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Il popolo della notte Carlo Climati Edizioni Paoline |
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Questo libro, ben documentato, vuole rappresentare un viaggio alla scoperta del "popolo della notte". L'autore analizza tutti i fenomeni della notte: il consumo di ecstasy, il ballo le cubiste, le varie trasgressioni, le stragi del sabato sera... Manifestazioni, tutte queste, di una notte più inquietante : la "notte delle coscienze", quel buio interiore che porta a vivere all'insegna dell'egoismo e dell'indifferenza. Un saggio che invita fortemente a sostituire la non-cultura del vuoto con l'impegno personale e la riscoperta dei "volti" degli altri, illuminando il buio della notte con una luce nuova. Capitolo 1 La notte
delle coscienze
Un tempo, l’abitudine a vivere di notte apparteneva soprattutto agli adulti. A
quei tristi, inguaribili scapoloni che affollavano i cosiddetti night club, per
consumare alcolici e illudersi di trovare compagnia.
Oggi la tendenza a stare svegli nelle ore notturne sembra aver contaminato
tutti. Anche moltissimi giovani, intrappolati in una specie di vita al
contrario.
E’ nato, così, un <<popolo della notte>>. Con i suoi linguaggi, i
suoi <<sballi>>, i suoi divertimenti apparenti. Le sue schiavitù e
le sue solitudini. Viviamo in un sistema materialista, arrivista e consumista, che spesso ci spinge a chiuderci nel nostro guscio, a coltivare il proprio orticello senza accorgerci che esistono anche gli altri. C’è una grande notte da illuminare: quella del cuore, dell’anima, della solidarietà. E’ la notte delle coscienze, intrappolata nell’oscurità del nostro egoismo. Illuminare la nostra, personalissima notte significa fare uno sforzo per accorgerci che siamo tutti fratelli. E che la nostra indifferenza può fare del male al mondo. Mentre noi balliamo, ci divertiamo, mangiamo, beviamo e consumiamo, dietro l’angolo c’è chi soffre e avrebbe bisogno del nostro aiuto. Questa, forse, può sembrare soltanto retorica. Un discorso fatto e rifatto tante volte. Ma, secondo me, non è mai ripetuto abbastanza. La pericolosa tentazione di oggi è quella di chiudersi in una notte di egoismo, di silenzio, di pregiudizio, di razzismo, di indifferenza nei confronti dell’altro. Lo dico senza un briciolo di pessimismo. Sono pienamente convinto che, nonostante i rischi di nuove chiusure, ci sia tanta gente di buona volontà che desidera aprirsi al mondo. E lo sta facendo, ogni giorno di più. Tuttavia, la tentazione dell’egoismo è sempre in agguato. In ognuno di noi. Riflettere su questo può essere importante, partendo proprio dall’idea della notte. Una notte che, con i suoi messaggi nichilisti e consumistici, può diventare complice di una non-cultura dell’indifferenza e del non-pensiero. Questa non-cultura utilizza le discoteche e la droga per indurre i giovani a non pensare. E quindi, a non essere scomodi per il potere. Quando parlo di <<potere>> mi riferisco a qualunque tipo di sistema che vorrebbe condizionarci, controllarci e imporci delle regole ingiuste, calpestando il valore e la dignità dell’essere umano. Il potere ha sempre avuto bisogno di organizzare spettacoli e divertimenti per far sfogare la rabbia del popolo. Imbavagliarla. Stordirla. Anestetizzarla. E’ accaduto, ad