Cari catastrofisti, ma chi l'ha detto che la terra scoppia?

Intervista a Padre Piero Gheddo 

 

Clima sconvolto. Ottocento milioni di affamati. E una popolazione che, entro metà secolo, potrebbe toccare i 9 miliardi. Cosi, alla vigilia del vertice di Johannesburg, sono in molti a lanciare l'allarme: la Terra sta per scoppiare. Vero o falso? Dalla demografia all'inquinamento, dalla povertà all'educazione, abbiamo chiesto a un esperto di andare a vedere se i profeti di sventure hanno ragione. Ragionando sui fatti. 

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Guardi, quando il primo treno andò da Stockton a Darlington, nel 1825, toccò i 36 all'ora. Sa cosa dissero gli scienziati dell'epoca? Per carità, questa è la velocità massima a cui può andare l’uomo: se va più forte, avrà problemi di cuore ... ». E giù un bel sorriso, di quelli che si vedono spesso stampati sulla faccia allegra di padre Piero Gheddo, 73 anni capo dell'ufficio storico del Pime (Pontificio istituto missioni estere), già direttore (per 35 anni) della rivista Mondo e missione scrittore prolifico (una settantina di libri all'attivo) e, soprattutto, viaggiatore incallito. Ha girato ogni angolo della metà povera del mondo: Africa, Asia, Medio Oriente, Oceania, Sudamerica... Li ha visti. Li ha studiati. Insomma, li conosce abbastanza bene per sapere come stanno davvero le cose. E per capire fin dove si può credere a certe previsioni che oggi molti danno per assodate, ma che tra qualche anno, chissà, potrebbero pure far sorridere. Come le «certezze» di quegli scienziati ottocenteschi. 

In fondo, ci sarebbe da sperarlo. Perché a leggere i dati sullo stato di salute della Terra c’è poco da ridere. Prendete i numeri che circolano in questi giorni, vigilia del vertice Onu di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile (si apre il 26 agosto 2002). Fame: 800 milioni di persone a rischio. Aids: 36 milioni di malati. Ambiente: 94 milioni di ettari di foreste spariti in 10 anni. E ancora: la mancanza di acqua, la desertificazione, l'effetto serra... Fino alla sovrappopolazione, su cui proprio padre Gheddo ha avuto un fitto scambio di opinioni (via «Lettere al Corriere») con Giovanni Sartori: l'editorialista a scrivere (numeri alla mano) che «già oggi, a 6 miliardi di abitanti, siamo al limite di rottura degli equilibri ecologici», il missionario a ribattere (altri numeri alla mano) che «il Terzo Mondo non soffre per troppi abitanti o scarse risorse, ma per mancanza di educazione, libertà e pace». E Paolo Mieli, in mezzo, a sottolineare l'utilità di una discussione finalmente «fatta su cifre e dati, senza ricorrere a insulti e berci».

 E allora, padre, ragioniamo proprio su quello: i dati. Siamo troppi o no? 

«Senta, da Malthus in poi sono secoli che i catastrofisti demografici fanno previsioni che poi si rivelano sballate. Nel 1967 in America uscì un libro che fece scalpore: Famine 1975!, di William e Paul Paddock. Prevedeva a breve guerre in tutto il mondo per procurarsi il cibo. Pensi un po'... Ma anche in Italia è almeno dagli anni Settanta che si leggono articoli drammatici sul fatto che siamo troppi. E poi, invece, guardi qui». 

Che cos'è? 

«Uno studio della rivista Global, uscito a marzo: “La terra non scoppia più. Inversione di tendenza per la popolazione mondiale. Dopo il boom demografico, si aspetta lo sboom del 2025 Il titolo originale era “Liberate le cicogne, cioè fate più figli. Motivo? In 83 Paesi, con 2 miliardi e 700 milioni di abitanti, il tasso di fecondità non basta a rimpiazzare chi muore. Altro che disastro demografico... No, guardi: la storia dimostra che nessuna previsione sulla popolazione che passi i 5-10 anni si è mai avverata. Troppe variabili. Troppe cose impossibili da prevedere». 

Vuol dire che non rischiamo il sovraffollamento? Lo stesso Sartori ricordava che anche a tenere basse le stime, e a ipotizzare 9 miliardi di abitanti entro il 2050, ne verrebbe fuori un peso insostenibile... 

