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Lo yoga alla luce di Cristo Testimonianza di L. F. Tratto da "Dalle sponde del Gange alle rive del Giordano" - Ed. Ancora |
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Verso i diciotto anni - ne
sono ormai passati venti da allora - cominciavo a interessarmi alla
spiritualità orientale e ai diversi yoga. Ero allora piena di rancore verso i
cristiani, in particolare verso la Chiesa Riformata nella quale ero stata
allevata. Accusavo indiscriminatamente i membri di questa Chiesa di aver
tradito Cristo, e di essere talvolta meno esigenti verso se stessi di quanto
lo siano i pagani. Un passo della Scrittura era continuamente presente al mio
spirito: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza,
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé ( ... ) quelli che sono
di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi
desideri» (Gal 5,22-24). Dove trovare persone che vivessero così, non solo a parole ma con i fatti? Come riuscire io stessa a vivere così? Come ottenere, in particolare, questa padronanza su me stessa di cui sentivo tanto il bisogno? Dovevano ben esserci, e anche forse molto vicino a me, membri della Chiesa che portavano il frutto dello Spirito. Ma non seppi o non volli vederli, e decisi di rivolgermi alla filosofia e ai discepoli dell'India. Mi sembrava che Ramakrishna e Sri Aurobindo (1) avessero scoperto mezzi efficaci per lavorare su se stessi, per trasformare l'essere umano ribelle in una creatura più docile tra le mani di Dio, più capace di amore e di sacrificio... Studente, scoprii l'Arca, questa comunità gandhiana fondata da Lanza del Vasto, di cui seguii l'insegnamento per una quindicina di anni, scoprendo così la non violenza nella sua teoria e nella pratica. Essa mi parve allora in perfetta linea con il Vangelo. Sapendo
che per praticare uno o più yoga occorreva essere guidati, cercai un
istruttore. Nel 1964 feci conoscenza con uno yogin che era disposto a
insegnarmi l'
hatha-yoga,
ed eventualmente altri yoga,
ma vedendolo vivere lo trovai
poco esigente verso se stesso e declinai la sua offerta. Più tardi incontrai
un altro yogin, iniziato secondo la tradizione dell'India, e che aveva per
guru un sannyasin, cioé
un monaco errante. Egli parlava spesso di Gesù Cristo, e lo venerava;
si diceva cristiano, con una sincerità che non poteva essere messa in dubbio.
Questi richiami al Cristo mi sembrarono una garanzia sufficiente, e cominciai
a praticare l' hatha-yoga
sotto la sua direzione. Subito ne trassi un grande benessere. Il
professore m'incoraggiava, e abbastanza presto giudicò che potessi imparare
anche la meditazione. La meditazione dell'orientale non assomiglia a ciò che
da noi si intende abitualmente con questa parola. Si tratta di immobilizzarsi
o di arrestare il pensiero, facendo il vuoto interiore. All'inizio trovavo
difficili questi esercizi, ma perseverando vi scoprii un mezzo privilegiato
per giungere al controllo dei miei pensieri, delle mie emozioni e di tutte le
mie reazioni. A casa, mi esercitavo con assiduità, come già ero solita fare
durante i corsi di yoga. Valeva la pena di fare tutti quegli sforzi, pensavo,
perché la mia salute, già buona, era anche migliorata; avevo una maggiore
resistenza fisica, una migliore capacità di concentrazione nello sforzo
intellettuale, una maggiore padronanza delle mie emozioni. Poi, su consiglio
del mio professore, cominciai a esplorare quella via ancor più ripida che è
lo zen, imparando a fare «za-zen» (2)sotto la direzione del monaco buddista giapponese Taisen
Deshimaru. Nel
frattempo però non trascuravo gli esercizi di yoga indiano. Nel
corso di questi esercizi, e in particolare durante le sedute di rilassamento
con le quali tutti i corsi si concludevano, ebbi a più riprese diverse
esperienze psichiche che mi sembrarono allora alquanto esaltanti. Il
professore, al quale mi confidai, mi spiegò che si trattava di cose veramente
positive e auspicabili e ben note agli yogin sotto nomi diversi, come «apertura
dei chakras», «uscita dal tempo»... Oggi ho la convinzione che quelle
esperienze siano della stessa natura delle estasi procurate dalla droga come
l'L.S.D., e che non siano meno distruttive. Ma poiché mi astenevo da ogni
mezzo chimico, immaginavo di conservare tutta la mia libertà. D'altra
parte, constatai un giorno che le mie mani potevano emettere una specie di «fluido»,