esempio, ai tempi degli antichi Romani. Ieri c’erano i gladiatori. Oggi le discoteche. Ieri panem et circenses[i]. Oggi televisione ed ecstasy. Il potere crea le sue droghe, le sue mode e i suo spettacoli. La gente li beve. Li assimila e non può più fare a meno di loro. Mentre il popolo si diverte, le ingiustizie continuano e colpiscono soprattutto i più deboli. Attualmente sono più di trecentomila i minorenni armati e impegnati in qualche guerra. La maggioranza ha tra i quindici e i diciotto anni, ma ci sono anche bambini-soldato di dieci. E l’età media si abbassa sempre di più[ii]. C’è, poi, il problema dello sfruttamento dei minori. Nel mondo, sono almeno 250 milioni i bambini tra i cinque e i quattordici anni che lavorano. Il 61 per cento è concentrato in Asia, il 32 per cento in Africa, e il 7 per cento in America Latina. I bambini sono impiegati nelle piantagioni, nelle miniere, nelle fabbriche di tappeti, nelle fornaci di mattoni, nel lavoro domestico, nei mercati di strada, nelle fabbriche di giocattoli e di abbigliamento[iii]. Aumentano droga e prostituzione, controllate dai centri di potere della piccola e grande criminalità. Mentre la pedofilia e il turismo sessuale rubano per sempre l’innocenza a bambini soli, vittime di una nuova schiavitù. Il più povero tra i poveri rimane sempre il bambino <<non nato>>. Ogni anno, nel mondo, si praticano più di cinquanta milioni di aborti. Sono i frutti della non-cultura della morte, che elimina gli esseri umani invece di risolvere i problemi. In molti Paesi poveri si sta diffondendo la piaga delle sterilizzazioni di massa. Alle donne, ignare, vengono somministrate sostanze chimiche che impediscono d’avere figli. Invece di aiutare concretamente chi è in difficoltà, si preferisce attuare una politica razzista di controllo delle nascite. Fiumi di denaro vengono spesi per non far nascere i bambini. Eppure, la stessa quantità di soldi impiegata nella contraccezione potrebbe essere utilizzata per lottare contro il dramma della fame e della povertà[iv]. E’ significativo quello che ha scritto un medico missionario in una lettera pubblicata sul mensile dei Comboniani Nigrizia: <<Giustizia e pane chiede l’Africa. Non preservativi>>[v]. I tanti problemi del mondo, sicuramente, non si combattono con lo <<sballo>> e con il non-pensiero. Bisogna, invece, fermarsi e riflettere su una grande scelta da fare: tra la dignità dell’uomo e gli interessi economici. E quindi, tra Dio e Mammona.
Che cos’è <<Mammona>>? E’ un termine che, nel Vangelo, viene
utilizzato per definire l’assolutizzazione del denaro e l’esagerato
attaccamento dell’uomo alla ricchezza.
Gesù non condanna il denaro, ma la sua idolatria. Ci invita a non cercare false
sicurezze nelle cose materiali, e a costruire <<tesori>> più
spirituali. A cercare, prima di tutto, l’amore per il prossimo.
Mettere la ricchezza al primo posto significa, inevitabilmente, generare
ingiustizie. Significa dare più importanza ai soldi che all’essere umano. Ed
è la grande tentazione che tutti noi dobbiamo affrontare, ogni volta che ci
troviamo di fronte a una scelta.
Per questo è importante, almeno per un attimo, spegnere le luci psichedeliche
delle discoteche e illuminare la notte con una luce più vera.
Altrimenti il potere di Mammona potrà continuare a fare il suo gioco.
