Nelle puntate precedenti
abbiamo per sommi capi esaminato il significato dell’esperienza religiosa,
le componenti fondamentali e alcuni aspetti evolutivi dell’atteggiamento
religioso. Considerazioni del tutto particolari vanno però fatte sulla
religiosità tipica dell’età adolescenziale e giovanile. In questo periodo
della vita l’atteggiamento più comune nei riguardi degli adulti è la
contestazione e il rifiuto nei riguardi dell’intero universo di significati
e relazioni nel quale il bambino era stato educato. Questo atteggiamento di
rifiuto riguarda, naturalmente, anche l’educazione religiosa ricevuta.
La funzione educativa dei genitori durante l’adolescenza
è molto importante e costituisce una vera e propria sfida, poiché i genitori
devono essere in grado di rispondere alle contestazioni e alle critiche non
solo con competenza, sincerità ed equilibrio, ma anche e soprattutto con la
testimonianza. L’adolescente e il giovane, infatti, non accettano più
ordini, minacce e proclamazioni di principi: pretendono di vedere gli ideali
espressi a parole trasformati in valori vissuti quotidianamente.
Non sempre i genitori, impegnati in questo compito
educativo, difficile e pieno di incognite, riescono a trovare la strada
migliore per non perdere il contatto con i propri figli. E’ così che
l’incomprensione, nel tempo, scava un solco profondo tra l’educazione
religiosa ricevuta da bambini e quella proposta da altri. Nella società
pluralistica in cui viviamo le proposte di nuove spiritualità sono talmente
variegate e allettanti che è facile, per i nostri giovani, entrare in qualche
gruppo pseudoreligioso nella speranza di trovare quelle risposte che la
religione di appartenenza sembra non essere in grado di dare.
Il proselitismo dei Nuovi Movimenti Religiosi si rivolge ai
giovani nei luoghi in cui questi ultimi passano una buona parte del loro
tempo. Anche la scuola diventa un terreno fertile per contattare i giovani e
invitarli a partecipare a qualche incontro.
Tra le tecniche di proselitismo "nascosto"
utilizzate da certi gruppi c’è quella di introdursi nella scuola come
associazioni di consulenza psicopedagogica impegnate nell’assistenza ai
ragazzi con difficoltà di apprendimento. Poiché molte scuole hanno a loro
disposizione fondi da utilizzare a questo scopo, è possibile che persone non
qualificate possano presentarsi in modo talmente rassicurante da entrare nella
scuola attraverso attività mattutine o pomeridiane che, inizialmente, non
presentano alcun problema. La consulenza iniziata nella scuola potrebbe
continuare presso il "centro di consulenza" esterno e privato nel
quale il giovane verrebbe seguito regolarmente da "psicologi". Nella
realtà, è accaduto che il "centro" in questione si sia rivelato,
poi, un gruppo "psicospiritualista" che non aveva nulla a che vedere
con la psicologia e che si era servito della scuola (una struttura pubblica
ritenuta affidabile dai genitori) per catturare i giovani all’insaputa di
tutti.
Come si fa a distinguere questi centri da altri competenti
ed autorizzati? Non basta il timbro di autorizzazione di qualche ufficio del
Comune di appartenenza. E' necessario informarsi presso chi ha rilasciato
l’autorizzazione del Comune, accertarsi che il centro abbia una sede legale
e pubblica, che sia autorizzato, che abbia personale qualificato e che sappia
fornire chiarificazioni sulle metodologie psicologiche e orientamenti teorici
sui quali si fonda. Se la risposta a tutte queste domande è generica, se il
responsabile si limita a dire "abbiamo orientamenti eclettici"
oppure "accettiamo qualsiasi contributo" è consigliabile indagare
più a fondo.
Un altro modo per attirare i giovani (in particolare quelli
che frequentano la scuola superiore) è quello di pubblicizzare, nei pressi
della scuola, dei corsi di lingua straniera gratuiti. I giovani vengono
invitati ad andare in un centro in cui alcune persone di madrelingua sono a
loro disposizione senza richiedere alcun onorario. Nella realtà è accaduto
che i giovani che hanno aderito all’invito, dopo un certo tempo, si sono
accorti di essere entrati all’interno di un gruppo religioso di cui
ignoravano l’esistenza e lo studio della lingua era stato solo un modo per
veicolare le dottrine del gruppo a loro insaputa.