«Ma come si fa a dirlo, quando ci sono Paesi senza ricchezze naturali che hanno tassi di densità demografica enormi e campano benissimo? In Belgio ci sono 340 abitanti per chilometro quadrato. E in Olanda 375, quasi il doppio che da noi. Si vive male, lì? No. Lo sviluppo sostenibile non dipende dal numero di persone: dipende dalla nostra capacità di scoprire nuove ricchezze, E di trattare meglio la Terra. Il Giappone è poco più grande dell'Italia ma ha il doppio degli abitanti: 128 milioni contro 58. Loro hanno solo il 19% del territorio coltivabile. Noi il 36%. Eppure sui prodotti di base i giapponesi sono completamente autosufficienti. Il riso, per intendersi, se lo producono da soli. Come fanno? Semplice: sono arrivati ad avere, una resa di 120 quintali per ettaro. Da noi siamo a 70-75. In Africa si arriva a malapena a 4... " verità è che tutto questo catastrofismo è basato su un principio falso: non si possono prevedere né la crescita della popolazione né quella delle risorse. Che, invece, vengono pensate immutabili e fisse. Sbagliando». 

Ma da cosa nasce l'atteggiamento catastrofista? 

«Dal non guardare i dati. Dall'egoismo, dal dire: qui sono troppi e vengono a mangiare le nostre risorse. E, me lo lasci dire, dalla mancanza di fede. Nel Dio creatore e nell'uomo creato da Dio». 

Scusi, padre: Dio potrà pure fare tutto, ma l'uomo ha dei limiti. E le risorse naturali pure. 

«Sì, ma nessuno sa quali siano. Le faccio un altro esempio: nel 1972 il Club di Roma, un gruppo di scienziati e intellettuali, pubblicò il famoso rapporto sul limite dello sviluppo.  Prevedevano che l'oro si sarebbe esaurito nel 1981, lo stagno nell'87 e il petrolio nel '92. E tutto questo sulla base dei livelli di consumi di allora, eh? La realtà è diversa. Secondo i dati della Banca mondiale, le risorse di rame sono cresciute del 250%. Il piombo del 75%. E nuove scoperte di giacimenti hanno fatto aumentare la disponibilità di petrolio e gas del 733 per cento». 

Piombo, rame, petrolio... Ma il cibo? Gli 800 milioni di affamati? 

«Ma il discorso vale anche per le risorse naturali. Pensi alla pesca. Il Wwf sostiene che "dal 1970 a oggi la biodiversità marina si è ridotta di un terzo". Ma non tiene conto dell'acquacoltura. Solo negli Stati Uniti, per esempio, più del 45% del pesce consumato proviene da allevamenti. Tra il 1984 e il '91 la produzione mondiale di pesci d'allevamento è cresciuta da 8 a 14 milioni di tonnellate. Allora, d'accordo che ci vuole lo sviluppo sostenibile. Ma non venite a dirmi che oltre il tal limite sei finito». 

Però lo sfruttamento intensivo delle risorse crea altri guai. L'inquinamento, per esempio. Sull'Asia galleggia una nube tossica da far paura... 

«Vero. E lì bisogna intervenire. Come si sta iniziando a fare, con gli accordi per ridurre le emissioni di gas eccetera. Ma guardi che non sono problemi nuovi. Nel 1948 io studiavo a Milano, zona Fiera. Al pomeriggio si sentiva una puzza di marcio da togliere il fiato. Erano le raffinerie di Pero, da dove la gente scappava. Poi, un po' alla volta, si è rimediato. Oggi l'inquinamento grave è nei Paesi poveri, più che in quelli ricchi. Ho trovato più smog a Manila e Bangkok che a Milano e Parigi. Perché lì ci sono meno industrie, ma anche meno regole». 

Ma non spaventa anche lei la prospettiva di un miliardo e rotti di cinesi pronti a passare in massa dalla bicicletta all'automobile? 

«Non vedo un grande scandalo. La Cina è grande trenta volte l’Italia. Noi abbiamo 190 abitanti per chilometro quadrato, loro 130. In proporzione, sono meno di noi». 

Sì, ma se si mettono a consumare come noi.. 

«Interverranno anche sull'inquinamento. Ma questo dipende dalla politica. Che è anche scelte, decisioni... Cultura, insomma». 

E perché quando si parla di «sviluppo» si riduce tutto al calcolo dei consumi? 

«Perché si pensa che riguardi solo l’economia, i beni materiali. E’ un concetto materialista profondamente sbagliato. Parziale. E questo vale non solo per l'indicazione di quanto sviluppo c'è, ma anche per l’idea di che cosa produca lo sviluppo. Con quali mezzi aiutiamo i Paesi poveri? Quando si parla di aiuti, si discute solo di soldi. Bisognerebbe parlare anche di democrazia, di diritti della donna... Tempo fa, in Guinea Bissau, un missionario mi ha raccontato: qui molti villaggi sono senza scuole. Noi andiamo lì e diciamo: se volete, vi facciamo una scuola. Voi ci date il terreno, e noi costruiamo a spese nostre, vi spediamo i maestri, vi regaliamo le attrezzature. Si combina tutto, si parla di quanti alunni mandare... E poi arriva l’intoppo». 