Indisturbato. Prima di tutto, dobbiamo fare una riflessione e chiederci: su quale terreno culturale si inserisce il fenomeno della notte? Perché tanti ragazzi scelgono di vivere nel buio? Ci sono molti interrogativi ai quali bisogna dare delle risposte. E dobbiamo provare a farlo senza cadere nella trappola della <<giovanologia>>, in quello stile freddo e distaccato di chi studia i giovani dall’alto di una cattedra, senza mai scendere tra di loro. Il mondo, purtroppo, è pieno di <<tromboni>>, di sedicenti esperti, di osservatori di culture giovanili che passano il tempo a fare statistiche, a catalogare i ragazzi e a comparire nei vari talk show e salotti televisivi. E’ necessario, invece, vivere il contatto con i giovani. Essere <<sulla strada>> e interrogarsi sulle motivazioni profonde che sono alla base di certi meccanismi sociali. E soprattutto: sforzarsi di dialogare con loro e di ascoltarli. Altrimenti, si resta tra le nuvole. E poi, bisogna tenere in considerazione i tanti problemi che i ragazzi incontrano nell’avvicinarsi alla vita. Non dobbiamo dimenticare il loro desiderio di giustizia, il loro entusiasmo e la loro voglia di fare del bene. Tutte cose che spesso si scontrano con una società dominata dai compromessi, in cui sembrano vincere soltanto i più furbi e i più forti. Spesso i ragazzi provano una senso di smarrimento, di impotenza nei confronti della vita. Un disagio che fu descritto molto bene da un grande cantautore italiano, Luigi Tenco, in una sua canzone: <<Non saper fare niente in un mondo che sa tutto>>[vi]. Bisogna ricordare, poi, che il fenomeno della vita di notte non riguarda soltanto i ragazzi. Coinvolge anche moltissimi adulti mai cresciuti, che si rifiutano d’affrontare la vita. Ci sono, ad esempio, i ricchi manager che <<sniffano>> cocaina in certe discoteche esclusive. E poi, gli eterni bambinoni che hanno paura di qualunque legame e rifiutano di mettersi in gioco. E ancora: i tanti adulti che frequentano le prostitute, incrementando la piaga del nuovo schiavismo. Anche loro sono tra i protagonisti della notte. Non soltanto i giovani. I giovani, in genere, sono le vittime di un mondo-spazzatura che è stato già creato dagli adulti. Un mondo materialista, arrivista e consumista, in cui conta soprattutto il dio denaro. Molti, oggi, dicono di essere atei e di non credere in Dio. In realtà, gli atei non esistono. Esistono, invece, i <<politeisti>>. Ovvero: quelli che credono in tanti <<dèi>>. E chi sono i nuovi <<dèi>> di oggi? La carriera, i soldi, il sesso sfrenato, la bella automobile, il telefono cellulare, il computer ultimo modello, le scarpe alla moda, il frigorifero di marca, la casa lussuosa, le vacanze esotiche... Ci troviamo di fronte a una specie di <<nuovo paganesimo>>, in cui le divinità ci sorridono dagli spot pubblicitari o dalle pagine di certe riviste con la carta patinata.
Probabilmente, il sogno nel cassetto di molte persone è quello di riuscire ad
avere una vida loca. La <<vita pazza>> che viene descritta in un
video musicale del cantante Ricky Martin: belle ragazze in abiti succinti,
balli, discoteche, giochini erotici, automobili di lusso... Lavorare come cani e
guadagnare tanti soldi. Accumulare ricchezze per permettersi lo stesso
macchinone rosso del personaggio interpretato da Ricky Martin.
E poi, magari, come nel video di Livin’ la vida loca, rischiare di sbandare
perché la bella ragazza di turno ci si butta addosso mentre siamo alla guida
dell’automobile.
E’ questo il futuro che ci aspetta? Speriamo di no.
Gli esseri umani si possono, in certo senso, considerare dei
<<contenitori>>. Ognuno viene <<riempito>>, fin da
bambino, con i messaggi che riceve nel corso della propria esistenza.
Un tempo l’educazione era il frutto di pochi maestri: i genitori, gli
insegnanti della scuola e gli educatori religiosi. Era un’educazione diversa e
più controllata.
In particolare, il contributo culturale della famiglia e della religione è
sempre stato molto importante. Ancora di più di quello della scuola.
