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Anni interi passati sotto anestesia Testimonianza di G.M. Tratto da Dalle sponde del Gange alle rive del Giordano - Ed. Ancora |
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Diplomata nel 1969 all'Ecole de Haut Enseìgnement
Commercial, nel 1970 ottenevo la laurea in inglese, per diventare addetta di
direzione. Nel settembre 1969 fui iniziata alla Meditazione Trascendentale da
un discepolo di Maharishi Mahesh Yogi. L'ho praticata per sei anni e tre mesi
prima di abbandonarla nel gennaio 1976. Sono divenuta istruttore di questa tecnica nel dicembre 1971, cioè poco
più di due anni dopo la mia iniziazione e da quel momento fino all'interruzione
definitiva me ne sono occupata a tempo pieno, salvo un periodo di circa un
anno. Ho esercitato nel movimento nazionale di M.T. in
Francia le funzioni di: - Segretaria nazionale; - Segretaria all'Académie Internationale Maharishi»,
centro di corsi e di formazione d'istruttori in Francia; - Interprete nei corsi di formazione d'istruttori a
livello internazionale; - Istruttore in un centro di M.T. in provincia. Ho inoltre partecipato alla traduzione del libro di
Maharishi: La science de l'Etre e
l'art de vivre. Nel corso di questi anni ho avuto l'occasione di
partecipare a sessioni dì «tecniche avanzate» nel dicembre 1971 e nel marzo
1975. Divenuta istruttore, ho potuto accedere ai corsi di «tecniche speciali»
nel luglio 1975. Attraverso i diversi corsi e sessioni ho potuto iniziare
circa un centinaio di persone alla Meditazione Trascendentale. Dopo questa rapida presentazione, vorrei esporre il mio percorso, e anzitutto le ragioni che mi hanno portata a intraprendere una
iniziazione alla M.T. Ero stata educata in un ambiente cattolico serio e avevo sempre sentito l'attrattiva per le cose della religione (letture spirituali, studio della teologia e della morale cattolica, ecc.). Infatti, non ho mai conosciuto la crisi per la quale passano spesso le adolescenti e non avevo mai rimesso in questione le mie credenze, delle quali ero profondamente convinta Ma non potevo dire che la religione cattolica mi
procurasse l'equilibrio e la felicità alle quali aspiravo e trovavo che essa
non mi era di alcun aiuto nei problemi psicologici che assumevano una grande
importanza nella mia vita. Capivo che si doveva amare il prossimo, ma
ragionavo così: Che cosa posso fare se non amo, se non riesco ad amare? Non
avevo ancora compreso (ma nessuno del resto me lo aveva spiegato) che amare
consiste non nel sentire che
si ama ma nel voler amare. Nel 1969, arrivata all'età di 30 anni, sentivo, nonostante l'equilibrio apparente della mia vita sia sul piano personale che professionale, una grande incertezza interiore, delle difficoltà - il più delle volte non esplicite - con certe persone (tra cui in particolare mia madre e gli uomini in generale) e un certo numero di complessi. Davanti a tutte queste difficoltà mi sembrava che la religione cattolica che praticavo «normalmente» non mi aiutasse in niente. (1) Avendo constatato in una mia amica che aveva cominciato la M.T. dei risultati che mi parvero molto interessanti, mi feci iniziare. Per quanto mi riguarda, non ho mai avuto risultati
spettacolosi come ne hanno certe persone fin dal momento della loro
iniziazione. Tuttavia, dopo alcuni mesi di pratica, mi trovavo già meglio con
me stessa; progressivamente avevo l'impressione di essere più distaccata dal
risultato delle mie azioni e dall'opinione che si poteva avere di me; avevo più
fiducia in me stessa e mi sembrava di riuscire più di prima a prendere una
certa distanza dai problemi, dalle cose e dalle persone. Infine, in maniera
generale, mi trovavo più distesa e al tempo stesso più efficiente nella mia
attività. Nel corso dei miei anni di pratica non ho mai avuto
l'impressione che la M.T. mi allontanasse dalla religione. Mi sembrava, al
contrario, che trovandomi più distesa, «meglio nella mia pelle», fossi
anche più aperta a un certo numero di cose, meno critica nei riguardi, tra le
altre cose, della religione e dei preti. Infatti mi sentivo molto più
attirata, in profondità mi sembrava, verso l'essenziale della religione. Arresto della MT Ho abbandonato la M.T. progressivamente nel corso
del gennaio 1976. Le ragioni, come posso ora analizzarle, sono le seguenti: Sul piano
fisiologico. Non
ero molto soddisfatta del mio stato di salute. Ho sempre avuto quella che si
chiama comunemente una «buona salute». Mentre, agli inizi, la M.T. mi dava
