|
|
Buddismo: tutto è sofferenza Dennis Gira (1) "Il est vivant" N°146 - Luglio/Agosto 1998 |
|
|
L'atteggiamento dei buddisti di fronte alla sofferenza riprende come un eco la prima predicazione del Buddha dopo la sua esperienza dell'illuminazione. In effetti, in questo sermone, il Buddha ("l'Illuminato") parla delle "quattro nobili verità" di cui la prima afferma che tutto è sofferenza. Nella seconda verità, egli spiega che l'origine di questa sofferenza è l'ignoranza spirituale dell'uomo e tutte le passioni perturbatrici che ne derivano. Egli considera poi lo stato dell'uomo totalmente liberato dalle sue passioni, e quindi di tutta la sofferenza. Infine, nella quarta verità, egli spiega ciò che l'uomo deve fare per arrivare a questa liberazione. L'approccio del Buddha è quello di un bravo medico che constata la malattia, ne cerca la causa, rassicura il malato che può guarire e poi gli prescrive la terapia adatta. Samsara et karma Per comprendere l'analisi buddista dell'universalità della sofferenza, bisogna innanzitutto familiarizzare con due nozioni piuttosto estranee alla nostra visione dell'uomo e del mondo: quella del samsara e quella del karma. Il samsara è il ciclo incessante di nascite e di morti di cui tutti gli esseri viventi sono prigionieri. Questa parola, "prigioniero", può sorprendere quei tanti che, qui in occidente, sono convinti che una sola vita non basti per realizzare il loro potenziale umano, e si interessano quindi alla reincarnazione. Essi potrebbero (o dovrebbero) domandarsi: perché questo ciclo è qualcosa di negativo per le tradizioni dell'estremo oriente? I maestri di queste tradizioni hanno riflettuto a lungo su tutto ciò che implica per l'uomo il fatto di essere dentro il samsara. Innanzitutto c'è la lunghezza del ciclo che non si misura nè in anni, nè in secoli, nè in millenni. I buddisti parlano di kalpa, essendo il kalpa il tempo che occorrerebbe per far sparire l'Himalaya se una volta ogni tre secoli lo si sfiorasse con un tessuto molto fine! E ci sono tanti kalpa quanti sono i granelli di sabbia nel Gange. In più, l'essere non nasce sempre come uomo. Può nascere come divinità (la cui vita può durare alcuni kalpa, ma mai per l'eternità), come uomo, come animale, come dannato negl'inferi (anche qui può trattarsi di una durata terribilmente lunga che ha tuttavia una fine). E ogni essere sale e scende questa scala delle esistenze secondo la qualità degli atti che avrà compiuto nella sua vita. Si tratta della legge karmika (karma= l'atto e le sue conseguenze) da cui nessuno è esentato. Un atto karmicamente negativo - vale a dire un atto egocentrico - porterà sempre un frutto negativo in una prossima vita. E se soffriamo in questa vita, ciò dipende da atti negativi compiuti in una vita precedente. Per un uomo assennato, non c'è dunque niente di più vano che tentare di garantirsi una rinascita gradevole, giacchè questa non sarà che una vita dentro una serie di esistenze di cui ognuna termina con la sofferenza e la morte. Il solo obbiettivo degno dell'uomo è quindi di uscire definitivamente dal ciclo. Tutto è sofferenza? Ora possiamo riflettere un pò meglio su questa affermazione, così difficile da accettare, secondo la quale tutto è sofferenza. Prima di tutto bisogna precisare che nella sua predicazione il Buddha non ha mai detto che tutto è sofferenza, poiché non si esprimeva nella nostra lingua! Egli ha detto che tutto è dukka, che è un termine solitamente tradotto con "sofferenza" ma che ha in realtà molte sfumature. Il termine dukka ha senz'altro il significato di sofferenza fisica, ma il Buddha sapeva bene quanto noi che non si soffre sempre e solo fisicamente. C'è anche la sofferenza psicologica. Sebbene questa forma di sofferenza sia più diffusa della sofferenza fisica, è evidente che non sempre si soffre psicologicamente. La chiave che permette di comprendere perché il Buddha affermi che tutto è sofferenza si trova nel terzo significato di dukka che è il carattere effimero di ogni fenomeno. Chi vuole entrare nelle logica di questa analisi può semplicemente pensare a uno dei momenti più felici della sua vita e rispondere a una domanda molto semplice: " qual'è la cosa che ti sei augurato di più in quel momento?". La risposta rischia di essere: "Che durasse!". Ma c'è una seconda domanda che pongono i buddisti e non è da poco: "Può durare?" Chi risponde "no" a questa domanda (che è l'unica risposta saggia e onesta) comprenderà il vero senso dell'affermazione buddista: tutto è sofferenza. Ogni uomo in effetti è convinto che esista in lui qualche cosa che resiste ai cambiamenti incessanti che caratterizzano l'esistenza di di tutti i fenomeni di questo mondo. L'individuo fa di tutto dunque per realizzare il suo "se permanente" e non cessa, per raggiungere questo scopo, di compiere atti egocentrici. E', in fin dei conti, un'auto-condanna alla frustrazione perpetua. Cioé, l'essere umano ha questa straordinaria capacità, infelice secondo i buddisti, di volere con tutto il suo essere la sola cosa che non potrà mai avere: una felicità duratura fondata sulle sabbie mobili di un mondo sostanzialmente effimero. In più, compiendo atti egocentrici che mirano a realizzare questo desiderio illusorio, l'uomo non fa che ottenere per se stesso delle rinascite infelici e aggravare la sofferenza degli altri che rischiano di essere feriti dal suo comportamento. La via della liberazione Secondo i buddisti, per rimediare a questa situazione, l'uomo deve correggere la sua visione del mondo. Giacché per tutto il tempo che resta attaccato all'idea che esista in lui questo "se permanente", egli continua a comportarsi in modo egocentrico. Nella sua ignoranza, si attaccherà a delle idee, a delle persone e soprattutto a se stesso; vorrà possedere le cose, dominare gli altri individui etc. E continuamente frustrato girerà in tondo nel ciclo delle nascite e delle morti. In sintesi, farà l'esperienza dolorosa della verità affermata nel primo versetto del Dhammapada (raccolta di aforismi dell'antico Canone di scritture buddiste): "In tutte le cose, l'elemento primordiale è quello mentale; la mente è predominante: tutto avviene per mezzo della mente. Se un uomo parla o agisce con una mente cattiva, la sofferenza lo segue così appresso come la ruota segue lo zoccolo del bue che tira il carro". Al contrario, l'uomo lucido che riflette sulla sua esperienza, riconosce di non essere meno effimero del mondo in cui vive, e potrà liberarsi dall'attaccamento al suo "piccolo sé" che non merita minimamente l'attenzione che abitualmente noi gli accordiamo. Correggerà il suo sguardo sul mondo, sulle cose e su se stesso per accordarsi con la realtà. L'illusione che è l'origine delle sue passioni perturbatrici sarà dissipata e i desideri che lo spingono a un comportamento egocentrico, saranno sradicati. Farà dunque l'esperienza descritta nel secondo versetto del Dhammapada: " In tutte le cose, l'elemento primordiale è quello mentale; la mente è predominante. Tutto avviene attraverso la mente. Se un uomo parla o agisce con una mente purificata, la felicità l'accompagna come la sua inseparabile ombra".
Argomenti collegati: La sofferenza nella prospettiva cristiana: Dio prende si di se le nostre sofferenze
(1)Direttore aggiunto dell'Istituto di scienza e Teologia delle religioni a L'istituto cattolico di Parigi |