Pensiamo, infatti, a ciò che può accadere in tempi di dittatura. Anche la
scuola, purtroppo, può diventare complice del potere. Ed è ciò che è
successo sotto tutti i regimi, di qualunque genere. In quel caso, interviene provvidenzialmente l’educazione data dalla famiglia e dalla religione, che hanno sempre fatto da baluardo ai cattivi messaggi lanciati dai vari dittatori, seminatori di ingiustizia e di odio. Oggi i tempi sono cambiati e c’è più <<concorrenza>>. I ragazzi sono <<educati>> anche dalla televisione, da Internet, dai testi delle canzoni che ascoltano, da certe riviste che leggono. Sono bombardati da messaggi che contribuiscono a creare conflitti e stati di disagio. Bisogna, poi, considerare un fenomeno tipico del nostro tempo. Quello delle <<nuove solitudini>>, che favoriscono l’ingresso di cattivi messaggi. Questo, oggi, accade frequentemente. Quando si è soli, è molto facile essere <<comprati>>, schiavizzati, strumentalizzati, indottrinati da qualcuno. C’è, ad esempio, la solitudine di chi naviga, per ore, su Internet. Basta accendere un computer per entrare in contatto, via e-mail, con New York, Parigi e Londra. Tutto questo è bellissimo. Ma può diventare anche un limite. Viviamo sempre di più in un mondo di comunicazioni virtuali che possono rappresentare un rischio e spingere le persone a chiudersi nel proprio guscio. Tutti noi, oggi, comunichiamo. Ma qual è la qualità della nostra comunicazione? Trascorrere una serata davanti al computer, chiacchierando in una chat, significa davvero comunicare? Con chi stiamo comunicando? Che tipo di rapporto stiamo vivendo? Un rapporto vero, oppure falso? C’è, poi, la solitudine di chi va a ballare in discoteca. In certi locali la musica è talmente forte e assordante da impedire qualunque tipo di comunicazione. I ragazzi sono completamente chiusi in loro stessi e dominati dal rumore. Credono di stare in mezzo agli altri, ma in realtà sono soli, profondamente isolati in una folla di solitudini. Centinaia di solitudini che ballano e non parlano. Un’altra terribile solitudine è quella che nasce dalla televisione. Oggi, purtroppo, il piccolo schermo divide le persone e le famiglie. In ogni casa ci sono più televisori, e ognuno li usa secondo le proprie esigenze. C’è il televisore della mamma, ipnotizzata dalle telenovele o da quelle interminabili serie televisive in cui si consumano tradimenti e intrecci sentimentali impossibili. Certi programmi spingono le casalinghe a pensare: <<Ho sbagliato tutta la mia vita. Perché sono stata fedele a mio marito? Avrei fatto bene a diventare l’amante del marito di mia sorella, o del cognato del fratello di mia cugina, o del nipote della zia della mia migliore amica>>. C’è il televisore del papà, che segue lo sport e si immerge nel rito domenicale delle partite di calcio. Immerso nella nuvola di fumo delle sue sigarette, urla e si arrabbia perché l’arbitro ha negato il rigore alla sua squadra del cuore. Si alza furioso dalla poltrona, pensa che è un complotto e che non vale più la pena di seguire il calcio, perché tutto è già deciso e ci sono strani giochi di potere. Ma poi, la domenica dopo sta sempre lì. Di nuovo, solo, nella sua nuvoletta di fumo, davanti al piccolo schermo. A urlare e arrabbiarsi per il prossimo rigore negato. C’è, poi, il televisore nella cameretta dei figli adolescenti, o quello con funzioni di <<baby sitter>>, che serve per intrattenere i bambini con i cartoni animati. E infine quello, più triste, di fronte al quale si parcheggiano le persone anziane. Imbambolate, per ore, davanti ai telequiz del pomeriggio, in attesa di qualche telegiornale pieno di brutte notizie. Ogni televisore genera una solitudine. E in ogni solitudine piovono messaggi, spesso devastanti e diseducativi. C’è, poi, la solitudine dettata dalla fretta, dal nostro correre ogni giorno senza mai fermarci. E’ la solitudine dell’arrivismo, del desiderio di fare carriera a ogni costo, di tuffarci e <<realizzarci>> (che brutta parola!) nel nostro lavoro. Siamo talmente in corsa che ci dimentichiamo di approfondire i rapporti umani. E così, restiamo soli. Irrimediabilmente soli. E facciamo restare soli gli altri, quando non ci fermiamo a parlare con loro. Quando non ci accorgiamo che stanno male e avrebbero bisogno di un sorriso, di uno sguardo amico. C’è, infine, la solitudine del pregiudizio. E’ quella sensazione che ci spinge a non comunicare con gli altri perché, dentro di noi, li abbiamo già giudicati, <<catalogati>>, scartati, messi da parte. Capita spesso di avere questo tipo di atteggiamento di chiusura nei confronti del prossimo. Non lo avviciniamo perché ha idee politiche diverse dalle nostre, il colore della pelle diverso dal nostro o chissà quale altra cosa che ci spinge ad avere un pregiudizio nei suoi confronti.