Un’altra tecnica di proselitismo nascosto è quella che
viene attuata nelle scuole e nelle parrocchie da gruppi religiosi che
veicolano dottrine "buddiste". In questi luoghi, ritenuti
"sicuri", i giovani vengono invitati da persone gentili e
disponibili a partecipare a incontri che si svolgono in case private nei quali
si recitano "mantra" in gruppo. Al momento dell’invito non viene
mai detto che le pratiche in questione sono tipiche di una
"religione", o di una organizzazione religiosa. Viene solo proposta
un’esperienza utile per accrescere la "concentrazione" e ottenere
"benefici" di vario genere (salute, affetti, successo ecc.) Inoltre
il giovane viene sempre rassicurato del fatto che l’esperienza proposta non
obbliga a nessun impegno, tantomeno a quello di rinunciare alla propria
religione.
Purtroppo gli ignari giovani non sanno
(ma chi li recluta in questo modo sì), che, dalla pratica dei mantra, si
passa lentamente allo studio e all’accettazione della dottrina che ne è
alla base, per cui, o si abbandona la religione di origine oppure si inizia a
vivere nella doppia appartenenza, un fenomeno estremamente dannoso e
pericoloso per l’intera comunità ecclesiale.
Nei luoghi di ritrovo dei giovani, nelle scuole e nelle
parrocchie i giovani sono anche invitati a praticare una forma di "autoguarigione"
chiamata "reiki",
oppure forme varie di medicine "alternative" (profumi, colori, cristalli,
fiori,
ecc.) tipiche del mondo New Age. Queste pratiche vengono proposte con
l’intento di ottenere la guarigione e il benessere psicofisico. In un
momento come quello che attraversano i giovani tra i 14 e i 18 anni di età,
in cui l’aspetto fisico e la salute rivestono un’importanza vitale per la
propria identità personale, queste pratiche assumono un fascino particolare
perché sembrano risolvere tutti i problemi. Una volta iniziata l’esperienza
i giovani vengono coinvolti in pratiche di tipo spirituale assolutamente
inconciliabili con la fede cristiana.
Un’altra forma di proselitismo viene attuato nel momento
in cui i giovani si diplomano e cercano un posto di lavoro attraverso annunci
pubblicitari su corsi di orientamento lavorativo o di formazione manageriale.
Questi corsi potrebbero nascondere altre finalità e rivelarsi, in realtà,
gruppi riconducibili al filone delle cosiddette "psicosette", o
gruppi del potenziale
umano. In questi corsi il giovane non viene sollecitato a fare pratiche o
ad accettare dottrine religiose, ma, durante il corso, egli viene indotto a
iniziare un cammino di autocritica, focalizzato in particolare sui valori
religiosi e umani fino ad allora accettati. L’idea è che, liberandosi dalle
"catene" della religione di appartenenza, la persona potrebbe
recuperare e sviluppare le sue potenzialità represse. In questo modo la
religione di appartenenza viene prima ignorata, poi velatamente criticata e,
infine, identificata come la principale responsabile dei malesseri e degli
insuccessi del giovane.
Ad aumentare, se possibile, la confusione è il fatto
inconcepibile e gravissimo che siamo costretti a segnalare e cioè che molti
corsi e incontri del genere di cui abbiamo parlato avvengono all’interno
delle parrocchie , nei conventi e nei monasteri. I cattolici che vi
partecipano sono convinti di partecipare a iniziative compatibili con la loro
fede e quindi sono più "esposti" all’inganno.
Quali potrebbero essere gli interventi utili a prevenire il
fenomeno del proselitismo dei Nuovi Movimenti religiosi nel mondo giovanile?
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Dare ai giovani un’ educazione e
informazione religiosa completa e approfondita sia sulla religione di
appartenenza che sulle altre forme di religiosità.
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Cercare il più possibile di
testimoniare con la vita i valori cristiani, sia da parte dei genitori che
da parte della comunità ecclesiale
-
Informare i giovani sulle dottrine e le
tecniche di proselitismo nascosto attuate dai Nuovi Movimenti Religiosi e
dalle varie forme di pseudoreligiosità presenti sul territorio.
Nel caso un giovane fosse coinvolto in
qualche gruppo non è mai utile cercare di impedire tali frequentazioni con
ricatti o minacce. L’adesione a un culto va affrontata con metodiche
particolarmente rispettose e prudenti. I genitori, in questo caso, dovrebbero
affidarsi a persone competenti nel campo senza effettuare interventi
aggressivi che potrebbero ottenere l’effetto opposto a quello sperato.