e questo a volontà. Questo «fluido», mi
dissero, era un autentico dono
di guarigione. Esso aveva infatti la proprietà di calmare i dolori, di
accelerare la cicatrizzazione delle piaghe e degli ascessi. Ero persuasa che
questo dono veniva da Dio. Esso
si manifestava con una intensità accresciuta dopo che avevo fatto
degli esercizi di yoga. Fare
del bene agli altri, che soddisfazione! E non ero forse animata dal più
puro disinteresse, dal momento
che mai mi sarebbe venuta l'idea di far pagare i miei servizi? Molto
dopo, nel mese di agosto del 1973, fui presa dal dubbio quanto all'origine di
questo dono; allora pregai in questi termini: «Signore, se questo dono ti è
gradito, ti chiedo di conservarmelo; ma se esso non è per la tua gloria,
toglimelo». Il «fluido» mi lasciò, in modo totale e definitivo. Nel
maggio 1973, in un piccolo gruppo di esercitandi ai quali insegnavo il
rilassamento, sotto forme molto semplici che, al dire del mio professore di
yoga, non presentavano alcun pericolo, uno dei partecipanti ebbe un «accidente»
psichico. Ebbe una specie di allucinazione che fu seguita da una depressione
nervosa. Io ero allora uno di quei ciechi che tentano di guidare altri ciechi,
ma mi sentii responsabile di quella disgrazia, e per la prima volta dopo anni,
la mia fiducia nello yoga fu scossa. Ignoravo ancora fino a qual punto ero
legata; ma ero costretta a riconoscere che, per quel che mi riguardava,
nonostante i meravigliosi momenti di serenità che lo yoga e la meditazione mi
avevano procurato, i miei problemi non erano veramente scomparsi. Tra le «spiagge
di silenzio» che trovavo tramite gli esercizi, mi accadeva spesso di sfuggire
a me stessa, «di non fare il bene che volevo, e di commettere il male che non
volevo» (Rm 7,19). Pregavo Dio d'intervenire nella mia vita e di illuminarmi.
Egli rispose immediatamente, ispirando a degli amici di invitarmi a una
assemblea di preghiera, nella quale ascoltai la testimonianza di molti membri
di una comunità cristiana. Era qualcosa che mi convinceva. Quel giorno,
tornai al Signore e gli chiesi di fare della mia vita ciò ch'egli voleva.Fu l'inizio del cammino difficile e
meraviglioso con Gesù Cristo, nella comunione con i fratelli che egli mi diede.
Tuttavia, praticavo ancora certi esercizi, come il famoso «saluto al sole»
ogni mattina. Quegli esercizi, mi sembrava, sarebbero stati sicuramente buoni
per il mio corpo e avrebbero reso il mio spirito più disposto ad accogliere lo
Spirito del Signore. Nello stesso tempo, chiedevo a Dio di indicarmi tutto ciò
che nella mia vita poteva ancora dispiacergli. Non mi passava per la mente che
egli mi avrebbe chiesto di rinunciare precisamente a quegli esercizi che facevo
per cercare di essere più disponibile al suo Santo Spirito! Non si tratta, beninteso, di condannare senza discernimento ogni esercizio corporale o spirituale. Ma può accadere che anche a noi, talvolta, il Signore voglia dire, come disse ai suoi discepoli: «Voi non sapete di che spirito siete» (Lc 9,55). Io prego coloro dei miei fratelli che praticano ancora lo yoga e lo za-zen di portare questo problema davanti al Signore nella preghiera, di domandare al Signore di far loro sapere se tali esercizi sono o non sono per la sua gloria. E possa il Padre nostro del Cielo preservarci dal comunicare giammai con lo spirito di colui che volle «innalzarsi al di sopra delle stelle di Dio» (cfr. Is 14,12-16). Egli ci conservi nella comunione del suo Figlio che «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8) affinché noi avessimo parte alla sua Risurrezione. NOTE: 1) Sri Ramakrishna Paramahansa (1836-1886): mistico indiano le cui esperienze religiose costituiscono la base della Ramakrishna Mission, un'istituzione internazionale del neo-induismo, fondata da Swami Vivekananda, discepolo di Ramakrishna. Sri Aurobindo (1872-1950) è considerato oggi il più grande guru dell'India. Dopo aver lottato per la liberazione del suo paese dalla dominazione britannica, finito in prigione, fece la scoperta della sua vera vocazione che lo avrebbe portato a creare un movimento di rinascita spirituale da lui chiamato «yoga integrale» 2) Za-zen: esercizio di meditazione secondo la tradizione dei monaci buddisti giapponesi. Sullo stesso argomento: Lo yoga: ginnastica o religione?
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