Il pregiudizio è una cosa terribile, perché, come dice la parola stessa, è un
<<giudizio dato prima>>. Prima di conoscersi realmente, di
dialogare, di guardarsi negli occhi. A volte, questo giudizio può diventare una
<<sentenza di morte>>, perché uccide la comunicazione, il dialogo,
la possibilità di trovare un nuovo amico. Ed è proprio così che nascono le
guerre, i silenzi, i piccoli conflitti irrisolti della vita quotidiana. L’educazione di oggi, invece, è un’educazione che, nella maggior parte dei casi, si basa su interessi commerciali. E’ l’educazione che arriva da Internet, dalla Tv, dalla discoteca, dalla musica, dalle riviste per bambini e adolescenti. Anche questa è un’educazione corale. Ma si tratta di un coro stonato, in cui ogni voce sembra andare per conto suo, generando confusione. Un santo molto vicino ai ragazzi, don Luigi Orione, diceva: <<Il giovane ha bisogno di persuadersi che siamo interessati a fargli del bene, e che viviamo non per noi, ma per lui; che gli vogliamo bene sinceramente, e non per interesse, ma perché questa è la nostra vita, perché lui è tanta parte della nostra stessa vita, e il suo bene costituisce la nostra missione ed è il nostro intento e affetto in Cristo>>[viii]. Oggi, purtroppo, accade esattamente il contrario di ciò che insegnava don Orione. I giovani vengono avvicinati, soprattutto, per motivi di interesse. I minori, oggi, sono il 36 per cento della popolazione mondiale, ovvero 2,1 miliardi di persone su 6. Sono stati creati 87 canali televisivi dedicati ai bambini in tutto il mondo. Cinquanta dei quali negli ultimi tre anni. Se si considera che il 70 per cento delle famiglie del mondo è dotato di televisione, il quadro del grande <<business>> è chiaro. Negli Stati Uniti l’investimento annuale per il marketing pubblicitario rivolto ai bambini è di 12 miliardi di dollari, e si stima che i bambini americani influiscano sugli acquisti per oltre 500 miliardi di dollari l’anno[ix]. Molti programmi televisivi non puntano a educare. Puntano a vendere. Lo stesso accade con certe riviste, con certi siti Internet e con certi cantanti ai quali interessa semplicemente fare soldi. Sono loro, purtroppo, i <<nuovi educatori>>, che spesso si rivelano dei traditori. E combinano molti guai. Gli educatori-traditori trovano terreno fertile nelle <<nuove solitudini>> di tanti giovani. In certe vite segnate da sofferenze, incertezze, violenze, silenzi, incomunicabilità e situazioni familiari difficili.
