mila copie ed è composto da 234 pagine (16 euro il prezzo). Il libro, che avrà edizioni in 14 lingue oltre all'italiano, prende il via da alcune conversazioni con i filosofi polacchi Jozef Tischner e Krzysztof Michalski, svolte nel 1993 a Castelgandolfo, profondamente rielaborate e ampliate nel corso degli ultimi anni; e si conclude con uno dialogo sull'attentato del 13 maggio 1981 tra il Papa e il suo segretario e amico, monsignor Stanislaw Dziwisz, che era accanto a lui in quei drammatici momenti. 

Dal volume «Memoria e identità» di Giovanni Paolo II,  anticipiamo il capitolo intitolato «Qualcuno aveva guidato quel proiettile...».

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Vivo nella costante consapevolezza che in tutto ciò che dico e faccio in adempimento della mia vocazione e missione, del mio ministero, accade qualcosa che non è esclusivamente iniziativa mia. So di non essere io solo ad agire in ciò che faccio come Successore di Pietro. Prendiamo l'esempio del sistema comunista. Come ho già detto in precedenza, alla sua caduta certamente ha contribuito la carente dottrina economica. Ma rifarsi unicamente ai fattori economici sarebbe una semplificazione piuttosto ingenua. D'altra parte, so bene che sarebbe ridicolo ritenere che sia stato il Papa ad abbattere con le proprie mani il comunismo.

Penso che la spiegazione si trovi nel Vangelo. Quando i primi discepoli, inviati in missione, tornano dal loro Maestro, dicono: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome» (Lc 10,17). Cristo risponde loro: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). E in altra occasione aggiunge: «Dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). Servi inutili... La consapevolezza del «servo inutile» va crescendo in me in mezzo a tutto ciò che accade intorno a me - e penso di stare bene con questo.

Torniamo all'attentato: penso che esso sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo. La sopraffazione fu praticata dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo. La sopraffazione motivata con argomenti simili si è sviluppata anche qui in Italia: le Brigate Rosse uccidevano uomini innocenti e onesti.
Rileggendo oggi, a distanza di alcuni anni, la trascrizione della conversazione di allora, rilevo che le manifestazioni di violenza degli «anni di piombo» si sono notevolmente attenuate. In quest'ultimo periodo, tuttavia, si sono estese nel mondo le cosiddette «reti del terrore», che costituiscono una minaccia costante per la vita di milioni di innocenti. Se ne è avuta un'impressionante conferma nell'abbattimento delle Torri Gemelle a New York (11 settembre 2001), nell'attentato alla stazione di Atocha a Madrid (11 marzo 2004) e nella strage di Beslan in Ossezia (1-3 settembre 2004). Dove ci porteranno queste nuove eruzioni di violenza? La caduta dapprima del nazismo e poi dell'Unione Sovietica è stata la registrazione di un fallimento. Ha mostrato tutta l'assurdità della violenza su grande scala quale era stata teorizzata ed attuata in quei sistemi. Vorranno gli uomini tener conto delle drammatiche lezioni che la storia ha loro offerto? O si lasceranno, al contrario, tentare dalle passioni che allignano nell'animo, accogliendo ancora una volta le suggestioni nefaste della violenza?

Il credente sa che la presenza del male è sempre accompagnata dalla presenza del bene, della grazia. San Paolo ha scritto: «Ma il dono della grazia non è come la caduta; se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,15). Queste parole conservano la loro attualità anche ai nostri giorni. La Redenzione continua. Dove cresce il male, lì cresce anche la speranza del bene. Nei nostri tempi il male si è sviluppato a dismisura, servendosi dell'opera di sistemi perversi che hanno praticato su vasta scala la violenza e la sopraffazione. Non parlo qui del male compiuto da singoli uomini per mire personali o mediante iniziative individuali. Il male del XX secolo non è stato un male in edizione piccola, per così dire «artigianale». È stato un male di proporzioni gigantesche, un male che si è avvalso delle strutture statali per compiere la sua opera nefasta, un male eretto a sistema.

Nello stesso tempo, però, la grazia divina si è manifestata con ricchezza sovrabbondante. Non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande. Non c'è sofferenza che Egli non sappia trasformare in strada che conduce a Lui. Offrendosi liberamente alla passione e alla morte di croce, il Figlio di Dio ha preso su di sé tutto il male del peccato. La sofferenza di Dio crocifisso non è soltanto una forma di sofferenza accanto alle altre, un dolore più o meno grande, ma è una sofferenza di grado e misura incomparabili. Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza, l'ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell'amore. È vero, la sofferenza entra nella storia dell'uomo con il peccato delle origini. È il peccato quel «pungiglione» (cfr. 1 Cor 15,55-56) che ci infligge dolore, che ferisce mortalmente l'essere umano. Ma la passione di Cristo sulla croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza, l'ha trasformata dal di dentro. Ha introdotto nella storia umana, che è storia di peccato, una sofferenza senza colpa, affrontata unicamente per amore. È questa la sofferenza che apre la porta alla speranza della liberazione, dell'eliminazione definitiva di quel «pungiglione» che strazia l'umanità. È la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene.
Ogni sofferenza umana, ogni dolore, ogni infermità racchiude una promessa di salvezza, una promessa di gioia: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi» scrive san Paolo (Col 1,24). 

Ciò vale per ogni sofferenza provocata dal male; vale anche per quell'enorme male sociale e politico che oggi divide e sconvolge il mondo: il male delle guerre, dell'oppressione degli individui e dei popoli; il male dell'ingiustizia sociale, della dignità umana calpestata, della discriminazione razziale e religiosa; il male della violenza, del terrorismo, della corsa alle armi - tutto questo male esiste nel mondo anche per risvegliare in noi l'amore , che è dono di sé nel servizio generoso e disinteressato a chi è visitato dalla sofferenza. Nell'amore che ha la sua sorgente nel cuore di Cristo sta la speranza per il futuro del mondo. Cristo è il Redentore del mondo: «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5).

 


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