l'impressione di rigenerarmi e di rimettermi rapidamente in forma quando ero
stanca, trovavo che non era più affatto così. E' vero che, dopo quattro o
cinque anni di meditazione, meditavo molto (da un'ora e mezzo a due ore per
giorno). Al punto che, con un metabolismo necessariamente abbastanza
rallentato, mi trovavo in permanenza nello stato di una convalescente. E
quello che consideravo allora come un'attività normale (e che adesso mi
sembra costituire un minimo) era costantemente al di sopra delle mie forze. In
realtà, mi trovavo presa in un circolo vizioso perché, essendo stanca,
meditavo di più e, meditando di più, ero meno idonea a far fronte alla mia
attività, stanca in permanenza, senza dinamismo né trasporto. Sul piano psicologico. Nello stesso tempo, non mi ripromettevo affatto di ridurre il mio tempo di meditazione, perché prendevo progressivamente una certa distanza dalle persone e dalle cose che mi causavano fatica. Essendo tutto apparentemente più conciliante, limitavo il più possibile i miei contatti con l'esterno e soprattutto con i «non meditanti». E non desideravo per niente che tutto questo cambiasse, perché mi sembrava più favorevole alla mia «evoluzione» non disperdere la mia energia al di fuori dell'ambiente della meditazione. Questo si spiega evidentemente in parte con il fatto che, mancando di energia, ne avevo appena abbastanza per le attività essenziali della mia vita e non avevo forze supplementari da spendere. Ero relativamente cosciente di questa situazione negli ultimi tempi della meditazione, ma in realtà, nel profondo di me stessa, non desideravo cambiare lo stato delle cose. Sul piano
spirituale. Dio
permise che quattro punti venissero ad apparirmi come sufficientemente
importanti per decidermi a cercare di vederci chiaro una volta per tutte. Le
obiezioni quanto alla possibilità di conciliare la M.T. e la fede in Gesù
Cristo me lo ero già formulate verso il 1972; ma all'epoca, pur avendo
coscienza delle questioni poste, trovavo tuttavia che la M.T. avesse
un'influenza positiva sul mio atteggiamento religioso. I punti critici che
individuavo sono in breve i seguenti: 1. La M.T. presume di essere e si considera una
tecnica «autosufficiente». Essa mira all'evoluzione dell'uomo per opera
dell'uomo stesso, con l'aiuto di ciò che è
presentato
come una tecnica, la quale, praticata in modo regolare e sistematico, offre
automaticamente alcuni risultati. Essa ignora dunque assolutamente Gesù
Cristo, il mistero della Redenzione e della Grazia. 2. Uno dei punti essenziali dell'insegnamento di
Maharishi è che l'uomo è
fatto per
essere felice, che non è necessario soffrire e che val meglio cominciare con
l'eliminare la propria sofferenza prima di dedicarsi ad alleviare quella degli
altri. Praticamente parlando, il meditante respinge al massimo le occasioni di
sofferenza e, tra le altre, lo stress causato dall'ambiente (in questo
discorso, la parola «ambiente» include sia le persone sia il contesto
geografico, sociale, ecc.). Il meditante vuole a ogni costo preservare la sua
sfera di evoluzione e rifiuta che sia contaminata dallo stress degli altri.
Pur avendo un'apparente apertura agli altri, il meditante si ripiega molto su
se stesso e, a rigore, sugli altri meditanti, allo scopo di non ritardare la
sua evoluzione personale. Il valore redentore e salvifico della sofferenza è
non solo ignorato ma respinto. 3. Dai due punti precedenti risulta che la M.T. non
comporta, a mio avviso, alcuna vera apertura sull'Amore vero. Penso che si
possa dire che M.T., se dà talvolta una certa impressione di amare di più e
di essere più capaci di amare (in particolare per il fatto che ci si sente più
distesi, meno ansiosi, ecc.) non dà in ogni caso alcun slancio
d'amore, alcuna volontà di amare che si traducano in atti. 4. «Meditare», secondo la M.T., consiste nel
ripetere mentalmente una parola secondo certe modalità. Non mi ero mai
veramente chiesta da dove venissero quelle «parole» né se fossero rivolte a
qualcuno e, in caso affermativo, a chi. Poi la luce si fece in me e potei
constatare che, tra i mantra che avevo a mia disposizione, un certo numero di
essi almeno erano nomi di divinità indù. Ora, in che consiste l'invocazione
del nome di Dio? Nel fatto di metterci in comunicazione con lui. Avendo
scoperto che cos'erano i mantra, abbandonai la M.T., per l'evidente ragione
che non volevo mettermi in comunicazione con qualcun altro all'infuori del
vero Dio. Al presente ho la precisa convinzione che la
ripetizione del mantra nella M.T.