La differenza tra l’educazione d’amore di ieri e l’educazione commerciale
di oggi si può riassumere in un problema fondamentale: la mancanza di una
cultura del limite.Questa cultura del limite, che deve essere alla base di ogni autentica civiltà,
si basa su due elementi fondamentali. Prima di tutto: la consapevolezza di avere
dei limiti. Capire che siamo degli esseri umani, limitati, e che non possiamo
fare tutto o avere tutto. La conseguenza è che non esiste più la cultura del limite e la sana consapevolezza dei propri limiti. Per esistere ed essere <<qualcuno>>, bisogna aspirare a raggiungere certi falsi modelli prodotti dai mass media. Pensiamo, ad esempio, a quegli spot dove genitori e figli fanno colazione nelle loro bellissime case. Sono veramente irreali! Innanzi tutto, osserviamo l’aspetto dei protagonisti. Il papà è un fusto tremendo, muscoloso, atletico, abbronzato al punto giusto. La mamma è sempre truccata e perfettamente pettinata. Sembra appena uscita dal parrucchiere (alle sette del mattino). E i figli? Sono anormali. Ragazzi svegli e scattanti, che non vedono l’ora d’andare a scuola. Si intrattengono con i genitori in conversazioni noiosissime sui <<valori nutritivi>> di biscotti, ciambelle e merendine. Questo genere di famiglia è spudoratamente falso, ed è il tipico quadretto che ci viene proposto dagli spot pubblicitari. Una famiglia bellissima e perfetta, che ha sempre due ore di tempo per fare colazione e nessuna fretta di correre incontro agli impegni della giornata. E’ una famiglia senza limiti. Senza cultura del limite. E chi non ce l’ha, non è bravo. Vi siete mai chiesti perché ci propongono questo tipo di immagini? Perché vogliono farci sentire perennemente insoddisfatti. La pubblicità ci mostra sempre dei modelli di perfezione assoluta, che dovrebbero rappresentare i nostri illimitati punti d’arrivo. Sono gli immaginari abitanti di un mondo irreale dove <<tutto è OK, tutto è all right>>, come dice il testo di una splendida canzone del complesso musicale Genrosso[x]. Lo scopo è quello di creare in noi un continuo stato di bisogno, di desiderio, di aspirazione a comprare, nell’illusione di riuscire ad assomigliare, un giorno, ai modelli irreali della Tv. Molte persone credono, purtroppo, che la felicità dipenda dal possesso delle cose che si hanno. Più cose si hanno, e più si dovrebbe essere felici. Ma è davvero così? Forse è esattamente il contrario. Più cose abbiamo, e più le cose condizionano la nostra vita. Ci costringono a occuparci di loro, e a pensare meno agli altri. Oltre a questo, bisogna fare caso a un termine che viene spesso utilizzato per definire tutti noi. Questo termine è <<consumatore>>. Una parola orribile, che racchiude la triste funzione assegnataci dal mondo della pubblicità: consumare, divorare, masticare, comprare. Insomma: spendere tanti soldi. E’ la triste legge dell’educazione commerciale, che ha sconvolto completamente il nostro senso di <<sazietà>>. I falsi modelli televisivi hanno danneggiato il nostro rapporto con le cose che ci servono per vivere. E così, abbiamo l’impressione d’avere sempre <<fame>>. Siamo spinti a comprare. Accumulare. Consumare. Anche quando non ce n’è realmente bisogno. Inoltre, si è completamente persa la sana cultura dell’aggiustare e del riutilizzare le cose.
Un tempo si aggiustavano le radio e le televisioni. Si riutilizzavano le scarpe
e i vestiti.
Oggi, invece, tutto è <<usa e getta>>. Gli oggetti vengono
costruiti per durare poco, essere buttati e ricomprati.
Fazzoletti <<usa e getta>>, rasoi <<usa e getta>>,
piatti <<usa e getta>>... Questo è un meccanismo pericoloso, che
rischia di influenzarci anche nella vita quotidiana. L’amore, oggi, si brucia con una velocità impressionante. Una frase che si sente dire spesso, al cinema o in televisione, è <<fare sesso>>. Ed è il simbolo di come si siano tristemente spoetizzati i rapporti tra l’uomo e la donna. <<Fare sesso>> è l’espressione del nulla. E’ il rapporto tra due esseri umani che si riduce a una banale dimensione di <<ginnastica>>. Tutto si consuma molto rapidamente. Sta scomparendo, sempre di più, la voglia d’aspettare, di assaporare gli attimi, di vivere al momento giusto le tappe importanti della propria vita. Per accorgersene, basta dare un’occhiata alle riviste per ragazzi che si trovano in edicola. Ce ne sono alcune che insegnano alle bambine di otto anni come truccarsi. E molte altre, rivolte agli adolescenti, danno le istruzioni sui metodi anticoncezionali o su come fare per abortire. Si vive troppo in fretta. Un bellissimo film di Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli, ha fotografato le immagini di un’epoca che sembra non esistere più. Un tempo di sane timidezze e di dolci pudori, in cui si aspettava perfino a guardarsi negli occhi. Questa pellicola, interpretata da contadini e gente della campagna bergamasca, è stata premiata nel 1978 con la Palma d’oro al Festival di Cannes. Racconta la vita di alcune famiglie lombarde di contadini, alla fine del secolo scorso. Dall’autunno alla primavera, quando il lavoro dei campi concedeva respiro, riprendevano le vicende degli uomini con i loro sentimenti, le loro paure, le speranze. Sia nelle cose di ogni giorno che negli avvenimenti più importanti e attesi, come la nascita di un bambino, un matrimonio o la festa del paese. La vita era povera e tutto acquistava valore e significato[xi].