Quale? 

«Che i missionari pongono una condizione, una sola: mandare a scuola anche le bambine. Li si scatenano le discussioni. Perché per loro le donne devono lavorare. Non ha senso che studino. Bene: questo è un problema di educazione. Di mentalità da far evolvere. Il punto è che i popoli vivono in epoche storiche diverse. Sono tutti uguali, ci mancherebbe: stessi diritti eccetera. Ma le condizioni storiche sono diverse. Ci sono popoli che sono usciti dalla preistoria solo un secolo fa. Per svilupparsi, hanno bisogno di un'educazione che non c'è». 

Anche di ricchezze che non hanno: l'altro dato che si cita spesso, il famoso 20% dei ricchi che ha in mano l'80% delle risorse, è incontestabile.. 

«Non c'è dubbio: abbiamo più risorse degli altri. Ma è perché le produciamo. Non è che il 20% dei ricchi si accaparra l'80% della ricchezza: è che la produce. Mentre l'80% della popolazione non è ancora in grado di produrla Questo è il problema. Il capitalismo ha dei vizi enormi, ovvio. Certi Paesi sono andati in rovina solo perché noi occidentali abbiamo cambiato gusti e importazioni. Ma la cosa fondamentale è un'altra: l'educazione. C'è bisogno di una rivoluzione culturale. Soprattutto in Africa, la fetta di mondo rimasta più indietro. E su cui noi europei abbiamo una responsabilità storica. Ma il problema, lì, è ampio. Un prete italiano che ha passato la vita in Tanzania mi ha detto: “ I disastri dell'Africa sono quattro: l'ignoranza, il fatalismo, i militari e la corruzione" ... ».

E la globalizzazione no? 

«La globalizzazione è solo uno strumento, come dice il Papa. Puoi usarlo bene o male. Noi dobbiamo darci da fare per usarlo bene».

Articolo di Davide Perillo pubblicato su Sette / Corriere della Sera - Agosto 2002


Scheda 


AMBIENTE  

Effetto serra, inquinamento e ipersfruttamento delle foreste (94 milioni di ettari spariti in 10 anni) stanno modificando ecosistema e temperatura (più 0,3° in media in un secolo). Futuro nero? Dipende. Perché i progressi non mancano. Per esempio, dal 1987 (Protocollo di Montreal) al 1998 le emissioni di clorofluorocarburi (in gran parte responsabili del buco nell'ozono) sono crollate da 1,1 milioni a 156 mila tonnellate annue.    


SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE 

Negli anni Settanta si prevedeva che l'oro si sarebbe esaurito nel 1981 e il petrolio nel '92. Tutto sballato: nel frattempo si sono scoperte miniere e  giacimenti e le risorse sono aumentate. Stesso discorso per molti altri materiali e in parte per l'«oro nero» del 2000: 1 miliardo di persone è ancora senza acqua potabile ad entro il 2020 ne servirà il 40% in più. Però, nelle zone rurali più povere la tecnologia di base ha fatto sì che la quota di famiglie con accesso all'acqua dal 1970 a oggi si sia moltiplicata per 5. 


FAME 

Ancora 800 milioni di persone non hanno abbastanza cibo. E c'è chi prevede che diventeranno molte di più se continuerà il boom demografico nelle zone sottosviluppate. In realtà, anche mentre la popolazione mondiale cresce (di 70-80 milioni l'anno) il numero di affamati è in calo di 6 milioni l'anno (dato Fao). Merito dell'aumento della produzione alimentare.     


SOVRAPPOPOLAZIONE 

Le proiezioni più catastrofiche sono arrivate a parlare di 22 miliardi di abitanti entro il 2050. Altre stime si fermano a 10-12 miliardi entro fine secolo (contro i 6 di oggi). Finora, però, le previsioni demografiche a lungo termine si sono rivelate inesatte: troppi cambiamenti negli stili di vita. Oggi 83 Paesi (2,7 miliardi di abitanti) sono a rischio calo di popolazione. E nel Terzo Mondo il numero di figli per donna è passato dai 6,1 dei 1960 ai 3,7 dei '90. 


DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA               

Oggi 1,2 miliardi di persone vivono con meno di 1 dollaro al giorno. E oltre 300 milioni sono nell'Africa sub-sahariana, dove il tasso di povertà assoluta (48%) è rimasto invariato negli ultimi 10 anni. In Asia, però, lo sviluppo ha già dimezzato lo stesso tasso (dal 28 al 15%) e ridotto i poveri da 418 a 267 milioni. Il problema è come esportare la ricetta.


      

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