sia un'invocazione fatta al demonio stesso e che il solo fatto di mettersi in
meditazione secondo la M.T. sia fare appello, coscientemente o no, a Satana. Nel gennaio 1976 mi sembrò dunque chiaramente che la
pratica della M.T. si opponesse fondamentalmente alla fede in Gesù Cristo, al
suo Amore, alla sua Grazia onnipotente, e che fosse assolutamente
incompatibile con la mia intenzione di essere al Suo servizio. Abbandonata la Meditazione Trascendentale, non posso
dire di aver provato difficoltà particolari se non quella derivante dal fatto
che non sapevo che cosa sarebbe venuto a sostituirla. Ma sentivo che dovevo
orientarmi verso la preghiera . Fortunatamente, non sono rimasta senza aiuto, e la
mia evoluzione interiore continuò, grazie specialmente a: - alcune amiche che seguivano la stessa strada e che
cercavano attivamente; - la partecipazione a riunioni di gruppi di preghiera
del «Rinnovamento». - l'incontro con un cristiano laico che è stato per me come una guida spirituale in quell'anno 1976 e che mi ha messa in rapporto con un prete esorcista. Questo prete, che ha incontrato molti meditanti e iniziatori, ha riconosciuto nella maggior parte di essi ciò che egli chiama un «aggiornamento» del demonio e, in un caso almeno, una possessione caratterizzata; - la lettura di libri e, in particolare: gli Scritti spirituali di Suor Elisabetta
della Trinità, Un appello all'Amore di Josefa
Menendez, i Manoscritti autobiografici di S. Teresa di
Gesù Bambino e Réalisme spirituel de
Thérèse de Lisieux
(di
Victor Sion). Questi scritti mi hanno fatto comprendere in che cosa veramente
consiste l'Amore, l'Amore di Dio per noi, e come possiamo a nostra volta amare,
unica sorgente di vera felicità. Conclusione Guardandomi indietro a distanza di diversi
mesi, vedevo sempre più chiaramente come la pratica della MT avesse significato
seguire una via facile, e anche seducente, ma assolutamente falsa e pericolosa
sul piano spirituale. Mi ero trovata cambiata grazie alla pratica
della M.T., e credevo sinceramente che fosse in bene. Ero stata, diciamolo
francamente, abbastanza «soddisfatta» di questa evoluzione. Mi era sembrato
che la M.T. mi avesse liberata su diversi punti, avesse colmato in me certe
lacune e avesse fatto scomparire certi difetti. Non ero arrivata a rinnegare il
Cristo, ma mi ero sentita sempre più lontana dalle persone che non meditavano. La M.T. pretende di essere una tecnica
d'integrazione della personalità. E'
certo
che, per l'effetto del rilassamento che produce, si verificano, in ogni caso
all'inizio, miglioramenti del carattere e del comportamento, come ho già detto
sopra. Tuttavia, vedo ora quello che chiamerei il
«falso realismo» della MT, nel senso che si tratta di una maschera gettata
sulle mancanze e sui difetti della personalità più
che di una reale evoluzione spirituale. Ho adesso l'impressione di aver
vissuto per così dire sotto anestesia per degli anni. Per esempio, credevo che
certi difetti si fossero attenuati, o perfino che fossero scomparsi. Era
semplicemente dovuto in gran parte al fatto che certe reazioni non si
esteriorizzavano a motivo del mio abbassamento di energia vitale. Ora che il mio
metabolismo è tornato alla normalità, non è vero niente. Insomma, credevo di
essermi in qualche modo santificata; ero semplicemente addormentata. Di fronte a questo, ho al presente trovato quello che io considero il vero realismo spirituale, quello di Teresa di Lisieux: riconoscersi e accettarsi con il proprio peccato e anche con tutte le proprie imperfezioni propriamente umane (complessi, ecc., tutte quelle cose che io rifiutavo) davanti a Gesù Cristo che ci accetta e ci ama anche così, davanti a Gesù Cristo che ricolma il povero della sua Grazia e dei suo Amore, lo salva e ne fa uno strumento del suo amore e della sua Pace. NOTE: 1)
Ci sono anche numerose persone che optano per la Meditazione Trascendentale
sotto la spinta di motivazioni autenticamente spirituali, perché non trovano
nella fede cristiana o in se stesse la sorgente della loro vita interiore. Benché
presentata e pur potendo essere vissuta come una pura tecnica di rilassamento,
la Meditazione Trascendentale è veramente una via spirituale e tale è
considerata da alcuni. Ma si tratta di una spiritualità «parallela» che, in
definitiva, non raggiunge mai Dio.
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