All’inizio del film c’è una scena stupenda, che fotografa perfettamente la
poesia di quel tempo lontano. Un giovane contadino segue una ragazza, mentre
cammina su un viale di campagna. I due si fermano, e inizia un breve dialogo. Di conseguenza, il vuoto lasciato dai genitori sarà colmato, inevitabilmente, dalla spazzatura proposta dalla Tv, da certi idoli musicali e dagli altri mezzi di comunicazione. Il rischio, poi, è che i ragazzi rimangano degli eterni bambinoni. Che non crescano mai e non si assumano le proprie responsabilità. Con la scusa del <<lasciarli liberi di scegliere>>, i giovani finiscono per non essere educati. E la <<libertà>> diventa una trappola. Oggi, purtroppo, il termine <<libertà>> viene spesso inteso come <<libertà di fare tutto>>. Un invito a fare ciò che si vuole. In realtà, la vera libertà esiste quando l’uomo comprende il valore della <<cultura del limite>>. Per essere davvero liberi è necessario porre dei confini morali alle proprie azioni. Altrimenti, tutto diventa lecito. Non c’è più rispetto per se stessi e per gli altri. Per giustificare certi comportamenti negativi viene utilizzata un’altra parola molto popolare: <<libertà di scelta>>. Oggi si sente spesso dire che drogarsi è una <<scelta>>, abortire è una <<scelta>>, suicidarsi è una <<scelta>>, arricchirsi è una <<scelta>>, fare la guerra è una <<scelta>>, prostituirsi è una <<scelta>>, andare con le prostitute è una <<scelta>>... Ma che cos’è la scelta? La scelta è una cosa personale, che non tocca o danneggia gli altri. Quando vado dal gelataio, io <<scelgo>> di comprare un gelato alla frutta invece di quello al cioccolato. E quindi, faccio una <<scelta>> del tutto personale, che riguarda i miei gusti. Ma la guerra, l’aborto, il suicidio, la droga, la prostituzione, l’accumulo esagerato di ricchezze non si possono considerare delle <<scelte>>, perché toccano e danneggiano direttamente qualcun altro. La guerra uccide, sempre e comunque, migliaia di persone. L’aborto è la soppressione di un essere umano indifeso nel grembo materno. Il suicidio genera il dolore di tanta gente. La droga spinge l’uomo a non pensare e, quindi, a danneggiare la società. La prostituzione alimenta un mercato di schiavitù, di violenza e di morte. L’accumulo esagerato di ricchezze, e la mancata condivisione con gli altri, è un insulto alla povertà che dilaga nel mondo. Oggi, con la scusa della <<scelta>>, ci si sente autorizzati a compiere il male. Invece, sarebbe il caso di capire che noi non siamo soli. E che tutte le nostre <<scelte>> sono legate alla vita degli altri esseri umani. Ce lo ha fatto capire, tanti anni fa, il regista Frank Capra, con un’immagine molto bella del film La vita è meravigliosa. E’ la storia di un angelo che riesce a distogliere un uomo in crisi, George Bailey, dalla sua intenzione di suicidarsi. George (l’attore James Stewart), nel corso della sua esistenza, non aveva fatto altro che seminare il bene. Aveva costruito un villaggio per i poveri e salvato la vita a suo fratello Harry. Il fratello, a sua volta, aveva salvato la vita a tanti soldati, durante la guerra. L’angelo mostra a George come sarebbe stata diversa, e triste, la sua città se lui non fosse mai nato. Nessuno avrebbe mai costruito le case per i poveri. E nessuno avrebbe salvato la vita a suo fratello, il quale, essendo morto, non avrebbe potuto salvare i soldati. L’angelo dice a George: <<La vita di un uomo è legata a quella di tanti altri uomini. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto>>.
