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Una Passione di violenza e di amore Vittorio Messori |
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Il Papa stesso non ha visto che una versione provvisoria, mancante tra l'altro di parte delle musiche. Ma sì, stasera siamo i primi, gli italiani dovranno attendere sino al 7 aprile, i francesi e gli spagnoli addirittura sino a giugno. Quando finiscono di scorrere i titoli di coda, dove i nomi americani si alternano a quelli italiani, dove i ringraziamenti al Comune di Matera si affiancano a quelli per teologi e specialisti di lingue antiche, dove Rosalinda, la figlia di Celentano (il diavolo) sta accanto a un'ebrea romena (la Madonna), quando il tecnico abbassa la leva che ridà la luce, nella saletta continua il silenzio. Due donne piangono, quietamente, senza singhiozzi; il monsignore in clergyman che ho accanto è pallidissimo, gli occhi chiusi; il giovane segretario tormenta nervoso un rosario; un timido, solitario inizio di applauso si spegne subito, nell'imbarazzo. Per molti, lunghissimi minuti nessuno si alza, nessuno
si muove, nessuno parla. Dunque, quanto ci annunciavano era vero: The
Passion of the Christ ha colpito, l'effetto che Gibson voleva si è
realizzato in noi, prime cavie. Per quanto vale, io stesso sono
sconcertato e muto: per anni ho passato al vaglio, una per una, le parole
del greco con cui gli evangelisti narrano quegli eventi, nessuna minuzia
storica di quelle 12 ore a Gerusalemme mi è sconosciuta, ne ho tratto un
libro di quattrocento pagine che Gibson stesso non ha ignorato. So tutto.
O, meglio, scopro adesso che credevo di sapere: tutto cambia se quelle
parole si traducono in immagini di una tale potenza da trasformarle in
carne e in sangue, in segni graffianti di amore e di odio. In effetti sul set è avvenuto assai più di quanto non
si sappia, molto resterà nel segreto delle coscienze: conversioni,
liberazioni dalle droghe, riconciliazioni tra nemici, abbandono di legami
adulterini, apparizioni di personaggi misteriosi, esplosioni di energie
straordinarie, figuranti lucani che si inginocchiavano al passaggio dello
straordinario Caviezel-Gesù, persino due folgori, una delle quali ha
colpito la croce, e che non hanno ferito alcuno. E, poi, coincidenze lette
come segni: la Madonna con il volto dell'attrice ebrea a nome Morgenstern
che, lo si è notato solo dopo, è, in tedesco, la Stella Mattutina delle
litanie del rosario. In sintesi estrema, la «cattolicità» radicale del film sta innanzitutto nel rifiuto di ogni demitizzazione, nel prendere i vangeli come cronache precise: le cose, ci viene detto, sono andate così, proprio come la Scrittura le descrive. Il cattolicesimo sta, poi, nel riconoscimento della divinità di Gesù che convive con la sua piena umanità. Una divinità che erompe, drammaticamente, nella sovrumana capacità di quel corpo di subire una quantità di dolore come mai alcuno né prima né dopo, in espiazione di tutto il peccato del mondo. Ma la «cattolicità» radicale sta anche nell'aspetto «eucaristico», riaffermato nella sua materialità: il sangue della Passione è intrecciato di continuo al vino della Messa, la carne martoriata del corpus Christi al pane consacrato. E sta, pure, nel tono fortemente mariano: la Madre e il Diavolo (che è femmina o, forse, androgino) sono onnipresenti, l'una con il suo dolore silenzioso, l'altro - o l'altra - con il suo compiacimento maligno. Da Anna Caterina Emmerich, la veggente stigmatizzata, Gibson ha preso intuizioni straordinarie: Claudia Procula, la moglie di Pilato, che offre, piangendo, a Maria i panni per raccogliere il sangue del Figlio è tra le scene di maggior delicatezza in un film che, più che violento, è brutale. Come brutale fu, appunto, la Passione. Il Pietro disperato dopo il rinnegamento, si getta ai piedi della Vergine per ottenere perdono. Credo, comunque, che l'importanza, anche teologica, attribuita alla Madonna nonchè l'eucarestia, non spiritualizzata, non ridotta a «memoriale» ma vista nel modo più materiale, dunque cattolico (la transustanziazione ), creeranno qualche disagio nelle chiese protestanti americane che, senza avere visto il film, già si sono organizzate per favorirne la diffusione. Se al martirio sono dedicate due ore, due minuti bastano per ricordare che non fu quella l'ultima parola. Dal venerdì santo alla domenica di Pasqua, alla risurrezione, che Gibson ha risolto accogliendo una particolare lettura delle parole di Giovanni: uno «svuotamento» del lenzuolo funerario, lasciando un segno sufficiente per «vedere e credere» che il suppliziato ha trionfato della morte. Antisemitismo o, almeno, antigiudaismo? Non scherziamo con parole troppo serie. A visione effettuata, penso abbiano ragione i non pochi, e autorevoli, ebrei americani che ammoniscono i loro correligionari di non condannare prima di vedere. Chiarissimo è, nel film, che ciò che grava sul Cristo
e lo riduce in quello stato non è la colpa di questo o di quello, bensì
tutto il peccato di tutti gli uomini, nessuno escluso. All'ostinazione nel All'inizio del film, prima che il dramma si scateni, la
Maddalena chiede, angosciata, alla Vergine: «Perché questa notte è così
diversa da ogni altra?». «Perché - risponde Maria - tutti gli uomini
erano schiavi e ora non lo saranno più». Tutti, ma proprio tutti: «giudei
o gentili» che siano. Quest'opera, dice Mel Gibson amareggiato da
aggressioni preventive, vuol riproporre il |