E’ questo che bisogna ricordare. Che non siamo soli. Ogni nostra scelta può
condizionare, nel bene o nel male, la vita degli altri.
L’invito <<Fai ciò che vuoi>> non può che trasformarsi in un
invito al nulla. Se non esistono limiti o regole precise, si finisce
necessariamente sulla strada del nichilismo. Il bene e il male si confondono in
un unico calderone. L’uomo sceglie le regole che più gli fanno comodo,
inseguendo i suoi egoistici desideri.
Bisogna, invece, insegnare a non superare i limiti, intesi come regole della
vita. La necessità di avere dei confini, oltre i quali può essere pericoloso
avventurarsi.
La vera educazione è quella che propone dei limiti, delle regole, dei
<<no>>. Inizialmente può sembrare meno simpatica e meno gradita, ma
a lungo andare si rivela vincente. Ed è quella che può dare un contributo
positivo alla nostra società.
Allo stesso tempo, sembra scomparire l’antica cultura del cortile e della
piazza, luoghi all’aperto in cui i bambini praticavano tradizionali giochi di
gruppo, più allegri e creativi. La vita, però, non è un videogioco. Il videogame, una volta concluso, si può spegnere e riaccendere, per poi ricominciare da capo. I personaggi uccisi tornano miracolosamente in vita e sono pronti nuovamente a combattere. Nella vita reale, invece, se io uccido una persona, la cancello per sempre. Non ho la possibilità di <<spegnerla>> e <<riaccenderla>>, come un videogioco. Un mio gesto può avere conseguenze terribili, alle quali non potrò più porre rimedio. E’ una riflessione che tutti noi dovremmo fare, soprattutto quando pensiamo a certi omicidi e atti di violenza che, negli ultimi anni, hanno avuto come protagonisti i giovani. Televisione, cinema e videogiochi hanno certamente cambiato la percezione della morte nelle nuove generazioni. L’hanno ridotta a una dimensione virtuale, falsa, priva di significato. E quindi, hanno innescato nei ragazzi dei meccanismi pericolosi. C’è una differenza abissale tra la morte conosciuta attraverso la Tv e quella vera. Ne è convinto anche don Antonio Mazzi, un sacerdote che si è molto impegnato per i giovani, attraverso l’opera della sua Fondazione Exodus. Secondo lui, <<il dolore vero ti tocca in profondità>>, mentre <<quello sullo schermo è solo spettacolo, roba al di fuori di noi>>. <<Il rantolo di un vecchio che muore>>, spiega don Mazzi, <<e persino il gemito di una bestia al macello, sono dolore vero che ti cambia, e quasi ti vaccina. Questi ragazzi, invece, non sono stati vaccinati. Credono che riprodurre nella realtà ciò hanno visto nella finzione sia altrettanto indolore come quando quei gesti erano un film. E’, credo, ciò che è accaduto a Novi Ligure. Un’adolescente ha creduto che uccidere fosse semplice come vederlo in Tv[xii]. E’ il rischio esplosivo portato da un’infanzia di esperienze virtuali. Conosco una ragazza che ha ucciso il padre. Non sa spiegare perché. Se sapesse spiegare che cosa ha dentro, nemmeno avrebbe fatto ciò che ha fatto>>[xiii]
Don Mazzi ha ragione. Siamo tutti terribilmente immersi in un mondo virtuale, in
cui si perde di vista il senso reale della vita. Una vita che, invece, dovrebbe
richiamarci e interrogarci continuamente con i suoi drammi. Con le sue
solitudini. Con il grido disperato di tante persone che hanno bisogno d’amore,
d’affetto e d’ascolto. Di una parola e di una voce amica.
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